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Julianna Barwick – The Magic Place

Data di Uscita: 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il posto magico
di Gianfranco Costantiello

Solo il fruscio dei miei passi e degli ansiti e del sudore acre lungo la schiena mentre sfilo tra i lampioni fiochi e scheletrici del viale, ordinaria notte raminga. Mi volto destato dai rumori segreti della notte tra i cespugli, e le foglie secche che s’arrotolano e rincorrono per il marciapiede ai leggiadri schiaffi del vento e i pelacci bianchi della barba incolta si rizzano spauriti, le mani affondano nelle tasche calde lontane dalla solitudine acquitrinosa del viale. Io e la lunga strada, poi la stazione e la ferrovia e il buio, prime tre ore del nuovo inverno. “Seguire la ferrovia per arrivare lontano“ diceva mio padre, quelle volte che lo vedevo, alla domenica a pranzo quando parlava con tono solenne sollevando la mano assorto in una benedizione, dopo aver ingollato in un sorso mezza bottiglia di vino rosso, vino pestato da piedi candidi di donzelle che venivano dal nord al tempo della vendemmia; “seguire la ferrovia“, le sue parole mi ronzavano nella mente, ora, lungo il viale deserto, vagabondo come lo era stato lui, messia della strada. Ma quelle domeniche si ridussero ad una domenica all’anno e poi più niente fino a quando alcuni uomini, forse suoi amici, dissero che era morto ai piedi di un maestoso albero, lungo i binari roventi di West Monroe in Louisiana, a pochi passi dalla fattoria dov’era nato e aveva vissuto l’infanzia.
Giunto alla stazione mi siedo sulla panchina e accavallo le gambe e accendo una marlboro, l’ultima sigaretta. Gli occhi ai binari e il capostazione avvolto nella lunga giacca che mi guarda con disgusto borghese di sottecchi e distolgo lo sguardo e penso a mio padre, quel matto di mio padre, e a me adolescente e il posto magico di cui mi parlò l’ultima volta che lo vidi, sembra ieri. Raramente era a casa, chiamarla casa una roulotte scassata con ruote sgonfie e pisciate da gatti randagi che vi ronzavano intorno come api ai fiori. Tornava con vecchie auto di amici, sempre nuovi amici e mia madre che apriva le tende e sbuffava vedendolo uscire dall’auto con il barbone da profeta e i capelli lunghi e sporchi e magro come un cane randagio e ubriaco, sempre. Ma lei lo stringeva tra le braccia perché l’amava, inspirando la sigaretta mentre poggiava il suo mento sulla spalla di lui e baciandolo sulla fronte grigia e sozza che sapeva di asfalto. Lo lavava, gli preparava il coniglio con la mostarda e la torta alle mele che lui adorava, restava un paio di giorni per poi ripartire con la sua logora valigia di cartone. Mia madre aveva smesso di piangere alle sue partenze, lo lasciava andare, anzi voltava le spalle alla porta che si schiudeva alle prime luci del mattino, nella foschia soffiata da una turbina invisibile, usciva e scompariva; lei si rotolava tra le lenzuola e nascondeva la testa nel cuscino, forse strozzava il pianto. Temeva che sarei diventato come lui, i suoi occhi la tradivano. Non si sbagliava. Quando seppi della sua morte, andai in giro per il paese, avevo appena ventiquattro anni e volevo vedere il mondo che fino ad all’ora era stato confinato in quella grigia roulotte e custodito nel volto, oramai, sterile e lontano di mia madre: “ voglio vivere la strada, vivere mio padre ! ” le dissi strozzando un pianto amaro, nostalgico, di paura, non saprei.
Questi ricordi riaffiorano nitidi e vispi, ora che sono un povero emarginato ottantenne che si nasconde, passa ai margini in silenzio, ma in punta di piedi.
Lascio cadere la marlboro sul pavimento, lastra di ghiaccio della stazione, ci poggio il piede sopra come un vero signore, cenere e filtro ingiallito spiaccicati cessano di fumare. Afferro la valigia e cammino lungo i binari silenziosi; le luci delle stelle nel cielo pece diventano ruggine e poi rosseggiano in un lento boato muto all’orizzonte, l’alba cola spettinata, risvegliata dal fresco cinguettio degli uccelli e il maestoso albero, l’albero dell’infanzia e degli ultimi giorni di mio padre si inerpica ritto davanti agli occhi increduli che segretamente lo riconoscono, lacrimano. Mi chiama, mi avvicino, lo accarezzo, caccio fuori dalla tasca un coltellino e ci vergo su con tutta la forza del pugno chiuso – Neal 1906-1950, mio padre -. Il mio corpo esausto aderisce stretto al tronco, e vedo mio padre felice, bambino, correre nei prati e vedo mio padre e vedo me stesso, felice bambino, e corriamo nei prati. Stanco si sdraia, poco più in là mi distendo anch’io con una spiga di grano tra le labbra. “ eccolo figliuolo ! “ urla all’improvviso sbracciandosi e saltellando qua e là come morso da una tarantola e gettandomi sul maglione un pugno di spighe raccolte surrettiziamente quando avevo chiuso gli occhi. Adesso assume le sembianze di quando lo vidi l’ultima volta, sulla trentina capelli lunghi torso nudo blue jeans laceri. ” ecco il posto magico ! “ disse con un largo sorriso da pazzo a un palmo dal mio viso divertito, facendo scivolare la mano lungo il tronco dell’albero, gigante sulle nostre teste protese nell’aria fresca del crepuscolo, “ è magia che viene dalla terra e che voglio toccare” sussurrò, allungandomi la sua fedele fiaschetta d’alcool, scortato come un angelo dall’ultimo raggio del sole che andava morendo.
Un giorno, un contadino dal volto scuro eroso dal sole, si fermò dinanzi all’albero e alla scritta – Neal 1906-1950, mio padre – aggiunse incidendo con un vecchio coltellino – e suo figlio Bob 1926-2006 -, poi ricacciò in tasca il coltellino e proseguì dritto lungo i binari verso la sua fattoria mentre i suoi due cani, Peki e Scricci, che l’avevano scorto in lontananza, abbaiavano felici, volteggiando e scodinzolando, investiti dal bagliore del sole cuocente.
Era l’estate del 2010: mezzogiorno di metà luglio, 35gradi centigradi al sole e 30 all’ombra, umidità intorno al 90 %, un leggero filo di vento faceva cigolare la vecchia banderuola in cima al tetto della secolare fattoria, qualche nuvola sparsa vagava in cielo senza meta.

2 Responses to “Julianna Barwick – The Magic Place”

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