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Gruff Rhys – Hotel Shampoo

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’altra band, un’altra stanza d’albergo tramutata in piccola Grozny dal rabbioso bivacco di una mandria di bisonti drogati. Dio solo sa quanto cinema e quanta cattiva letteratura si siano industriati negli anni per perpetuare il frusto luogo comune che vuole le rockstar e gli hotel legati indissolubilmente in una miscela esplosiva, un po’ come il fuoco e la paglia o le donne e i motori. Per quanto ad uno di quei disgraziatissimi artiodattili ci somigli pure ed il suo nome di battesimo richiami per onomatopea proprio il verso animalesco del mite bovide americano, Gruffydd “Gruff” Rhys è il candidato ideale qualora si intenda sconsacrare il cliché. Forte di un concept creativo ed autobiografico semplicemente superbo, il nostro ha voluto raccontare in un disco – il terzo in solitaria per lui – il suo punto di vista di privilegiato a contatto con quell’insana routine di attimi e relazioni fuggenti che è poi la vita dell’artista giramondo. Dio solo sa quanti alberghi nei cinque continenti ne abbiano accolto i sonni in oltre quindici anni di onorata carriera, e quanti gadget e ricordini lo abbiano seguito da quelle camere fino in Galles. Non tutti quei saponi, quegli shampoo, quelle ciabatte e cuffiette per doccia hanno avuto l’onore di finire nel bizzarro sacrario realizzato dal cantante e venduto come fumo ad una nota galleria d’arte di Cardiff, con abile operazione promozionale, ma è certo che fossero veramente una legione. Al di là della simpatica fuffa pubblicitaria, il leader dei Super Furry Animals ha saputo regalare un concreto asilo alla sua anima di musico randagio, plasmando questa splendente collezione di gemme easy listening supportato da un progetto grafico geniale per davvero, di quelli che farebbero la gioia dei semiologi. Dio solo sa, si diceva. God Only Knows. Ecco. Non per caso si va sempre a inciampare nelle melodie impossibili di quei Beach Boys, nella magia di una musica leggera che sembra poter arrivare proprio dappertutto. ‘Pet Sounds’ è sempre stato molto più che un semplice disco: un genere a sé, una visione, un’utopia forse. Qualcosa che Gruff deve aver inalato mentre scriveva questo suo piccolo album, qualcosa che rifulge in controluce e disegna sorrisi, l’anidride carbonica che saluta la bibita e ti si libra trionfante su per il naso. ‘Hotel Shampoo’ funziona per una caterva di motivi così insignificanti da risultare imprescindibili. Allieta allitterando, per dire, ha in custodia titoli fantastici ed ostenta carisma a tutto campo, come l’affabile primo della classe che ti conquisti a suon di goliardate e di compiti in classe gentilmente offerti. Abbaglia la linearità di ogni trama, i grani dorati del rosario sono semplici e semplicemente decorati. Scivolano fra le dita uno via l’altro, con tanta sfacciata nonchalance da avvalorare l’impressione che nulla al mondo sia più facile che comporre canzoncine ipercatchy come quelle a marchio Rhys. I numeri in colore lunghi due minuti e mezzo finiscono con l’incarnare la modestia nella perfezione anche meglio degli zero a zero del leggendario Annibale Frossi: partita sublime quella in cui il disco non si schioda più dal lettore.
La capanna di boccette e flaconcini va forse ripensata come metafora di un fantasmagorico laboratorio sul pop dove giocare senza posa al piccolo clonatore, replicando fragranze vecchie di quarant’anni senza coloranti o conservanti e con una minima percentuale di additivi aggiunti. Sorprende in tal senso l’intelligenza con cui l’elettronica è messa a completo servizio dei pezzi, con interventi parchi e mai invasivi che si adattano a meraviglia al fattivo songwriting di Gruff e dialogano amabilmente con i suoi sfiziosi arrangiamenti. Alterazione dei valori d’orecchiabilità, maliziose sporcature applicate a remoti afflati tex-mex (‘Sensation in the Dark’), sottili pacchianerie sintetiche che accentuino il ricordo di un futuristico synthpop anni settanta à la Rod Argent (‘Christopher Columbus’). E poi quel senso di ironica e assai gustosa falsificazione che impregna il disco dalla prima nota di ‘Shark Ridden Waters’, acque infestate da squali gonfiabili sotto quello stesso air-conditioned sun di cui vagheggiava Beck qualche tempo fa: il teatro ideale per riassimilare con stile lontane primizie soft pop come una muffita cover di Bacharach rifatta da un terzetto di carneadi americani, i Cyrkle. Molta meno caciara rispetto agli standard del suo gruppo. Il barbuto gallese organizza un tranquillo party nella sua camera, alternando senza preavviso la maschera del fantasma dei carnevali passati e quella del moderno indiepopper: garbo e fiati rubati ai Belle & Sebastian (‘Take a Sentence’), spiccioli di dandysmo di seconda mano in combutta con Sarah Assbring aka El Perro del Mar (‘Space Dust #2’, praticamente Stevie Jackson che rifà Bowie con una compagna di classe), un novello Ray Davies in piena estasi wilsoniana (‘Honey All Over’, titolo eloquente), la melodia straziacuori di chiara deriva Zombies (‘Vitamin K’, orgasmica) e il Neil Hannon di ‘Promenade’ riveduto e corretto (‘At The Heart of Love’). A mo’ di contentino per i fan irriducibili viene inclusa di straforo anche quella che ha tutta l’aria di un’outtake Super Furry Animals – l’acidula e trascinante ‘Patterns of Power’ – sorta di crocevia tra il sole californiano di Van Dyke Parks e le lande psichedeliche dei conterranei Gorky’s Zygotic Mynci. Ma si tratta di un’eccezione. In comune con le compagne ha solo il luogo del concepimento: un letto d’albergo, magari anche modesto. Preservato dalla devastazione idiota degli eterni scavezzacollo e destinato unicamente alla sceneggiatura dei propri sogni.

Stefano Ferreri

2 Responses to “Gruff Rhys – Hotel Shampoo”

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