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Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

2 Responses to “Tim Hecker – Ravedeath, 1972”

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