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Archive for febbraio, 2011

Paolo Benvegnù – Hermann

Data di Uscita: 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata di Johnnie e Jane
di Filippo Redaelli

John cerca di rendere ospitale una spiaggia deserta.
Il movimento del mare che scende, il movimento del mare che sale.
Da solo perso in questo silenzio, sotto questo cielo in rovina, guarda il riflesso del sole sull’acqua.
Accende un fuoco, si scalda le mani. Da giorni così, in viaggio in solitaria, da non si sa quanto tempo.
Più che la vicinanza con gli esseri umani gli manca di sentire il suono della propria voce, la parola.
Scrivendo cerca di sentirsi più vivo. L’immagine di questo isolamento involontario,
quando ad un tratto giunge all’orecchio una canzone …
Jane dall’altra parte della spiaggia barcolla per colpa del vento, cerca di evitare i sassi.
Saggiamente si ferma, prende in mano un ramoscello e si mette a disegnare sulla sabbia.
Qualche istante dopo trova un coccio di un vaso in terracotta appartenuto a chissà quale epoca con dei versi in greco incisi sulla sua superficie. Stralci di antiche poesie, arrivate fin qua. Mette il piccolo reperto nella tasca del giubbotto, ascolta il sussurro del vento, pensa all’infinito …
Hermann dall’alto li ascolta, gli occhi chiusi e accecati come quelli dei poeti.

Attraversa da sempre e per sempre utopie di cristallo, l’eterno ritorno di Odisseo, le indicazioni delle stelle, il continuo affannarsi dell’uomo, le notti, la religione, i legami della terra, il progresso, le madri in attesa, i tramonti,la resurrezione che segue l’abisso, un viaggio senza destinazione, ritrovarsi ad amare ogni cosa perché non c’è altro da fare.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo” (Sebastiano Vassalli, “Amore lontano”)

Radiohead – The King of Limbs

Data di Uscita: 18/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

The Aroma of Tea
di Giulia Delli Santi

Sono infermiere al Leavesden Mental Hospital e ho sempre amato il mio lavoro.

Mia madre voleva che diventassi medico, però dopo tre anni di studi ho cominciato a mostrare strani sintomi: perdita di entusiasmo, frustrazione, apatia. Il medico, riflettendo sul mio stato emotivo, decide di somministrarmi il Maslach. Risultai essere un soggetto intimamente burnout; così, in pieno esaurimento emotivo, decisi, in alternativa al suicidio, di abbracciare uno stile di vita meno faticoso, soprattutto di sciogliermi dalla morsa di quel nodo scorsoio che era il rapporto con mia madre. Naturalmente lei si oppose con vigore perché io non lasciassi gli studi di medicina. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo mai chiesto.

Del mio lavoro amo il rapporto con i pazienti. S’incontrano nature interessanti in una clinica psichiatrica: dai meno articolati ossessivo compulsivi a disturbi profondi della personalità.

Una mattina il capo reparto, m’informa dell’arrivo di un nuovo paziente. “Difficile” mi viene detto. Noi operatori abbiamo un codice che ci permette di distinguere a prima impronta quale tipo di comportamento è necessario adottare con un paziente di cui ancora non si conoscono le particolarità patologiche, così da essere sempre preparati.

Effettivamente mr. Megpie si rivelò essere una persona con forti disturbi dell’umore: era capace di passare da violente crisi d’isteria nevrotica al più totale disinteresse per ciò che lo circondava. Di lui si diceva che in un’altra vita fosse stato un prestigiatore e che sia andato fuori di testa dopo aver perso il coniglio nel suo cilindro. Ne ero assolutamente affascinato.

“Good morning Mr. Magpie
How are we today?
Now you’ve stolen all the magic
And took my melody “

Emblema dell’innocenza, il suo camice bianco che chiamava notti di sogni dai risvegli tormentati. Non aveva alcuna colpa. Mi spiegava che la vita è il gioco di un abile illusionista che ti scivola in gola e radica nel tuo vuoto. Ma lui sapeva come liberarmi dal grande peso del vizio, diceva, e che sarebbe stato come cadere dal letto dopo un lungo sonno.

Tutti eravamo a conoscenza delle pratiche coercitive sottoposte ai pazienti dal team medico. Erano considerati test necessari: elettroshock, somministrazione di psicofarmaci senza alcuna norma. Abusi li definirebbero sostenitori dei diritti umani, ma non avevo avuto la forza di oppormi fino a quel momento.

Mr. Megpie  muore in un indifferente febbraio per attacco cardiaco, ma le informazioni sulla cartella clinica erano frammentarie.
I miei avvocati sono scettici rispetto alla volontà d’istanza che ho promosso, in ogni caso ho ottenuto il congedo dai miei compiti dall’istituto, come richiesto. Mia madre naturalmente si è opposta con vigore perché non lasciassi il mio posto di lavoro. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo chiesto.

Spalancare la bocca in un universo di sospiri è ciò che mi tiene in vita, come un pesce nell’acquario dopo la rottura dell’incantesimo.

Slide your hand, Jump off the end. The water’s clear and innocent.

PJ Harvey – Let England Shake (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

Julianna Barwick – The Magic Place

Data di Uscita: 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il posto magico
di Gianfranco Costantiello

Solo il fruscio dei miei passi e degli ansiti e del sudore acre lungo la schiena mentre sfilo tra i lampioni fiochi e scheletrici del viale, ordinaria notte raminga. Mi volto destato dai rumori segreti della notte tra i cespugli, e le foglie secche che s’arrotolano e rincorrono per il marciapiede ai leggiadri schiaffi del vento e i pelacci bianchi della barba incolta si rizzano spauriti, le mani affondano nelle tasche calde lontane dalla solitudine acquitrinosa del viale. Io e la lunga strada, poi la stazione e la ferrovia e il buio, prime tre ore del nuovo inverno. “Seguire la ferrovia per arrivare lontano“ diceva mio padre, quelle volte che lo vedevo, alla domenica a pranzo quando parlava con tono solenne sollevando la mano assorto in una benedizione, dopo aver ingollato in un sorso mezza bottiglia di vino rosso, vino pestato da piedi candidi di donzelle che venivano dal nord al tempo della vendemmia; “seguire la ferrovia“, le sue parole mi ronzavano nella mente, ora, lungo il viale deserto, vagabondo come lo era stato lui, messia della strada. Ma quelle domeniche si ridussero ad una domenica all’anno e poi più niente fino a quando alcuni uomini, forse suoi amici, dissero che era morto ai piedi di un maestoso albero, lungo i binari roventi di West Monroe in Louisiana, a pochi passi dalla fattoria dov’era nato e aveva vissuto l’infanzia.
Giunto alla stazione mi siedo sulla panchina e accavallo le gambe e accendo una marlboro, l’ultima sigaretta. Gli occhi ai binari e il capostazione avvolto nella lunga giacca che mi guarda con disgusto borghese di sottecchi e distolgo lo sguardo e penso a mio padre, quel matto di mio padre, e a me adolescente e il posto magico di cui mi parlò l’ultima volta che lo vidi, sembra ieri. Raramente era a casa, chiamarla casa una roulotte scassata con ruote sgonfie e pisciate da gatti randagi che vi ronzavano intorno come api ai fiori. Tornava con vecchie auto di amici, sempre nuovi amici e mia madre che apriva le tende e sbuffava vedendolo uscire dall’auto con il barbone da profeta e i capelli lunghi e sporchi e magro come un cane randagio e ubriaco, sempre. Ma lei lo stringeva tra le braccia perché l’amava, inspirando la sigaretta mentre poggiava il suo mento sulla spalla di lui e baciandolo sulla fronte grigia e sozza che sapeva di asfalto. Lo lavava, gli preparava il coniglio con la mostarda e la torta alle mele che lui adorava, restava un paio di giorni per poi ripartire con la sua logora valigia di cartone. Mia madre aveva smesso di piangere alle sue partenze, lo lasciava andare, anzi voltava le spalle alla porta che si schiudeva alle prime luci del mattino, nella foschia soffiata da una turbina invisibile, usciva e scompariva; lei si rotolava tra le lenzuola e nascondeva la testa nel cuscino, forse strozzava il pianto. Temeva che sarei diventato come lui, i suoi occhi la tradivano. Non si sbagliava. Quando seppi della sua morte, andai in giro per il paese, avevo appena ventiquattro anni e volevo vedere il mondo che fino ad all’ora era stato confinato in quella grigia roulotte e custodito nel volto, oramai, sterile e lontano di mia madre: “ voglio vivere la strada, vivere mio padre ! ” le dissi strozzando un pianto amaro, nostalgico, di paura, non saprei.
Questi ricordi riaffiorano nitidi e vispi, ora che sono un povero emarginato ottantenne che si nasconde, passa ai margini in silenzio, ma in punta di piedi.
Lascio cadere la marlboro sul pavimento, lastra di ghiaccio della stazione, ci poggio il piede sopra come un vero signore, cenere e filtro ingiallito spiaccicati cessano di fumare. Afferro la valigia e cammino lungo i binari silenziosi; le luci delle stelle nel cielo pece diventano ruggine e poi rosseggiano in un lento boato muto all’orizzonte, l’alba cola spettinata, risvegliata dal fresco cinguettio degli uccelli e il maestoso albero, l’albero dell’infanzia e degli ultimi giorni di mio padre si inerpica ritto davanti agli occhi increduli che segretamente lo riconoscono, lacrimano. Mi chiama, mi avvicino, lo accarezzo, caccio fuori dalla tasca un coltellino e ci vergo su con tutta la forza del pugno chiuso – Neal 1906-1950, mio padre -. Il mio corpo esausto aderisce stretto al tronco, e vedo mio padre felice, bambino, correre nei prati e vedo mio padre e vedo me stesso, felice bambino, e corriamo nei prati. Stanco si sdraia, poco più in là mi distendo anch’io con una spiga di grano tra le labbra. “ eccolo figliuolo ! “ urla all’improvviso sbracciandosi e saltellando qua e là come morso da una tarantola e gettandomi sul maglione un pugno di spighe raccolte surrettiziamente quando avevo chiuso gli occhi. Adesso assume le sembianze di quando lo vidi l’ultima volta, sulla trentina capelli lunghi torso nudo blue jeans laceri. ” ecco il posto magico ! “ disse con un largo sorriso da pazzo a un palmo dal mio viso divertito, facendo scivolare la mano lungo il tronco dell’albero, gigante sulle nostre teste protese nell’aria fresca del crepuscolo, “ è magia che viene dalla terra e che voglio toccare” sussurrò, allungandomi la sua fedele fiaschetta d’alcool, scortato come un angelo dall’ultimo raggio del sole che andava morendo.
Un giorno, un contadino dal volto scuro eroso dal sole, si fermò dinanzi all’albero e alla scritta – Neal 1906-1950, mio padre – aggiunse incidendo con un vecchio coltellino – e suo figlio Bob 1926-2006 -, poi ricacciò in tasca il coltellino e proseguì dritto lungo i binari verso la sua fattoria mentre i suoi due cani, Peki e Scricci, che l’avevano scorto in lontananza, abbaiavano felici, volteggiando e scodinzolando, investiti dal bagliore del sole cuocente.
Era l’estate del 2010: mezzogiorno di metà luglio, 35gradi centigradi al sole e 30 all’ombra, umidità intorno al 90 %, un leggero filo di vento faceva cigolare la vecchia banderuola in cima al tetto della secolare fattoria, qualche nuvola sparsa vagava in cielo senza meta.

Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.

Kole rovistò nel porta giornali di sua mamma finché, fra sorrisi patinati e macchine lanciate ai centoventi su chissà quale albero, sbucò una rivista sobria con due girasoli smunti in copertina. “Scelta strana quella della foto di due fiori appassiti”, pensò, e ciò conferì ancor più fascino a quella stampa bimestrale da quattro soldi.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Cominciò a sfogliare le pagine, la prima cosa che gli si parò davanti fu un’enorme pubblicità in cui una biondina poco più che ventenne, coperta solo di petali di rosa, mostrava in camera con fare ammiccante un paio di orribili scarpe rosse. Prestando poca attenzione a quei tacchi chilometrici, fece scorrere gli occhi sui titoli che incontrava, di foglio in foglio. Sulle facciate successive, fra invettive di politici improvvisati e cronache di ordinaria follia, finalmente scorse un trafiletto di una decina di righe, accanto ad una foto, bellissima. A prima vista gli parve la foto della superficie lunare, scala di grigi e minuscoli crateri qui e là; poi notò nell’angolo in alto a sinistra un bimbo placidamente sognante nel suo passeggino scuro.

Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto.

Non trovava sacchetti, così decise che il cestino in cui sua mamma riponeva decine di gomitoli avrebbe fatto al caso suo. Ne svuotò il contenuto sul pavimento, con grande gioia del gatto che accorse divertito dai fili che s’intrecciavano fra loro, e vi ripose, parola dopo parola, l’intero articoletto scelto.
Euforicamente ripeté mentalmente, quasi fosse una formula magica di un rito arcaico: “Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi rassomiglierà.”
Infilò la mano nel cesto con la stessa adrenalina con cui da bambino infilava il cucchiaio nel dolce della nonna mentre nessuno lo guardava, e con mano tremante cominciò a scrivere:

In strada annusai lo sguardo di cristallo,
puntolini scintillanti brillare,
gambe levate, frutto dell’immaginazione.
Invisibili soltanto nell’aria,
improvvisamente le montagne tutt’intorno
frastuoni udirono provenire.
Silenzio come zucchero.
Colori.
Space is only noise.

Kole si fermò improvvisamente, l’ultimo verso l’aveva in qualche modo stordito e soddisfatto insieme. Si rivolse compiaciuto al gatto che l’osservava di sottecchi dalla poltrona: «Eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare». Scoppiò a ridere, mentre il felino elegantemente saltava sul tavolo scombinando l’ordine delle parole e ricreando infinite poesie.

Annachiara Casimo

Cut Copy – Zonoscope

Data di Uscita: 08/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

A febbraio già comincia la primavera nella mia testa, mi scrollo di tutte le schegge gelate dell’inverno e vado avanti con la mente nella primavera.

“Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo”.

E perché mai io non potrei essere un uccello? Io lo sono e volo e nuoto: io sono un Martin Pescatore Primaverile, antica genìa di uccelli musicali che governano il mio mondo ingovernato.

Dischiudo le mie quattro palpebre, due per occhio, prima quelle che mi chiudono gli occhi e poi quelle che me li proteggono dall’acqua, e comincio a volare.

Su Mosca c’è Margherita che va dal suo Maestro.

Guardo questo infinito mondo finito, che con la sua bellezza oltrepassa i limiti della sua finitezza, “deus sive natura” penso in un momento, e risprofondo verso terra, avvicinandomi al fiume chiudo le palpebre trasparenti e mi immergo; esco fuori con un pesce e lo mangio.

Dorothy mi chiede come tornare nel Kansas e io le dico che il mago di Oz è un impostore (però è un brav’uomo) e che basta che sbatta tre volte i tacchi delle sue scarpe d’argento esprimendo il desiderio.

Dove mi porterà il narratore, vi chiederete ora, ma il narratore vi dice che lui stesso è condotto dalla corrente della musica, e la musica lo ha portato a casa sua. L’unico problema è che casa sua ora è in cima all’Himalaya.

Vi invito per una camomilla.

Uno? No, nella camomilla vanno messi due cucchiaini di zucchero, poi bisogna parlare di Dostoevskij, fare bei progetti e promettersi una vita attiva.

In camera mia c’è ancora il poster di John Lennon che mi ha riportato un mio amico da Liverpool, sopra c’è il testo di Imagine, leggetelo.

Bello vero?

Se volete suonate un po’ il Glockenspiel, buttatevi sul letto, leggete i miei progetti.

Il fiume mi chiama, vado a dargli qualche parola della mia protoprimavera.

Mangiate bene.

Marco Di Memmo

James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

Gruff Rhys – Hotel Shampoo

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’altra band, un’altra stanza d’albergo tramutata in piccola Grozny dal rabbioso bivacco di una mandria di bisonti drogati. Dio solo sa quanto cinema e quanta cattiva letteratura si siano industriati negli anni per perpetuare il frusto luogo comune che vuole le rockstar e gli hotel legati indissolubilmente in una miscela esplosiva, un po’ come il fuoco e la paglia o le donne e i motori. Per quanto ad uno di quei disgraziatissimi artiodattili ci somigli pure ed il suo nome di battesimo richiami per onomatopea proprio il verso animalesco del mite bovide americano, Gruffydd “Gruff” Rhys è il candidato ideale qualora si intenda sconsacrare il cliché. Forte di un concept creativo ed autobiografico semplicemente superbo, il nostro ha voluto raccontare in un disco – il terzo in solitaria per lui – il suo punto di vista di privilegiato a contatto con quell’insana routine di attimi e relazioni fuggenti che è poi la vita dell’artista giramondo. Dio solo sa quanti alberghi nei cinque continenti ne abbiano accolto i sonni in oltre quindici anni di onorata carriera, e quanti gadget e ricordini lo abbiano seguito da quelle camere fino in Galles. Non tutti quei saponi, quegli shampoo, quelle ciabatte e cuffiette per doccia hanno avuto l’onore di finire nel bizzarro sacrario realizzato dal cantante e venduto come fumo ad una nota galleria d’arte di Cardiff, con abile operazione promozionale, ma è certo che fossero veramente una legione. Al di là della simpatica fuffa pubblicitaria, il leader dei Super Furry Animals ha saputo regalare un concreto asilo alla sua anima di musico randagio, plasmando questa splendente collezione di gemme easy listening supportato da un progetto grafico geniale per davvero, di quelli che farebbero la gioia dei semiologi. Dio solo sa, si diceva. God Only Knows. Ecco. Non per caso si va sempre a inciampare nelle melodie impossibili di quei Beach Boys, nella magia di una musica leggera che sembra poter arrivare proprio dappertutto. ‘Pet Sounds’ è sempre stato molto più che un semplice disco: un genere a sé, una visione, un’utopia forse. Qualcosa che Gruff deve aver inalato mentre scriveva questo suo piccolo album, qualcosa che rifulge in controluce e disegna sorrisi, l’anidride carbonica che saluta la bibita e ti si libra trionfante su per il naso. ‘Hotel Shampoo’ funziona per una caterva di motivi così insignificanti da risultare imprescindibili. Allieta allitterando, per dire, ha in custodia titoli fantastici ed ostenta carisma a tutto campo, come l’affabile primo della classe che ti conquisti a suon di goliardate e di compiti in classe gentilmente offerti. Abbaglia la linearità di ogni trama, i grani dorati del rosario sono semplici e semplicemente decorati. Scivolano fra le dita uno via l’altro, con tanta sfacciata nonchalance da avvalorare l’impressione che nulla al mondo sia più facile che comporre canzoncine ipercatchy come quelle a marchio Rhys. I numeri in colore lunghi due minuti e mezzo finiscono con l’incarnare la modestia nella perfezione anche meglio degli zero a zero del leggendario Annibale Frossi: partita sublime quella in cui il disco non si schioda più dal lettore.
La capanna di boccette e flaconcini va forse ripensata come metafora di un fantasmagorico laboratorio sul pop dove giocare senza posa al piccolo clonatore, replicando fragranze vecchie di quarant’anni senza coloranti o conservanti e con una minima percentuale di additivi aggiunti. Sorprende in tal senso l’intelligenza con cui l’elettronica è messa a completo servizio dei pezzi, con interventi parchi e mai invasivi che si adattano a meraviglia al fattivo songwriting di Gruff e dialogano amabilmente con i suoi sfiziosi arrangiamenti. Alterazione dei valori d’orecchiabilità, maliziose sporcature applicate a remoti afflati tex-mex (‘Sensation in the Dark’), sottili pacchianerie sintetiche che accentuino il ricordo di un futuristico synthpop anni settanta à la Rod Argent (‘Christopher Columbus’). E poi quel senso di ironica e assai gustosa falsificazione che impregna il disco dalla prima nota di ‘Shark Ridden Waters’, acque infestate da squali gonfiabili sotto quello stesso air-conditioned sun di cui vagheggiava Beck qualche tempo fa: il teatro ideale per riassimilare con stile lontane primizie soft pop come una muffita cover di Bacharach rifatta da un terzetto di carneadi americani, i Cyrkle. Molta meno caciara rispetto agli standard del suo gruppo. Il barbuto gallese organizza un tranquillo party nella sua camera, alternando senza preavviso la maschera del fantasma dei carnevali passati e quella del moderno indiepopper: garbo e fiati rubati ai Belle & Sebastian (‘Take a Sentence’), spiccioli di dandysmo di seconda mano in combutta con Sarah Assbring aka El Perro del Mar (‘Space Dust #2’, praticamente Stevie Jackson che rifà Bowie con una compagna di classe), un novello Ray Davies in piena estasi wilsoniana (‘Honey All Over’, titolo eloquente), la melodia straziacuori di chiara deriva Zombies (‘Vitamin K’, orgasmica) e il Neil Hannon di ‘Promenade’ riveduto e corretto (‘At The Heart of Love’). A mo’ di contentino per i fan irriducibili viene inclusa di straforo anche quella che ha tutta l’aria di un’outtake Super Furry Animals – l’acidula e trascinante ‘Patterns of Power’ – sorta di crocevia tra il sole californiano di Van Dyke Parks e le lande psichedeliche dei conterranei Gorky’s Zygotic Mynci. Ma si tratta di un’eccezione. In comune con le compagne ha solo il luogo del concepimento: un letto d’albergo, magari anche modesto. Preservato dalla devastazione idiota degli eterni scavezzacollo e destinato unicamente alla sceneggiatura dei propri sogni.

Stefano Ferreri

Seefeel – Seefeel

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<Si prenda pure una vacanza, passi del tempo con sua moglie, oppure magari vada in montagna, si è aperta la stagione della caccia al cervo…>

Manco fossi “il cacciatore”, non ho neppure una moglie, il mio capo non mi conosce. Ho subito un trauma sul posto di lavoro e da allora non riesco più a chiudere occhio…

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIN!!! (la sveglia)

La spengo. Devo aver sognato qualcosa di oscuro, forse ero in un bosco, non ricordo bene, ho solo la vaga sensazione di essere stato accecato dal riflesso del sole sulla liscia superficie immobile di un lago montano…

La vista si fa precisa, mi guardo intorno, non è la mia stanza e sopra il comò in legno massello c’è un Walkman. Schiaccio il pulsante di avvio e dalla cassetta parte una sorta di fruscio

DRIN DRIN DRIN!  DRIN DRIN DRIN!  (la sveglia del cellulare)

La spengo! Devo essermi addormentato con le cuffiette del lettore mp3 indosso, adesso è scarico. Balzo fuori dal letto e accendo la basetta ricarica i-pod e schiaccio il tasto “play”: ne vien fuori un suono di batteria secca, sgraziata.

Mentre mi lavo percepisco nella musica dei cambiamenti: increspature elettroniche che distruggono un lieve tappeto analogico.

Ora è il contrario, è il rintoccare di strumenti analogici che sporcano delicati paesaggi sonori digitali.

A volte fa capolino una voce femminile che si inserisce delicata nel trambusto “tiepidi canti di sirene in evanescenza” (cit.)

Sono confuso

Mi sembra di aver scaricato questa musica ieri sera oppure si tratta del riversamento in digitale di quella vecchia cassetta che ho ritrovato su  in cantina qualche tempo fa.

Leggo dal display digitale “Too pure 1993 – Warp 2011”

18 anni di musica?

DRIN DRION DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Maurizio Narciso

Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

Deaf Center – Owl Splinters

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Quando mi trovo in mezzo a questi enormi scheletri leviatanici, a crani, zanne, fauci, costole e vertebre, tutti caratterizzati da parziali somiglianze con le razze esistenti di mostri marini e che allo stesso tempo hanno notevoli affinità con i leviatani preistorici estinti, loro inimmaginabili antenati, mi sento trasportato, come da una marea, a quel periodo straordinario prima che il tempo stesso iniziasse, perché il tempo è iniziato con l’uomo”

Cosa si nasconde dietro quella tenda, Virginia?

Ci ho impiegato 4 secondi a dirlo, eppure quelle parole sono rimbalzate nelle mia testa fino a tramutarsi in una sentenza.

L’aria si è fatta densa, tu mi hai guardato in quel modo.

Non c’era più una giovane donna ed un bambino di 6 anni, ma un leviatano nel deserto del Perù intento a fissare famelico la sua preda.

Ero terrorizzato.. un bambino ha pochi strati emotivi, inferiori di gran lunga a quelli di un adulto, però io non avevo paura, ero terrorizzato, e sapevo la differenza.

Hai cominciato a farmi domande strane, mi hai chiesto se il corvo si era tramutato in un martin pescatore, se era la domanda a spaventarmi o la risposta, ed io replicavo, perché non volevo sembrare stupido, non volevo farti arrabbiare, non adesso, non quando i tuoi occhi erano diventati rossi, Virginia.

Il tuo sorriso si inarcava sempre di più, sembrava non avere più fine, io sono scoppiato a piangere, ricordando quando mi prendevi sulle tue ginocchia e mettendo le tue mani bianche sulle mie mi facevi suonare il pianoforte sotto la finestra, anche allora sorridevi, ma avevi sempre gli occhi chiusi e tutto sembrava normale, io non l’avevo mai notato.

Pianto, incontrollabile, mi sforzavo di smettere, di solito mi dicevi che gli ometti non devono piangere, ora stai in silenzio e mi guardi, sorridendo, per favore chiudi gli occhi, non li voglio vedere, non li voglio vedere Virginia, si, si, si, si, continuo a rispondere di si, voglio che il Velo di Maya si alzi, si, si, si.

Nascondo il viso nella mani minuscole, quando riapro gli occhi sei sparita, forse è tutto finito, sento le note acute del pianoforte, non hai mai suonato senza di me, però va bene perché hai sempre suonato solo quando eri felice, quindi va bene, va bene, è passato tutto, corro verso la stanza vicino alla veranda, non ti trovo..

Dietro la tenda, hai sempre detto, c’è un altro din don, però può essere suonato solo una volta bambino mio, solo una volta, e solo da me.

Mi sono tolto i sandali, per non fare rumore, e mi sono avvicinato a passi lenti alla stanza dietro la tenda.. vedevo qualcosa, dietro, una forma, una faccia forse, un palloncino.. se suoni vuol dire che sei felice, quindi è tutto a posto, giusto?

C’è tanto rumore mentre attraverso la tenda..

Forse si aprirà la porta del giardino del sultano del Guahìr e io giocherò con i fenicotteri in mezzo alle fontane.

Forse, incontrerò nonno..

Filippo Righetto