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The Decemberists – The King Is Dead

Data di Uscita: 17/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E alla fine Colin Meloy decise di darsi una regolata. Un sospiro di sollievo per gli inguaribili romantici in fissa per le ‘Billy Liar’ e le ‘We Both Go Down Together’, l’animo in pace per tutti gli altri, detrattori mai troppo sportivi pronti a puntare quel dannato paio di dollari sulla fatidica parola Tilt, definitiva. In effetti l’azzardo non era neanche poi così fuori luogo: l’erudizione mal governata e l’indigesta vena barocca avevano finito col trasformare i Decemberists in un bersaglio sin troppo facile, un po’ come i loro corpulenti primattori, Meloy e Funk. Dopo le eccentriche ibridazioni dei due capitoli precedenti, dopo le fiabe giapponesi, l’enfasi letteraria, la magniloquenza progressive e la bulimia di citazioni, dopo tutta quest’apoteosi di eccessi e manierismi assortiti, ecco l’insperato colpo di cancellino. Una dieta depurante, un’imbiancatura, un bagno di umiltà, se preferite. Niente più tuffi carpiati con tripli avvitamenti. Spiazzando un po’ tutti, la band di Portland ha optato per coefficienti ragionevolmente bassi con esecuzioni a regola d’arte invece degli ormai classici voli pindarici affidati ad uno stile sempre più grottesco. La morte del re che rimpiazza la regina di ‘Hazards of Love’ prefigura anche  la rinascita dei Decemberists, mentre la giostra delle stagioni segue il suo corso e le nuove ballad ne fissano l’essenza in istantanee effimere ma familiari. Anche la copertina funziona in quest’ottica. Richiama quella di ‘Green’ in un facile gioco di associazioni, con quel giallo che – lo insegnano la semiotica ed il Mulino Bianco – incarna la quintessenza di naturalità e tradizione, valori forti. Non stupisca quindi che la prima carta giocata dal gruppo, in maniera anche abbastanza sfacciata, sia quella allettante del calore, del genuino, delle radici. Per ritrovare l’equilibrio occorreva sfrondare una scrittura ormai votata al ridondante, infarcita di cliché tanto logori da aver varcato da tempo la soglia di saturazione. L’azzeramento dunque, un ritorno deciso alle origini da attuare con poco coraggio ma tanto buon senso. Che la prospettiva fosse rinfrancante è fuor di dubbio, che abbia giovato anche, e poco importa se il livello di originalità è sceso ai minimi storici: inutile pretendere il brio delle rivoluzioni da un gruppo ormai arrivato da tempo, scavalcato nel suo genere da formazioni ben più giovani e affamate come The Builders & The Butchers. Quel che conta è che i nuovi Decemberists svolgano egregiamente il proprio compito anche se in posizione di retroguardia, senza grandi colpi di genio ma con quel rigore e quella pulizia che da parecchio sembravano aver smarrito. In tal senso ‘The King is Dead’ si offre come valido punto di ripartenza: convinto, convincente, suonato e prodotto benissimo, senza grandi canzoni e senza riempitivi. Un album che nelle prime intenzioni avrebbe voluto essere un peana per i R.E.M. indipendenti degli esordi e che ha finito col diventare una sincera celebrazione di oltre quarant’anni di roots rock a stelle e strisce. Certo la scelta di invitare Peter Buck ha accentuato i debiti verso il modello principe. Inconfondibile il jingle-jangle byrdsiano della sua chitarra in ‘Calamity Song’, ideale strizzata d’occhio alle meraviglie del Paisley Underground nonché illusoria outtake dal forziere di ‘Reckoning’, per non parlare della linea elettrica della ruspante ‘Horse By The Water’, spudoratamente copiaincollata da ‘The One I Love’ legittimando il ricorso al termine plagio per chiunque ignori che di un’autocitazione si tratta in fondo. Sempre in quel contesto l’ospitata frizzante e tradizionalista di Gillian Welch e l’impronta marcata di un’armonica sembrerebbero spingere verso il country la lancetta dei riferimenti, anche se la robustezza del brano riporta inesorabilmente verso il rock d’impostazione classica, la stessa Americana populista e tirata a lucido che nel pezzone ‘This is Why We Fight’ fa bella mostra di sé, esempio lampante di quell’easy listening immortale costruito per parlare al cuore e alla pancia più che alla testa. Che questa svolta reazionaria ma non malvagia venga dagli autentici campioni del folk espressionista fa effettivamente sensazione, ma occorre ribadire che l’operazione non ha nulla di bieco o di sciatto. I due hymns, per dire, (come pure la dolceamara ‘Rise To Me’) sono ballate agili e fresche che bandiscono radicalmente gli orpelli e le sovrastrutture teatrali per sfruttare al meglio tonalità intimiste e trame essenziali, ampliando la varietà della proposta e favorendo un ascolto disimpegnato ma assolutamente gratificante. Per quanto fedele a se stesso, Colin tiene a freno il cantilenare della sua voce nasale, evita gli affanni come i gigionismi e si concede una sola veniale scappattella fuori dal seminato yankee (lo scaltro diversivo irish di ‘Rox in the Box’). L’unica eccezione in un quadro per il resto del tutto organico, semanticamente orientato sulle coordinate di quella ‘All Arise!’ che è uno spregiudicato atto d’amore ai Jayhawks più sereni e stilizzati. Già, la grande pastorale americana di ‘Tomorrow The Green Grass’. Tutto ha un senso, alla fine.

Stefano Ferreri

2 Responses to “The Decemberists – The King Is Dead”

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