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(Top Ten 2010) Giulia Delli Santi

1. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson & The Pioneers Saboteurs

Data di Uscita: 24/05/2010

Sfila il vestito per me, mia cara Ashley
di Gianfranco Costantiello e Giulia Delli Santi

Correvamo con lo sguardo dal giardino lungo i campi e dai campi lungo i cavi dei pali elettrici dove gli uccelli riposavano e cinguettavano. Fumavamo e poi ci chiudevamo nella sua piccola stanza, stesi sul pavimento ad aspettare a luci spente. Aspettare una vita migliore.
Sognavamo ad occhi aperti di girare il mondo e di visitare tutte le città della West Coast, mentre soffocavamo lentamente nelle grigie giornate invernali.  L’odore acre di bruciato veniva fuori dai camini sonnolenti e sporcava i nostri volti pallidi e freddi e insozzava il cielo già fosco al crepuscolo.
Lei mi parlava con quel tono fragile e materno e mi diceva di tenerle stretta la mano perché l’avrei lasciata. Io la invitavo a togliersi il vestito di seta che accarezzava il suo corpo nudo e giovane e voluttuoso. Lei restava in silenzio e si faceva rossa in viso e nascondeva il suo sguardo pudico. Le dicevo che l’amavo, allora mi sorrideva e annientava il pudore con una smorfia di eccitazione e pregustava il lento scivolare e strofinare dei nostri corpi.  Si sfilava il vestito oscillando in una danza sensuale e alacre, mentre il suo corpo rosseggiava alla luce della lampada rossa. Aggrappati, stretti, scintillavamo sul divano profondo in pelle che si bagnava del nostro sudore. Poi si sollevava, flemmatica tremante, spingeva i suoi seni contro il mio viso e mi perdevo lì dentro e ci restavo per tutta la notte succhiando i suoi sussulti, fremiti epilettici. Ricordo ancora il suo volto nel pieno dell’amplesso e i suoi occhi spalancati come se volessero ingoiare la stanza. E perdeva il senno gemendo il piacere agognato, l’attimo in cui sentiva d’esser viva.
Ma una lettera del governo spezzò quell’armonia che avevamo raggiunto col trascorrere dei mesi. Mi veniva chiesto di servire la patria. La guerra.. onore per ogni americano.
Mio padre era stato in Vietnam. Tornato a casa , il suo petto era colmo di stelle. Mio padre era un grande uomo ed era molto forte, ma anche buono e generoso e aveva la bandiera americana tesa sulla parete che lambisce il letto, sospesa come una rassicurante carezza d’orgoglio approvato. Ora toccava a me onorare la patria, la famiglia e sarei tornato a casa con le stelle sul mio petto e avrei appeso la bandiera nella mia camera, e il mio vecchio, che stava male, sarebbe stato fiero di suo figlio.
Quella terra, così arida, era lontana e quelle montagne deserte erano insidiose; sarebbe bastato un attimo, una piccola distrazione per cadere, perdere tutto. Ma il mio pensiero volava alto oltre quelle cime e oltre l’oceano. Le scrivevo un e-mail ogni notte quando rientravamo alla base: “ Mia cara Ashley ti amo e voglio sposarti e non mi dimenticare ” e lei rispondeva che mi amava e voleva sposarmi e come poteva dimenticarmi.
Fu un anno difficile e invalicabile, il più lungo della mia vita. Così interminabile che il tempo sembrava essersi arrestato, pronto a ricevere una mia spinta per riprendere la sua corsa. Ma quando tornai lei era lì come l’avevo immaginata per tutti questi mesi di assenza, ancor più bella, sui gradini davanti alla porta con la camicia da notte. Mi venne incontro piangendo felice come succede nei vecchi film che ci piace guardare. Ci abbracciammo e ci amammo ancora, quella notte, su quel divano che sapeva del nostro sudore vecchio di un anno.
Qualche mese più tardi ci sposammo e andammo sulla West Coast a Frisco e L.A. Parlavamo con gente che non conoscevamo e loro raccontavano le loro vite e stavamo a sentirli intorno al fuoco, per le strade. Io e Ashely, l’amore della mia vita, avevamo detto “per sempre“ e restavamo stretti stretti aggrappati all’intima vita che avevamo sognato stesi sul pavimento. E il pazzo mondo girava e non ce ne fregava niente.

2. Anais Mitchell –  Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

3. Women – Public Strain

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Right From The Start
di Giulia Delli Santi

Patrick Flegel’s diary

Vi siete mai chiesti se il tempo esiste davvero?
Di sicuro, risponderete, esiste un presente che definisce un tempo attuale, certamente è esistito un passato che declina gli avvenimenti già accaduti; ma il futuro?

Anno 3180

Il pianeta è cambiato, trasformato radicalmente, è solo grazie al progresso se la vita ha potuto scorrere quasi regolarmente. Siamo lontani dai racconti dei nostri padri, vecchie istantanee sbiadite, che ci parlavano delle spiagge della California, dell’esercito del SURF.

Si stenta da mesi. Da quando la gigante rossa, terminato il carburante, è collassata su se stessa.

Le alte temperature raggiunte hanno prosciugato parte dei nostri mari, e nei continenti più esposti la maggior parte delle persone non è sopravvissuta.
La pressione idrostatica della stella non è riuscita a bilanciare il collasso, formando quel buco nero che ha risucchiato Mercurio.

La Nasa seguiva il fenomeno da parecchi anni. A notizia data, in tutto il mondo è scoppiato il caos.

Estremismi religiosi incitavano il suicidio di massa, si sono verificati fenomeni di vandalismo in ogni angolo del pianeta e nessuno dei capi di governo è stato in grado di riportare il minimo di ordine necessario per poter organizzare dei piani di sopravvivenza.

“Siamo in stato d’emergenza. Il governo chiede ad ogni cittadino di mantenere la calma. L’esercito è già in mobilitazione per isolare i casi di violenza che si sono verificati. Lo stato ha messo a disposizione impianti antiatomici per chiunque ne abbia bisogno. Nonostante questo, ci si aspetta la massima collaborazione per chiunque ne disponga di propri. In ogni strada ci sono pattuglie organizzate che sapranno indicarvi come comportarsi.”

L’ultima dichiarazione del presidente degli Stati Uniti.

Un sistema di complessi magnetici, brevettato dai migliori scienziati del nostro tempo, istallati in varie zone del pianeta e azionati al momento stesso del collasso, ha permesso il mantenimento dell’equilibrio tra pianeti, evitando il crollo del sistema solare che fu.

Dopo circa otto minuti dall’esplosione, le temperature si sono abbassate di molto.

Ha cominciato a gelare tutto.

Io, mia moglie, mio figlio, ci siamo rifugiati nel bunker antiatomico dei nostri vicini con altre due famiglie, da circa 7 mesi. Un termometro posizionato all’esterno ha rilevato -170°C fino all’altro ieri. Ora non risponde più. Non sappiamo cosa è rimasto lì fuori, ma le provviste sono quasi terminate. Sono tutti spaventati ed avverto che tra noi l’aggressività è in aumento.

Ieri ho colpito mio figlio con uno schiaffo perché chiedeva ancora un po’ di fagioli. Mia moglie non mi ha parlato per tutto il giorno. Devo mostrarmi forte, nonostante tutto.

Mi chiedo se ci siano dei sopravvissuti come noi, qualcuno che viva i miei stessi stati d’animo.
Non posso più restar chiuso qui dentro a pormi domande. I preparativi sono terminati, domattina partirò per una spedizione all’esterno.

Non riesco a dormire.. spero che la fine sia vicina.

4. The Wilderness Of Manitoba – When You Left The Fire

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno sguardo da 2° 3° 4° posto
di Filippo Righetto

Lo vedevano arrivare da lontano.
Anzi.
Prima di vederlo, lo sentivano.
Quel cigolio abbattuto pareva momentaneo, ma puzzava di eternità.
Si chiedevano da dove venisse, dato che il guscio metallico che lo ospitava era oliato a dovere.
Le persone si interrogavano su quel ragazzo, e mormoravano.
Un tempo atleta sano e dalla morale integra, la vita gli sorrideva e lui sorrideva ad essa.

Aveva smesso di frequentare la casa.
Il che era strano.
Ci era molto legato. Più di chiunque altro nel quartiere.
Era una casa defilata, non si lasciava trovare.
Il ragazzo ci passava davanti spesso, quasi ogni giorno. La considerava una dimora modesta, dalle tinte spente, con degli evidenti problemi strutturali. Forse a qualcuno quelle grondaie raffazzonate e quelle tegole sproporzionate potevano anche piacere.
A lui no.
Questione di gusti.
Qualche volta ci entrava pure. Al pian terreno solamente.
Si riunivano li un’accozzaglia di giovani vagamente interessanti, che non spiccavano di certo per acume e prontezza. Non erano al suo livello.
Quasi per noia inerziale, cominciò ad addentrarsi nei piani superiori. Non cercava nulla, e non c’era niente che lo interessasse.
Questo prima di scoprire il pianoforte.

Sentì le prime note avvolgerlo e trasportarlo fuori dalla materia. Li, nel nulla, si rese conto di essere solo. Nessun altro aveva sentito quella meraviglia. Capì subito, e si mise alla ricerca della fonte. La trovò, in un piano nascosto, il più alto.
Entrò in una stanza piccola e dal profumo intenso. Bagnata dal buio, poca luce filtrava dalle tende. Si appoggiò alla parete, lentamente scivolò a terra.
Rapito.
Cercò, a tentoni, qualcosa. La sua curiosità trovò una scheggia affilata. Pretendeva troppo dalla stanza. Sorrise felice, era solo la prima volta del resto.

Tornò ogni giorno, e la sua felicità aumentava di visita in visita.
I gradini per raggiungerla erano massicci e pericolosi, ma lui impiegava sempre meno a farli.
Ogni viaggio era una nuova scoperta. Quando trovava qualcosa, si avvicinava all’unico raggio di luce che fuggiva la finestra oscurata, e ammirava.
Libri che narravano della storia della casa, fotografie di tempi passati, un’immensa collezione di vinili, giocattoli animati.
Il tempo passava, e il giovane capiva che poteva comunicare con la stanza.
Parlava ad alta voce, ed il suo nome, saettando tra quei buffi oggetti, veniva trasformato, ed ogni volta che questo succedeva, il suo cuore scintillava.
C’erano degli scaffali vuoti, e lui li riempì con immagini della sua vita. Aggiunse dischi alla collezione. Un quadro.
Condividevano tutto.
Le frustrazioni e le passioni.
La più minuscola novità era subito occasione per correre a perdifiato attraverso il selciato e saltare quei gradini a due a due a tre a tre a quattro a quattro fino a volare!
Cosa nascondeva quell’edificio all’occhio così debole… era fortunato, felice, così felice da essere diventato stupido pensava ridendo!
Non avrebbe cambiato nulla.

Venne il giorno in cui smise di essere stupido.
Aveva scoperto lievemente il pesante tendaggio, e i suoi passi l’avevano guidato sulla soglia di una porta. Abbracciò la maniglia, e spinse senza ottenere risultato alcuno. Continuò in questo modo, incredulo. Fece qualche passo incerto all’indietro, riflettendo.
Qualcosa non andava.
Cominciò a cercare la chiave, prima con calma, poi con crescente ansia e sofferenza. Scorse tutti i libri che aveva letto e scritto, pagina dopo pagina, singhiozzando, ed i cartoni e le favole e la musica e le speranze e tutto quello che rendeva bellissima quella stanza!
Il pianoforte cominciò a cantare con voce fredda, tanto che il ragazzo vedeva la brina staccarsi dalle sue corde tese.
Quella porta non si sarebbe mai aperta per lui. L’eventualità non era nemmeno mai stata contemplata.
Scappò dalla stanza, senza fiato, inciampando su tutto quello che era stato costruito. Non era possibile, non aveva senso, nessun senso, non c’era motivo di… di…
Arrivato sul pianerottolo, lanciò il suo peso sulla balaustra cercando sostegno, ma il dolore liquido gli fece mancare la presa.
Cadde.
Quei gradini, la cui conquista era stata per lui fonte di immensa gioia, ora lo straziavano senza pietà, martoriandolo. Dopo un tempo infinito, si ritrovò disteso alla base delle scale, incapace di muoversi, di parlare, di vivere.
Non riusciva più a muovere le gambe.
Alzò la testa di qualche centimetro. La porta d’ingresso era spalancata, ed un sole pallido e vuoto lo colpiva, mentre il suo destino lo raggiungeva scivolando lentamente. Si issò sulla sedia a rotelle con fatica.
Per la prima volta era consapevole dei suoi limiti.
Non era abbastanza. Lui non era abbastanza.
Cominciò la sua vita da reietto. Perse molto, dopo quella caduta. Fece delle scelte sbagliate, che ferirono persone a lui vicine.
Tornò qualche volta d’innanzi a quei gradini. Sentiva la musica del pianoforte suonare più radiosa che mai.
Guardando in alto, non pensava a quanto fosse tutto così assurdo, alle spiegazioni mancate, all’odio che avrebbe dovuto provare… l’unico pensiero che imperversava nella sua mente era… quanto gli facessero male le sue gambe.
Adesso le persone lo incrociavano per strada.
Quello che le colpiva non era la carrozzina, o il suo aspetto dimesso…
I suoi occhi.
Uno sguardo da 2° 3° 4° posto.

5. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

6. Balmorhea – Constellations

Data di Uscita: 23/02/2010

Sul peso della notte
di Lorenzo Righetto

Quando il mondo era giovane e bello, solo due esseri camminavano sulla terra: tu ed io. Aprendo gli occhi, le cose ci apparivano ogni volta nuove, pure, immacolate, un richiamo incessante a guardare più lontano, più a fondo. Salire su fino al passo innevato, dolce ventre pieno e materno, attraversare correndo l’erba alta fino ai fianchi, gettarsi nell’acqua gelida erano le cose di cui vivevamo, muovendoci da un posto all’altro senza curarci di niente. Godevamo di quanto avevamo davanti, e questo ci bastava.
Non conoscevamo la stanchezza, o il dolore. Quando scendeva la notte, ci stendevamo uno di fianco all’altro, tessendo fili tra le stelle fino a riconoscere le forme che ci erano apparse durante il giorno. Lo sguardo si perdeva nei meandri ora nebulosi, ora luminescenti di quel mirabile intarsio, talmente ineffabile da serrarci la gola in un fremito silenzioso. L’odore delle piante che respiravano nell’oscurità ci inebriava a tal punto che non riuscivamo a dormire: ci rigiravamo nell’erba, respirando a pieni polmoni.
E le corse… Le corse! Non smettevo mai di ridere, dall’ebbrezza, strabuzzavo gli occhi abbagliato dalla luce del sole, saltavo e mi dimenavo e inciampavo su me stesso… Quel giorno, corsi così tanto che giunsi alla fine del mondo, là dove un’enorme distesa d’acqua attendeva la sorte degli stolti. Rimasi ammaliato dal periodico riversarsi spumeggiante, investito dalla salsedine e dal vento caldo e denso.
Tu non c’eri più. Mi voltai di scatto, scorgendoti subito in lontananza, ritta su una sporgenza da cui mi osservavi immobile. Il sole si sporse dalle nubi, inondandoti di luce, e qualcosa luccicò sul tuo volto. Piangevi, dondolando gentilmente, fino a quando non facesti un passo in avanti, là dove il vuoto ti attendeva. Nessuna corsa mi avrebbe mai restituito ciò che andavo realmente cercando, che cercavo di decifrare nel mondo quando nulla, di quest’ultimo, è decifrabile.

7. Yeasayer – Odd Blood

Data di Uscita: 09/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

No Title
di Giulia Delli Santi

Li sentivo urlare, l’ennesima lite. Ormai ci avevo fatto l’abitudine, signore, non me ne sono curato più di tanto. Mia madre e mio padre erano soliti discutere animatamente in cucina. Chiudevano la porta, forse credevano che in quel modo io non avrei capito. Ero in camera mia a preparami..

Dove dovevi andare?

Signore, avrei visto più tardi i miei amici Ira Wolf Tuton e Anand Wilder. Era domenica e ogni domenica noi si organizza una piccola gita in bici da qualche parte.

E dove eravate diretti domenica scorsa?

Roma, signore.

Roma?! In bici?!

Si signore. La settimana scorsa siamo stati a Berlino, quella prima su Marte. Se solo i miei non avessero litigato. Lei è mai stato a Roma, signore?

No..

Dicono sia una gran bella città, lo sapeva?

Ne ho sentito parlare, si. Ora, se non ti dispiace, vorrei tornare un attimo ai tuoi genitori, Chris. Ricordi cosa si dicevano?

Beh, più che altro era mio padre a parlare, mia madre piangeva.

“Cosa ci è successo? Perchè stai mentendo? Perchè non vuoi più restare a letto con me tutto il giorno? Ricordi quando abbiamo preso l’aereo? Tu avevi paura di volare e io, per rassicurarti, dissi che con te sarei morto quello stesso giorno.
L’amore ci ha resi stupidi.
Ricordo di aver pensato tante di quelle volte che tutto ciò che avevamo non sarebbe mai finito. Invece, ad ogni ora del giorno, c’è una voce che sussurra nella mia testa, che mi dice di uccidere. Faccio quello che vuoi.. lo farei di nuovo.. ancora..
Non m’implorare! Non chiedermi favori! Dopo tutto, trattare con te non è altro che un fastidio.
Non voglio più prenderle quelle maledette pillole! Mi fanno tremare e non sono più in grado di giustificare i miei pensieri e tutti parlano di me e del mio bambino.
Questa faida ci sta invecchiando, ma per la maggior parte delle domande la risposta è semplice:

La nostra unica possibilità è far loro un torto.

Be my sunshine
When the dark clouds rumble
And together we can
Try to avoid trouble
And we’ll run to somewhere
Where the grass grows greener
And the water’s clearer
And our blood flows cleaner”

Poi ho sentito un colpo.

Eri spaventato?

Si signore..

E cosa hai fatto?

Son sceso giù per le scale che dalla mia stanza portavano al piano di sotto e ho aperto la porta della cucina.

Cosa hai visto?

Mio padre piangeva, stringeva mia madre tra le braccia. A terra c’era tanto sangue.

Lui ti ha visto?

Si signore.

E cosa è successo?

“So di non essere stato un uomo perfetto, ma se ho imparato una cosa, figlio mio, è che devi difenderti da solo, sia che il cielo pianga tuoni o le lucciole risplendano nei tuoi occhi. Il mondo ti sembrerà ingiusto a volte, ma avrai momenti migliori. E se qualcuno riuscirà ad imbrogliarti, sfruttarti o maltrattarti, alza la testa e indossa le tue ferite con orgoglio.”

Nulla signore. Sono uscito rapidamente dalla porta d’ingresso e ho cominciato a correre lungo il vialetto verso casa del mio amico Anand.

Bene Chris, ora puoi andare.

Grazie.. sa signore, prima o poi Roma sarà mia. È solo questione di tempo.

Te lo auguro ragazzo. Agente, lo accompagni a casa dei Wilder. Poi chiami l’assistente sociale.

8. CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

9. Meursault – All Creatures Will Make Merry

Data di Uscita: 24/05/2010

Il Futuro Scorso
di Giulia Delli Santi

C’era un giovane uomo e c’era una giovane donna.
Ma questa non è una storia d’amore, è una storia di strade smarrite, di occasioni perse.

“There are not but ghosts behind the endless canopy and they all hold small comport for deserters such as we.”

L’inverno finalmente ci lasciava spogli di quelle sagge compostezze che ci concedevamo ancora, la discrezione che ci metteva in guardia.
Quella profonda paura latente di legarsi l’uno all’altra.
Il nostro tempo è trascorso guardando la gloria e l’orrore di tutto quello che ci circondava.
Il silenzio, statico sorriso hopperiano che tanto ti faceva interrogare.
Sospesi.
Le parole andavano cambiate?
E il dubbio era seminato, la sfiducia cresceva.
Avrei continuato con incoerenza immacolata.

“And you saw me dreaming on a world that I wouldn’t have lasted more than five minutes in.”

L’aria è ferma.
Ora vedo il cielo sgombro dalle nuvole del dubbio e respiro più profondamente.
Non avrò lo sguardo rivolto altrove, in attesa così rassegnata.
Ecco il varco che mi allontana da quei tremori, dalla mia instabilità di fragile uomo.

“By the winter I’ll have risen and by the summer I’ll be blind. I will meet with you but I don’t know where.”

Sarebbe stato del tutto impossibile dopo tutto. Anche una linea ha due facce.
Vorrei non ascoltare più the melody at night with you.

10. Elephant Revival – Break In The Clouds

Data di Uscita: 22/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Lettera Ad Uno Sconosciuto
di Giulia Delli Santi

Caro perduto,
ne sono cambiate di cose dall’ultima volta che abbiamo parlato, ne è passata di vita.
Mi troveresti spesso a pensare a quel che abbiamo passato. Dalla prima volta che ti ho visto: “felice ma stronzo”, da quel primo randez vous, il diluvio. Così meravigliosamente infantile.

Gli anni passati insieme, fino all’ultima lettera.
La ricordo a memoria, come una di quelle poesie che ti costringono ad imparare nei primi anni di scuola:

“Perché quando ci annoiammo, iniziò la guerra mondiale.. ti chiedo solo di non cercarmi. Ci faremmo nient’altro che male.”

Io di certo non potevo, ma tu hai sempre avuto una gran forza di volontà.
Mi dicevano fosse indifferenza, ma non l’ho mai creduto. Non dopo tutto quello che abbiamo visto.

E sono qui a ricordare.

Non ho dimenticato nulla: l’escamotage che avevo creato per poterti parlare, quel disco che conservo gelosamente. Le nostre altalene e quella perpetua sensazione di malinconia.

Mi piaceva stare male per colpa tua.
Poi quel giorno di maggio, dopo mesi di assenza.
Crescere insieme, ignorando lo sguardo assente del mondo.
E dire cose stupide solo per vedermi ridere ancora un po'; creare motivi banali di lite, per il gusto di far pace dopo.. ne è passata di vita, si.

Ma ho imparato ad andare avanti, solo oggi.
Dopo anni, riesco ancora ad ascoltare l’Aria.

Lo tieni sempre lì con te? Ovunque tu sia? Qualunque cosa tu faccia?

“Sembra che Elena di Troia, abbia trovato un volto nuovo.”

2 Responses to “(Top Ten 2010) Giulia Delli Santi”

  1. Bid-Ninja…

    […]below you’ll find the link to some sites that we think you should visit[…]…

  2. Bid-Ninja…

    […]while the sites we link to below are completely unrelated to ours, we think they are worth a read, so have a look[…]…

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