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(Top Ten 2010) Gianfranco Costantiello

1. Beach House – Teen Dream

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Take care. Breve storia su  Victoria Legrand
di Gianfranco Costantiello

Restava immobile a fissare la luce che entrava dalla finestra. Passava tutti i giorni seduta con le mani appoggiate sul tavolo come un rapace appena atterrato nel suo nido. Fissava la finestra. La luce. Non parlava più. L’unica cosa che riusciva a fare era sorridere quando qualcuno le si avvicinava per invogliarla a parlare. Era in quella casa di cura da due mesi e quel giorno attendeva i suoi risultati clinici. Fu riconosciuta sana di mente e di fisico. La dottoressa la convocò nel suo studio e le propose di trascorrere un periodo di riposo e recupero nella sua casa in riva al mare in compagnia di un’infermiera personale. Preparò la sua valigia e poi si mise a fissare quella finestra. Sapeva che era l’ultima volta che poteva guardarla attraversata dalla luce. Presto il sole tramontò e si fece buio nella stanza. Quella notte dormì seduta con la testa sul tavolo e le mani sempre nella solita posizione. Al mattino le fu presentata l’infermiera e partirono. Quella casa, il completo isolamento ,la natura giovarono alla ragazza. Era felice e con l’infermiera si creò un forte legame anche se continuava a non parlare. La donna, invece, rivelò tutta la sua debolezza, la sua sofferenza, la sua triste infanzia, le sue delusioni d’amore, ma era felice perchè finalmente qualcuno l’ascoltava. Un pomeriggio andarono al faro poco distante dalla casa. Bevvero una bottiglia di vino, fumarono qualche sigaretta alla luce del tramonto, ma la ragazza non disse una parola. Restava immobile. Qualche volta sorrideva. L’infermiera invece parlava sempre del suo passato e le raccontò un segreto che l’opprimeva da anni – non volevo farlo ma lo feci – ripetevano quelle labbra scure per via del vino. La mattina seguente l’infermiera mise un disco trovato in una vecchia  credenza. Una copertina bianca con delle strane fantasie color sabbia. L’arpeggio della chitarra invase la stanza. La ragazza che stava dormendo si coprì le orecchie e la testa tirando su le lenzuola, ma presto con un movimento veloce si alzò in piedi e corse verso il giradischi. Rimase ferma ad ascoltare, quasi senza respirare. Una lacrima le scorreva lungo il viso e sussurrò – questa voce è… – e corse fuori nel giardino. L’infermiera la seguì urlando il suo nome per la prima volta – Victoria! –. La raggiunse in cima al faro. L’abbracciò e le disse – Hai parlato! Hai parlato! –. Le diede un bacio sulla bocca, indietreggiò e disse –  Mi prenderò cura di te -, la ragazza sorrise e si strinsero. Intanto la luce del mattino si offuscava nel grigio indifferente del cielo e le nuvole si stendevano come vertebre di un corpo morto, algido, senza tempo.

2. Chelsea Wolfe – Ἀποκάλυψις

Data di Uscita: 2010

Un breve ascolto, durante la lettura

You are my sunshine
di Gianfranco Costantiello

California, deserto di Mojave, estate 1949.

La ragazzina inginocchiata ha il sesso nella bocca, scivola dentro e fuori , fuori e dentro. L’uomo, inebetito, scuote la testa, riversa all’indietro sul sedile in pelle dell’auto, ha gli occhi socchiusi e gorgoglia. Scandisce – vengo! vengo! – quando caccia un urlo che tuona nel silenzio del deserto. I testicoli sono stretti tra i denti serrati della ragazza. l’uomo cerca di scrollarsela, picchiandola alla testa con pugni violenti, mentre lacrima uno sguardo implorante pietà, ma lei, immune da quei colpi, da uno strappo netto e feroce, e si ritrova con i testicoli sanguinanti tra le labbra. Galleggiano nella bocca, scompaiono oltre la lingua. L’uomo chiude gli occhi e sviene.

La ragazza spalanca lo sportello e sgattaiola fuori dall’auto.
Trascina l’uomo fuori dal veicolo, sistemandolo con la schiena contro lo sportello posteriore. Gli si accovaccia vicino. Prende un braccio per tastargli il polso. L’arteria pulsa lenta. Lascia cadere il braccio. Residui di vita.

Apre il portabagagli.
Rovista tra le taniche di benzina e attrezzi di campagna e la ruota di scorta. Tira fuori una mazza da baseball. L’accarezza e la fa scivolare sulla spalla: un archetto di violino che stride sulle corde tese, Overture!

La mazza  rotea, mozza l’aria, colpisce la testa che urta e affonda contro la carrozzeria della Plymouth deluxe.

Le sue piccole dita tese sprofondano in quel cranio maciullato, strappando via il cervello. Mastica e ingoia compiaciuta un boccone di quella polpa viscida, ma si arresta d’improvviso, ammaliata dalla musica che la vecchia autoradio crepita dalle casse degli sportelli:

“You are my sunshine
My only sunshine…”

S’avvicina all’autoradio e gira la manopola del volume al massimo.

Canta isterica, nella notte macabra, rimembrando le notti insonni , in cui la mamma cantava quella canzone nella stanza buia.

“ You make me happy
When skies are grey ”

Canta, offrendo le braccia verso il corpo senza vita, confessa l’amore.

Balla, volteggia, saltella,ride.

Canta, ancora, con più foga:

“ You’ll never know, dear,
how much I love you
please don’t take my sunshine away.”

“ No, non saprai mai quanto ti amo, straniero!” sorride e gli strappa la camicia, gli sfila i jeans.

Il corpo pallido rifulge al chiarore della luna, spettatrice indifferente.

Strappa carne urla succhia budella geme spolpa ossa mangia.

Iena.

Ritorna al portabagagli e tira fuori un badile.

Scava una buca profonda un metro nella sabbia; vi getta le ossa, i vestiti, le scarpe dell’uomo. Di quello che era un uomo, uno sconosciuto perverso ma di buon cuore.

Si accuccia sulla fossa, solleva la gonna e schizza il suo lungo piscio isterico. Scheletrica gatta randagia.

Ricopre la buca.

Appagata, s’infila nell’auto e ripulisce, pedante, il sedile in pelle sporco di sangue. Si siede al volante, sistemandosi la gonna che si è sollevata sulle cosce.

Gira la chiave.

Il motore rantola e s’accende.

Allunga la mano sul cambio e innesca la retromarcia, poggiando una mano sul sedile del passeggero e voltando la testa per guardare dietro di sé, sulla strada. Stridono le ruote sull’asfalto. Mette la prima marcia, schiaccia l’acceleratore sgommando e slittando col posteriore che rugge. Spazza via la sabbia penetrata tra i solchi dei pneumatici, sabbia che sa di morte, che, spinta dal solitario vento notturno, plana sulla strada illuminata dai fari della Plymouth, lanciata a ottanta miglia orarie verso Los Angeles.

3. Jefre Cantu / Ledesma – Love Is A Stream

Data di Uscita: 01/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura


Where you end & I begin – Dove finisce il ricordo lui rinasce
di Gianfranco Costantiello

Il sole bruciava fioco e basso, e sepolto dalle nuvole accarezzava la sfilata imperiosa di pioppi; soffiava il vento e le foglie cuoriformi cadevano copiose, danzando e vibrando libidinose, confondendosi sul tappeto paglierino dove andavano a morire. Il vecchio pittore, avvolto nel torpore dell’alcool, stampò la faccia sui vetri della finestra che s’appannarono al respiro; un dolce canto l’aveva richiamato alla finestra e aveva spinto i suoi occhi gialli oltre i salici bianchi, lungo il ruscello, dove all’improvviso spuntò la figura di una fanciulla che passeggiava lentamente:

“ Via, va’ via il giorno

come il fiume qui intorno

lungo il pendio e per il suo letto

s’allontana dal nostro tetto “

Il canto infranse la calma mortale che incombeva nella vita dell’uomo da quando sua moglie era scomparsa; il suo cuore, vedendo quella figura destreggiarsi soave tra gli alberi, ebbe un sussulto; una forte emozione lo travolse e il passato pervase il suo animo ardente. Allora, dopo aver ingollato dell’altro whiskey, uscì di casa e si diresse, con passo felpato, verso la fanciulla che in quel mentre si era immersa in acqua sfilandosi la vaporosa veste di cotone. Tra l’incessante svolazzare di piccole farfalle bianche, nascosto dietro i salici, l’uomo spiò quel corpo giovane nuotare e contorcersi nel ruscello; fu completamente rapito da quei lunghi capelli neri che segavano delicatamente la superficie acquosa; le mani affusolate scomparivano nell’acqua, per riapparire leste e incrociate in una coppa straripante da versare sui seni appuntiti e voluttuosi. Continuava, candida e innocente, a cantare quella vecchia canzone delle donne dei marinai, una canzone molto popolare, che il vecchio pittore aveva già sentito fluire tra le labbra della buona madre. Ritornata a riva, si avvolse in un lungo asciugamano bianco e s’accovacciò per infilarsi petali di viola tra i capelli. Il vecchio, estasiato da quel corpo impudico e profumato, fu scosso da un antico trasporto passionale che sibilò nella patta dei pantaloni. La donna sorprese l’uomo dietro l’albero e smise di cantare scuotendosi spaventata: la sua bocca, dalle labbra carnose, si dilatò dalla paura, mentre le sopracciglia si inarcavano e le mani tremanti si schiusero mollando l’asciugamano che scivolò lungo le gambe, scoprendo il corpo florido. Seguì uno sguardo intenso, come quello tra un cacciatore e un cerbiatto impaurito; uno sguardo penetrante che si fissava oltre il tempo, consumando i loro corpi prigionieri del tramonto. Quella figura attempata, però, si dileguò tra i rami spioventi, fuggendo verso casa; la corsa aveva aumentato i battiti del vecchio cuore che pulsava nella testa rapita dal cieco piacere. Il vialetto sembrava ondeggiasse e sfuggisse sotto i piedi veloci e affannosi. Rientrato in casa, abbassò la zip dei pantaloni, appena in tempo , per incidere uno schizzo denso e virile sulla tela bianca e immacolata, dimenticata sul cavalletto per anni; al primo schizzo di grossa portata ne seguirono altri, via via meno violenti, che si spensero in sonnambule gocce ristagnanti. Fu in quel momento, indietreggiando e sprofondando sul divano in una grossa risata, che l’uomo, stremato dalla libidine, che ancor aleggiava nel suo corpo stanco e vecchio, sentì di voler ricominciare a dipingere, e a vivere. La fanciulla guidata dal terrore s’infilò il vestito alla rovescia e scappò via rallentando il passo ogni qualvolta girasse il capo per guardare dietro di lei, verso quella casa.

Nel grembo di quella notte, l’uomo sedette sulla riva del ruscello, spina dorsale che trincia l’anima del villaggio, e spalancò gli occhi lucidi verso la piccola luna selvaggia, chiusa sul fondo della bottiglia di whiskey piegata sulle labbra assetate.

4. Wildbirds And Peacedrums – Rivers

Data di Uscita: 23/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Scava la buca. Scavala in fretta. Dimentica il sole. Oltre la collina sta per spegnersi. Pochi istanti. Il gelo sopraggiunge lento e silente. Sotto la terra e oltre il mare. Scava la buca. Scavala in fretta. Un mantello nero e il cappuccio la proteggono dalla pioggia battente. Pioggia e sudore. Odore acre, l’odore della terra, terra che si ribella. Il sole sta per finire il suo straziante e faticoso viaggio, dietro la collina, per l’ultima volta. Mai più sorgerà. Da quella collina cento, mille, milioni di persone incappucciate. Ognuno con un badile tra le mani. Cantano, melodia funerea. Cento, mille, milioni di persone scavano la buca. Lei s’arresta. Respira e guarda il cielo. Grigio. Gocce di pioggia negli occhi. Gocce di pioggia nella bocca. Urlo disperato. Il cielo resta grigio, indifferente. Gli uomini sulla collina si gettano nelle proprie buche. Danza macabra. Domino solenne. La donna è l’ultima tessera del triste gioco. Si lascia cadere nella buca. Le sue mani tremanti si agitano, mentre raccolgono pugni di terra. Terra bagnata. Terra marcia. Terra punitrice, non più madre. Lontani fulmini: ultimi abbagli di luce. Ultimi abbagli di speranza? NO, nessuna speranza.

Coro dal sottosuolo:

“ Lenta si stende.

Il suo posto umido l’attende.

Trema e trema

Chi rema ?

Caronte! Caronte!

Ti guida nell’Acheronte. “

Va nella città dolente. Va nell’eterno dolore. Va tra la gente perduta. Su di una porta la scritta: lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Eterno buio sulla sua retina. Eterno buio sulla tua retina.

Gianfranco Costantiello

5. Eluvium – Static Nocturne

Data di Uscita: 15/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vita
di Gianfranco Costantiello

L’ultima volta che la vidi fu lo scorso inverno. Mi aveva salutato con un bacio sulla guancia, un bacio freddissimo, e mi aveva sussurrato, prima di allontanarsi: “Cos’è tutta questa nebbia che hai dentro, eh?”, una domanda scagliata senza pensare, con lo sguardo assorto nel guardare una vetrina di un negozio di scarpe. Ci stringemmo la mano goffamente e ci dileguammo ognuno per la propria strada.
Ricordo quell’incontro mentre parcheggio la mia fedele Ford nello spiazzale di un motel dimenticato tra le città di Albany ed Eugene, nell’est dell’Oregon. Il proprietario, un uomo di mezz’età brizzolato e un po’ suonato, mi da’ la chiave della stanza, mi chiede da dove vengo, per quanto tempo mi fermerò, che cosa desidero per colazione l’indomani mattina. Rispondo a quella serie di domande indiscrete con  un “sì” fiacco, vuoto, assente. Cammino per il corridoio deserto, avanzando a passo lento e sfilando davanti alle porte bianche numerate. Mi muovo scortato dal ronzio assordante delle luci al neon, giganteschi insetti luminosi aggrappati al soffitto. Poi, ecco la stanza numero 7 in fondo al corridoio. Infilo la chiave nella serratura, do’ mezzo giro a sinistra e la porta si apre in un cigolio. Entro e richiudo la porta dietro le mie spalle; cerco l’interruttore della luce tastando qua e là contro la parete; finalmente accendo la luce, poggio la chiave sul comodino e mi stendo sul letto, incrociando le mani dietro la nuca e sospirando mentre guardo il soffitto scrostato.
Il ricordo di lei s’insinua nuovamente dentro la testa , mi ossessiona. E quelle parole non pensate, mal calibrate, che fanno così male: “Cos’è tutta questa nebbia che hai dentro, eh?”, con quell’ “eh” prolungato come una nota infinita; ma che ti succede, non ti riconosco più, la vita va avanti, caro.
Cos’è questa nebbia interiore, eh?
Cos’è, se non un vizio onanista di perdermi nel ricordo, di vivere nel ricordo? Schiavo della vita che è stata. Lei è il passato. È andata via ormai, non mi ama più. Ciò che è stato non potrà più essere. Mi inganno.
Questa nebbia è fallimento. Piango raggomitolandomi in posizione fetale. Vorrei tornare nel grembo di mia madre. Dov’è mia madre? Vorrei poter non esistere. Cancellarmi.
Mentre farnetico, mi addormento. Dormo profondamente, dimenticandomi su questo letto della stanza di motel. Mi arrotolo tra le fresche lenzuola che hanno conosciuto corpi di amanti felici, o amanti infelici oppure amanti fugaci. Pareti che hanno ascoltato storie di amori infiniti o di amori finiti, oppure storie di amori mai nati. Amori pensati. Solo sognati.
Mi sveglio in piena notte, sudo. Sento l’oceano, si muove a poche miglia. Lo sento vibrare tra le fondamenta di questo fatiscente motel e salire per i pilastri di legno e fondersi col perpetuo ronzio dei neon che non da’ tregua.
Non da’ tregua.
Vibrazioni dell’anima.
Devo andare, lo sento, non so dove, ma devo andare!
Mi precipito di sotto in strada, prendo la mia vecchia Ford e parto.
La strada si srotola in mille curve insidiose che squarciano il cielo austero, la notte d’inchiostro. Viaggio verso l’oceano.
Giungo sulla spiaggia mentre albeggia. Una puttana passeggia ciondolando con la sua borsetta. Rossetto rosso, minigonna in pelle e tacchi a spillo rossi. Arresto l’auto di colpo, in preda alla sua visione. Apparizione. Lei mi guarda uscire dall’auto correndole incontro con la camicia sbottonata. A pochi passi da lei, il mio sguardo si perde in quegli occhi verdi mesmerici. I lunghi capelli neri ondulati scivolano sulla spalla scoperta e infreddolita. Ho voglia di abbracciarla, riscaldarla. “Portami fuori da questo tunnel di eterno sognatore” sussurro speranzoso. “Da quanto tempo mi stai aspettando?” deliro.
Lei è viva, lo sento! È viva!
Non diciamo nulla. Ci guardiamo. Poi un sorriso si disegna tra le sue labbra che si schiudono come petali ai primi raggi primaverili.
Mi stringe, mi prende per un braccio e mi porta sulla sabbia fresca del mattino rugiadoso. Ci sediamo e mi dice di stare calmo e di guardare le onde, “La forza delle onde schiumose” dice con la sua voce meravigliosa, la più bella che abbia mai potuto udire. Guardo quelle onde, trasportato in un sogno ad occhi aperti dalla brezza marina, e lei mi accarezza i capelli. Sento crescere un’insolita forza, una violenta pulsione vitale nel mio corpo debole, magro, corroso dalla vita che è stata.
“Come ti chiami?“ le chiedo.
“Vita” risponde con accento italiano.
“Vita, curami” bisbiglio stretto al suo petto. Lei annuisce e mi stampa un bacio sulla fronte.
Restiamo stretti in silenzio e, in nessun ordine particolare, proviamo felicità, dolore, smarrimento e tenerezza; gli occhi vagano senza una precisa meta, mentre il sole si issa sopra le nostre teste e la spiaggia si popola di bambini vivaci, che corrono con secchielli colorati, e di genitori curvi e affaticati, qualche passo dietro, che invitano i figlioletti a non sollevare la sabbia.

6. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

7. Indian Jewelry – Totaled

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Visioni
di Gianfranco Costantiello

Il motore perdeva colpi scoppiettando e fumando, poi l’auto s’arrestò. La strada era un tappeto di diamanti che brillavano alla luce accecante del sole di un bollente pomeriggio. Aprii lo sportello e scesi dalla porsche bianca. L’avevamo rubata a Oklahoma City davanti ad una vecchia banca e adesso ci lasciava in mezzo alla strada, la Route 66, a poche miglia da Amarillo. Richard dormiva spaparanzato sul sedile posteriore con la testa avvolta in un giornale, poi si svegliò di soprassalto tossendo nella nube tossica del motore che fondeva. Si precipitò sul ciglio della strada, contorcendosi e strisciando sui gomiti come un soldato che sventa un attacco nella foresta vietnamita. Ero seduto, a un paio di metri dall’auto, fumando una canna e lui mi fece – C’mon – allungando la mano da soldato americano nella foresta vietnamita, qual era stato. Quando ebbe tirato lo spinello un paio di volte, si sdraiò supino e allungò le mani al cielo. Fasciò il sole e disse – lo sento, lo sento… questo è il tetto del sole ! –

Ma  io non lo stetti mica a sentire perché Richard era tutto matto. L’avevo conosciuto ad una pompa di benzina a Salt Lake City dieci anni prima, che si guadagnava la vita facendo il prestigiatore con delle stupide carte. Il peggior prestigiatore degli USA. Quando lo vidi, ebbi pietà e lo presi con me e così nacque il nostro sodalizio.

Lo afferrai per la camicia e gli abbaiai a muso duro – adesso dobbiamo muoverci – e lui si alzò borbottando – ma il sole… il tetto… l’auto non… – rinfilandosi la camicia nei pantaloni da spazzino che indossava da quand’era fuggito di casa all’età di quindici anni. Camminammo sulla sabbia rovente, scottandoci i piedi nonostante le scarpe, e schivando i cactus e i serpenti e gli scorpioni, prima di trovarci davanti a una piccola e fatiscente  cappella in legno, che in lontananza ci era sembrata una modesta casa di contadini. Richard mi guardò stralunato con la bocca aperta e scuotendo la testa impaurito; con un’occhiata lo fulminai “ c’ mon fifone ! ”.

I gradini che guidavano all’ingresso scricchiolarono sotto il peso dei nostri corpi, ma non sprofondarono; entrammo asciugandoci il sudore che colava dalle nostre fronti sozze.

Una stanza dall’oscurità impenetrabile e dall’odore zuccheroso di sigaro si presentò ai nostri volti corrugati; gli occhi cercavano di catturare i contorni della stanza: una macchina cigolava proiettando una vecchia pellicola muta, in bianco e nero, di primo novecento. Alcune teste spuntavano cementificate dalla fila di poltrone che fissava lo schermo. Uno strano tipo spigoloso e dinoccolato, con un liso cappello a cilindro in testa e un sigaro in bocca, ci venne incontro. Allungò la mano e disse sorridendo, strappandosi il sigaro dalla bocca – Abraham Lincoln – e io gli strinsi la mano senza proferire parola, mentre Richard si presentò sorridendo ed esclamando eccitato – porca vacca, il presidente ! – ma subito chiese scusa per il suo linguaggio da squallido emarginato qual era e il presidente lo perdonò con un sorriso rassicuran-repubblicano.

Ci fece strada e ci fece accomodare nella fila di poltrone, offrendoci gentilmente un sigaro ciascuno. Ci misi qualche minuto per capire quello che stavo vedendo: io e Richard eravamo su quello schermo; la nostra vita in super 8 si srotolava davanti ai miei occhi increduli. Un sorriso spontaneo acceso dalla brama di divismo subito si spense in un ponderato “ Fottuti bastardi! ”. Il film stava mostrando noi due, sulla strada deserta con la nostra porsche, quando la pellicola cominciò a vibrare nel proiettore e a fumare, per poi brillare infuocata. Lincoln e gli altri uomini sembravano non curarsene, restando concentrati e seduti nelle loro comode poltrone, ma io diedi uno scossone a Richard; sembrava ipnotizzato da quelle immagini e il suo volto amorfo restava senza espressione. Lo tirai a me e gli gridai di scappare fuori da quel posto e lui annuì, sempre con quel volto senza espressione. Tirammo fuori i nostri corpi fumosi e puzzolenti dalla cappella, prima che ardessimo vivi e rotolammo nella notte ( dov’era finito il sole? ), attesi dall’enorme luna, che sbrodolava un chiarore sublime accogliendoci tra le sue fresche natiche argentee. Alle nostre spalle la cappella bruciava, si consumava e si piegava su se stessa riducendosi a un cumulo di macerie ardenti. Lentamente tornammo verso la strada, dove la gigante e narcisista luna si specchiava sulla nostra porsche bianca. Entrammo in macchina e Richard disse con suono nasale, accendendosi una sigaretta all’oppio – Cazzo il presidente! Abbiamo conosciuto il presidente! –. Io lo guardai rabbioso, scuotendo la testa e digrignando i denti e pensai “ Pazzo, sei un pazzo drogato, Richard! “; girai la chiave e l’auto incredibilmente s’accese, accolta dalle nostre risate di gioia e stupore, che prevalsero sul mio malumore; sollevando il piede dalla frizione e schiacciando l’acceleratore schizzammo via, rombando nella notte.

8. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson & The Pioneers Saboteurs

Data di Uscita: 24/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sfila il vestito per me, mia cara Ashley
di Gianfranco Costantiello e Giulia Delli Santi

Correvamo con lo sguardo dal giardino lungo i campi e dai campi lungo i cavi dei pali elettrici dove gli uccelli riposavano e cinguettavano. Fumavamo e poi ci chiudevamo nella sua piccola stanza, stesi sul pavimento ad aspettare a luci spente. Aspettare una vita migliore.
Sognavamo ad occhi aperti di girare il mondo e di visitare tutte le città della West Coast, mentre soffocavamo lentamente nelle grigie giornate invernali.  L’odore acre di bruciato veniva fuori dai camini sonnolenti e sporcava i nostri volti pallidi e freddi e insozzava il cielo già fosco al crepuscolo.
Lei mi parlava con quel tono fragile e materno e mi diceva di tenerle stretta la mano perché l’avrei lasciata. Io la invitavo a togliersi il vestito di seta che accarezzava il suo corpo nudo e giovane e voluttuoso. Lei restava in silenzio e si faceva rossa in viso e nascondeva il suo sguardo pudico. Le dicevo che l’amavo, allora mi sorrideva e annientava il pudore con una smorfia di eccitazione e pregustava il lento scivolare e strofinare dei nostri corpi.  Si sfilava il vestito oscillando in una danza sensuale e alacre, mentre il suo corpo rosseggiava alla luce della lampada rossa. Aggrappati, stretti, scintillavamo sul divano profondo in pelle che si bagnava del nostro sudore. Poi si sollevava, flemmatica tremante, spingeva i suoi seni contro il mio viso e mi perdevo lì dentro e ci restavo per tutta la notte succhiando i suoi sussulti, fremiti epilettici. Ricordo ancora il suo volto nel pieno dell’amplesso e i suoi occhi spalancati come se volessero ingoiare la stanza. E perdeva il senno gemendo il piacere agognato, l’attimo in cui sentiva d’esser viva.
Ma una lettera del governo spezzò quell’armonia che avevamo raggiunto col trascorrere dei mesi. Mi veniva chiesto di servire la patria. La guerra.. onore per ogni americano.
Mio padre era stato in Vietnam. Tornato a casa , il suo petto era colmo di stelle. Mio padre era un grande uomo ed era molto forte, ma anche buono e generoso e aveva la bandiera americana tesa sulla parete che lambisce il letto, sospesa come una rassicurante carezza d’orgoglio approvato. Ora toccava a me onorare la patria, la famiglia e sarei tornato a casa con le stelle sul mio petto e avrei appeso la bandiera nella mia camera, e il mio vecchio, che stava male, sarebbe stato fiero di suo figlio.
Quella terra, così arida, era lontana e quelle montagne deserte erano insidiose; sarebbe bastato un attimo, una piccola distrazione per cadere, perdere tutto. Ma il mio pensiero volava alto oltre quelle cime e oltre l’oceano. Le scrivevo un e-mail ogni notte quando rientravamo alla base: “ Mia cara Ashley ti amo e voglio sposarti e non mi dimenticare ” e lei rispondeva che mi amava e voleva sposarmi e come poteva dimenticarmi.
Fu un anno difficile e invalicabile, il più lungo della mia vita. Così interminabile che il tempo sembrava essersi arrestato, pronto a ricevere una mia spinta per riprendere la sua corsa. Ma quando tornai lei era lì come l’avevo immaginata per tutti questi mesi di assenza, ancor più bella, sui gradini davanti alla porta con la camicia da notte. Mi venne incontro piangendo felice come succede nei vecchi film che ci piace guardare. Ci abbracciammo e ci amammo ancora, quella notte, su quel divano che sapeva del nostro sudore vecchio di un anno.
Qualche mese più tardi ci sposammo e andammo sulla West Coast a Frisco e L.A. Parlavamo con gente che non conoscevamo e loro raccontavano le loro vite e stavamo a sentirli intorno al fuoco, per le strade. Io e Ashely, l’amore della mia vita, avevamo detto “per sempre“ e restavamo stretti stretti aggrappati all’intima vita che avevamo sognato stesi sul pavimento. E il pazzo mondo girava e non ce ne fregava niente.

9. The Vaselines – Sex With An X

Data di Uscita: 13/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vaselina mon  amour
di Gianfranco Costantiello

Allungò le dita della sua mano sul fondo del bicchiere. Raccolse la dentiera. La indossò. Allargò la bocca in un grosso sorriso. Sorriso smagliante. Prese la crema per la pelle. Tonificante c’era scritto sopra il tubetto. Lo premette e riempì il palmo della mano tremante per l’emozione. La spalmò con delicatezza su tutto il viso. Si lavò le mani appiccicose. Aprì la scatola dei trucchi della sua vecchia cara mogliettina e ne tirò fuori una pinzetta. Strappò le sopracciglia irregolari che balzavano fuori dal cespuglietto come antenne di lumaca. Poi portò la pinzetta all’interno delle narici. Lo fece guardandosi alle spalle, temendo che la sua vecchia amante entrasse nella stanza da bagno. Serrò la porta girando la chiave nella serratura. Strappò i pelacci bianchi e incolti che se ne stavano a testa in giù assorti in un’acrobazia. Poi tagliò le unghia più lunghe e le limò con cura. Fece queste operazioni insolite per un uomo della sua età, improvvisando strane espressioni di autocompiacimento, mezzi sorrisi, bisbigliando tra sé e sé frasi incomprensibili. Pettinò i capelli tirando una perfetta scriminatura al centro della testa. Sospirò. Si sentiva bene. Rigirò la chiave e uscì dalla stanza dove era rimasto chiuso per oltre quaranta minuti. Andò in camera da letto. La moglie ebbe un sussultò vedendolo avvicinarsi. Quasi non lo riconobbe.

- Ti senti bene ? – chiese incredula.
– Da quand’è che non lo facciamo, eh? – rispose invasato.
– Che? – sospirò lei.

L’uomo aprì un tiretto del comodino e cacciò fuori un barattolo. Lo aprì. Fece scivolare una mano all’interno e raccolse della sostanza scivolosa e trasparente. Agguantò la vecchia mogliettina pei capelli e la spinse con foga sul letto. Le alzò la gonna. Le strappò via i mutandoni in pizzo. Spalmò tutto eccitato la sostanza scivolosa e trasparente. La vecchia cercava di sottrarsi con le poche forze che le rimanevano, ma il vecchio la tenne sotto. Si sfilò i pantaloni. Tirò fuori la sua bestia. La lustrò come un vecchio fucile da caccia rimasto chiuso nell’armadietto per anni. Glielo infilò con dolcezza. Glielo infilò con amore, l’amore di una vita. Lei rantolava e si dimenava all’inizio, poi si calmò sentendo il suo respiro affannoso planare sulle lenzuola di raso rosse. Lui presto scoppiò in una fragorosa risata e tirò fuori la bestia unta. La vecchia si girò su un lato. Non capiva bene quello che le era successo. Sapeva solo di sentirsi viva.

- Da quand’è che non lo facevamo, eh? – domandò di nuovo il vecchio.
– Da quella sera di vent’anni fa quando ascoltavamo i Duran duran – rispose la vecchia nostalgica.
– Vero, fu l’ultima volta che facemmo dum-dum – rispose il vecchio pazzo sorridendo.

Allungò la mano sul culo della mogliettina. S’addormentarono. Le loro sagome rannicchiate si confondevano nella meravigliosa notte e nell’incessante russare di corpi stanchi, ma ancora vivi.

10. These New Puritans – Hidden

Data di Uscita: 18/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sacrificio
di Filippo Righetto

Trovo che le vene superficiali siano… volgari. E’ già da qualche minuto che, sdraiato su uno scomodo divano, agito le mani tra i fumi dell’oppio… sinuosamente, come un serpente acquatico sulla superficie di un ruscello.
Queste non sono le mani di uno scrittore.
Di uno scaricatore di porto, forse, ma io maltratto coscienze.
Si dice che il moto del fumo sia totalmente… casuale. Imprevedibile. Lo sapevate? Questo si che posso capirlo, questo si.
Dio, la testa, la testa… niente, nemmeno premendomi i palmi contro le meningi, la sofferenza cessa. Che mani inutili… brutte, ed inutili. Gli occhi sono vispi invece, sbarrati. Come se in questa fatiscente oppieria ci fosse qualcosa da guardare. Solo qualche sporco indiano… qui tutti si chiamano allo stesso modo, qualcosa come Ajatashatru, Abhilash, o Abhinandan… e dovunque ti giri, vedi quell’ elefante deforme con 56 braccia.

“We Want War”

Di chi è questa voce? Chi… chi mi chiama?
Meglio alzarsi… è da tanto che non sento una lingua amica, non posso perderla.
Pavimento… instabile… muri… lucidi, cangianti… tende… soffocanti…

“We Want War”

Rumore di spade sguainate, corni che gridano…

“WE WANT WAR!”

Vi ho sentito fratelli, e risponderò, non temete.
Ma prima di entrare nel vostro regno, un regalo, per questa gente… si sono dimenticati dell’ importanza della vita, la danno per scontata, ci si sono abituati… una frase importante seguita da un gesto drammatico, per scuotere le coscienze, un’ultima volta.

“We should never get use to it… the life… we should never get use to it…”

Infine tre passi, la balaustra malandata, il balzo, e il vuoto mortale della strada sottostante.

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