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(Top Ten 2010) Alessandro Ferri

1. Salem – King Night

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Epilepsy in slow motion
di Alessandro Ferri

Qui dentro in questo scantinato siamo in pochi, si sono fatti la loro cattedrale segreta nel Michigan e ci portano solo qualche eletto, però paiono pronti ad esplodere e ad invadere tutto l’underground americano. Maglioni fuori misura, jeans neri super attillati, labbra di un rosso troppo acceso su visi scarni e bianchi, squarci nelle calze a rete delle ragazze presenti. Foglie morte attaccate al muro, tutto appare sfocato e privo di forma ben definita. Buchi e voragini immaginarie nel pavimento. E io e te siamo qui dentro mano nella mano stretti nelle nostre camicie, in una caverna di suoni a tratti angelici e a tratti diabolici, totalmente dispersi nel marasma. L’estate sta finendo e qui per loro non sembra mai esserci stata l’estate e il sole, qui in rosso sul soffitto campeggia la scritta Witch – House Homeless e guardare in alto fa venire il mal di testa. Il soffitto è altissimo,sfondati i piani superiori per spingere verso l’alto i lampadari di cristallo che riflettono le luci e i visi di tutti per creare un fantasma. Tre tastiere e tre microfoni sull’altare, tre personaggi ambigui, visi coperti dai capelli, due uomini e una donna. Tutto è preparato per implodere, le tenebre sono rotte da un beat che ci riporta ad una Zola Jesus appesantita dalla forma densa tipica del dubstep e in questa prima “King Night” che apre le danze abbiamo da guida lontane voci femminili che disegnano una via eterea all’inferno. Un riverbero costante si innesta nelle orecchie e corpi in movimento fluido si urtano, tutto decade felicemente, loop taglienti aprono le restanti porte. Alcuni battono le mani a ritmo di synth e una ragazza decide di abbracciarmi mentre le voci femminili ci portano in un nuovo mondo shoegaze sporcato da un pulviscolo grigio di materiale lunare. E questa era “Frost”, tu completamente assuefatta dal ritmo mi abbracci come mi abbraccia la sconosciuta e ci muoviamo scossi da brividi caldi. Un cambio di rotta si abbatte su tutti, quando a tutto il marasma si aggiungono voci dal ghetto nero come la pece il fiume di energia è sempre più un flusso che pervade e stringe in un cerchio stretto i presenti nello scantinato. Tutto pare essere in preda ad una crisi epilettica gestita e innestata al rallenty ( “Trapdoor”), tanto per non farsi mancare nulla partono luci lampeggianti rosse che rendono le retine caldissime. “Traxx” ci martella le palpebre e il canto ammalia come le sirene di Ulisse, mi sussurri nell’orecchio che vuoi andare a dormire, che ti devo portare in braccio perché sei sfinita, e che ti senti sporca dentro, sporca fino alle ossa. Saluto i Salem con la mano ma loro sono ormai stravolti sul divanetto di pelle appena dopo la sfuriata finale di “Killer” che ha fatto vibrare i muri per la sua intensità. Volevi per forza venire a scoprire questo filone Witch House, ti ho portato a sentire e ci hai sbattuto il corpo contro, hai respirato l’incubo con le tue stesse narici. Mi sali sulla schiena,ti aggrappi forte al collo e storditi usciamo dalla cattedrale sotterranea, è già mattina ma il tempo ha perso le sue coordinate base. Come due corpi estranei ci muoviamo tra i mezzi dei netturbini, facciamo ritorno nel mondo reale, piano piano però.

2. Mount Kimbie – Crooks & Lovers

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Battiti profondi e voci fuoricampo.

Brulicano nel sottobosco londinese ed escono allo scoperto, bombe a mano che si fanno detonare nel mainstream, diventano tendenza. Proprio quella parola che tanto schifa gli intellettualoidi nostrani che abbandonano i propri amori appena si evolvono in fenomeno esteso. Ben venga.

Ricami dolci + sferzate aspre + linee sinuose + parallele di beat che si incontrano e diventano tangenti. Would Know.

Mani alzate, dubsteppa fratello, dubstella sorella. Oltre e di più tutti scuotono la testa avanti e indietro tra la nebbia e le luci delle luminarie di natale. Battiti di mani ritmate.

Notte profonda, tipo le 03.00. Rissa in strada per qualche sguardo storto alla ragazza, pugni a raffica, cariche a testa bassa, nella stessa fitta nebbia di prima, stavi lottando con un fantasma alcolico senza accorgertene. Poi tutto si calma hai vinto la battaglia e entri in un lounge bar all’alba. Blind Night Errand.

Intermezzo impressionista.

Inciampi di continuo e sbatti la testa contro l’asfalto umido e il muro colorato di graffiti, ti alzi e vai a sbattere contro il guard-rail, le sirene della polizia in lontananza, quelle dell’ambulanza più vicino, tutto si trasforma e continui ad inciampare in un ritmo mai concluso. Ti fermi su una panchina e ticchetti le mani sulle ginocchia distese per prendere coraggio, arriva una ragazza stupenda e mentre continui a tenere il ritmo con le mani inizia a cantarti nell’orecchio. Inizi a correre mentre senti in sottofondo la sua voce, vuoi tornare a letto perché inizia a fare caldo. Carbonated.

Cerchio alla testa. Tipo gli anelli di Saturno. Roba comunque celeste e fuori confine. Tipo a Londra per fare un nome a caso. Celestiale appunto.

Campi mitragliati si trasformano in garage brulicanti di corpi che si flettono a ritmo. Field.

Che cazzo di ora è?, buio. Fuori tempo massimo, oltre, altri piani, over, post. Perdete pure il vostro tempo ad ascoltare questo disco proveniente dal futuro.
Non ci appartiene culturalmente questa roba, (determinismo culturale neo-coloniale?!), purtroppo penso di sì.

Alessandro Ferri

3. Yellow Swans – Going Places

Data di Uscita: 08/03/2010

Lights Drone
di Alessandro Ferri

È quasi come quando camminavi da piccolo in un corridoio buio alla ricerca della luce. Ora però sai che la luce non c’è, la luce completa non esiste più. Nel tuo mondo tutto si è sporcato irrimediabilmente, tutto è saturato, le costellazioni collassano una dopo l’altra e si sentono grida in lontananza, un miasma completo. Ma tu, tu non capisci più se sono grida o sirene o sibili d’allarme, quegli allarmi ormai inutili, per i pochi superstiti. Le lamiere hanno invaso i tuoi spazi, e molte si trovano accartocciate su se stesse, formano strani glifi grigi, portatori di messaggi incompiuti e incompresi. Su tutto quello che è rimasto solca un vento caldo, vento che aumenta i rumori già presenti. Il vento fruga, sferza, ma paradossalmente rallenta il fluire, tutto è capovolto, il tuo sistema di pensiero è ormai obsoleto in questo nuovo panorama, la tua esperienza è svilita e non conta più nulla.
Ti muovi quasi ipnotizzato in un crescendo continuo e mirato di illusioni, che un istante dopo la loro nascita, già ripiegano su se stesse fino a lasciare strisce di luce incandescente. Ti restano solo loro che muoiono e formano luce striata, la luce completa non esiste più non esiste più. Non puoi comporre niente con queste strisce di luce, è come quando andavi al supermercato e sui tuoi buoni sconti c’era scritto: non cumulabile con altre offerte. Decidi che la tua nuova vita sarà diversa da quella prospettata dai tuoi occhi stanchi e vedi le tue mani annerite dalle bruciature, di quando hai provato a riunire tutta la luce, e ti sei bruciato. Dentro di te avevi già deciso tutto da tempo, ma solo ora te ne rendi conto definitivamente.
Inghiottito dall’acqua, finisci la tua storia, cerchi una catarsi da tutto con questo gesto. Vai a ricercare la luce completa da un’altra parte, non sai dove finirai perché nessuno te lo ha raccontato. Ma non conta nulla per te saperlo, andrai da un’altra parte per trovare finalmente la luce.
Il vento si innalza, grida e lamenti vanno alla deriva fino a fermarsi, smorzandosi lievemente con il tempo.

4. Alva Noto – For 2

Data di Uscita: 15/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ORATORE MUTO
di Alessandro Ferri

Mentre tutti se ne stavano rinchiusi in casa davanti ai caminetti accesi con gli sguardi fissi sulle immagini del tubo catodico, blaterante con trasmissioni speciali sull’ondata di gelo incredibile in Europa occidentale, alcuni personaggi uscivano allo scoperto nelle strade deserte per seguire un santone.
Così si chiamano le persone che per mezzo di qualche caratteristica particolare, vera o presunta tale, richiamano a sé altre anime ricettive. Spesso per compiere riti, in questo caso un rito in mezzo ad una delle tante foreste che si posizionano al confine tra Francia e Germania. In una casa di legno, un rito. Ma questa non è antropologia, o forse sì. Ma questo non è sacro, o forse sì.

Ci sono architetti, registi, scrittori, anime defunte e non, che si isolano dal marasma generale, che per un po’ si fanno inghiottire da suoni creati apposti per loro, lì per soddisfarsi e staccarsi, si nutrono. E il guru non proferisce favella, muove la sua strumentazione e fa partire il tutto.
Tutto è bianco fuori, ma non nevica, neanche questo è concesso, e l’orizzonte della terra non si distingue di giorno dal cielo, non ci sono tubi di scarico e i lupi e le bestie feroci se ne stanno nelle loro tane. Corpi non ricettivi, o forse sì.
Seduti su un pavimento riscaldato, diavoleria del design e dell’architettura che riproducono un luogo consono alla comodità in uno spazio privo di tale concetto come una foresta teutonica. Ambienti creati apposta per queste persone, che queste persone creano per loro. Fuori ma dentro. Conoscenza dello spazio e appropriazione totale di esso, simbiosi ultima, creazione e distruzione delle coordinate con un solo movimento, concezioni ribaltate dal solo ingresso di un corpo sprigionante calore, sacro e profano, suono. Dimensione spaziale primaria e moltiplicata al cubo dai rumori e dai tintinnii. Dalle distese piatte rese più aspre da gettiti di vita digitale, manipolazioni del suono feconde, spropositate.

Catalessi cosciente, stimolata e cosciente, isolazionismo di gruppo. Paralisi temporanea. Tutti attorno all’oratore muto.

I visual posti sui muri fanno il resto, danno una scansione temporale e indicano le dediche dei pezzi, dei microcosmi sonori. Ma è un tempo diverso da quello degli orologi elettronici posti alle fermate dei bus.
T3 mostra piccole screziature dei nervi scoperti di Dieter Rams.
Early Winter è la melodia che si spande aulica ma mai invadente, per Phil Niblock.
Anthem Berlin è il magma lucido e gorgogliante di questo spazio digitale, assurdità post-moderna che coglie e manda in orgasmo i neuroni.
Stalker è culmine in un sibilo deciso e secco che si erge su una texture aderente alle pareti umane dei presenti, lo spirito di Andrei Tarkovskij mostra un ghigno compiaciuto.
Tutto in loop, in attesa di ritornare.
Ogni tanto isolarsi fa bene, per chi è capace di farlo, arte complicata, date retta al santone. Sicuramente sì, niente forse.

5. Wavves – King Of The Beach

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Idiot
di Alessandro Ferri

Ehi ragazzino, sei davvero cresciuto.
Ti avevo visto con lo skate a fare la rockstar sul marciapiede davanti a casa, e con lo skate e la chitarra a rompere i timpani di chi fa jogging sull’Ocean Front Walk.
San Diego non ti conosceva affatto e tu registravi dietro casa i rigurgiti di melodie stritolate per scuotere le vene, sì le vene dei vicini di casa.
Ti ricordi vero?, sì lo so sarò noioso ma era così.
Ti ricordi vero quanto erano instabili i suoni e mi chiedevi che strumenti usare per cavare fuori qualcosa. Che solo quando eri fatto le ragazzotte della zona ti guardavano, se erano fatte anche loro.
E passavi il tempo con il joy-stick in mano davanti alla tv con la vita sociale pari a -2.
Hai capito che dovevi fare il salto, senza che te lo dicessi. Hai iniziato a far fumare le canne al tuo gatto e agli altri animali in casa ed eri felice, questo era il primo passo. Sei sempre stato veloce, rapido, scattante e Pitchfork ha iniziato a pomparti dietro.
Hai capito che San Diego poteva essere ai tuoi piedi, e hai assestato il colpo. Il colpo per diventare il boss, il Nathan migliore di tutti sulla costa.
Per passare nelle radio di tutti college, in tutte le orecchie delle biondine con gli shorts e le camicie a quadri rosse e nere. Sei un cazzaro e lo hanno capito tutti, a Barcellona al Primavera Sound Festival si ricordano bene.
Adesso però è estate e vuoi farci esplodere, farci saltare per aria con il tuo Surf-Punk-Shitgaze e tutti quei termini che usano solo le persone cool.
Ti ho visto ieri sera con i tuoi amichetti e c’era un sacco di gente mai vista, pure quelli che ti danno una mano a suonare sembravano più a posto.
Attorno al falò sulla spiaggia era pieno zeppo di ragazze che ti guardavano e ti volevano mentre la loro testa ondeggiava a destra e a sinistra.

Tutto questo clamore per te, era strano mi dissi, è follia.
E invece poi hai iniziato a suonare, a presentare il nuovo album, e il sale sulla pelle delle scalmanate della costa ha iniziato a saltare sui visi colorati dal sole. Non hai rallentato quasi niente, non potevi farlo e la chitarra spinge ritmi altissimi con King Of The Beach, Post Acid e Linus Spacehead, faranno impazzire le radio, stanne certo ragazzo. E quegli urletti in falsetto, e quelle “freakkerie” elettroniche salmastre che non ti riconoscevo per far contente le smorfiosette abituate a Panda Bear e per espanderti quasi etereo ed acido con When Will You Come e Baseball Cards, ci mancava solo il pop sciocco dove ci si può dondolare abbracciati alla fine e tutte sono innamorate e saltano. Baby Say Goodbye.
Compreranno il tuo album, sei il Re. Faremo un sacco di dollaroni e di strade, fotti tutti i critici.

Un ruffiano di merda pieno di falso appeal, gli invidiosi e gli intellettualoidi indie diranno così, un figo della madonna invece si dice dalle nostre parti. Pure mia moglie ti adora ora, e non posso negare che mi hai colpito davvero.
Sì insomma, mi sei piaciuto l’altra sera. Cazzo ma mi stai ascoltando?, metti via quel dannato joy-stick ed ascoltami mentre parlo che poi dobbiamo fare l’intervista di presentazione dell’album con la stampa.
Nessuna risposta o cenno di assenso.
Il solito Nathan, adesso però con indosso la sua maglietta, quella del King Of The Beach con il povero gatto tossico.

6. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

7. Former Ghosts – New Love

Data di Uscita: 09/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

IF YOU LEAVE THIS CITY TAKE ME WITH YOU
di Alessandro Ferri

Una presenza impalpabile, luminosa, penetrante. Tutto in superficie è ricoperto dalle pozzanghere della pioggia di ieri, e la neve di oggi non riesce ad attaccare, per formare il suo strato. Ancora ci sono i lampioni accesi ma sono quasi le 06.00, qui sotto nella metropolitana ci sono poche persone. In realtà è come se ci fossi solo tu, con l’eyeliner nero che disegna perfetto i contorni dei tuoi occhi color sabbia bagnata. Non troppo marcato, ma presente, più che perfetto come quel tempo verbale che nessuno riesce ad usare, che nessuno conosce. Il giorno è ancora lunghissimo in questo clima invernale ovattato, devi andare in facoltà a studiare la storia che tanto ti appassiona, ma non si capisce esattamente se ti appassiona davvero. Non si capisce nulla, invischiati nella luce estrema emanata dalla figura in movimento, ma anche dalla figura ferma, sia ben chiaro questo, non vogliamo fare discriminazione tra movimento e quiete. Ricoperta a strati mostri al mondo un mantello rosso, e dei jeans cenere, e sotto un maglione troppo grande, consapevole di tutti gli scompensi emotivi creati muovi un po’ la testa, la inclini per mostrare la linea perfetta del collo. Bastarda. Tornati in superficie ti muovi con passo sicuro, come una costruzione architettonica mai vista prima ti muovi tra la folla e il mantello rosso svolazza un po’. La pomposità di tutto ciò è irreale, costruita nel minimo dettaglio per imbrigliare i pensieri e far perdere la testa alle persone di buona volontà, una rarità innata e sconcertante che crea nuovi amori dappertutto, su tutto e comunque tutto. Perché quando prendi appunti alle tue lezioni il foglio è una babele di rimandi accennati con evidenziatori che creano piste incomprensibili, l’attenzione è massima ma i movimenti restano studiati nel dettaglio, e le gambe si attorcigliano come nessuno può pensare. Le ginocchia si toccano e ogni tanto accolgono il mento stanco che trae riposo nella nicchia che si forma tra le rotule una accanto all’altra. Un’instabilità furente al cuore, un botto prepotente su tutto e tutti. Un aspirante ammiratore, tu pensi, ti si pone davanti, un ragazzo pallido con occhiali da vista ridicoli, capelli con un taglio inqualificabile, leggermente più corti ai lati e lasciati andare nella restante parte del cranio. Si chiama Freddy, e ti dice che di cognome si chiama Ruppert. Pare timido e impacciato e dice di essere un artista, di essere la mente di un gruppo che si chiama Former Ghosts. Si è  emozionato nel vedere la figura con il mantello rosso, e vuole parlare e parlare perché ha un progetto per un nuovo disco ed è ispirato follemente dai contorni che proponi.
Il disco si chiamerà New Love e ti dice che la sua musica è allo stesso tempo calda e fredda. Il sintetico che si distende è meno ambiguo del precedente lavoro, ma punge, proprio come lei. New Orleans sarà il singolo di lancio, un fluire denso e sincopato che fa ballare, quasi. Non mancano i momenti cupi come in Bare Bones o Until you are alone again, ma vuole dare anche del colore proprio come il mantello svolazzante. A te che piacciono i Joy Division non rimarrai delusa, perché questo non è il solito scopiazzare il defunto Ian, qui c’è dell’emozione rara e fortissima, c’è dell’altro oltre al suo fantasma, le tastiere e i giochetti elettronici acquistano uno spessore enorme. In Trust c’è quel momento quando ti sistemi i capelli e la spazialità perde ogni senso per dilatarsi. In certi momenti (Chin up) una voce femminile scopre i nervi portati in superficie dalla tua sensualità formato diva pseudo hippie.
Alla fine di questo discorso che tu hai ascoltato continuando a muoverti in maniera studiata arrivano tre personaggi che paiono appena usciti dal circo più vicino. Sono pronti per iniziare a provare i brani, e si chiama Jamie, Nika e Jasmine. Un quartetto in apparente confusione dove i ruoli sono diseguali. Dai il consenso a tutto questo e resti lì con loro, la tua parte glamour è alle stelle perché ispirerà il disco di questa gente particolarmente eccentrica ma molto gentile e disponibile con te.
Il tuo guscio fuori dai confini naturali, che straborda di bellezza li ha conquistati. Chissà cosa c’è realmente dentro, come c’è realmente dentro a te e al suono che viene fuori da questo disco enorme, come te. Bisogna scavare o lasciarsi semplicemente cullare viaggiando, ma non si conosce la destinazione di questo viaggio. E tu alla fine decidi di seguire la loro scia, il loro tour, e te ne vai, lasci la tua città.

8. CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

9. Beach House – Teen Dream

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Take care. Breve storia su  Victoria Legrand
di Gianfranco Costantiello

Restava immobile a fissare la luce che entrava dalla finestra. Passava tutti i giorni seduta con le mani appoggiate sul tavolo come un rapace appena atterrato nel suo nido. Fissava la finestra. La luce. Non parlava più. L’unica cosa che riusciva a fare era sorridere quando qualcuno le si avvicinava per invogliarla a parlare. Era in quella casa di cura da due mesi e quel giorno attendeva i suoi risultati clinici. Fu riconosciuta sana di mente e di fisico. La dottoressa la convocò nel suo studio e le propose di trascorrere un periodo di riposo e recupero nella sua casa in riva al mare in compagnia di un’infermiera personale. Preparò la sua valigia e poi si mise a fissare quella finestra. Sapeva che era l’ultima volta che poteva guardarla attraversata dalla luce. Presto il sole tramontò e si fece buio nella stanza. Quella notte dormì seduta con la testa sul tavolo e le mani sempre nella solita posizione. Al mattino le fu presentata l’infermiera e partirono. Quella casa, il completo isolamento ,la natura giovarono alla ragazza. Era felice e con l’infermiera si creò un forte legame anche se continuava a non parlare. La donna, invece, rivelò tutta la sua debolezza, la sua sofferenza, la sua triste infanzia, le sue delusioni d’amore, ma era felice perchè finalmente qualcuno l’ascoltava. Un pomeriggio andarono al faro poco distante dalla casa. Bevvero una bottiglia di vino, fumarono qualche sigaretta alla luce del tramonto, ma la ragazza non disse una parola. Restava immobile. Qualche volta sorrideva. L’infermiera invece parlava sempre del suo passato e le raccontò un segreto che l’opprimeva da anni – non volevo farlo ma lo feci – ripetevano quelle labbra scure per via del vino. La mattina seguente l’infermiera mise un disco trovato in una vecchia  credenza. Una copertina bianca con delle strane fantasie color sabbia. L’arpeggio della chitarra invase la stanza. La ragazza che stava dormendo si coprì le orecchie e la testa tirando su le lenzuola, ma presto con un movimento veloce si alzò in piedi e corse verso il giradischi. Rimase ferma ad ascoltare, quasi senza respirare. Una lacrima le scorreva lungo il viso e sussurrò – questa voce è… – e corse fuori nel giardino. L’infermiera la seguì urlando il suo nome per la prima volta – Victoria! –. La raggiunse in cima al faro. L’abbracciò e le disse – Hai parlato! Hai parlato! –. Le diede un bacio sulla bocca, indietreggiò e disse –  Mi prenderò cura di te -, la ragazza sorrise e si strinsero. Intanto la luce del mattino si offuscava nel grigio indifferente del cielo e le nuvole si stendevano come vertebre di un corpo morto, algido, senza tempo.

10. Zola Jesus – Stridulum

Data di Uscita: 09/03/2010

Tutte le sere te ne esci vestita di nero,con le labbra rosso acceso e il tuo colorito biancastro,entri nei locali dove senti i suoni che più ti piacciono. In cerca di incontri,di emozioni. Credimi sei bellissima,credi a me,ma quando alla fine della notte dici che è sempre più difficile innamorarsi ti spegni dietro alle tue tende nere. Va tutto bene,ripeti dal tuo loculo dove di giorno nascondi la tua immensa bellezza pigiando tastiere sintetiche.

3 Responses to “(Top Ten 2010) Alessandro Ferri”

  1. Bid-Ninja…

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  2. 延时药 scrive:

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  3. Quibids.com scrive:

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