monthlymusic.it

(Top Ten 2010) Alfonso Errico

1. Virginiana Miller – Il Primo Lunedì Del Mondo

Data di Uscita: 09/03/2010

Era nel candore di coperte composte, poco smosse nel sonno, che ti ritrovavo. Baciarti con dolcezza, timbrare le tue labbra, accarezzare il tuo naso col mio e sentire un sornione “che bel risveglio” quasi a ringraziarmi di tutto quello splendido mattino. Non mi ringraziare, non c’entro niente, non c’entro, ci sono di passaggio, lo sapevo allora come lo so ora ma dio se mi manca. Giornate uggiose o sole incessante non facevano piegare il paesaggio negli animi, era un quadro ad acquerelli la city e noi due pennelli a zonzo, promessi alla traccia, alla nostra traccia, che discostava di gran lunga da qualsiasi percorso già fatto da altri turisti. Loro sono venuti per questa vecchia affascinante signora, noi qui siamo venuti per noi. E le porcherie dai paki e la birra dagli indigeni non erano leccornie del luogo ma solo una scoperta da fare assieme, come i vestiti costosi, le star incrociate per caso e i tacchi delle scarpe improponibili che volevi comprare. Non mi manca niente. Mi manca tutto. Ci lasciammo con un comodo disimpegno poco dopo quell’avventura, sono sempre stato avvezzo al comodo disimpegno, alla fuga liberatoria, come se di libertà si possa parlare. La realtà dei fatti è che hai ragione tu, su tutta la linea, e non posso dirtelo apertamente, perché tu sei la santa che sopporta i mascalzoni miei pari ed io, io, la maschera che indosso. Non c’è niente sotto, non me ne vergogno sia ben chiaro, non lo vedo come un limite nè mi sento solo. Sono stato così tante persone che in questa maschera, fidati, c’è una moltitudine. Il mio unico disappunto, una cosa che la platea di me ai quali ho sottoposto il caso ha avuto la sinergia di commentare in pari modo (evento raro) è che per te avrei dovuto essere un altro. Non ho avuto fiori, costanza, lungimiranza, solo la buona volontà di fare l’amore con passione e a ben vederla anche questa è una scelta egoistica che son certo mi perdonerai. Non voglio essere salvato, non voglio che tu ti impegni a cambiarmi, solo farti sapere che se non ci sei riuscita tu non permetterò a nessun altro di fare di me una bella persona.

Alfonso Errico

2. Massive Attack – Heligoland

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Paradise circus. Storia di un amore blindato.
di Gianfranco Costantiello

Piegato su se stesso, assorto in una preghiera bisbigliata, soffocata. Una pistola brilla alla luce dell’abat-jour. La pioggia scroscia sui tetti. Le gocce echeggiano nella stanza vuota: stilettate che penetrano nello spazio, attraverso ombre, paure.

Punta la pistola contro la sua tempia.

Punta la pistola nella bocca.

Punta la pistola sotto il mento.

Punta la pistola contro un occhio.

L’occhio sinistro. Lo apre. Sente il respiro della volata. Scivola nella canna dell’arma, scivola in quelle dannate immagini. La sua ragazza priva di sensi, nuda e strafatta in balia di mani assetate di sesso. Lui spaventato sulla soglia della porta semichiusa assiste allo stupro. Scappa via terrorizzato. La sirena di un’ambulanza in una corsa disperata, il silenzio in una corsia d’ospedale, lacrime in obitorio.

Un fulmine cade nella strada. Un colpo assordante. Sangue sulle lenzuola. Singhiozzi sommessi.

Una figura a passo lento entra nella stanza. E’ avvolta in una camicia da notte di seta che lascia intravedere dei seni eleganti. Capelli biondi che scivolano sulla spalla scoperta. Riaccende lo spinello. Si specchia. Sorride. Ha l’aria rilassata. Allunga una mano verso l’uomo, agonizzante, tremante. Restano fermi: lui disteso, lei seduta sul letto. Si guardano. Lui dice qualcosa, lei annuisce. Si alza e va in bagno. Tossisce. Ritorna in camera con un piccolo specchio e glielo porge. Lui si specchia. Il suo volto sfigurato, bucato. Piange. Bagna il dito della mano nel suo occhio spappolato che gronda sangue e lo lascia scivolare sullo specchio, lo muove. Scrive “love is like a sin, my love”. La mano si ferma. Anche il respiro. Lei resta a fumare ancora un po’. Poi spegne l’abat-jour.

3. Mount Kimbie – Crooks & Lovers

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Battiti profondi e voci fuoricampo.

Brulicano nel sottobosco londinese ed escono allo scoperto, bombe a mano che si fanno detonare nel mainstream, diventano tendenza. Proprio quella parola che tanto schifa gli intellettualoidi nostrani che abbandonano i propri amori appena si evolvono in fenomeno esteso. Ben venga.

Ricami dolci + sferzate aspre + linee sinuose + parallele di beat che si incontrano e diventano tangenti. Would Know.

Mani alzate, dubsteppa fratello, dubstella sorella. Oltre e di più tutti scuotono la testa avanti e indietro tra la nebbia e le luci delle luminarie di natale. Battiti di mani ritmate.

Notte profonda, tipo le 03.00. Rissa in strada per qualche sguardo storto alla ragazza, pugni a raffica, cariche a testa bassa, nella stessa fitta nebbia di prima, stavi lottando con un fantasma alcolico senza accorgertene. Poi tutto si calma hai vinto la battaglia e entri in un lounge bar all’alba. Blind Night Errand.

Intermezzo impressionista.

Inciampi di continuo e sbatti la testa contro l’asfalto umido e il muro colorato di graffiti, ti alzi e vai a sbattere contro il guard-rail, le sirene della polizia in lontananza, quelle dell’ambulanza più vicino, tutto si trasforma e continui ad inciampare in un ritmo mai concluso. Ti fermi su una panchina e ticchetti le mani sulle ginocchia distese per prendere coraggio, arriva una ragazza stupenda e mentre continui a tenere il ritmo con le mani inizia a cantarti nell’orecchio. Inizi a correre mentre senti in sottofondo la sua voce, vuoi tornare a letto perché inizia a fare caldo. Carbonated.

Cerchio alla testa. Tipo gli anelli di Saturno. Roba comunque celeste e fuori confine. Tipo a Londra per fare un nome a caso. Celestiale appunto.

Campi mitragliati si trasformano in garage brulicanti di corpi che si flettono a ritmo. Field.

Che cazzo di ora è?, buio. Fuori tempo massimo, oltre, altri piani, over, post. Perdete pure il vostro tempo ad ascoltare questo disco proveniente dal futuro.
Non ci appartiene culturalmente questa roba, (determinismo culturale neo-coloniale?!), purtroppo penso di sì.

Alessandro Ferri

4. The Reign Of Kindo –  This Is What Happens

Data di Uscita: 03/08/2010

L’uscita dal tubo è sempre un piacere, l’aria pressante e viziata dell’underground pare finta e non la gradisco, come non gradisco queste competizioni da tre soldi per artisti esordienti. Ho trent’anni suonati e non sono ancora nessuno, non sono un esordiente, sono la cloaca vuota d’un sognatore troppo piccolo nella city dei grandi. Vado a queste competizioni solo per acciabattare qualche sterla in più, non vinco mai, ma il premio della critica spetta sempre a me. Perché? Perché so suonare e loro lo sanno, come io so che il popolino vuole il crunk, l’indie e dodicenni vestite da battone pseudopunk che parlano d’amore eterno. Fanculo, dove l’avete lasciata la dignità? Nel mentre raccolgo in fretta e furia una sigaretta lasciata a spegnersi  sul marciapiede, stai tranquilla bambina, non spirerai da sola, con te se ne và un po’ del mio senso del pudore. Ho smesso di fumare, di fumare sigarette comprate da me. Arrivo al locale, dannazione un interrato, ormai a Londra si vive sottoterra, quando si dice cadere in basso, qui non cadono, sono più posati, scendono. Ricordo di quando suonavo nel mezzo di Hyde Park, miniampli e tastiera… Le coppiette venivano sorridendo aspettandosi siglette, ci rimanevano di cazzo quando attaccavo con Dinah, solo per scaldarmi, poi via di freestyle, non mi piace fare cover, solo qualche citazione qua e là per ricordare da dove viene e per far capire che non può andare oltre. Quando andava bene mi riempivano di p e ne avevo abbastanza per mangiare dai paki due o tre giorni, quando andava male m’ascoltavano sfigati miei pari e suonavamo assieme tutta la notte e il magro guadagnato si spendeva in pinte al mattino dopo. Full english breakfast con correzione. Ma a trent’anni si ha più fame. Niente improvvisazioni, non se lo meritano il bebop serio nei locali, un pezzo semplice e ben strutturato ma nulla di più, quello che basta per assicurami i 200 pounds di premio. E me li assicuro nel silenzio delle quinte mentre a prendersi gli applausi sul palco ci sono quattro anoressici con una giacchetta napoleonica e sneakers gola a tinta unita, stronzi tutti uguali, fanno un pezzo che finisce per tre mesi in mainstream e spariscono. Mentre m’avvio verso l’uscita vengo fermato da una splendida sorpresa con un vestitino rosso tubolare ed un rossetto troppo acceso per la carnagione mulatta che s’affaccia viziosa dalle zone in mostra. M’avvicina e mi sussura all’orecchio, non dovresti giocare con cose da neri, o finirai come mio padre. Che fine ha fatto tuo padre? Ha messo incinta mia madre, risponde sorridendo. Usciamo assieme dal locale.

Alfonso Errico

5. Non Voglio Che Clara – Dei Cani

Data di Uscita: 15/10/2010

Convivere con te mi è impossibile, laido aspirapolvere emozionale, non scenderò ulteriormente a patti, non è una dignità ormai persa a costringermi all’estremo gesto, è qualcosa di più profondo, quei due centimetri solo miei che decantava Alan Moore, qualcosa che m’è dentro e sento fuori tutt’intorno quando smetto di ascoltarti straparlare di felice vita semplice. Nulla è semplice, nulla è consequenziale e niente è ripagato, tranne l’amore e tu d’amore non puoi vivere. Tu vivi di terrore e soddisfazioni approssimative e di questo nutri i tuoi figli fratelli, ed io con loro a mangiare gli avanzi alla ricerca di qualcosa di prelibato nella melma del controllato, censurato e ricomposto. Ti lascio, con tutte le conseguenze che competono a questo gesto, ti lascio come si lascia un ragazzetto ricco e viziato che per aver la donna sotto controllo la veste, le dà un lavoro e se la mette sotto il tetto, ti lascio per qualcuno decisamente meglio di te. Meglio. Un termine che mal si adatta al tuo metro di giudizio, meglio non esiste, esiste più ricco, più veloce, più forte, meglio entra in una serie di termini che sfociano nell’euristico e tu lo temi. Amore me ne vado. Amore vengo da te. A piedi scalzi scendo le scale, le scarpe in mano per non far rumore sul parquet, i miei vestiti indosso, sono ancora più corti e logori di come li ricordavo, ma non importa, piccola gitana ti restituisco l’involucro, questo candido piccolo corpo. Riavrai lo spirito che mi lasciasti in custodia, quella voglia di certezze se n’è andata, le certezze m’hanno spaventata. Prima di andartene però trascina con te la chitarra, troppo a lungo scordata. Lo faccio, così come lo immagino, a cuor leggero, t’abbandono con la freddezza di chi da tempo premedita l’azione e trova dopo un lungo trattenersi il coraggio dell’azione. Sono  Elena di Troia, la fedifraga guerrafondaia, sono Medea figlia di Ecate, la mangiabambini, sono il dolore che m’hai dato in questi anni raccolto nella fiala dell’attimo dopo il tuo prossimo risveglio. No, sono Adriana, Adriana di Adriana che vive per Adriana e solo di Adriana si cura.
Pensare che le ragioni del mio fallimento di ieri e del lascito che subirai domani hanno origine in un ricordo comune, io e te ancora giovani allo stesso esame durante l’appello di quel marzo lontano. Mi dica signorina qual è la sua riflessione a proposito del Neoliberalismo? All’inizio lo immaginai come un Coprofago, poi come un  Necrofilo ora penso che sia l’Erinne dei figli che mal cresceremo. Mi asciugasti le lacrime dopo la ramanzina del professore, poi m’accompagnasti a prendere un caffè, ricordo che offristi tu, festeggiavi un bel trenta.

Alfonso Errico

6. Röyksopp – Senior

Data di Uscita: 13/09/2010

Aveva degli splendidi piccoli seni bianchi, di quelli appena accennati che fanno intravedere nel sottocoppa, se ben illuminati, delle piccole venuzze bluastre. Il contrasto quasi complementare con i capezzoli piccoli e rosati dava un bel quadro di insieme. Era bella ma era quel piccolo particolare a dare carattere alla carica erotica che in quel momento, a cavalcioni su di me, esplodeva potente invitandomi, anzi ordinandomi, di scoprire a mia volta il busto per continuare le effusioni spicciole che c’avrebbero portato da lì a poco ad una gran bella scopata. Prima di sfilarmi la maglia credo di doverti avvisare che quello che vedrai potrebbe impressionarti, sorridendo lei risponde, oh, cosa vuoi dirmi, nascondi bene un fisico statuario? No, ho un orologio piantato nel petto, il sorriso era sparito lasciando spazio ad uno sguardo stranito. Le dovute spiegazioni prima dello streaptease. Sono figlio di un orologiaio, o meglio, ero figlio di un orologiaio. Un orologiaio strano e permissivo che ad un figlio cagionevole di salute ha permesso di viaggiare e studiare arte, invece di assicurarlo in casa lontano da pericoli e vicino all’attività da portare avanti. Mio padre quand’era in vita amava ripetermi che le cose imperfette sono le più belle, una frase fatta e stucchevole della quale non capii mai il reale significato, nella quale, per dirla tutta, intravedevo pietà nei miei confronti. Con sufficienza guardavo alle sue opere considerandole dozzinali, amava reinterpretare forme vecchie di chiara impronta vittoriana utilizzando tecnologie nuove, non era raro vedere nel suo negozio orologi a dondolo in casse lignee alimentati da una presa di corrente mal nascosta. Giustificava questo cattivo gusto con banalità pietose come, il mio è un piccolo omaggio al passato con l’aiuto del futuro, parlava così quell’omino ed io non ho mai sopportato quell’atteggiamento umile di fronte al prodotto, appariva ai miei occhi come mero artigianato Kitsch. Volli al tempo fargli un regalo, un’opera originale e adatta al suo laboratorio, che era in realtà un velenoso orpello per ricordargli di quale abisso separava i suoi prodotti dalle mie opere. Era un enorme orologio in cassa, a dondolo, come quelli che faceva lui, ma la differenza sostanziale era che il mio funzionava a carica e non ad elettricità. Era una riproduzione valida di un orologio retrò, più in basso dal quadrante principale ve ne era uno secondario, simile ad un insetto quest’ultimo era letteralmente aggrappato alla cassa lignea con zampe di acciaio asettico, anche questo non sfruttava l’elettricità. Un quarzo nella cassa del meccanismo scosso da un magnete attratto e rilasciato dal pendolo forniva l’energia necessaria per alimentarne le meccaniche. Mio padre osservando l’orologio disse, questo padre ha un figlio che lo sfrutta, non capendo il senso dell’affermazione chiesi spiegazioni e prontamente con aria dolce mi rispose, vedi, il meccanismo magnetico che sfrutta l’orologio nuovo rovina a lungo andare l’oscillazione del pendolo del vecchio. Così facendo un solo orologio andrà bene, quello più giovane. Capì quello che l’opera significava e l’interpretò con una facilità che mai mi sarei aspettato dall’uomo piccolo che credevo conoscere. Da allora cercai di intendere meglio quello che diceva con pessimi risultati, l’artista che ha bisogno di un critico per comprendere l’operato dell’artigiano. Ero una macchietta. Mio padre d’un tratto vendette l’attività e di li a poco morì, venni a scoprire più tardi che s’era indebitato fino all’osso per permettermi studi, viaggi e mostre. Scoprii tutto questo con una lettera recapitatami da un misterioso mittente, con la lettera v’era anche un pacco imponente. Aperto il pacco scoprii che il contenuto era l’opera che al tempo usai per schernirlo, fu un attimo, staccai con violenza l’orrendo ragno dalla lignea cassa, volevo punire quel parassita per aver salassato il padre. L’orologio allora, di tutto disappunto per difendere la genie forse, per il mio gesto violento più probabilmente, mi cadde addosso. Il ragno allora, ancora nella mia mano, per la pressione esercitata da quello schianto mi si piantò in petto privandomi dei sensi. Al risveglio ero in ospedale, con un dottore che mi fissava stranito come io fisserei qualcuno che mi racconta questa storia. Mi dice, signor Geller, ha un orologio nel petto e per estrarlo dovremo sottoporla ad una complessa operazione, non so perché ma lo chiesi, come se a guidare la bocca fosse stato qualcun altro, e per lasciarlo dov’è cosa bisogna fare? Il dottore quasi rassicurato dal non dover mettere sulle spalle dell’ospedale una così difficile operazione rispose, beh l’acciaio dell’orologio è asettico, basterà qualche controllo di routine di tanto in tanto e la certificazione dello psicologo che queste sue volontà non siano il risultato di un trauma psicologico. L’orologio ora come allora non perde un colpo, questo perché il mio cuore battendo ne ricarica il quarzo, a sua volta il meccanismo aiuta il cuore regolarizzandone i battiti con una sorta di ginnastica passiva data dalle micro vibrazioni del ticchettio. Fine spiegazioni. Sfilo via la maglia e lei non sembra dubbiosa sullo sfilarmi via il resto.

Alfonso Errico

7. vISIOS – Bang Bang, Shoot Shoot

Data di Uscita: 23/07/2010

Chiudere gli occhi dopo aver preso il volo, volo è un termine improprio per una caduta libera con uno slancio disperato. E’ questo ciò che ho fatto, una rincorsa senza tornare indietro puntando al margine dell’altura come alla meta iniziale, piede portante teso all’ultima falcata e poi giù in picchiata a viso scoperto e occhio celato dalla palpebra. Non è la paura che spinge la vista a fuggire la luce, non è una volontà intimistica di raccoglimento a farmi chiudere gli occhi, non è il menefreghismo a negarmi un ultimo sguardo al mondo che mi circonda. Non voglio vedere perché non mi interessa sapere quando terminerà la caduta, ho vissuto per troppo alle vostre condizioni, la concezione che tutto ha un inizio e una fine, il cercare una meta alla fine di una scala sociale ben definita, il gretto materialismo degli obiettivi raggiungibili, delle azioni a cottimo, calpestare per arrivare in cima, meglio ultimo che secondo, il darwinismo sociale e vaffanculo a tutto. Occhi chiusi, palpebre pietose come il velo di Maya mi impediranno di concepire la fine del viaggio, finirò a occhi chiusi come voi continuate, a occhi chiusi mi amalgamerò al mare d’asfalto che m’aspetta, come voi che v’adattate alla folla per non sparire. Solo che io lo faccio per scelta, e io di certo non sparirò lo stesso, sarà l’oscena macchia rossa sul vostro smoking di cemento armato, bloccherò gli incroci, farò piangere i bambini, traumatizzerò le mamme e vomiteranno anche gli uomini più duri. La beffa sarà che non potrete multarmi per questo, non dovrò reggere i vostri sguardi di disappunto, starò lì e basta, fino all’arrivo delle ambulanze prima, dei netturbini poi. Al diavolo tutto.

Ecco qualcosa che non m’aspettavo, aprire gli occhi e trovarmi a piano terra integro e ben pettinato, perfetto per questa nuova giornata in ufficio. Una bambina in bianco mi sorride dall’altra parte dell’incrocio. La beffa della morte, disdegna uno che non ha vissuto, al diavolo, non accetterò a lungo questo regime di non esistenza, ho salito queste scale altre volte, posso farlo ancora.

Alfonso Errico

8. Kråkesølv –  Bomtur til Jorda

Data di Uscita: 09/11/2010

Lei è il signor… signor… signor, Natale! Si, Natale Rossi, oh, Rossi come il cantante, grande lui, sa a me piace un sacco la musica.

Sorrido mentre lo ascolto, ecco un altro stronzo che pratica il parlaccazzismo e con ogni probabilità nella più rosea delle ipotesi questo coglione sarà il mio capo.

Noto la batteria sul bicipite del suo braccio destro, questo mi fa intuire che anche lei ha l’hobby della musica, ma vede qui in ufficio sarà meglio venire con le maniche lunghe, sa, per mantenere un aspetto più sobrio è il caso di coprire questi vezzi di gioventù. Io non ho nulla contro i tatuaggi ma al lavoro bisogna avere un certo contegno.

Continuo a sorridere, sorridere a questo coglione, l’hobby della musica? La musica, la musica un hobby, la musica diletto, la musica per distrarsi, la musica è una puttana e m’ha tradito, sempre tradito ed io come uno zerbino ho continuato a rispettarla ed amarla con venerazione, ma il tempo non c’è più per fare l’amore, sono all’andropausa tesoro, ho trent’anni e non ho concluso nulla, non ce l’ho fatta mi dispiace. Ora ho solo la fame, la voglia di fare l’amore con te mia dolce musica è sparita, l’andropausa dell’anima se preferisci, a fottere infondo ci riesco ancora ma mi dà noia se in sottofondo non ci sei tu. Ossessionante lo sei sempre stata e io a darti corda ma ora basta! Me l’ero ripromesso, se a trent’anni non concludo nulla mollo e crepo in una vita apatica, ed eccomi qui, a presentare un curriculum per passare i prossimi sei mesi (se sono fortunato) nel gabbiotto di un call-center, a fregare vecchiette vendendo i telefoni con i tasti grandi che costano poco e gravano solo sulla bolletta con una piccola ammenda mensile, a prendere per culo povere donne sole che mi terranno al telefono per sentire una voce e pur di trattenerla saranno disposte a versare per uno stronzissimo telefono un sesto della loro pensione di merda. Ed io, per fare tutto questo, per fregare vecchine, per coprire i miei tatuaggi poco sobri, per sputare in faccia alla mia dignità d’uomo in un impiego a tempo determinato e paga insulsa e variabile, devo anche presentare un curriculum ad uno stronzo inutile.

Mi sta ascoltando signor Rossi?

Certo mi dica (sorrido).

Dicevo che il contratto prevede che il suo salario dipenda dal numero di contratti mensili che riesce a chiudere, indicativamente l’imponibile netto è del…

Squilla il telefono, è Robbo, sapeva che ero ad un colloquio se m’ha chiamato significa che è qualcosa di grave. Rispondo. Natale, ci hanno chiamato, vogliono che facciamo da gruppo spalla in un tour ad un gruppo indie norvegese, quel gruppo indie norvegese. Ossantamerda, sorrido, davvero adesso. Fisso con gusto il signore che mi parlava dall’alto del suo impiego fisso poc’anzi, senta, come si chiama? Io, perché questa domanda? Perché ora? Non ha alcuna importanza, per mandarla affanculo mi basta guardarla negli occhi.

Occhi azzurri splendidi, quelli di Natale quando è soddisfatto.

Alfonso Errico

9. Arcade Fire – The Suburbs

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le tre di pomeriggio, estate inoltrata. Dalla finestra di casa mia sembra che il paese sia deserto, o addormentato; il caldo è cocente. È iniziato da poco agosto ma nell’aria c’è come ogni anno quella fastidiosa sensazione da fine stagione, intrisa di malinconia ma ancora così rovente. Un giro in bicicletta in un paese fantasma, e nelle campagne, è la giusta ricetta per immergersi nella maniera migliore nello spleen estivo, voglio vedere come scorre la giornata a qualche minuto da qui, come vivono l’estate negli altri quartieri, The Suburbs. Perché da me, in the neighborhood, non c’è anima viva. Nel lettore mp3 ho appena caricato l’ultimo album degli Arcade Fire, le mie vie scompaiono lasciando il posto ad altre, ed altre ancora, sulle note di un disco che già dall’incipit lascia presagire l’anima rock che lo caratterizza in toto. E pedalo sotto il sole, l’aria che sa di mare in qualche modo mitiga l’afa soffocante emanate dalle case e dai campi di girasoli. I am ready to start. Chitarre graffianti e melodiche accompagnano vivaci questo vagabondare solitario, sono così energiche, frizzanti e incalzanti che il mio incedere acquista anch’esso energia, e con naturalezza mi viene da sorridere sfrecciando accanto ad un acerbo vigneto. È la mia musica dell’estate, ma anche quella sulle cui basi costruire la stagione a venire; un disco pieno e corposo, completo e totale. E la piccola realtà in cui vivo non è così sopita come a un primo sguardo sembrava mostrarsi: come gli arpeggi, i riff e gli accordi mi allietano con nuovi suoni sorprendenti, la vita mi si manifesta con le sembianze di un contadino che riprende fiato seduto su un trattore, o con quelle di una numerosa famiglia ancora alle prese con un lungo pranzo sotto a un pergolato.
Fa terribilmente caldo ma sono spinto da carica nuova. I canadesi descrivono, pezzo dopo pezzo, le loro periferie, i loro sobborghi, e quelle apparenti statiche solitudini non sembrano così distanti da qui, né sembra che ci possa essere un oceano e più in mezzo. È soltanto il mondo che finge di dormire, o di stare a guardare, mentre di soppiatto respira e pulsa. E a tratti corre, come month of may, come me che inforco i pedali e mi appresto ad affrontare la salita più impervia della mia terra.
È sempre rock, a tratti commisto a new wave, a tratti addolcito dal folk. Sono sempre quei suoni tanto cari già da anni, ma i tempi delle nebbie intimiste e introspettive di Neon Bible, quei colori al limite dell’inverno, qui sono stati scalzati dal realismo della vita di tutti i giorni. E gli archi si sono fatti da parte per far esplodere le chitarre, proprio mentre arrivo in cima alla collina, e mi si spalanca la campagna davanti, e il mare di là. Ed è grandioso.

Federica Giaccani

10. Uochi Toki – Cuore Amore Errore Disintegrazione

Data di Uscita: 17/10/2010

Io ho la chiave per la felicità, ho studiato un sacco ma ora ce l’ho. Sai qual è? Il sogno lucido, ci riesco davvero, mi sono allenato per anni ed ora ci riesco. Mi sono umiliato per anni, ho accettato un mestiere a cottimo non trovando attivisti nella ricerca che m’appoggiassero e sovvenzionassero, ho vissuto come un cane in un monolocale vergognoso, mi sono negato ogni contatto col mondo e ogni sfizio succedaneo, per evitare spese che occupassero i soldi che dovevo spendere per libri ed apparecchiature ma ora so farlo, riesco a dormire, sognare e realizzare che il sogno è tale. Sai cosa significa? Che posso fare tutto quello che voglio nella dimensione onirica, posso allungare o accorciare il tempo percepito, dire al mio cervello di darmi sensazioni di piacere di ogni genere, far apparire donne, birra, soldi e macchine. Posso volare e superare il sole, troppo piccolo, così tanto da diventare una lampadina per il cesso del mio bagno imperiale, posso respirare sott’acqua e farmi un giro comodo nella vasca da bagno sub continentale che ho costruito imponendo le mani, posso fare l’amore con miriadi di persone, diventare più di uno e costringere tutti i me a fare del mio mondo il più bello e pacifico. Posso fare tutto, tutto ti dico.

Non ne ho dubbi, ma questo è un tabacchi, quindi non saprei come aiutarla o cosa dirle a tal proposito, anzi una cosa ci sarebbe, sono curioso, lei può fare tutto questo, rendersi felice insomma, giusto? Ma può farlo solo nell’arco del tempo nel quale dorme, quindi, per quanto può allungare il tempo percepito lei sarà immensamente felice per solo otto ore al giorno e necessariamente triste per sedici vista la vita che si è autoimposto per giungere a questo risultato, giusto? Lei è un mago, un mago potentissimo in un’epoca di scienza immonda, è davvero un bene per lei questo?

Mi sveglio, dò un’occhiata ai diagrammi di flusso cerebrale, non c’era nessuna influenza mnemonica in questo sogno, ero io lì, io lucidamente lì ma allora perché quell’uomo e quel tabacchi? Quell’uomo ero io ma non lo conoscevo, io che mi dicevo qualcosa di non mio, questo non è possibile. Dio quanto vorrei una sigaretta.

Alfonso Errico

2 Responses to “(Top Ten 2010) Alfonso Errico”

  1. Bid-Ninja…

    […]here are some links to sites that we link to because we think they are worth visiting[…]…

  2. Bid-Ninja…

    […]just below, are some totally unrelated sites to ours, however, they are definitely worth checking out[…]…

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.