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(Top Ten 2010) Stefano Ferreri

1. The Besnard Lakes – The Besnard Lakes Are The Roaring Night

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

And this is what we call progress…
di Marco Caprani

“Sto scendendo Sam… e di brutto anche!”

Perché sento ancora l’eco dei pastori dei monti qui negli abissi?… Sarà forse nostalgia?…
Il mare è veramente scuro, non me ne ero mai accorto, è una fresca sensazione d’impotenza, ma sono al sicuro qui, il mio scafandro da palombaro mi proteggerà dalle bombe della guerra là fuori.
Sono matti quelli! Sparano al deserto… Un mare di fuoco!
Io preferisco scendere ancora, laggiù mi aspettano nuovi mondi.

The Lonely Moan…

Forse inizio ad avere un po’ di paura: non vedo più alcuna luce dalla superficie dell’acqua.
Io continuo a scendere.
Interferenze.
“Porca troia! Sam! Sam! Rispondi!!!….” – “Tzzzzzzzzzzzzzz tzzzzzzzzzzz…”

Affondo come un assolo tagliente di chitarra in quest’acqua sempre più densa. Cerco di resistere e di squarciare questo liquido: mi sembra di scavare tra carne e sangue ed i movimenti seppur decisi sono lenti.
Mi prendo una pausa dall’emozione e dal timore e cerco di pensare ad altro: mi sovvengono i racconti di mio padre sugli anni ’70… mi sembra di risentire i suoi dischi rock anche in quest’atmosfera surreale e densa… ciò mi crea calore e conforto.
Ormai, conviene farmi trasportare dai lenti flussi verso l’eterno, nel viaggio lucido verso la fine che mi riserva il mare… Come posso chiedere aiuto?

Ad un tratto gli occhi di una sirena mi si aprirono di fronte al vetro della maschera, erano ipnotici e bellissimi. Non c’eran parole, rumori soltanto di un canto leggero e lontano:

Wish I had your picture
Never been able to be true
So I wanted, I wanted
I wanted to help you
I wanted to
And I wanted to help you

Alzai gli occhi verso la superficie e vidi una grande ombra luminosa: quella di un uccello volare negli abissi: un Albatross… indescrivibile e divino.
Riguardai gli occhi della sirena:

You showed me so much
You showed me so much

2. Deerhunter – Halcyon Digest

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ormai prendere aerei è routine. Attesa, code, decollo, una scomoda dormita, atterraggio. E così via, tutto ripetuto meccanicamente in questa vita in cui la parola “casa” ha perso il suo significato originario, soprattutto mentre sono in tour. Eppure un tempo l’idea di sovrastare le nuvole mi riempiva di fremiti e adrenalina; ora, invece, l’euforia si è spenta e l’emozione inaridita, spero solo di riuscire a dormire, una volta slacciate le cinture di sicurezza, mentre città campi e mari si susseguono chilometri al di sotto.

Anche stavolta c’è un aereo ad aspettarci, si torna negli States dopo alcune date inglesi; sono stati giorni di birre dalla densa schiuma, stanze fumose, visi chiari e lentigginosi, pubblico accogliente. Stiamo ciondolando nell’attesa nel maggior aeroporto londinese, quelle ore devastanti a cui non puoi sfuggire se scegli di volare. Abbiamo trascorso così tanto tempo insieme che ora ciascuno di noi sembra cercare una propria e intima dimensione, malgrado il caos, il viavai; dobbiamo assimilare anche questa esperienza, incasellarla nelle nostre rispettive celle della memoria, in qualche modo dobbiamo digerire il tempo e le cose.
Forse a modo nostro stiamo cominciando a concepire quello che sarà il disco a venire, perché è proprio così che succede, nelle situazioni più impensabili: vivi il momento al massimo, registri le emozioni, arricchisci la memoria con le esperienze vissute, quelle che ti piacerebbe vivere e quelle che invece si preferisce rimuovere, e poi ci si nutre con questo, e si digerisce felicemente, appunto. Halcyon Digest. I nostri volti contriti e rapiti tradiscono la concentrazione, stiamo separatamente elaborando, non sarà un’altra inutile attesa.
Passanti osservano incuriositi il mio bagaglio a mano: è un piccolo baule compatto, dentro il quale ho disposto con amorevole cura i vinili acquistati la domenica mattina a Brick Lane. Beatles degli esordi, i Clash e altra buona musica british. La musica per i bei tempi, per i sorrisi scanzonati, per i ricordi gioiosi. So già che ne prenderò le vibrazioni per pezzi brevi e ben riusciti di puro pop stile sixties che sonorizzeranno le memorie più leggere della nostra digestione, perché quei pezzi esistono già nelle loro acerbe versioni, come un fil rouge con le nostre precedenti produzioni; embrioni di Don’t cry, Revival e Memory boy scandiscono i miei passi mentre mi avvicino alla vetrata per osservare altri aerei che si apprestano a decollare. Un improvviso sentimento di malinconia mi attanaglia e mi stringe lo stomaco, è il suono del riverbero che mi graffia dolcemente dentro ed evoca ricordi quasi evanescenti, una voce trascinata e una chitarra distorta che lentamente si stratificano, in Earthquake di raffinata apertura; o come quando decidemmo di vedere l’alba sulla spiaggia di Brighton, e lanciavamo piccoli sassi in acqua per ascoltare il rumore delle bolle in una luce chiarissima, io improvvisavo un falsetto e gli altri mi accompagnavano cantando una melodia al miele, gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno ma luccicanti di sole, Helicopter.
Mi volto e i ragazzi mi stanno guardando, perché l’album chiede una canzone corale che esprima il ricordo condiviso, la somma delle nostre esperienze insieme, un inno; e Lockett comincia a cantare mentre noi ci sovrapponiamo in un crescendo di voci e chitarre, dal pulito al distorto, dalla quiete all’energia grintosa del live. È un po’ come vedere il nostro pubblico che vive lo spettacolo e salta e si commuove, ma siamo anche noi di fronte alla vita. Sono le linee del desiderio, le Desire Lines che ci trascinano verso i giorni a venire una volta deciso e assimilato ciò che vogliamo ricordare. È il momento di imbarcarsi; passiamo di fianco ad un viaggiatore solitario col sax in mano, Bill glielo ruba per un istante e ne nasce musica istintiva e felice, ché le memorie sono anche questo, e con Coronado siamo un passo dall’alzarci in volo.

Allaccio le cinture e metto le cuffie, ho il posto vicino al finestrino e voglio restare sveglio; arrivederci Inghilterra, anche i campi pianeggianti mi salutano. Metto in questo commiato tutto ciò che sono, come Deerhunter, come Atlas Sound, come individuo. Tastiera in loop, batteria, la mia voce, e poi chitarra, basso, e in dissolvenza, sotto i miei occhi, tutto il resto.

He would have laughed.

Federica Giaccani

3. Woven Hand – The Threshingfloor

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

David Eugene Edwards ha chiuso il cerchio. Dopo la sbornia dei suoi lavori più sperimentali, le tentazioni di avanguardie a lui mai troppo affini e qualche ripiegamento nel suo lugubre proverbiale autismo di fervente, DEE ha recuperato l’equilibrio di una volta. Sono trascorsi quindici anni però, abbastanza per immaginarsi pastore e riscoprirsi pellegrino. Se lo pensate a suo agio in una delle caselle lasciate libere dai 16 Horsepower, state certi che non ce lo troverete. E’ in viaggio, non si è mai fermato. La frontiera scelta come campo d’elezione è sterminata, come le astrazioni della sua natura errabonda, sempre ben contrastata e alla perenne ricerca di un eremo da cui contemplare il cielo. Americana da ossa e nervi, folk primordiale, country nerissimo ed espressionista. Mai piaciuto l’aggettivo “gotico” riferito agli yankee, con buona pace della modesta pittura di Grant Wood. Se quella musica ha trovato un’eccelsa trascrizione visuale, è in ‘There Will Be Blood’ che la dovete cercare: nelle sue tensioni, nel suo manicheismo di grana grossa, nella polvere lasciata sul campo dall’umana miseria. ‘Ten Stones’ puntava a recuperare e a tradurre in urgenza creativa tali spunti, così come questo nuovo ‘The Threshingfloor’ tende a rielaborarli in chiave spirituale, per mostrarne senza incertezze la sostanziale attualità nell’ambito della fede. Edwards ritrova l’inflessione declamatoria del predicatore, le tinte nette del visionario, il piglio granitico del credente. Rispetto agli slanci degli anni novanta può vantare tuttavia anche una consapevolezza che ha tutta la fragranza del miracoloso equilibrio, oltre alla curiosità di chi non prende mai nulla per scontato ed ama confrontarsi con l’altro. Nell’album questa costante propensione al dialogo si percepisce dalla prima all’ultima nota e si traduce in autentica spinta propulsiva. Da un lato quello in prima persona, serrato e non artefatto, con il Padreterno. Lontano anni luce dagli stereotipi tristi del rock cristiano, insofferente al cattivo catechismo e agli insulsi intenti moralistici delle maestranze clericali con chitarra ed amplificatore. Dall’altro la vocazione all’incontro con universi musicali apparentemente molto distanti, per svelare affinità impensabili con la matrice desert folk del cantautore del Colorado e per rivitalizzarne il messaggio genuino, preservato di fatto dal dogmatismo anche nella sua veste più eloquente ed immediata. E’ un bouzouki puntiglioso ad affiorare dalle tenebre per scandire la litania della misericordia (‘Sinking Hands’) o l’intensa lode a Gesù Cristo di ‘A Holy Measure’, mentre le inquietudini della title track sono impregnate di fascino mediorientale, il friscaletto ungherese di ‘Terre Haute’ evoca suggestioni ed incantesimi arcaici e ‘Raise Her Hands’ porta il Nostro a flirtare con l’ascetismo dei nativi d’America, quasi fosse uno sciamano moderno. Nessuna contraddizione in fondo, solo la ricerca di una via nuova ad un misticismo senza tempo. Fascia tra i capelli, mosca albina, cetra cornuta. Vibrante, oscuro, febbrile, ardente, imperturbabile, folle, misterioso, intransigente Edwards: santone che riscrive, agevolato da ritmiche incombenti, assistito da arrangiamenti poveri ma affilatissimi, la sceneggiatura per le future processioni del cuore nero. E ancora lui, capace di stillare concretezza e sentimento contemporanei da salmi antidiluviani, come il sangue da una rapa bronzea, o di dissolvere in respiri limpidi (‘Singing Grass’, ‘His Rest’) le asprezze della sua scorza di profeta. Per sincerarvi che il cerchio si è chiuso ma il viaggio continua, affidatevi a quell’ultima traccia così aliena, anche nell’esplicito richiamo metropolitano: l’alleggerimento country che stempera in un clima festoso di robusta euforia, di redenzione acquisita, anni ed anni di luce negata e peccato originale. Andate ora – sembra dire lui – la messa e le prediche sono finite.

Stefano Ferreri

4. Anais Mitchell –  Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

5. Midlake – The Courage Of Others

Data di Uscita: 02/02/2010

Unearthly Minds
di Marco Masoli

Foglie bagnate. Fradice. Suole di sandali sgualciti le calpestano senza troppi scrupoli. Ho la testa rivolta verso il basso e posso solo inquadrare le estremità inferiori dei soggetti che si contendono le mie membra. Non ho più la forza di opporre alcuna resistenza e il rimbombare delle pulsazioni in prossimità delle tempie non promette nulla di buono. Radici. Enormi radici. Si ferma lo scalpiccio. Rimane solo il rumore delle gocce di pioggia scrosciante che si fanno largo tra le fronde. Mi gettano per terra senza troppi complimenti. Li guardo, ma non li vedo. Indossano tuniche di iuta ormai inzuppate fino all’ultima fibra. Gli sguardi incavati scompaiono nelle ombre disegnate dagli enormi cappucci, rendendoli figure estranee al mondo terreno.

Into the core of Nature, no earthly mind can enter…

Si levano dei canti sommessi. Preghiere direi. E’ una lingua che non conosco, parole fuori dal tempo. Sono stanco. Li sento e li guardo, ma non li vedo. Sono in otto. Tutti identici. Delle riproduzioni seriali. Sono esausto, forse vedo doppio.

Children of the grounds, are making warring sounds…

All’improvviso sei di loro si spostano contemporaneamente verso un punto preciso della radura. Hanno delle pale di metallo con sé. Scavano a lungo. Forsennatamente. Minuti che sembrano ore. Ore che sembrano vite. La soggettività del tempo. Non capisco dove mi trovo, cosa vogliono da me. Rimango straordinariamente impassibile benché la mia mente disegni già il finale. Sono consapevole, ma non me ne rendo conto.

While the rains would come, while the end was unknown…

In un baleno vengo legato con una grossa corda. Logorata dall’acqua, ma ancora robusta e solida. Una benda nera sugli occhi ed il corpo di nuovo in balia di quegli strani individui. Sento i rami e le radici che mi graffiano e mi spellano le ginocchia. Poi un tonfo sordo e solo la pioggia a purificarmi il viso. Rivoli di terra scivolano dalle guance al collo come lacrime. Poi altra terra e ancora, ancora, ancora. La bocca mi si riempie. Il respiro si fa affannoso e le palpitazioni cominciano ad aumentare. E’ un malessere fisico, non psicologico. Sono tranquillo.

So I’ve come here to wait, for the end of it all, till I’m gone frome here. I’m gone from here.

Ancora dei canti, sempre più lontani ed impercettibili. Poi solo un battito nel petto, sempre più lontano ed impercettibile. Quiete. Non li sento e non li guardo, ma li vedo.

So in the ground, in frozen wood, the father lies…

6. The Indelicates – Songs For Swinging Lovers

Data di Uscita: 18/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

“Rideremo a crepapelle il giorno in cui la Thatcher tirerà le cuoia”, cantavano gli Hefner qualche tempo fa con irriverenza da goliardi. Dieci anni sono passati da allora, l’ex lady di ferro si gode la sua veneranda età nel riposo di un vespro dorato ed il sogghigno della rivalsa pare quanto di meno appropriato, almeno contemplando la tetra parata di nubi all’orizzonte. Oggi che ad esser morti sono tutti i nemici giurati del thatcherismo, non rimane altro che la soddisfazione effimera di un mesto e velenoso sorriso a denti stretti. Con le stimmate dei moderni ribelli e l’indole di chi si affeziona ad ogni causa persa in circolazione, gli Indelicates tornano ad offrire le loro corrosive riflessioni sul presente a quei pochi attualmente in grado di farle proprie ed apprezzarne gli spunti. In un sophomore album letteralmente imbevuto di spleen malinconico ed amarezza, ridono senza remore nella sconfitta con la fermezza di chi ha comunque dalla propria la forza della ragione. Se lo hanno detto esplicitamente nel recente passato (‘The British Left in Wartime’), ora si limitano a ribadirlo con insolito criterio ed una disinvoltura nelle liriche a dir poco stupefacente. Si può essere spregiudicati anche senza far impennare le chitarre elettriche, anche senza snocciolare un rosario di slogan regolarmente sguaiati ed irridenti. L’amalgama di languida poesia e smalto polemico funziona meglio che su ‘American Demo’, anche perché questo nuovo disco suona molto più quadrato, meno sfilacciato, con un’identità precisa e finalmente consapevole. Per una band che ha già dedicato un inno a questi anni di sfacelo generalizzato e di sogni infranti senza preavviso (‘The Recession Song’), si tratta di un semplice esercizio di diligenti ma sincere variazioni sul tema. Dopo l’ironica invettiva riservata alla sudditanza politica e culturale degli inglesi nei confronti di quella Godless America cantata nell’esordio, una Julia affilata e assai poco indulgente rivolge gli strali del proprio disgusto ad un’Europa in ambasce perché ubriaca di stile e classe ricevuti in eredità, ormai svuotati di ogni valore e trasformati in sintomi impietosi di un orgoglio tanto illegittimo quanto putrescente. E’ solo il capitolo introduttivo di una strenua offensiva che colpisce a tutto campo, dissimulando la propria brutalità con il velo gentile degli arrangiamenti oltre al sempre comodo filtro della metafora elegante. A parte l’abito rock rabbioso di ‘Your Money’, riproposizione a mo’ di contentino dei più fragorosi cliché di ‘American Demo’, è dietro una veste sonora raffinata che arde il livore della band del Sussex. Nelle parole lapidarie deflagra il disprezzo per uno scenario anche creativo sistematicamente votato alla mercificazione, alla spasmodica ricerca di profitto, in cui le uniche libertà concesse sono quelle di consumare (‘We Love You, Tania’) e consumarsi (‘Ill’). Tra le pieghe di un’apparente leggerezza, affiora una sottile vena di rassegnazione per questa società malata ed infelice nei propri agi, ossessionata da una bellezza che non sarà mai verità (‘Flesh’) e condannata ad una cronica insoddisfazione che è anche e soprattutto sessuale. Dietro maschere spiazzanti come la grottesca caricatura hillibilly di ‘Sympathy For The Devil’ o il cabaret espressionista di ‘Be Afraid of Your Parents’ si preparano bordate inesorabili a clericalismo e perbenismo imperanti, in contrapposizione ai quali ha senso solo la vita ai margini di una ideale frontiera, la prudenza scettica e l’autoesclusione da una grazia semplicemente atroce (“…of better days, happy fields, other shit we hate”). Aggirano le sirene della maniera e non difettano in lucidità i nuovi Indelicates, un po’ come i vecchi. Nei delicati ricami di piano tratteggiano anche un tenero e lievemente compiaciuto autoritratto, emblematicamente intitolato “Selvaggi”: cantori feroci perché genuini in un clima da basso impero, in un mondo appiattito sugli standard di un buonismo nauseante, di un “felice oscurantismo”, senza un posto in cui stare, una casa dove tornare, una Itaca cui tendere. E’ anche una canzone che racconta del proprio irriducibile senso di inadeguatezza (“We are Greeks in the age of Rome”), di un’appartenenza negata assieme all’armonia (“We are ornamental swords, forged for the peace after the war”) e di tutto ciò che le inevitabili contrapposizioni comportano. Ecco nascere rabbia repressa e paure irrazionali, anche se – per paradosso – dalla musica traspare un senso di sereno fatalismo e la propria inclinazione romantica è tutt’altro che messa a tacere. E’ proprio questo lo strumento ideale per non scadere nel più banale e cinico dei dileggi, quando è della propria generazione che si lascia un epitaffio (‘Anthem For Doomed Youth’). Sono indispensabili la disillusione e la tenerezza, ancor più del proprio estro decadente, per evocare le pallide rivendicazioni di una gioventù bellissima e desolata, sconfitta in partenza perché privata di qualsivoglia urgenza, satolla, inadatta a fregiarsi perfino dell’arruffata dignità punk. Non siamo gente annientata dalla guerra, né morta di fame, né in lotta, né autenticamente povera. “We are miners no more”. Già, i minatori. Quelli liquidati dalla Thatcher tanti anni fa.
E’ proprio a lei che spetta purtroppo l’onore dell’ultima risata.

Stefano Ferreri

7. Women – Public Strain

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Right From The Start
di Giulia Delli Santi

Patrick Flegel’s diary

Vi siete mai chiesti se il tempo esiste davvero?
Di sicuro, risponderete, esiste un presente che definisce un tempo attuale, certamente è esistito un passato che declina gli avvenimenti già accaduti; ma il futuro?

Anno 3180

Il pianeta è cambiato, trasformato radicalmente, è solo grazie al progresso se la vita ha potuto scorrere quasi regolarmente. Siamo lontani dai racconti dei nostri padri, vecchie istantanee sbiadite, che ci parlavano delle spiagge della California, dell’esercito del SURF.

Si stenta da mesi. Da quando la gigante rossa, terminato il carburante, è collassata su se stessa.

Le alte temperature raggiunte hanno prosciugato parte dei nostri mari, e nei continenti più esposti la maggior parte delle persone non è sopravvissuta.
La pressione idrostatica della stella non è riuscita a bilanciare il collasso, formando quel buco nero che ha risucchiato Mercurio.

La Nasa seguiva il fenomeno da parecchi anni. A notizia data, in tutto il mondo è scoppiato il caos.

Estremismi religiosi incitavano il suicidio di massa, si sono verificati fenomeni di vandalismo in ogni angolo del pianeta e nessuno dei capi di governo è stato in grado di riportare il minimo di ordine necessario per poter organizzare dei piani di sopravvivenza.

“Siamo in stato d’emergenza. Il governo chiede ad ogni cittadino di mantenere la calma. L’esercito è già in mobilitazione per isolare i casi di violenza che si sono verificati. Lo stato ha messo a disposizione impianti antiatomici per chiunque ne abbia bisogno. Nonostante questo, ci si aspetta la massima collaborazione per chiunque ne disponga di propri. In ogni strada ci sono pattuglie organizzate che sapranno indicarvi come comportarsi.”

L’ultima dichiarazione del presidente degli Stati Uniti.

Un sistema di complessi magnetici, brevettato dai migliori scienziati del nostro tempo, istallati in varie zone del pianeta e azionati al momento stesso del collasso, ha permesso il mantenimento dell’equilibrio tra pianeti, evitando il crollo del sistema solare che fu.

Dopo circa otto minuti dall’esplosione, le temperature si sono abbassate di molto.

Ha cominciato a gelare tutto.

Io, mia moglie, mio figlio, ci siamo rifugiati nel bunker antiatomico dei nostri vicini con altre due famiglie, da circa 7 mesi. Un termometro posizionato all’esterno ha rilevato -170°C fino all’altro ieri. Ora non risponde più. Non sappiamo cosa è rimasto lì fuori, ma le provviste sono quasi terminate. Sono tutti spaventati ed avverto che tra noi l’aggressività è in aumento.

Ieri ho colpito mio figlio con uno schiaffo perché chiedeva ancora un po’ di fagioli. Mia moglie non mi ha parlato per tutto il giorno. Devo mostrarmi forte, nonostante tutto.

Mi chiedo se ci siano dei sopravvissuti come noi, qualcuno che viva i miei stessi stati d’animo.
Non posso più restar chiuso qui dentro a pormi domande. I preparativi sono terminati, domattina partirò per una spedizione all’esterno.

Non riesco a dormire.. spero che la fine sia vicina.

8. Ted Leo & The Pharmacists – The Brutalist Bricks

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Primi giorni di primavera. Sull’agenda ho scribacchiato un paio di note appena: mettere a tacere una volta per tutte questa tosse ignobile e spezzare una lancia in favore di Ted Leo. Se appare indubbio che il signor Theodore Francis Leo e la sua improbabile accolita di Farmacisti non potranno aiutarmi in alcun modo ad avere ragione dei miei malanni, è altrettanto vero che una bella mano me l’hanno data comunque. In un mese che sta per sparire con la sua paginata dal calendario, portandosi via per sempre Mark Linkous ed Alex Chilton, il loro nuovo album si è rivelato una piccola quanto inattesa benedizione. Sarà facile quanto volete il luogo comune della musica come lenitivo, ma provate a dimostrare che non sia sincero. Con me almeno ha sempre dato buoni risultati, a patto che non cedessi alle lusinghe degli artisti apparentemente più in linea con il tenore luttuoso delle circostanze. Le sue nuove canzoni Ted le ha ribattezzate ‘Mattoni Brutali’, un po’ come quelli implacabili che Ignatz Mouse scagliava sulla testa dell’infatuatissima Krazy Kat. Immedesimandomi con il delizioso personaggio di Herriman, mi trovo ad ammettere che in questo periodo avevo giusto bisogno di qualche bernoccolo e di un multivitaminico corretto dalla mano malandrina di questo instancabile quarantenne. Sempre squillanti i pezzi di Ted Leo, sempre energetici come le barrette proteiche che sposano la frutta esotica al cacao con audacia strafottente: vocine, accelerazioni, ritmiche rombanti ed assoli colorati, tutto compattato in lucide popsongs e smerciato a buon prezzo alla fiera del riuso. Meriterebbe un monumento il vecchio Ted, classico geniaccio minore della scena alternativa in perenne esilio da Hypopoli e dal suo noiosissimo circo musicale. Questo suo battesimo nella venerabile squadriglia Matador vale come sacrosanto riconoscimento per una carriera vissuta sempre ai margini ma senza sparare un solo colpo a vuoto, se non si conta l’imbarazzante pattume sperimentale dell’ormai remoto esordio solista. Ha una dote questo ragazzo, ed ha un fratello importante. Nella mia testa Ted Leo e Ben Folds sono gemelli nati a quattro anni di distanza l’uno dall’altro. Ben col pianoforte, Ted con l’elettrica, si sono imposti nei panni di due superlativi giostrai del pop: adorabili, talentuosi e ruffianissimi produttori di easy listening per una ridotta platea di sfigati come il sottoscritto, drogati di Smarties da almeno tre decadi e paurosamente aderenti alla bontà ordinaria del loro antidivismo impiegatizio. Rispetto ai tempi in cui il Nostro si dedicava alla biomusicologia, paiono innegabili quel tantino di approssimazione in più ed una mise espressiva alquanto sgualcita. Non necessariamente difetti. Laddove la scrittura lamenti qua e là un debito di ossigeno in termini di originalità, a garantire un adeguato galleggiamento sono più che sufficienti gli automatismi, andatura effervescente in testa. Le graziose sfuriate college rock anni ’90 sono sempre state il cavallo di battaglia per Leo, uno che a tutt’oggi sembra trovare più stimoli in un certame fuori tempo massimo con i Weezer o i Nada Surf che non nello stravolgimento ipocrita dei propri canoni, vezzo peraltro di gran moda ultimamente. Il suo sound ruspante si specchia anzi con assoluta fedeltà nei propri trascorsi, riposizionandosi sul paradigma della vecchia ‘Where Have All the Rude Boys Gone?’ e limitandosi ad inocularvi quel pizzico di pirotecnia chitarristica in più. In un marasma di enfatiche influenze power-pop convivono i calibri pesanti ed il cuore tenero dell’artista, l’isteria disciplinata ed il velluto blu, assortiti con la dovuta perizia per un pranzo a base di succulente frattaglie ipercaloriche. L’eco della voce di Jimmy Dean Bradfield e qualche analogia elettrica evocano curiosamente i Manic Street Preachers di una dozzina di anni fa, senza però l’aggravio grossolano di certi proclami: c’è un progressismo di fondo che è anche gradevole perché limitato all’ironia celata tra le righe, lontana dall’attivismo urlato in favore di telecamera. L’intelligenza di Ted Leo si apprezza soprattutto in questa sua volontà di confinare gli effetti speciali nella sola sfera musicale: come quando la sua grattugia si fa più tranchant e lui gioca a travestirsi da punk-rocker (‘The Stick’, ‘Gimme The Wire’) salvo rallentare alla prima occasione (‘Tubercoloids Arrive in Hop’) per accendere il bastoncino di incenso. Anche in un disco apparentemente leggero come questo non mancano un respiro più ampio (‘Last Days’) ed una miriade di spunti preziosi. E’ il segreto di chi sa colpire a più livelli e far pensare, oltre che intrattenere. Così anche i mattoni più duri possono aiutare a guarire, come ogni medicina che si rispetti. Questa di cui vi ho detto la trovate però solo ed esclusivamente nella farmacia di Ted Leo.

Stefano Ferreri

9. The National – High Violet

Data di Uscita: 11/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

How we swallow the sun
di Marco Caprani

Nulla di più di un bacio.
Nulla di più si chiede alla sincerità.

La persi nel mondo, la persi davvero…
You must be somewhere in London,
You must be lovin’ the life in the
rain…
La presi sul serio, me la presi davvero…
E Nessuno.

Nessuno mi disse di essere innamorato di lei.
Negli occhi blu, un soffio di aria solare,
nelle pupille, il profondo pozzo di un’esperienza di vita piena.
Ma il cuore, avvelenato dal nulla.
I’m afraid of everyone, I’m afraid of everyone…
Nulla, non salva.
Nulla, non riesce ad accertare l’amore.
C’è bisogno di prove eclatanti.

Sguardi fuggenti, labbra chiare dai movimenti lenti e decisi.
Mani lunghe e leggere, affusolate ti toccano l’anima.
Losing my breath…

Ragazza piangi, piangi fortissimo.
Dimentica i miei occhi e ricorda l’erba dove correvi ridendo piccina,
salva il sorriso, salva le parole, salva le conversazioni infinite,
Salvale, queste sono solo per Noi.
Malgrado me e te, solo con noi acquistarono un senso.
Takes me a day to remember a day…

Toccati il cuore, accarezzane il battito,
lavane le colpe, scuotine la ruggine:

chi non derise se stesso di fronte all’orgoglio non seppe
mettere in gioco la vita per un fiore.

10. The Magnetic Fields – Realism

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quanto può essere dura la vita dei grandi songwriter, intrappolati anche loro malgrado tra le pagine patinate delle solite riviste di musica alternativa. Troppo comodo limitarsi a considerare gli allori tributati da qualche adepto entusiasta o le lisciate superficiali di una critica ad orologeria, non meno repentina nel gioco al massacro di quanto sappia esserlo nell’adulazione ruffiana. Prendiamo il caso eclatante di Mr. Stephin Merritt. Dubito che la sua vita d’artista si sia rivelata una passeggiata, in questi ultimi dieci anni. Quando partorisci un disco come ‘69 Love Songs’ non puoi tirare avanti come se nulla fosse, ignorando di aver lasciato ai posteri il documento che ti rappresenterà per sempre, come nient’altro al mondo. Arrivare sulla vetta porta con sé la contemplazione del proprio limite, nella consapevolezza che d’ora innanzi si avrà sempre un termine di paragone con cui confrontarsi ed essere confrontati, volenti o nolenti. Nella vicenda dei Magnetic Fields, l’ego smisurato dell’uomo solo al comando e la mole delle aspettative lasciate a gravare sulle sue misere spalle hanno esacerbato gli sviluppi di questo dato di fatto, sino all’inevitabile esito parossistico. Schiavo nella dipendenza dal riconoscimento del proprio genio, Merritt deve aver sofferto come un cane alla ricerca dell’idea giusta, meritandosi l’appellativo di “uomo più depresso del rock” con cui venne etichettato tempo fa dal grande Bob Mould. Persuaso della necessità che un’opera epocale vada replicata ad oltranza, l’infelice musicista si è affidato con forza all’autosuggestione, al mito di sé come maestro di concept, credendo che anche dietro il più pretestuoso degli spunti si potesse nascondere un capolavoro. Si sbagliava ovviamente, ma il fallimento non gli ha impedito di dare vita a dischi estremamente intriganti. Dopo aver rimasticato come bubblegum gli stereotipi del country e del noise, Stephin sceglie ora di apporre la propria firma pop anche su un universo sonoro tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. Per sua stessa ammissione ‘Realism’ è un album folk, per quanto l’incapacità cronica del suo autore a “tollerare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti consecutivi” sia sintomo di un approccio non ortodosso al genere. Tutto il mondo racchiuso in un LP caleidoscopico, con la menzogna gentile di un continuo sdoppiamento autoriale e la sorpresa reiterata dentro ogni brano. Il sound britannico di fine anni ’60, la tradizione che svolta verso il barocco, l’amore per le ampollosità più svenevoli ed anacronistiche. Dal suo magico cilindro Merritt tira fuori una buona dose di rimandi estetici e simbolici, oltre a ribadire la predilezione cabalistica per il numero 13 e confermare in toto la sua folle squadra delle meraviglie: la malìa è garantita come sempre dalle voci preziose di Claudia Gonson e Shirley Simms, non mancano le fisarmoniche di Daniel Handler alias Lemony Snicket, ed il John Woo che si cimenta con banjo e bouzouki è sempre e solo un omonimo del regista di Hong Kong. Come nei due lavori precedenti non c’è spazio per i synth, mentre è una novità l’esclusione radicale di percussioni e chitarre elettriche, se non si tiene conto delle tablas e degli spifferi di distorsione confinati sullo sfondo di ‘The Dada Polka’, a mo’ di ironica autocitazione da ‘Distortion’. Proprio quel disco e questa nuova operina erano nati nella testa di Stephin come solida coppia, le due facce di una stessa medaglia i cui titoli avrebbero dovuto essere ‘Vero’ e ‘Falso’, senza tuttavia precise indicazioni in merito all’effettivo abbinamento. L’ascolto di questo seducente gioiellino parla in ogni caso di una nuova finzione, naturalmente premeditata dal suo creatore. Se là si palesava la falsificazione di certi canoni rock, è innegabile che il “realismo” annunciato dal nuovo titolo non vada al di là dell’impiego di una vastissima gamma di strumenti unplugged, dunque “autentici”, mentre gli scenari evocati vengono sistematicamente filtrati dalla prospettiva deformante del fiabesco e di quella estenuata raffinatezza fuori moda tanto cara ai nostri poeti crepuscolari. Il santone dei Magnetic Fields si riaccredita dunque come inguaribile decadente, specie quando – spesso – sceglie di ripiegare sulle comodità del proprio classicismo oppure torna a vestire i panni del consumato cantastorie (vedi ‘Walk a Lonely Road’, per il suo adorabile omaggio a Leonard Cohen). ‘Better Things’ o ‘Everything Is One Big Christmas Tree’ rientrano agilmente tra le migliori paginette dell’easy listening merrittiano, memorabili per il retrogusto dolciastro e per quel candore un po’ inquietante che il leader della band di Boston ha sempre saputo dipingere con sommo talento. Dietro lo sfarzo degli orpelli e la squisitezza dei ninnoli, popsongs di classe come ‘You Must Be Out of Your Mind’ e ‘Always Already Gone’ tradiscono l’accentuato minimalismo di una scrittura che è tutta sostanza, con una polpa melodica a tal punto consistente da poter sostenere come per magia arrangiamenti tutt’altro che leggeri. Con la magnificenza triste delle nuove canzoni sembra affiorare per la prima volta un’ammissione di impotenza. I Don’t Know What To Say. “E’ insensato affidarmi speranze che si dimostreranno inutilmente riposte”, sembra dichiarare con lucidità il cantante, “se qualunque cosa io dica o faccia non verrò preso sul serio”. La voce del disincanto di un Merritt che torna a “non credere nel sole” lascia parole amare che smentiscono la delicatezza da ballerina nel carillon, l’eleganza delle finiture, la dolcezza di una trama tanto semplice e spensierata. Il presente è quello descritto negli ultimi versi della ballboyana ‘From a Sinking Boat’, con la più netta confusione che sembra imporsi in un clima di sconfinata disperazione prima di arrendersi alla meraviglia di una sola certezza, l’amore. In fin dei conti i Magnetic Fields non hanno mai smesso di farci sognare con la più celebre delle loro ossessioni.

Stefano Ferreri

One Response to “(Top Ten 2010) Stefano Ferreri”

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