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(Top Ten 2010) Filippo Righetto

1. Vex’d – Cloud Seed

Data di Uscita: 22/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

We Create Our Own Hell
di Filippo Righetto

… il sangue fuoriuscì denso da ogni capillare della sua testa, macchiandogli capelli e vita di rosso innaturale…

La città si sta svegliando.

Così, uguale, in ogni parte del mondo.

Velocità d’informazione ha portato ad uniformità dilagante, unica lingua, unica cultura, come era stato previsto.

C’è silenzio. Pace. Il rumore non fa più parte delle nostre vite.

La vecchia ferrovia, inutilizzata da secoli, si riempie lentamente di luce naturale. Divide perfettamente il parco di St. Nicholas in due metà.

Io me lo ricordo… ma sono uno dei pochi. Il verde è sparito da molto anni.

Andavo sempre a giocare ai bordi del piccolo laghetto artificiale, da bambino. Ogni mattina perdevo circa mezz’ora per costruire una barchetta con del legno e del cartone che rubavo nelle cantine della scuola. Nel pomeriggio la poggiavo delicatamente sul lenzuolo d’acqua, le davo un colpetto affettuoso. Poi correvo in cima alla roccia che faceva da cornice alla fontana di St. Nicholas, e la guardavo muoversi lentamente. Sapevo che dopo qualche minuto il cartone avrebbe assorbito l’acqua, e la mia barchetta si sarebbe sfaldata. Allora avrei chiuso gli occhi, tenendo fissa in me la sua immagine, e quando li avrei aperti di nuovo, solo pezzetti di legno mi avrebbero accolto. Ma mi andava bene così, perché ero io a scegliere, e solo io sapevo da dove venivano quelli che, agli occhi comuni, erano resti insignificanti. Sul finire del pomeriggio andavo a sedermi sulla discesa polverosa che portava alla ferrovia. L’inclinazione dei raggi solari faceva si che i bulloni che tenevano ancorati i binari al terreno ruvido, improvvisamente brillassero come le stelle fluorescenti che mia madre aveva attaccato sopra il mio letto. Mi raggomitolavo, portando le ginocchia al mento, e sorridevo.

Quando… quando avete smesso di splendere per me?

Sono io il primo?

A otto anni persi la mia famiglia. La casa fu presa dalla fiamme, e con essa i miei genitori. Al funerale ero seduto composto sulla prima panchina davanti alla bare. Solo. Ricordo che con i piedi non riuscivo a toccare il suolo. Ma non li dondolavo. Chiesi perché la mia sorellina non era con me. Venni a sapere qualche anno dopo che era stata rapita all’asilo lo stesso giorno. Abusata, seviziata, uccisa. Lo so perché quel pomeriggio tornai sulla discesa della ferrovia con indosso ancora i vestiti della mattina, e trovai ad attendermi un pacco con dentro le sue manine.

Le persone non nascono con intenti malvagi. La crudeltà è qualcosa che si impara con l’esperienza della vita. Io ero troppo piccolo per comprendere appieno il significato di quello che vedevo. Però sapevo una cosa… stavo guardando i resti della mia barchetta.

Quel pomeriggio i bulloni non scintillavano. Mi rannicchiai, e i miei capelli diventarono rossi.

Quel pomeriggio subii l’Imprinting, e mi adoperai affinchè altri raggiungessero il mio stato, ricercando ragazzini adatti come lo ero stato io,  distruggendo la loro dimensione.

Al giorno d’oggi siamo in cinquantasei, e governiamo questo mondo.

Possediamo il totale controllo del nostro corpo, a qualsiasi livello. Al di là delle capacità fisiche ed intellettive superiori a qualsiasi umano o macchina, la qualità più estrema che abbiamo sviluppato è la forza dell’adattamento.

Sono il dominante, ed il più giovane, ho bloccato il processo di senescenza, così per tutti sono un bambino di dieci anni scarsi, quando in realtà sono molti secoli che veglio, attento.

Sono io il primo?

Il mio Imprinting fu frutto di un meccanismo casuale, o di una mente perversa?

Costantemente alla ricerca del creatore, consumato dal timore che sia solo un inesistente simulacro, scruto la vita che si sviluppa debole ai miei piedi, con nitida follia e fredda crudeltà, attingendo dal suo indolente dinamismo.

… videro solo un’ombra oscurare il sole del mattino, mentre il mostro alato scendeva su di loro…

2. Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy

Data di Uscita: 22/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Concerto allo Snopes, Detroit’s Slums.

Facciamo incazzare Marvellous Jr.

“Yo Dj Choke, gimme some shit

…..

dude, that gangsta nigga

is way frick’le

all white dressed

fuckin’ stressed

blessed

found a snag on his way

he fled to Hawaii!”

Marvellous Jr. mi guarda serafico, ma io so che mi odia.

Perché ho insultato il suo paladino.

Perché sono migliore di chiunque nel freestyle, qui al da Snopes.

Sono qui solo per dimostrare la mia superiorità.

Sono il migliore perché ho una cultura musicale non sedentaria.

Torreggio, per massa fisica e per conoscenza, su questa generazione cresciuta mangiando Billboard.

Novanta persone forse, le luci si abbassano.

Movimento alle mie spalle, mi giro.

È lui.

Vestiario casual, maglietta marrone su pantaloni grigi.

Questo penso, che è caduto, capita a tutti prima o poi.

“I’m livin’ in the 21st century
Doin’ something mean to it
Do it better than anybody you ever seen do it
Screams from the haters, got a nice ring to it
I guess every superhero need his theme music”

E questo è il suo ring, una Las Vegas dove i monumenti non sono fotocopie ma opere reali, lui moderno Rey Mysterio versione Ungaretti, io superfluo Uomo Geco schiacciato dallo stivale della sua sovrastante visione.

Diavolo in nuova veste, rappa con occhi di fuoco, qualità liriche e pressione corale dell’insieme di demonette puttane dello showbiz e di arcangeli artisti venerati dal mondo indipendente, tutti fuoriusciti dal golden sarcophagus del Re Mida di Deir el-Bershes.

“Bitch, I’m a monster, no good blood sucker
Fat muthafucker, now look who’s in trouble
as you run through my jungles all you hear is rumbles
Kanye West sample, here’s one for example”

Ha trasformato il mondo in una battle a colpi di rime rap, e ne ha per tutti.
Ne ha per me, e anche per te.

Mi riconosce come Mc, e mi passa il microfono come la tradizione insegna.

Quel che cola dalla mia fronte non è lo specchio della sua aggressività canora, ma ansia e sottomissione.

Abbasso la testa.

Marvellous Jr. sorride.

“You’re a monster”

Filippo Righetto

3. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

4. Flying Lotus – Cosmogramma

Data di Uscita: 03/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

A Love Story Between A Crazy Proton And A Watermelon Candy Bar
di Filippo Righetto

Fium Fium Fium

Bolle Di Sapone

Mignottami di attenzioni (MIND THE GAP) sbagliate
di
presunzioni e biglietti scaduti
suoni avversi
intromissioni amorose
colori

Wou Wou and I do the snake dance THE SNAKE DANCE.

Sono un filamento impazzito, una fisarmonica guidata dalla volontà di una ninfea sincopata.

Mi concedi questo ballo? Danziamo danziamo, Fantasia! Fantasia!, colle scope ed il sanguinaccio.

Rimaniamo abbracciati tutto il giorno, anche se non ho braccia da offrirti, ma prendi pure tutto il resto, serviti pure! Te lo dico sorridendo, perso in un’estasi pineale.

Ammira il cuore, entra in sintonia con il suo incedere aggraziato.

Jukebox multilescente, l’aria è schiumosa e frizzantina, siamo tutti colori diversi, dovresti vederlo da te, giocare con me in questa foresta sporcata dai laser, specchiarti nelle particelle luminose che ci circondano.

Perché non sei nata anche tu dentro questo meraviglioso sistema?

You’re too big, you wouldn’t fit here, it’d mean death!

Il dilemma di lasciarti entrare per ballare intrecciati o di continuare a guardarti filtrata da due centimetri di pelle…

Yo Open the gate

5. Four Tet – There Is Love In You

Data di Uscita: 02/02/2010

Ciò spiega tutto.

Dentro al casinò i riferimenti comuni di tempo e spazio svaniscono: muri di slot machine luminescenti e chiassose delimitano piazze di tavoli verdi con roulette gremite di uomini e donne in abiti eccentrici.

Passeggiando attraverso i lampi di colore che si rincorrono sulle colonne a specchio della struttura luna-park incontro stravaganti personaggi d’avanspettacolo: sono persone di plastica che celano amorevoli pianti dietro sorrisi automatici. Anche io sorrido come tutti gli altri, mentre ho nella testa una melodia vaga che mi gira e rigira nella testa; echi angelici come dopo una sbronza.

Ho mangiato nella mia suite, non ricordo quante ore fa, sono al Pablo’s Heart Casinò e non posso far altro che cantare.

Stringo tra le mani le ultime tre fiches arcobaleno ed assaporo la gioia di consumarle contro il Sig. Thomas di turno al tavolo del blackjack. Grida euforiche mi fanno trasalire, faccio un’inversione di percorso e mi dirigo di corsa verso l’enorme scultura di cristallo antistante l’ingresso. Jackpot!!! Un tipo ha vinto la Cadillac “Tequila e Bonetti” del ’59.

Il suo canto estatico mi gira e rigira nella testa.

Potrei balzare dentro la cabrio, innestare la retromarcia e lanciarmi a tutto gas fuori dalla vetrata ma non è nel mio stile. Una Marylin si avvicina e mi offre tartine al caviale.

Con in testa la mia melodia “collage” che gira e rigira, gira e rigira, mi allontano dallo spumante e dalla voglia di combattere.

Maurizio Narciso

6. The National – High Violet

Data di Uscita: 11/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

How we swallow the sun
di Marco Caprani

Nulla di più di un bacio.
Nulla di più si chiede alla sincerità.

La persi nel mondo, la persi davvero…
You must be somewhere in London,
You must be lovin’ the life in the
rain…
La presi sul serio, me la presi davvero…
E Nessuno.

Nessuno mi disse di essere innamorato di lei.
Negli occhi blu, un soffio di aria solare,
nelle pupille, il profondo pozzo di un’esperienza di vita piena.
Ma il cuore, avvelenato dal nulla.
I’m afraid of everyone, I’m afraid of everyone…
Nulla, non salva.
Nulla, non riesce ad accertare l’amore.
C’è bisogno di prove eclatanti.

Sguardi fuggenti, labbra chiare dai movimenti lenti e decisi.
Mani lunghe e leggere, affusolate ti toccano l’anima.
Losing my breath…

Ragazza piangi, piangi fortissimo.
Dimentica i miei occhi e ricorda l’erba dove correvi ridendo piccina,
salva il sorriso, salva le parole, salva le conversazioni infinite,
Salvale, queste sono solo per Noi.
Malgrado me e te, solo con noi acquistarono un senso.
Takes me a day to remember a day…

Toccati il cuore, accarezzane il battito,
lavane le colpe, scuotine la ruggine:

chi non derise se stesso di fronte all’orgoglio non seppe
mettere in gioco la vita per un fiore.

7. The Wilderness Of Manitoba – When You Left The Fire

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno sguardo da 2° 3° 4° posto
di Filippo Righetto

Lo vedevano arrivare da lontano.
Anzi.
Prima di vederlo, lo sentivano.
Quel cigolio abbattuto pareva momentaneo, ma puzzava di eternità.
Si chiedevano da dove venisse, dato che il guscio metallico che lo ospitava era oliato a dovere.
Le persone si interrogavano su quel ragazzo, e mormoravano.
Un tempo atleta sano e dalla morale integra, la vita gli sorrideva e lui sorrideva ad essa.

Aveva smesso di frequentare la casa.
Il che era strano.
Ci era molto legato. Più di chiunque altro nel quartiere.
Era una casa defilata, non si lasciava trovare.
Il ragazzo ci passava davanti spesso, quasi ogni giorno. La considerava una dimora modesta, dalle tinte spente, con degli evidenti problemi strutturali. Forse a qualcuno quelle grondaie raffazzonate e quelle tegole sproporzionate potevano anche piacere.
A lui no.
Questione di gusti.
Qualche volta ci entrava pure. Al pian terreno solamente.
Si riunivano li un’accozzaglia di giovani vagamente interessanti, che non spiccavano di certo per acume e prontezza. Non erano al suo livello.
Quasi per noia inerziale, cominciò ad addentrarsi nei piani superiori. Non cercava nulla, e non c’era niente che lo interessasse.
Questo prima di scoprire il pianoforte.

Sentì le prime note avvolgerlo e trasportarlo fuori dalla materia. Li, nel nulla, si rese conto di essere solo. Nessun altro aveva sentito quella meraviglia. Capì subito, e si mise alla ricerca della fonte. La trovò, in un piano nascosto, il più alto.
Entrò in una stanza piccola e dal profumo intenso. Bagnata dal buio, poca luce filtrava dalle tende. Si appoggiò alla parete, lentamente scivolò a terra.
Rapito.
Cercò, a tentoni, qualcosa. La sua curiosità trovò una scheggia affilata. Pretendeva troppo dalla stanza. Sorrise felice, era solo la prima volta del resto.

Tornò ogni giorno, e la sua felicità aumentava di visita in visita.
I gradini per raggiungerla erano massicci e pericolosi, ma lui impiegava sempre meno a farli.
Ogni viaggio era una nuova scoperta. Quando trovava qualcosa, si avvicinava all’unico raggio di luce che fuggiva la finestra oscurata, e ammirava.
Libri che narravano della storia della casa, fotografie di tempi passati, un’immensa collezione di vinili, giocattoli animati.
Il tempo passava, e il giovane capiva che poteva comunicare con la stanza.
Parlava ad alta voce, ed il suo nome, saettando tra quei buffi oggetti, veniva trasformato, ed ogni volta che questo succedeva, il suo cuore scintillava.
C’erano degli scaffali vuoti, e lui li riempì con immagini della sua vita. Aggiunse dischi alla collezione. Un quadro.
Condividevano tutto.
Le frustrazioni e le passioni.
La più minuscola novità era subito occasione per correre a perdifiato attraverso il selciato e saltare quei gradini a due a due a tre a tre a quattro a quattro fino a volare!
Cosa nascondeva quell’edificio all’occhio così debole… era fortunato, felice, così felice da essere diventato stupido pensava ridendo!
Non avrebbe cambiato nulla.

Venne il giorno in cui smise di essere stupido.
Aveva scoperto lievemente il pesante tendaggio, e i suoi passi l’avevano guidato sulla soglia di una porta. Abbracciò la maniglia, e spinse senza ottenere risultato alcuno. Continuò in questo modo, incredulo. Fece qualche passo incerto all’indietro, riflettendo.
Qualcosa non andava.
Cominciò a cercare la chiave, prima con calma, poi con crescente ansia e sofferenza. Scorse tutti i libri che aveva letto e scritto, pagina dopo pagina, singhiozzando, ed i cartoni e le favole e la musica e le speranze e tutto quello che rendeva bellissima quella stanza!
Il pianoforte cominciò a cantare con voce fredda, tanto che il ragazzo vedeva la brina staccarsi dalle sue corde tese.
Quella porta non si sarebbe mai aperta per lui. L’eventualità non era nemmeno mai stata contemplata.
Scappò dalla stanza, senza fiato, inciampando su tutto quello che era stato costruito. Non era possibile, non aveva senso, nessun senso, non c’era motivo di… di…
Arrivato sul pianerottolo, lanciò il suo peso sulla balaustra cercando sostegno, ma il dolore liquido gli fece mancare la presa.
Cadde.
Quei gradini, la cui conquista era stata per lui fonte di immensa gioia, ora lo straziavano senza pietà, martoriandolo. Dopo un tempo infinito, si ritrovò disteso alla base delle scale, incapace di muoversi, di parlare, di vivere.
Non riusciva più a muovere le gambe.
Alzò la testa di qualche centimetro. La porta d’ingresso era spalancata, ed un sole pallido e vuoto lo colpiva, mentre il suo destino lo raggiungeva scivolando lentamente. Si issò sulla sedia a rotelle con fatica.
Per la prima volta era consapevole dei suoi limiti.
Non era abbastanza. Lui non era abbastanza.
Cominciò la sua vita da reietto. Perse molto, dopo quella caduta. Fece delle scelte sbagliate, che ferirono persone a lui vicine.
Tornò qualche volta d’innanzi a quei gradini. Sentiva la musica del pianoforte suonare più radiosa che mai.
Guardando in alto, non pensava a quanto fosse tutto così assurdo, alle spiegazioni mancate, all’odio che avrebbe dovuto provare… l’unico pensiero che imperversava nella sua mente era… quanto gli facessero male le sue gambe.
Adesso le persone lo incrociavano per strada.
Quello che le colpiva non era la carrozzina, o il suo aspetto dimesso…
I suoi occhi.
Uno sguardo da 2° 3° 4° posto.

8. Deepchord Presents Echospace –  Liumin

Data di Uscita: 27/07/2010

La capitale è un dedalo di luci al neon e di follie metropolitane. Alcuni vicoli puzzano di marcio, ma in altri gentili profumi orientali accarezzano la mia fronte sudata. È una notte livida e densa questa, l’aria sembra aver lasciato il posto a un’afa senza scampo, perfino i grattacieli sembrano trasudare appiccicosi. Sono un vagabondo, oppure un turista che ha speso troppe energie per ritrovare la strada di casa alle 4.00 a.m., ma che differenza fa? Cerco una panchina sulla quale distendermi, magari lontano dai club aperti tutta la notte o dalle insopportabili “sale Pachinko” rumorose anche in queste ore; i ritmi pulsanti sui quali mi sono scatenato, conditi di acid house e deep groove neanche stessi a Chicago, ancora mi risuonano nella testa e nelle orecchie, in bocca l’amaro di una serata andata storta, finita troppo presto. Non ho pace, i semafori sono luci brillanti e mi irritano gli occhi, le vetrine illuminate a giorno ed animate da nenie di benvenuto 24 ore su 24 mi disorientano. Nella testa di nuovo quei ritmi alla Frankie Knuckles, ma c’è dell’altro, riaffiora il ricordo di alcune voci sussurrarsi parole a me incomprensibili, mentre origliavo alla porta di un wc per capire se fosse occupato:

“CODENAME: LOVE064”

Ho fretta di sentirti, sono qui a Tokyo e tu così distante dalle parti di Juan Atkins, ma l’urgenza di comunicarti le mie scoperte supera qualsiasi questione pratica di fuso orario o quant’altro. Mi trascino nel primo internet cafè che mi è a tiro per scriverti.

Quello che la città afosa mi ha affidato è un tesoro nero e a sprazzi fluo, fatto di dub, beat e rumori urbani, un tesoro invisibile a chi non vive la notte, un rompicapo che solo tu puoi aiutare a sciogliere. E poi quelle parole misteriose, borbottate in un water in mezzo al magma musicale incessante mi hanno fatto trasalire. Mi sento a casa come mai mi era successo in questi ultimi anni passati in volo da una città all’altra, inseguendo una chiave di lettura del mondo da poter tramutare in musica. E noi che un tempo ci sforzavamo a cercare fonti e ispirazioni chissà dove, e chissà in che cosa, con risultati a dire il vero apprezzabili – per carità! Ma qui non sono io ad arrabattarmi in ogni modo per arrivare a destinazione, il treno senza ritorno l’ho già preso, era lui che cercava me e mi è venuto incontro sferragliante in questa strana notte d’estate dall’altra parte del mondo. Ora non resta che mettere insieme i tasselli e poi ballare. L’alba caliginosa sta rischiarando il cielo, ma il dub che ho in testa è scuro più dell’asfalto. Perché sono in Giappone, ma questa musica sembra in maniera sconvolgente congiungere me e te, Chicago e Detroit.

Federica Giaccani e Maurizio Narciso

9. Owen Pallet – Hearthland

Data di Uscita: 12/01/2010

Lysergic Acid Diethylamide
di Marco Masoli

“Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi”

Deglutisco. Un sussulto nell’etere. Nessun sapore, benché l’impressione sia quella di avvertire in un sol colpo tutti i sapori esistenti. Tutto e il contrario di tutto. Vampate di calore improvvise e geloni. Mi si accappona la pelle. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un vortice di colori ed animaletti sinuosi. Cavallucci marini di un arancione intenso si fanno largo tra le alghe per trascinarmi nel loro regno. Li seguo frettoloso fino al portone dorato. Si fermano sulla soglia e mi fanno cenno di entrare con un’aria spaventosamente affabile. Irrompo senza pensarci e crollo in un vortice apparentemente senza fine. Cado metro dopo metro sotto lo sguardo raccapricciante di enormi bambole di porcellana con un terribile ghigno stampato in volto. Grido parole di cui non conosco il significato e scorgo sui due lati del vortice due colonne di scale a chiocciola. Delle spirali verticali color indaco che si immergono verso il centro della terra. Un colpo sulla nuca mi travolge e mi ritrovo a correre verso il basso su scalini che scompaiono progressivamente. All’improvviso un tonfo ed una spianata verde di fronte ai miei occhi. I fili d’erba sono accarezzati dalle leggere lacrime lasciate dalla rugiada del mattino appena trascorso, il sole si mostra nella sua maestosità e delle mucche pezzate pascolano in lontananza. Delle note alle mie spalle ed un’intera banda di paese occupa a poco a poco la spianata guidata dall’incedere marziale dei rullanti. Mi ritrovo accerchiato. Il suono metallico dei piatti che si urtano mi perfora le orecchie. Il rumore diventa sempre più assordante, tanto che la terra comincia a tremare. Si aprono crepacci di forme ben definite. Forme geometriche. Scelgo un trapezio ed effettuo volontariamente il mio ingresso. Di nuovo giù, verso il basso, senza sosta. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un portone dorato in lontananza. Navigo su chiavi di violino seguendo la corrente. Un torrente impetuoso che trascina verso il portone aumentando di volume fino a sfondarlo. Un esercito di colori, sensazioni e fotocopie distorte della realtà. Tachicardia. Un caleidoscopio di sapori, benché l’impressione sia quella di non avvertirne nessuno. Respiro affannoso. Un retrogusto acido, lisergico.

10. Gregory And The Hawk – Leche

Data di Uscita: 15/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Just Like Momma Said!
di Filippo Righetto


L’ho trovata fuori da un bar, una giornata carina con il sole un po’ fredda ma con cose belle.

Sono l’unico pazzo che al Burdick Chocolate Cafe prende sempre cappuccino con un dito di schiuma e due botte spolverate di cannella!

Col muffin al mandarino.

Il Boston Globe, nella sua rubrica Meredith Godreau racconta una storia tragicomica.

“Ventottenne madre con figlioletto a passeggio. Trasloco in atto, dal quarto piano una vasca da bagno in vetro infrangibile, decorata con smalti a freddo raffiguranti improbabili scene erotiche fra Teseo ed il Minotauro (non si preoccupi Mr. F. G. i suoi intimi segreti sono al sicuro, nessuno la disturberà questa domenica alla messa), cade sul povero Timmy di quattro anni e mezzo, che sparisce dalla vista della madre. La giovane incredula strattona il guinzaglio per bambini, così per qualche minuto, certa della malasorte del bimbo. Il nerboruto tuttofare arriva e solleva senza fatica la leggera vasca, borbotta con accento irlandese un buongiorno, rivelando l’incolume tenerello che ricomincia la sua traballante camminata verso il negozio di caramelle in Tremont St, trascinando con sé la sempre più incredula madre.”

Dio grazie per la Godreau!

E per gli irlandesi.

Un gran baccano fuori da Burdick. Un idiota vestito con pastrano lungo nero e cappellino nero da pescatore balla in mezzo alla strada. Dicono che stesse camminando erudito e spedito, d’improvviso tira fuori indumenti da pioggia (“Lei vede piovere? Vede forse qualche goccia di pioggia? No me lo dica chi è il pazzo secondo lei, io, o quel pescatore ballerino nel bel mezzo di Cornbery St!”) ed un walkman, e si improvvisa Michail Baryšnikov.

Danza sorridendo senza imbarazzo e senza talento.

Non sembra pazzo.

Solo… felice.

Lo fisso addentando il mio muffin al mandarino da quattro dollari e novantacinque.

Le persone passano e mi spintonano imprecando, insultano lui e me perché siamo d’intralcio.

Io lo trovo divertente e buffo, muovo il piede a tempo di un’inesistente melodia.

Passa qualche minuto ed il pescatore si ferma trafelato, si gira a guardarmi, corre ad abbracciarmi.

Senza proferir parola mi tira nel bel mezzo della strada, si toglie il ridicolo cappello e me lo calca sulla testa.

Raccoglie la valigetta e se ne va.

“Hey, il walkman!”

Si gira sorridendo, lanciandomelo, faccio scattare l’apertura.

Vuoto.

Make my head spin again,
throw me over the edge.

Passo, passo, giravolta… passo, passo, di lato…

One Response to “(Top Ten 2010) Filippo Righetto”

  1. Bid-Ninja…

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