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Archive for dicembre, 2010

(Top Ten 2010) Giulia Delli Santi

1. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson & The Pioneers Saboteurs

Data di Uscita: 24/05/2010

Sfila il vestito per me, mia cara Ashley
di Gianfranco Costantiello e Giulia Delli Santi

Correvamo con lo sguardo dal giardino lungo i campi e dai campi lungo i cavi dei pali elettrici dove gli uccelli riposavano e cinguettavano. Fumavamo e poi ci chiudevamo nella sua piccola stanza, stesi sul pavimento ad aspettare a luci spente. Aspettare una vita migliore.
Sognavamo ad occhi aperti di girare il mondo e di visitare tutte le città della West Coast, mentre soffocavamo lentamente nelle grigie giornate invernali.  L’odore acre di bruciato veniva fuori dai camini sonnolenti e sporcava i nostri volti pallidi e freddi e insozzava il cielo già fosco al crepuscolo.
Lei mi parlava con quel tono fragile e materno e mi diceva di tenerle stretta la mano perché l’avrei lasciata. Io la invitavo a togliersi il vestito di seta che accarezzava il suo corpo nudo e giovane e voluttuoso. Lei restava in silenzio e si faceva rossa in viso e nascondeva il suo sguardo pudico. Le dicevo che l’amavo, allora mi sorrideva e annientava il pudore con una smorfia di eccitazione e pregustava il lento scivolare e strofinare dei nostri corpi.  Si sfilava il vestito oscillando in una danza sensuale e alacre, mentre il suo corpo rosseggiava alla luce della lampada rossa. Aggrappati, stretti, scintillavamo sul divano profondo in pelle che si bagnava del nostro sudore. Poi si sollevava, flemmatica tremante, spingeva i suoi seni contro il mio viso e mi perdevo lì dentro e ci restavo per tutta la notte succhiando i suoi sussulti, fremiti epilettici. Ricordo ancora il suo volto nel pieno dell’amplesso e i suoi occhi spalancati come se volessero ingoiare la stanza. E perdeva il senno gemendo il piacere agognato, l’attimo in cui sentiva d’esser viva.
Ma una lettera del governo spezzò quell’armonia che avevamo raggiunto col trascorrere dei mesi. Mi veniva chiesto di servire la patria. La guerra.. onore per ogni americano.
Mio padre era stato in Vietnam. Tornato a casa , il suo petto era colmo di stelle. Mio padre era un grande uomo ed era molto forte, ma anche buono e generoso e aveva la bandiera americana tesa sulla parete che lambisce il letto, sospesa come una rassicurante carezza d’orgoglio approvato. Ora toccava a me onorare la patria, la famiglia e sarei tornato a casa con le stelle sul mio petto e avrei appeso la bandiera nella mia camera, e il mio vecchio, che stava male, sarebbe stato fiero di suo figlio.
Quella terra, così arida, era lontana e quelle montagne deserte erano insidiose; sarebbe bastato un attimo, una piccola distrazione per cadere, perdere tutto. Ma il mio pensiero volava alto oltre quelle cime e oltre l’oceano. Le scrivevo un e-mail ogni notte quando rientravamo alla base: “ Mia cara Ashley ti amo e voglio sposarti e non mi dimenticare ” e lei rispondeva che mi amava e voleva sposarmi e come poteva dimenticarmi.
Fu un anno difficile e invalicabile, il più lungo della mia vita. Così interminabile che il tempo sembrava essersi arrestato, pronto a ricevere una mia spinta per riprendere la sua corsa. Ma quando tornai lei era lì come l’avevo immaginata per tutti questi mesi di assenza, ancor più bella, sui gradini davanti alla porta con la camicia da notte. Mi venne incontro piangendo felice come succede nei vecchi film che ci piace guardare. Ci abbracciammo e ci amammo ancora, quella notte, su quel divano che sapeva del nostro sudore vecchio di un anno.
Qualche mese più tardi ci sposammo e andammo sulla West Coast a Frisco e L.A. Parlavamo con gente che non conoscevamo e loro raccontavano le loro vite e stavamo a sentirli intorno al fuoco, per le strade. Io e Ashely, l’amore della mia vita, avevamo detto “per sempre“ e restavamo stretti stretti aggrappati all’intima vita che avevamo sognato stesi sul pavimento. E il pazzo mondo girava e non ce ne fregava niente.

2. Anais Mitchell –  Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

3. Women – Public Strain

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Right From The Start
di Giulia Delli Santi

Patrick Flegel’s diary

Vi siete mai chiesti se il tempo esiste davvero?
Di sicuro, risponderete, esiste un presente che definisce un tempo attuale, certamente è esistito un passato che declina gli avvenimenti già accaduti; ma il futuro?

Anno 3180

Il pianeta è cambiato, trasformato radicalmente, è solo grazie al progresso se la vita ha potuto scorrere quasi regolarmente. Siamo lontani dai racconti dei nostri padri, vecchie istantanee sbiadite, che ci parlavano delle spiagge della California, dell’esercito del SURF.

Si stenta da mesi. Da quando la gigante rossa, terminato il carburante, è collassata su se stessa.

Le alte temperature raggiunte hanno prosciugato parte dei nostri mari, e nei continenti più esposti la maggior parte delle persone non è sopravvissuta.
La pressione idrostatica della stella non è riuscita a bilanciare il collasso, formando quel buco nero che ha risucchiato Mercurio.

La Nasa seguiva il fenomeno da parecchi anni. A notizia data, in tutto il mondo è scoppiato il caos.

Estremismi religiosi incitavano il suicidio di massa, si sono verificati fenomeni di vandalismo in ogni angolo del pianeta e nessuno dei capi di governo è stato in grado di riportare il minimo di ordine necessario per poter organizzare dei piani di sopravvivenza.

“Siamo in stato d’emergenza. Il governo chiede ad ogni cittadino di mantenere la calma. L’esercito è già in mobilitazione per isolare i casi di violenza che si sono verificati. Lo stato ha messo a disposizione impianti antiatomici per chiunque ne abbia bisogno. Nonostante questo, ci si aspetta la massima collaborazione per chiunque ne disponga di propri. In ogni strada ci sono pattuglie organizzate che sapranno indicarvi come comportarsi.”

L’ultima dichiarazione del presidente degli Stati Uniti.

Un sistema di complessi magnetici, brevettato dai migliori scienziati del nostro tempo, istallati in varie zone del pianeta e azionati al momento stesso del collasso, ha permesso il mantenimento dell’equilibrio tra pianeti, evitando il crollo del sistema solare che fu.

Dopo circa otto minuti dall’esplosione, le temperature si sono abbassate di molto.

Ha cominciato a gelare tutto.

Io, mia moglie, mio figlio, ci siamo rifugiati nel bunker antiatomico dei nostri vicini con altre due famiglie, da circa 7 mesi. Un termometro posizionato all’esterno ha rilevato -170°C fino all’altro ieri. Ora non risponde più. Non sappiamo cosa è rimasto lì fuori, ma le provviste sono quasi terminate. Sono tutti spaventati ed avverto che tra noi l’aggressività è in aumento.

Ieri ho colpito mio figlio con uno schiaffo perché chiedeva ancora un po’ di fagioli. Mia moglie non mi ha parlato per tutto il giorno. Devo mostrarmi forte, nonostante tutto.

Mi chiedo se ci siano dei sopravvissuti come noi, qualcuno che viva i miei stessi stati d’animo.
Non posso più restar chiuso qui dentro a pormi domande. I preparativi sono terminati, domattina partirò per una spedizione all’esterno.

Non riesco a dormire.. spero che la fine sia vicina.

4. The Wilderness Of Manitoba – When You Left The Fire

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno sguardo da 2° 3° 4° posto
di Filippo Righetto

Lo vedevano arrivare da lontano.
Anzi.
Prima di vederlo, lo sentivano.
Quel cigolio abbattuto pareva momentaneo, ma puzzava di eternità.
Si chiedevano da dove venisse, dato che il guscio metallico che lo ospitava era oliato a dovere.
Le persone si interrogavano su quel ragazzo, e mormoravano.
Un tempo atleta sano e dalla morale integra, la vita gli sorrideva e lui sorrideva ad essa.

Aveva smesso di frequentare la casa.
Il che era strano.
Ci era molto legato. Più di chiunque altro nel quartiere.
Era una casa defilata, non si lasciava trovare.
Il ragazzo ci passava davanti spesso, quasi ogni giorno. La considerava una dimora modesta, dalle tinte spente, con degli evidenti problemi strutturali. Forse a qualcuno quelle grondaie raffazzonate e quelle tegole sproporzionate potevano anche piacere.
A lui no.
Questione di gusti.
Qualche volta ci entrava pure. Al pian terreno solamente.
Si riunivano li un’accozzaglia di giovani vagamente interessanti, che non spiccavano di certo per acume e prontezza. Non erano al suo livello.
Quasi per noia inerziale, cominciò ad addentrarsi nei piani superiori. Non cercava nulla, e non c’era niente che lo interessasse.
Questo prima di scoprire il pianoforte.

Sentì le prime note avvolgerlo e trasportarlo fuori dalla materia. Li, nel nulla, si rese conto di essere solo. Nessun altro aveva sentito quella meraviglia. Capì subito, e si mise alla ricerca della fonte. La trovò, in un piano nascosto, il più alto.
Entrò in una stanza piccola e dal profumo intenso. Bagnata dal buio, poca luce filtrava dalle tende. Si appoggiò alla parete, lentamente scivolò a terra.
Rapito.
Cercò, a tentoni, qualcosa. La sua curiosità trovò una scheggia affilata. Pretendeva troppo dalla stanza. Sorrise felice, era solo la prima volta del resto.

Tornò ogni giorno, e la sua felicità aumentava di visita in visita.
I gradini per raggiungerla erano massicci e pericolosi, ma lui impiegava sempre meno a farli.
Ogni viaggio era una nuova scoperta. Quando trovava qualcosa, si avvicinava all’unico raggio di luce che fuggiva la finestra oscurata, e ammirava.
Libri che narravano della storia della casa, fotografie di tempi passati, un’immensa collezione di vinili, giocattoli animati.
Il tempo passava, e il giovane capiva che poteva comunicare con la stanza.
Parlava ad alta voce, ed il suo nome, saettando tra quei buffi oggetti, veniva trasformato, ed ogni volta che questo succedeva, il suo cuore scintillava.
C’erano degli scaffali vuoti, e lui li riempì con immagini della sua vita. Aggiunse dischi alla collezione. Un quadro.
Condividevano tutto.
Le frustrazioni e le passioni.
La più minuscola novità era subito occasione per correre a perdifiato attraverso il selciato e saltare quei gradini a due a due a tre a tre a quattro a quattro fino a volare!
Cosa nascondeva quell’edificio all’occhio così debole… era fortunato, felice, così felice da essere diventato stupido pensava ridendo!
Non avrebbe cambiato nulla.

Venne il giorno in cui smise di essere stupido.
Aveva scoperto lievemente il pesante tendaggio, e i suoi passi l’avevano guidato sulla soglia di una porta. Abbracciò la maniglia, e spinse senza ottenere risultato alcuno. Continuò in questo modo, incredulo. Fece qualche passo incerto all’indietro, riflettendo.
Qualcosa non andava.
Cominciò a cercare la chiave, prima con calma, poi con crescente ansia e sofferenza. Scorse tutti i libri che aveva letto e scritto, pagina dopo pagina, singhiozzando, ed i cartoni e le favole e la musica e le speranze e tutto quello che rendeva bellissima quella stanza!
Il pianoforte cominciò a cantare con voce fredda, tanto che il ragazzo vedeva la brina staccarsi dalle sue corde tese.
Quella porta non si sarebbe mai aperta per lui. L’eventualità non era nemmeno mai stata contemplata.
Scappò dalla stanza, senza fiato, inciampando su tutto quello che era stato costruito. Non era possibile, non aveva senso, nessun senso, non c’era motivo di… di…
Arrivato sul pianerottolo, lanciò il suo peso sulla balaustra cercando sostegno, ma il dolore liquido gli fece mancare la presa.
Cadde.
Quei gradini, la cui conquista era stata per lui fonte di immensa gioia, ora lo straziavano senza pietà, martoriandolo. Dopo un tempo infinito, si ritrovò disteso alla base delle scale, incapace di muoversi, di parlare, di vivere.
Non riusciva più a muovere le gambe.
Alzò la testa di qualche centimetro. La porta d’ingresso era spalancata, ed un sole pallido e vuoto lo colpiva, mentre il suo destino lo raggiungeva scivolando lentamente. Si issò sulla sedia a rotelle con fatica.
Per la prima volta era consapevole dei suoi limiti.
Non era abbastanza. Lui non era abbastanza.
Cominciò la sua vita da reietto. Perse molto, dopo quella caduta. Fece delle scelte sbagliate, che ferirono persone a lui vicine.
Tornò qualche volta d’innanzi a quei gradini. Sentiva la musica del pianoforte suonare più radiosa che mai.
Guardando in alto, non pensava a quanto fosse tutto così assurdo, alle spiegazioni mancate, all’odio che avrebbe dovuto provare… l’unico pensiero che imperversava nella sua mente era… quanto gli facessero male le sue gambe.
Adesso le persone lo incrociavano per strada.
Quello che le colpiva non era la carrozzina, o il suo aspetto dimesso…
I suoi occhi.
Uno sguardo da 2° 3° 4° posto.

5. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

6. Balmorhea – Constellations

Data di Uscita: 23/02/2010

Sul peso della notte
di Lorenzo Righetto

Quando il mondo era giovane e bello, solo due esseri camminavano sulla terra: tu ed io. Aprendo gli occhi, le cose ci apparivano ogni volta nuove, pure, immacolate, un richiamo incessante a guardare più lontano, più a fondo. Salire su fino al passo innevato, dolce ventre pieno e materno, attraversare correndo l’erba alta fino ai fianchi, gettarsi nell’acqua gelida erano le cose di cui vivevamo, muovendoci da un posto all’altro senza curarci di niente. Godevamo di quanto avevamo davanti, e questo ci bastava.
Non conoscevamo la stanchezza, o il dolore. Quando scendeva la notte, ci stendevamo uno di fianco all’altro, tessendo fili tra le stelle fino a riconoscere le forme che ci erano apparse durante il giorno. Lo sguardo si perdeva nei meandri ora nebulosi, ora luminescenti di quel mirabile intarsio, talmente ineffabile da serrarci la gola in un fremito silenzioso. L’odore delle piante che respiravano nell’oscurità ci inebriava a tal punto che non riuscivamo a dormire: ci rigiravamo nell’erba, respirando a pieni polmoni.
E le corse… Le corse! Non smettevo mai di ridere, dall’ebbrezza, strabuzzavo gli occhi abbagliato dalla luce del sole, saltavo e mi dimenavo e inciampavo su me stesso… Quel giorno, corsi così tanto che giunsi alla fine del mondo, là dove un’enorme distesa d’acqua attendeva la sorte degli stolti. Rimasi ammaliato dal periodico riversarsi spumeggiante, investito dalla salsedine e dal vento caldo e denso.
Tu non c’eri più. Mi voltai di scatto, scorgendoti subito in lontananza, ritta su una sporgenza da cui mi osservavi immobile. Il sole si sporse dalle nubi, inondandoti di luce, e qualcosa luccicò sul tuo volto. Piangevi, dondolando gentilmente, fino a quando non facesti un passo in avanti, là dove il vuoto ti attendeva. Nessuna corsa mi avrebbe mai restituito ciò che andavo realmente cercando, che cercavo di decifrare nel mondo quando nulla, di quest’ultimo, è decifrabile.

7. Yeasayer – Odd Blood

Data di Uscita: 09/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

No Title
di Giulia Delli Santi

Li sentivo urlare, l’ennesima lite. Ormai ci avevo fatto l’abitudine, signore, non me ne sono curato più di tanto. Mia madre e mio padre erano soliti discutere animatamente in cucina. Chiudevano la porta, forse credevano che in quel modo io non avrei capito. Ero in camera mia a preparami..

Dove dovevi andare?

Signore, avrei visto più tardi i miei amici Ira Wolf Tuton e Anand Wilder. Era domenica e ogni domenica noi si organizza una piccola gita in bici da qualche parte.

E dove eravate diretti domenica scorsa?

Roma, signore.

Roma?! In bici?!

Si signore. La settimana scorsa siamo stati a Berlino, quella prima su Marte. Se solo i miei non avessero litigato. Lei è mai stato a Roma, signore?

No..

Dicono sia una gran bella città, lo sapeva?

Ne ho sentito parlare, si. Ora, se non ti dispiace, vorrei tornare un attimo ai tuoi genitori, Chris. Ricordi cosa si dicevano?

Beh, più che altro era mio padre a parlare, mia madre piangeva.

“Cosa ci è successo? Perchè stai mentendo? Perchè non vuoi più restare a letto con me tutto il giorno? Ricordi quando abbiamo preso l’aereo? Tu avevi paura di volare e io, per rassicurarti, dissi che con te sarei morto quello stesso giorno.
L’amore ci ha resi stupidi.
Ricordo di aver pensato tante di quelle volte che tutto ciò che avevamo non sarebbe mai finito. Invece, ad ogni ora del giorno, c’è una voce che sussurra nella mia testa, che mi dice di uccidere. Faccio quello che vuoi.. lo farei di nuovo.. ancora..
Non m’implorare! Non chiedermi favori! Dopo tutto, trattare con te non è altro che un fastidio.
Non voglio più prenderle quelle maledette pillole! Mi fanno tremare e non sono più in grado di giustificare i miei pensieri e tutti parlano di me e del mio bambino.
Questa faida ci sta invecchiando, ma per la maggior parte delle domande la risposta è semplice:

La nostra unica possibilità è far loro un torto.

Be my sunshine
When the dark clouds rumble
And together we can
Try to avoid trouble
And we’ll run to somewhere
Where the grass grows greener
And the water’s clearer
And our blood flows cleaner”

Poi ho sentito un colpo.

Eri spaventato?

Si signore..

E cosa hai fatto?

Son sceso giù per le scale che dalla mia stanza portavano al piano di sotto e ho aperto la porta della cucina.

Cosa hai visto?

Mio padre piangeva, stringeva mia madre tra le braccia. A terra c’era tanto sangue.

Lui ti ha visto?

Si signore.

E cosa è successo?

“So di non essere stato un uomo perfetto, ma se ho imparato una cosa, figlio mio, è che devi difenderti da solo, sia che il cielo pianga tuoni o le lucciole risplendano nei tuoi occhi. Il mondo ti sembrerà ingiusto a volte, ma avrai momenti migliori. E se qualcuno riuscirà ad imbrogliarti, sfruttarti o maltrattarti, alza la testa e indossa le tue ferite con orgoglio.”

Nulla signore. Sono uscito rapidamente dalla porta d’ingresso e ho cominciato a correre lungo il vialetto verso casa del mio amico Anand.

Bene Chris, ora puoi andare.

Grazie.. sa signore, prima o poi Roma sarà mia. È solo questione di tempo.

Te lo auguro ragazzo. Agente, lo accompagni a casa dei Wilder. Poi chiami l’assistente sociale.

8. CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

9. Meursault – All Creatures Will Make Merry

Data di Uscita: 24/05/2010

Il Futuro Scorso
di Giulia Delli Santi

C’era un giovane uomo e c’era una giovane donna.
Ma questa non è una storia d’amore, è una storia di strade smarrite, di occasioni perse.

“There are not but ghosts behind the endless canopy and they all hold small comport for deserters such as we.”

L’inverno finalmente ci lasciava spogli di quelle sagge compostezze che ci concedevamo ancora, la discrezione che ci metteva in guardia.
Quella profonda paura latente di legarsi l’uno all’altra.
Il nostro tempo è trascorso guardando la gloria e l’orrore di tutto quello che ci circondava.
Il silenzio, statico sorriso hopperiano che tanto ti faceva interrogare.
Sospesi.
Le parole andavano cambiate?
E il dubbio era seminato, la sfiducia cresceva.
Avrei continuato con incoerenza immacolata.

“And you saw me dreaming on a world that I wouldn’t have lasted more than five minutes in.”

L’aria è ferma.
Ora vedo il cielo sgombro dalle nuvole del dubbio e respiro più profondamente.
Non avrò lo sguardo rivolto altrove, in attesa così rassegnata.
Ecco il varco che mi allontana da quei tremori, dalla mia instabilità di fragile uomo.

“By the winter I’ll have risen and by the summer I’ll be blind. I will meet with you but I don’t know where.”

Sarebbe stato del tutto impossibile dopo tutto. Anche una linea ha due facce.
Vorrei non ascoltare più the melody at night with you.

10. Elephant Revival – Break In The Clouds

Data di Uscita: 22/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Lettera Ad Uno Sconosciuto
di Giulia Delli Santi

Caro perduto,
ne sono cambiate di cose dall’ultima volta che abbiamo parlato, ne è passata di vita.
Mi troveresti spesso a pensare a quel che abbiamo passato. Dalla prima volta che ti ho visto: “felice ma stronzo”, da quel primo randez vous, il diluvio. Così meravigliosamente infantile.

Gli anni passati insieme, fino all’ultima lettera.
La ricordo a memoria, come una di quelle poesie che ti costringono ad imparare nei primi anni di scuola:

“Perché quando ci annoiammo, iniziò la guerra mondiale.. ti chiedo solo di non cercarmi. Ci faremmo nient’altro che male.”

Io di certo non potevo, ma tu hai sempre avuto una gran forza di volontà.
Mi dicevano fosse indifferenza, ma non l’ho mai creduto. Non dopo tutto quello che abbiamo visto.

E sono qui a ricordare.

Non ho dimenticato nulla: l’escamotage che avevo creato per poterti parlare, quel disco che conservo gelosamente. Le nostre altalene e quella perpetua sensazione di malinconia.

Mi piaceva stare male per colpa tua.
Poi quel giorno di maggio, dopo mesi di assenza.
Crescere insieme, ignorando lo sguardo assente del mondo.
E dire cose stupide solo per vedermi ridere ancora un po'; creare motivi banali di lite, per il gusto di far pace dopo.. ne è passata di vita, si.

Ma ho imparato ad andare avanti, solo oggi.
Dopo anni, riesco ancora ad ascoltare l’Aria.

Lo tieni sempre lì con te? Ovunque tu sia? Qualunque cosa tu faccia?

“Sembra che Elena di Troia, abbia trovato un volto nuovo.”

(Top Ten 2010) Gianfranco Costantiello

1. Beach House – Teen Dream

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Take care. Breve storia su  Victoria Legrand
di Gianfranco Costantiello

Restava immobile a fissare la luce che entrava dalla finestra. Passava tutti i giorni seduta con le mani appoggiate sul tavolo come un rapace appena atterrato nel suo nido. Fissava la finestra. La luce. Non parlava più. L’unica cosa che riusciva a fare era sorridere quando qualcuno le si avvicinava per invogliarla a parlare. Era in quella casa di cura da due mesi e quel giorno attendeva i suoi risultati clinici. Fu riconosciuta sana di mente e di fisico. La dottoressa la convocò nel suo studio e le propose di trascorrere un periodo di riposo e recupero nella sua casa in riva al mare in compagnia di un’infermiera personale. Preparò la sua valigia e poi si mise a fissare quella finestra. Sapeva che era l’ultima volta che poteva guardarla attraversata dalla luce. Presto il sole tramontò e si fece buio nella stanza. Quella notte dormì seduta con la testa sul tavolo e le mani sempre nella solita posizione. Al mattino le fu presentata l’infermiera e partirono. Quella casa, il completo isolamento ,la natura giovarono alla ragazza. Era felice e con l’infermiera si creò un forte legame anche se continuava a non parlare. La donna, invece, rivelò tutta la sua debolezza, la sua sofferenza, la sua triste infanzia, le sue delusioni d’amore, ma era felice perchè finalmente qualcuno l’ascoltava. Un pomeriggio andarono al faro poco distante dalla casa. Bevvero una bottiglia di vino, fumarono qualche sigaretta alla luce del tramonto, ma la ragazza non disse una parola. Restava immobile. Qualche volta sorrideva. L’infermiera invece parlava sempre del suo passato e le raccontò un segreto che l’opprimeva da anni – non volevo farlo ma lo feci – ripetevano quelle labbra scure per via del vino. La mattina seguente l’infermiera mise un disco trovato in una vecchia  credenza. Una copertina bianca con delle strane fantasie color sabbia. L’arpeggio della chitarra invase la stanza. La ragazza che stava dormendo si coprì le orecchie e la testa tirando su le lenzuola, ma presto con un movimento veloce si alzò in piedi e corse verso il giradischi. Rimase ferma ad ascoltare, quasi senza respirare. Una lacrima le scorreva lungo il viso e sussurrò – questa voce è… – e corse fuori nel giardino. L’infermiera la seguì urlando il suo nome per la prima volta – Victoria! –. La raggiunse in cima al faro. L’abbracciò e le disse – Hai parlato! Hai parlato! –. Le diede un bacio sulla bocca, indietreggiò e disse –  Mi prenderò cura di te -, la ragazza sorrise e si strinsero. Intanto la luce del mattino si offuscava nel grigio indifferente del cielo e le nuvole si stendevano come vertebre di un corpo morto, algido, senza tempo.

2. Chelsea Wolfe – Ἀποκάλυψις

Data di Uscita: 2010

Un breve ascolto, durante la lettura

You are my sunshine
di Gianfranco Costantiello

California, deserto di Mojave, estate 1949.

La ragazzina inginocchiata ha il sesso nella bocca, scivola dentro e fuori , fuori e dentro. L’uomo, inebetito, scuote la testa, riversa all’indietro sul sedile in pelle dell’auto, ha gli occhi socchiusi e gorgoglia. Scandisce – vengo! vengo! – quando caccia un urlo che tuona nel silenzio del deserto. I testicoli sono stretti tra i denti serrati della ragazza. l’uomo cerca di scrollarsela, picchiandola alla testa con pugni violenti, mentre lacrima uno sguardo implorante pietà, ma lei, immune da quei colpi, da uno strappo netto e feroce, e si ritrova con i testicoli sanguinanti tra le labbra. Galleggiano nella bocca, scompaiono oltre la lingua. L’uomo chiude gli occhi e sviene.

La ragazza spalanca lo sportello e sgattaiola fuori dall’auto.
Trascina l’uomo fuori dal veicolo, sistemandolo con la schiena contro lo sportello posteriore. Gli si accovaccia vicino. Prende un braccio per tastargli il polso. L’arteria pulsa lenta. Lascia cadere il braccio. Residui di vita.

Apre il portabagagli.
Rovista tra le taniche di benzina e attrezzi di campagna e la ruota di scorta. Tira fuori una mazza da baseball. L’accarezza e la fa scivolare sulla spalla: un archetto di violino che stride sulle corde tese, Overture!

La mazza  rotea, mozza l’aria, colpisce la testa che urta e affonda contro la carrozzeria della Plymouth deluxe.

Le sue piccole dita tese sprofondano in quel cranio maciullato, strappando via il cervello. Mastica e ingoia compiaciuta un boccone di quella polpa viscida, ma si arresta d’improvviso, ammaliata dalla musica che la vecchia autoradio crepita dalle casse degli sportelli:

“You are my sunshine
My only sunshine…”

S’avvicina all’autoradio e gira la manopola del volume al massimo.

Canta isterica, nella notte macabra, rimembrando le notti insonni , in cui la mamma cantava quella canzone nella stanza buia.

“ You make me happy
When skies are grey ”

Canta, offrendo le braccia verso il corpo senza vita, confessa l’amore.

Balla, volteggia, saltella,ride.

Canta, ancora, con più foga:

“ You’ll never know, dear,
how much I love you
please don’t take my sunshine away.”

“ No, non saprai mai quanto ti amo, straniero!” sorride e gli strappa la camicia, gli sfila i jeans.

Il corpo pallido rifulge al chiarore della luna, spettatrice indifferente.

Strappa carne urla succhia budella geme spolpa ossa mangia.

Iena.

Ritorna al portabagagli e tira fuori un badile.

Scava una buca profonda un metro nella sabbia; vi getta le ossa, i vestiti, le scarpe dell’uomo. Di quello che era un uomo, uno sconosciuto perverso ma di buon cuore.

Si accuccia sulla fossa, solleva la gonna e schizza il suo lungo piscio isterico. Scheletrica gatta randagia.

Ricopre la buca.

Appagata, s’infila nell’auto e ripulisce, pedante, il sedile in pelle sporco di sangue. Si siede al volante, sistemandosi la gonna che si è sollevata sulle cosce.

Gira la chiave.

Il motore rantola e s’accende.

Allunga la mano sul cambio e innesca la retromarcia, poggiando una mano sul sedile del passeggero e voltando la testa per guardare dietro di sé, sulla strada. Stridono le ruote sull’asfalto. Mette la prima marcia, schiaccia l’acceleratore sgommando e slittando col posteriore che rugge. Spazza via la sabbia penetrata tra i solchi dei pneumatici, sabbia che sa di morte, che, spinta dal solitario vento notturno, plana sulla strada illuminata dai fari della Plymouth, lanciata a ottanta miglia orarie verso Los Angeles.

3. Jefre Cantu / Ledesma – Love Is A Stream

Data di Uscita: 01/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura


Where you end & I begin – Dove finisce il ricordo lui rinasce
di Gianfranco Costantiello

Il sole bruciava fioco e basso, e sepolto dalle nuvole accarezzava la sfilata imperiosa di pioppi; soffiava il vento e le foglie cuoriformi cadevano copiose, danzando e vibrando libidinose, confondendosi sul tappeto paglierino dove andavano a morire. Il vecchio pittore, avvolto nel torpore dell’alcool, stampò la faccia sui vetri della finestra che s’appannarono al respiro; un dolce canto l’aveva richiamato alla finestra e aveva spinto i suoi occhi gialli oltre i salici bianchi, lungo il ruscello, dove all’improvviso spuntò la figura di una fanciulla che passeggiava lentamente:

“ Via, va’ via il giorno

come il fiume qui intorno

lungo il pendio e per il suo letto

s’allontana dal nostro tetto “

Il canto infranse la calma mortale che incombeva nella vita dell’uomo da quando sua moglie era scomparsa; il suo cuore, vedendo quella figura destreggiarsi soave tra gli alberi, ebbe un sussulto; una forte emozione lo travolse e il passato pervase il suo animo ardente. Allora, dopo aver ingollato dell’altro whiskey, uscì di casa e si diresse, con passo felpato, verso la fanciulla che in quel mentre si era immersa in acqua sfilandosi la vaporosa veste di cotone. Tra l’incessante svolazzare di piccole farfalle bianche, nascosto dietro i salici, l’uomo spiò quel corpo giovane nuotare e contorcersi nel ruscello; fu completamente rapito da quei lunghi capelli neri che segavano delicatamente la superficie acquosa; le mani affusolate scomparivano nell’acqua, per riapparire leste e incrociate in una coppa straripante da versare sui seni appuntiti e voluttuosi. Continuava, candida e innocente, a cantare quella vecchia canzone delle donne dei marinai, una canzone molto popolare, che il vecchio pittore aveva già sentito fluire tra le labbra della buona madre. Ritornata a riva, si avvolse in un lungo asciugamano bianco e s’accovacciò per infilarsi petali di viola tra i capelli. Il vecchio, estasiato da quel corpo impudico e profumato, fu scosso da un antico trasporto passionale che sibilò nella patta dei pantaloni. La donna sorprese l’uomo dietro l’albero e smise di cantare scuotendosi spaventata: la sua bocca, dalle labbra carnose, si dilatò dalla paura, mentre le sopracciglia si inarcavano e le mani tremanti si schiusero mollando l’asciugamano che scivolò lungo le gambe, scoprendo il corpo florido. Seguì uno sguardo intenso, come quello tra un cacciatore e un cerbiatto impaurito; uno sguardo penetrante che si fissava oltre il tempo, consumando i loro corpi prigionieri del tramonto. Quella figura attempata, però, si dileguò tra i rami spioventi, fuggendo verso casa; la corsa aveva aumentato i battiti del vecchio cuore che pulsava nella testa rapita dal cieco piacere. Il vialetto sembrava ondeggiasse e sfuggisse sotto i piedi veloci e affannosi. Rientrato in casa, abbassò la zip dei pantaloni, appena in tempo , per incidere uno schizzo denso e virile sulla tela bianca e immacolata, dimenticata sul cavalletto per anni; al primo schizzo di grossa portata ne seguirono altri, via via meno violenti, che si spensero in sonnambule gocce ristagnanti. Fu in quel momento, indietreggiando e sprofondando sul divano in una grossa risata, che l’uomo, stremato dalla libidine, che ancor aleggiava nel suo corpo stanco e vecchio, sentì di voler ricominciare a dipingere, e a vivere. La fanciulla guidata dal terrore s’infilò il vestito alla rovescia e scappò via rallentando il passo ogni qualvolta girasse il capo per guardare dietro di lei, verso quella casa.

Nel grembo di quella notte, l’uomo sedette sulla riva del ruscello, spina dorsale che trincia l’anima del villaggio, e spalancò gli occhi lucidi verso la piccola luna selvaggia, chiusa sul fondo della bottiglia di whiskey piegata sulle labbra assetate.

4. Wildbirds And Peacedrums – Rivers

Data di Uscita: 23/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Scava la buca. Scavala in fretta. Dimentica il sole. Oltre la collina sta per spegnersi. Pochi istanti. Il gelo sopraggiunge lento e silente. Sotto la terra e oltre il mare. Scava la buca. Scavala in fretta. Un mantello nero e il cappuccio la proteggono dalla pioggia battente. Pioggia e sudore. Odore acre, l’odore della terra, terra che si ribella. Il sole sta per finire il suo straziante e faticoso viaggio, dietro la collina, per l’ultima volta. Mai più sorgerà. Da quella collina cento, mille, milioni di persone incappucciate. Ognuno con un badile tra le mani. Cantano, melodia funerea. Cento, mille, milioni di persone scavano la buca. Lei s’arresta. Respira e guarda il cielo. Grigio. Gocce di pioggia negli occhi. Gocce di pioggia nella bocca. Urlo disperato. Il cielo resta grigio, indifferente. Gli uomini sulla collina si gettano nelle proprie buche. Danza macabra. Domino solenne. La donna è l’ultima tessera del triste gioco. Si lascia cadere nella buca. Le sue mani tremanti si agitano, mentre raccolgono pugni di terra. Terra bagnata. Terra marcia. Terra punitrice, non più madre. Lontani fulmini: ultimi abbagli di luce. Ultimi abbagli di speranza? NO, nessuna speranza.

Coro dal sottosuolo:

“ Lenta si stende.

Il suo posto umido l’attende.

Trema e trema

Chi rema ?

Caronte! Caronte!

Ti guida nell’Acheronte. “

Va nella città dolente. Va nell’eterno dolore. Va tra la gente perduta. Su di una porta la scritta: lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Eterno buio sulla sua retina. Eterno buio sulla tua retina.

Gianfranco Costantiello

5. Eluvium – Static Nocturne

Data di Uscita: 15/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vita
di Gianfranco Costantiello

L’ultima volta che la vidi fu lo scorso inverno. Mi aveva salutato con un bacio sulla guancia, un bacio freddissimo, e mi aveva sussurrato, prima di allontanarsi: “Cos’è tutta questa nebbia che hai dentro, eh?”, una domanda scagliata senza pensare, con lo sguardo assorto nel guardare una vetrina di un negozio di scarpe. Ci stringemmo la mano goffamente e ci dileguammo ognuno per la propria strada.
Ricordo quell’incontro mentre parcheggio la mia fedele Ford nello spiazzale di un motel dimenticato tra le città di Albany ed Eugene, nell’est dell’Oregon. Il proprietario, un uomo di mezz’età brizzolato e un po’ suonato, mi da’ la chiave della stanza, mi chiede da dove vengo, per quanto tempo mi fermerò, che cosa desidero per colazione l’indomani mattina. Rispondo a quella serie di domande indiscrete con  un “sì” fiacco, vuoto, assente. Cammino per il corridoio deserto, avanzando a passo lento e sfilando davanti alle porte bianche numerate. Mi muovo scortato dal ronzio assordante delle luci al neon, giganteschi insetti luminosi aggrappati al soffitto. Poi, ecco la stanza numero 7 in fondo al corridoio. Infilo la chiave nella serratura, do’ mezzo giro a sinistra e la porta si apre in un cigolio. Entro e richiudo la porta dietro le mie spalle; cerco l’interruttore della luce tastando qua e là contro la parete; finalmente accendo la luce, poggio la chiave sul comodino e mi stendo sul letto, incrociando le mani dietro la nuca e sospirando mentre guardo il soffitto scrostato.
Il ricordo di lei s’insinua nuovamente dentro la testa , mi ossessiona. E quelle parole non pensate, mal calibrate, che fanno così male: “Cos’è tutta questa nebbia che hai dentro, eh?”, con quell’ “eh” prolungato come una nota infinita; ma che ti succede, non ti riconosco più, la vita va avanti, caro.
Cos’è questa nebbia interiore, eh?
Cos’è, se non un vizio onanista di perdermi nel ricordo, di vivere nel ricordo? Schiavo della vita che è stata. Lei è il passato. È andata via ormai, non mi ama più. Ciò che è stato non potrà più essere. Mi inganno.
Questa nebbia è fallimento. Piango raggomitolandomi in posizione fetale. Vorrei tornare nel grembo di mia madre. Dov’è mia madre? Vorrei poter non esistere. Cancellarmi.
Mentre farnetico, mi addormento. Dormo profondamente, dimenticandomi su questo letto della stanza di motel. Mi arrotolo tra le fresche lenzuola che hanno conosciuto corpi di amanti felici, o amanti infelici oppure amanti fugaci. Pareti che hanno ascoltato storie di amori infiniti o di amori finiti, oppure storie di amori mai nati. Amori pensati. Solo sognati.
Mi sveglio in piena notte, sudo. Sento l’oceano, si muove a poche miglia. Lo sento vibrare tra le fondamenta di questo fatiscente motel e salire per i pilastri di legno e fondersi col perpetuo ronzio dei neon che non da’ tregua.
Non da’ tregua.
Vibrazioni dell’anima.
Devo andare, lo sento, non so dove, ma devo andare!
Mi precipito di sotto in strada, prendo la mia vecchia Ford e parto.
La strada si srotola in mille curve insidiose che squarciano il cielo austero, la notte d’inchiostro. Viaggio verso l’oceano.
Giungo sulla spiaggia mentre albeggia. Una puttana passeggia ciondolando con la sua borsetta. Rossetto rosso, minigonna in pelle e tacchi a spillo rossi. Arresto l’auto di colpo, in preda alla sua visione. Apparizione. Lei mi guarda uscire dall’auto correndole incontro con la camicia sbottonata. A pochi passi da lei, il mio sguardo si perde in quegli occhi verdi mesmerici. I lunghi capelli neri ondulati scivolano sulla spalla scoperta e infreddolita. Ho voglia di abbracciarla, riscaldarla. “Portami fuori da questo tunnel di eterno sognatore” sussurro speranzoso. “Da quanto tempo mi stai aspettando?” deliro.
Lei è viva, lo sento! È viva!
Non diciamo nulla. Ci guardiamo. Poi un sorriso si disegna tra le sue labbra che si schiudono come petali ai primi raggi primaverili.
Mi stringe, mi prende per un braccio e mi porta sulla sabbia fresca del mattino rugiadoso. Ci sediamo e mi dice di stare calmo e di guardare le onde, “La forza delle onde schiumose” dice con la sua voce meravigliosa, la più bella che abbia mai potuto udire. Guardo quelle onde, trasportato in un sogno ad occhi aperti dalla brezza marina, e lei mi accarezza i capelli. Sento crescere un’insolita forza, una violenta pulsione vitale nel mio corpo debole, magro, corroso dalla vita che è stata.
“Come ti chiami?“ le chiedo.
“Vita” risponde con accento italiano.
“Vita, curami” bisbiglio stretto al suo petto. Lei annuisce e mi stampa un bacio sulla fronte.
Restiamo stretti in silenzio e, in nessun ordine particolare, proviamo felicità, dolore, smarrimento e tenerezza; gli occhi vagano senza una precisa meta, mentre il sole si issa sopra le nostre teste e la spiaggia si popola di bambini vivaci, che corrono con secchielli colorati, e di genitori curvi e affaticati, qualche passo dietro, che invitano i figlioletti a non sollevare la sabbia.

6. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

7. Indian Jewelry – Totaled

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Visioni
di Gianfranco Costantiello

Il motore perdeva colpi scoppiettando e fumando, poi l’auto s’arrestò. La strada era un tappeto di diamanti che brillavano alla luce accecante del sole di un bollente pomeriggio. Aprii lo sportello e scesi dalla porsche bianca. L’avevamo rubata a Oklahoma City davanti ad una vecchia banca e adesso ci lasciava in mezzo alla strada, la Route 66, a poche miglia da Amarillo. Richard dormiva spaparanzato sul sedile posteriore con la testa avvolta in un giornale, poi si svegliò di soprassalto tossendo nella nube tossica del motore che fondeva. Si precipitò sul ciglio della strada, contorcendosi e strisciando sui gomiti come un soldato che sventa un attacco nella foresta vietnamita. Ero seduto, a un paio di metri dall’auto, fumando una canna e lui mi fece – C’mon – allungando la mano da soldato americano nella foresta vietnamita, qual era stato. Quando ebbe tirato lo spinello un paio di volte, si sdraiò supino e allungò le mani al cielo. Fasciò il sole e disse – lo sento, lo sento… questo è il tetto del sole ! –

Ma  io non lo stetti mica a sentire perché Richard era tutto matto. L’avevo conosciuto ad una pompa di benzina a Salt Lake City dieci anni prima, che si guadagnava la vita facendo il prestigiatore con delle stupide carte. Il peggior prestigiatore degli USA. Quando lo vidi, ebbi pietà e lo presi con me e così nacque il nostro sodalizio.

Lo afferrai per la camicia e gli abbaiai a muso duro – adesso dobbiamo muoverci – e lui si alzò borbottando – ma il sole… il tetto… l’auto non… – rinfilandosi la camicia nei pantaloni da spazzino che indossava da quand’era fuggito di casa all’età di quindici anni. Camminammo sulla sabbia rovente, scottandoci i piedi nonostante le scarpe, e schivando i cactus e i serpenti e gli scorpioni, prima di trovarci davanti a una piccola e fatiscente  cappella in legno, che in lontananza ci era sembrata una modesta casa di contadini. Richard mi guardò stralunato con la bocca aperta e scuotendo la testa impaurito; con un’occhiata lo fulminai “ c’ mon fifone ! ”.

I gradini che guidavano all’ingresso scricchiolarono sotto il peso dei nostri corpi, ma non sprofondarono; entrammo asciugandoci il sudore che colava dalle nostre fronti sozze.

Una stanza dall’oscurità impenetrabile e dall’odore zuccheroso di sigaro si presentò ai nostri volti corrugati; gli occhi cercavano di catturare i contorni della stanza: una macchina cigolava proiettando una vecchia pellicola muta, in bianco e nero, di primo novecento. Alcune teste spuntavano cementificate dalla fila di poltrone che fissava lo schermo. Uno strano tipo spigoloso e dinoccolato, con un liso cappello a cilindro in testa e un sigaro in bocca, ci venne incontro. Allungò la mano e disse sorridendo, strappandosi il sigaro dalla bocca – Abraham Lincoln – e io gli strinsi la mano senza proferire parola, mentre Richard si presentò sorridendo ed esclamando eccitato – porca vacca, il presidente ! – ma subito chiese scusa per il suo linguaggio da squallido emarginato qual era e il presidente lo perdonò con un sorriso rassicuran-repubblicano.

Ci fece strada e ci fece accomodare nella fila di poltrone, offrendoci gentilmente un sigaro ciascuno. Ci misi qualche minuto per capire quello che stavo vedendo: io e Richard eravamo su quello schermo; la nostra vita in super 8 si srotolava davanti ai miei occhi increduli. Un sorriso spontaneo acceso dalla brama di divismo subito si spense in un ponderato “ Fottuti bastardi! ”. Il film stava mostrando noi due, sulla strada deserta con la nostra porsche, quando la pellicola cominciò a vibrare nel proiettore e a fumare, per poi brillare infuocata. Lincoln e gli altri uomini sembravano non curarsene, restando concentrati e seduti nelle loro comode poltrone, ma io diedi uno scossone a Richard; sembrava ipnotizzato da quelle immagini e il suo volto amorfo restava senza espressione. Lo tirai a me e gli gridai di scappare fuori da quel posto e lui annuì, sempre con quel volto senza espressione. Tirammo fuori i nostri corpi fumosi e puzzolenti dalla cappella, prima che ardessimo vivi e rotolammo nella notte ( dov’era finito il sole? ), attesi dall’enorme luna, che sbrodolava un chiarore sublime accogliendoci tra le sue fresche natiche argentee. Alle nostre spalle la cappella bruciava, si consumava e si piegava su se stessa riducendosi a un cumulo di macerie ardenti. Lentamente tornammo verso la strada, dove la gigante e narcisista luna si specchiava sulla nostra porsche bianca. Entrammo in macchina e Richard disse con suono nasale, accendendosi una sigaretta all’oppio – Cazzo il presidente! Abbiamo conosciuto il presidente! –. Io lo guardai rabbioso, scuotendo la testa e digrignando i denti e pensai “ Pazzo, sei un pazzo drogato, Richard! “; girai la chiave e l’auto incredibilmente s’accese, accolta dalle nostre risate di gioia e stupore, che prevalsero sul mio malumore; sollevando il piede dalla frizione e schiacciando l’acceleratore schizzammo via, rombando nella notte.

8. Micah P. Hinson – Micah P. Hinson & The Pioneers Saboteurs

Data di Uscita: 24/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sfila il vestito per me, mia cara Ashley
di Gianfranco Costantiello e Giulia Delli Santi

Correvamo con lo sguardo dal giardino lungo i campi e dai campi lungo i cavi dei pali elettrici dove gli uccelli riposavano e cinguettavano. Fumavamo e poi ci chiudevamo nella sua piccola stanza, stesi sul pavimento ad aspettare a luci spente. Aspettare una vita migliore.
Sognavamo ad occhi aperti di girare il mondo e di visitare tutte le città della West Coast, mentre soffocavamo lentamente nelle grigie giornate invernali.  L’odore acre di bruciato veniva fuori dai camini sonnolenti e sporcava i nostri volti pallidi e freddi e insozzava il cielo già fosco al crepuscolo.
Lei mi parlava con quel tono fragile e materno e mi diceva di tenerle stretta la mano perché l’avrei lasciata. Io la invitavo a togliersi il vestito di seta che accarezzava il suo corpo nudo e giovane e voluttuoso. Lei restava in silenzio e si faceva rossa in viso e nascondeva il suo sguardo pudico. Le dicevo che l’amavo, allora mi sorrideva e annientava il pudore con una smorfia di eccitazione e pregustava il lento scivolare e strofinare dei nostri corpi.  Si sfilava il vestito oscillando in una danza sensuale e alacre, mentre il suo corpo rosseggiava alla luce della lampada rossa. Aggrappati, stretti, scintillavamo sul divano profondo in pelle che si bagnava del nostro sudore. Poi si sollevava, flemmatica tremante, spingeva i suoi seni contro il mio viso e mi perdevo lì dentro e ci restavo per tutta la notte succhiando i suoi sussulti, fremiti epilettici. Ricordo ancora il suo volto nel pieno dell’amplesso e i suoi occhi spalancati come se volessero ingoiare la stanza. E perdeva il senno gemendo il piacere agognato, l’attimo in cui sentiva d’esser viva.
Ma una lettera del governo spezzò quell’armonia che avevamo raggiunto col trascorrere dei mesi. Mi veniva chiesto di servire la patria. La guerra.. onore per ogni americano.
Mio padre era stato in Vietnam. Tornato a casa , il suo petto era colmo di stelle. Mio padre era un grande uomo ed era molto forte, ma anche buono e generoso e aveva la bandiera americana tesa sulla parete che lambisce il letto, sospesa come una rassicurante carezza d’orgoglio approvato. Ora toccava a me onorare la patria, la famiglia e sarei tornato a casa con le stelle sul mio petto e avrei appeso la bandiera nella mia camera, e il mio vecchio, che stava male, sarebbe stato fiero di suo figlio.
Quella terra, così arida, era lontana e quelle montagne deserte erano insidiose; sarebbe bastato un attimo, una piccola distrazione per cadere, perdere tutto. Ma il mio pensiero volava alto oltre quelle cime e oltre l’oceano. Le scrivevo un e-mail ogni notte quando rientravamo alla base: “ Mia cara Ashley ti amo e voglio sposarti e non mi dimenticare ” e lei rispondeva che mi amava e voleva sposarmi e come poteva dimenticarmi.
Fu un anno difficile e invalicabile, il più lungo della mia vita. Così interminabile che il tempo sembrava essersi arrestato, pronto a ricevere una mia spinta per riprendere la sua corsa. Ma quando tornai lei era lì come l’avevo immaginata per tutti questi mesi di assenza, ancor più bella, sui gradini davanti alla porta con la camicia da notte. Mi venne incontro piangendo felice come succede nei vecchi film che ci piace guardare. Ci abbracciammo e ci amammo ancora, quella notte, su quel divano che sapeva del nostro sudore vecchio di un anno.
Qualche mese più tardi ci sposammo e andammo sulla West Coast a Frisco e L.A. Parlavamo con gente che non conoscevamo e loro raccontavano le loro vite e stavamo a sentirli intorno al fuoco, per le strade. Io e Ashely, l’amore della mia vita, avevamo detto “per sempre“ e restavamo stretti stretti aggrappati all’intima vita che avevamo sognato stesi sul pavimento. E il pazzo mondo girava e non ce ne fregava niente.

9. The Vaselines – Sex With An X

Data di Uscita: 13/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vaselina mon  amour
di Gianfranco Costantiello

Allungò le dita della sua mano sul fondo del bicchiere. Raccolse la dentiera. La indossò. Allargò la bocca in un grosso sorriso. Sorriso smagliante. Prese la crema per la pelle. Tonificante c’era scritto sopra il tubetto. Lo premette e riempì il palmo della mano tremante per l’emozione. La spalmò con delicatezza su tutto il viso. Si lavò le mani appiccicose. Aprì la scatola dei trucchi della sua vecchia cara mogliettina e ne tirò fuori una pinzetta. Strappò le sopracciglia irregolari che balzavano fuori dal cespuglietto come antenne di lumaca. Poi portò la pinzetta all’interno delle narici. Lo fece guardandosi alle spalle, temendo che la sua vecchia amante entrasse nella stanza da bagno. Serrò la porta girando la chiave nella serratura. Strappò i pelacci bianchi e incolti che se ne stavano a testa in giù assorti in un’acrobazia. Poi tagliò le unghia più lunghe e le limò con cura. Fece queste operazioni insolite per un uomo della sua età, improvvisando strane espressioni di autocompiacimento, mezzi sorrisi, bisbigliando tra sé e sé frasi incomprensibili. Pettinò i capelli tirando una perfetta scriminatura al centro della testa. Sospirò. Si sentiva bene. Rigirò la chiave e uscì dalla stanza dove era rimasto chiuso per oltre quaranta minuti. Andò in camera da letto. La moglie ebbe un sussultò vedendolo avvicinarsi. Quasi non lo riconobbe.

- Ti senti bene ? – chiese incredula.
– Da quand’è che non lo facciamo, eh? – rispose invasato.
– Che? – sospirò lei.

L’uomo aprì un tiretto del comodino e cacciò fuori un barattolo. Lo aprì. Fece scivolare una mano all’interno e raccolse della sostanza scivolosa e trasparente. Agguantò la vecchia mogliettina pei capelli e la spinse con foga sul letto. Le alzò la gonna. Le strappò via i mutandoni in pizzo. Spalmò tutto eccitato la sostanza scivolosa e trasparente. La vecchia cercava di sottrarsi con le poche forze che le rimanevano, ma il vecchio la tenne sotto. Si sfilò i pantaloni. Tirò fuori la sua bestia. La lustrò come un vecchio fucile da caccia rimasto chiuso nell’armadietto per anni. Glielo infilò con dolcezza. Glielo infilò con amore, l’amore di una vita. Lei rantolava e si dimenava all’inizio, poi si calmò sentendo il suo respiro affannoso planare sulle lenzuola di raso rosse. Lui presto scoppiò in una fragorosa risata e tirò fuori la bestia unta. La vecchia si girò su un lato. Non capiva bene quello che le era successo. Sapeva solo di sentirsi viva.

- Da quand’è che non lo facevamo, eh? – domandò di nuovo il vecchio.
– Da quella sera di vent’anni fa quando ascoltavamo i Duran duran – rispose la vecchia nostalgica.
– Vero, fu l’ultima volta che facemmo dum-dum – rispose il vecchio pazzo sorridendo.

Allungò la mano sul culo della mogliettina. S’addormentarono. Le loro sagome rannicchiate si confondevano nella meravigliosa notte e nell’incessante russare di corpi stanchi, ma ancora vivi.

10. These New Puritans – Hidden

Data di Uscita: 18/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sacrificio
di Filippo Righetto

Trovo che le vene superficiali siano… volgari. E’ già da qualche minuto che, sdraiato su uno scomodo divano, agito le mani tra i fumi dell’oppio… sinuosamente, come un serpente acquatico sulla superficie di un ruscello.
Queste non sono le mani di uno scrittore.
Di uno scaricatore di porto, forse, ma io maltratto coscienze.
Si dice che il moto del fumo sia totalmente… casuale. Imprevedibile. Lo sapevate? Questo si che posso capirlo, questo si.
Dio, la testa, la testa… niente, nemmeno premendomi i palmi contro le meningi, la sofferenza cessa. Che mani inutili… brutte, ed inutili. Gli occhi sono vispi invece, sbarrati. Come se in questa fatiscente oppieria ci fosse qualcosa da guardare. Solo qualche sporco indiano… qui tutti si chiamano allo stesso modo, qualcosa come Ajatashatru, Abhilash, o Abhinandan… e dovunque ti giri, vedi quell’ elefante deforme con 56 braccia.

“We Want War”

Di chi è questa voce? Chi… chi mi chiama?
Meglio alzarsi… è da tanto che non sento una lingua amica, non posso perderla.
Pavimento… instabile… muri… lucidi, cangianti… tende… soffocanti…

“We Want War”

Rumore di spade sguainate, corni che gridano…

“WE WANT WAR!”

Vi ho sentito fratelli, e risponderò, non temete.
Ma prima di entrare nel vostro regno, un regalo, per questa gente… si sono dimenticati dell’ importanza della vita, la danno per scontata, ci si sono abituati… una frase importante seguita da un gesto drammatico, per scuotere le coscienze, un’ultima volta.

“We should never get use to it… the life… we should never get use to it…”

Infine tre passi, la balaustra malandata, il balzo, e il vuoto mortale della strada sottostante.

(Top Ten 2010) Maurizio Narciso

1. Vex’d – Cloud Seed

Data di Uscita: 22/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

We Create Our Own Hell
di Filippo Righetto

… il sangue fuoriuscì denso da ogni capillare della sua testa, macchiandogli capelli e vita di rosso innaturale…

La città si sta svegliando.

Così, uguale, in ogni parte del mondo.

Velocità d’informazione ha portato ad uniformità dilagante, unica lingua, unica cultura, come era stato previsto.

C’è silenzio. Pace. Il rumore non fa più parte delle nostre vite.

La vecchia ferrovia, inutilizzata da secoli, si riempie lentamente di luce naturale. Divide perfettamente il parco di St. Nicholas in due metà.

Io me lo ricordo… ma sono uno dei pochi. Il verde è sparito da molto anni.

Andavo sempre a giocare ai bordi del piccolo laghetto artificiale, da bambino. Ogni mattina perdevo circa mezz’ora per costruire una barchetta con del legno e del cartone che rubavo nelle cantine della scuola. Nel pomeriggio la poggiavo delicatamente sul lenzuolo d’acqua, le davo un colpetto affettuoso. Poi correvo in cima alla roccia che faceva da cornice alla fontana di St. Nicholas, e la guardavo muoversi lentamente. Sapevo che dopo qualche minuto il cartone avrebbe assorbito l’acqua, e la mia barchetta si sarebbe sfaldata. Allora avrei chiuso gli occhi, tenendo fissa in me la sua immagine, e quando li avrei aperti di nuovo, solo pezzetti di legno mi avrebbero accolto. Ma mi andava bene così, perché ero io a scegliere, e solo io sapevo da dove venivano quelli che, agli occhi comuni, erano resti insignificanti. Sul finire del pomeriggio andavo a sedermi sulla discesa polverosa che portava alla ferrovia. L’inclinazione dei raggi solari faceva si che i bulloni che tenevano ancorati i binari al terreno ruvido, improvvisamente brillassero come le stelle fluorescenti che mia madre aveva attaccato sopra il mio letto. Mi raggomitolavo, portando le ginocchia al mento, e sorridevo.

Quando… quando avete smesso di splendere per me?

Sono io il primo?

A otto anni persi la mia famiglia. La casa fu presa dalla fiamme, e con essa i miei genitori. Al funerale ero seduto composto sulla prima panchina davanti alla bare. Solo. Ricordo che con i piedi non riuscivo a toccare il suolo. Ma non li dondolavo. Chiesi perché la mia sorellina non era con me. Venni a sapere qualche anno dopo che era stata rapita all’asilo lo stesso giorno. Abusata, seviziata, uccisa. Lo so perché quel pomeriggio tornai sulla discesa della ferrovia con indosso ancora i vestiti della mattina, e trovai ad attendermi un pacco con dentro le sue manine.

Le persone non nascono con intenti malvagi. La crudeltà è qualcosa che si impara con l’esperienza della vita. Io ero troppo piccolo per comprendere appieno il significato di quello che vedevo. Però sapevo una cosa… stavo guardando i resti della mia barchetta.

Quel pomeriggio i bulloni non scintillavano. Mi rannicchiai, e i miei capelli diventarono rossi.

Quel pomeriggio subii l’Imprinting, e mi adoperai affinchè altri raggiungessero il mio stato, ricercando ragazzini adatti come lo ero stato io,  distruggendo la loro dimensione.

Al giorno d’oggi siamo in cinquantasei, e governiamo questo mondo.

Possediamo il totale controllo del nostro corpo, a qualsiasi livello. Al di là delle capacità fisiche ed intellettive superiori a qualsiasi umano o macchina, la qualità più estrema che abbiamo sviluppato è la forza dell’adattamento.

Sono il dominante, ed il più giovane, ho bloccato il processo di senescenza, così per tutti sono un bambino di dieci anni scarsi, quando in realtà sono molti secoli che veglio, attento.

Sono io il primo?

Il mio Imprinting fu frutto di un meccanismo casuale, o di una mente perversa?

Costantemente alla ricerca del creatore, consumato dal timore che sia solo un inesistente simulacro, scruto la vita che si sviluppa debole ai miei piedi, con nitida follia e fredda crudeltà, attingendo dal suo indolente dinamismo.

… videro solo un’ombra oscurare il sole del mattino, mentre il mostro alato scendeva su di loro…

2. The Sight Below – It All Falls Apart

Data di Uscita: 06/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

I Am The Ocean
di Federica Giaccani

La donna non riusciva a dormire, si girava e rigirava nel letto, in quella casa di legno sul mare. Colpa delle onde là fuori, colpa dei film di David Lynch, dell’inquietudine. Pensieri fluivano rapidi, poi d’improvviso si dilatavano in sequenze rallenty, lei era senza fiato. Guardò là fuori, e tutto ciò che i suoi occhi colsero le sembrò like a shimmer. Si coprì con un impermeabile e corse fuori a prendere aria, fresche gocce di pioggia tamburellavano sui suoi piedi e sulla notte, davanti a quel mare increspato, ma rassicurante. In fondo non era stato che un intimo richiamo a svegliarla, nient’altro, nessun timore; la notte bagnata era sua, quella ghiaia sulla riva le faceva riaffiorare alla mente immagini di analoghe notti trascorse lì nell’attesa, con le mani sprofondate nei sassi e l’acqua sui piedi, un freddo tagliente fuori, un ardore dentro.
L’auto era lì parcheggiata, non restava che mettersi al volante e seguire istintivamente la strada, senza possibilità di sbagliare, da un lato la ferrovia e dall’altro quella nera distesa viva e liquida, che ogni tanto sussultava; non restava che andarsene Through the gaps in the land. Quella strada era un rifugio, un abbraccio avvolgente dai lenti movimenti, una strada percorsa nelle notti di dolci malinconie, in cui ritrovare le barche ai loro posti sulla spiaggia, ognuna con il suo nome segnato a vernice sul fianco, con le sue strisce rosse e blu.
Quella notte, però, i bassi suonarono più profondi, e andarono a inciampare in maniera maldestra tra i pensieri tenuti volutamente in disparte; la donna alzò il volume della musica per non sentire, credendo stupidamente che il suono potesse annientare quel fuoco che era divampato dentro e che la stava divorando. Doveva arrendersi, non c’era altro da fare, e disse alle fiamme: “Burn me out from the inside”! Accostò l’auto dal lato opposto del mare, accanto ai binari, ed estrasse quella scatola di latta da sotto il sedile; l’aveva riposta lì da anni, e analogamente aveva cercato di seppellire i ricordi. La aprì, and let it all fall apart. Polaroid intatte, musicassette, un rossetto rosa ormai sciolto per metà, fiori secchi, delle lettere, un’acida fialetta – ciò che restava di un profumo francese. Scese una lacrima. Proprio mentre sulla strada stava avanzando un’altra auto; due auto solitarie in quella che era stata notte e si apprestava a diventare giorno. Li riconobbe: Ian Curtis era alla guida e al suo fianco sedeva Jesy Fortino, erano lì per vedere con i loro occhi come ancora nuove albe potessero svanire sulla riva del mare. La donna li salutò con la mano, e anch’essi la riconobbero, perché le malinconie hanno tutte lo stesso retrogusto e avvicinano le anime sole. Ma non si fermarono.
Il sole cominciava ormai ad alzarsi, era arrivato il momento di rimettere insieme i pezzi e raccogliere le proprie cose sparse nei sedili dell’auto. Era l’ora di tornare a casa, passo dopo passo, staggering.

3. Massive Attack – Heligoland

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Paradise circus. Storia di un amore blindato.
di Gianfranco Costantiello

Piegato su se stesso, assorto in una preghiera bisbigliata, soffocata. Una pistola brilla alla luce dell’abat-jour. La pioggia scroscia sui tetti. Le gocce echeggiano nella stanza vuota: stilettate che penetrano nello spazio, attraverso ombre, paure.

Punta la pistola contro la sua tempia.

Punta la pistola nella bocca.

Punta la pistola sotto il mento.

Punta la pistola contro un occhio.

L’occhio sinistro. Lo apre. Sente il respiro della volata. Scivola nella canna dell’arma, scivola in quelle dannate immagini. La sua ragazza priva di sensi, nuda e strafatta in balia di mani assetate di sesso. Lui spaventato sulla soglia della porta semichiusa assiste allo stupro. Scappa via terrorizzato. La sirena di un’ambulanza in una corsa disperata, il silenzio in una corsia d’ospedale, lacrime in obitorio.

Un fulmine cade nella strada. Un colpo assordante. Sangue sulle lenzuola. Singhiozzi sommessi.

Una figura a passo lento entra nella stanza. E’ avvolta in una camicia da notte di seta che lascia intravedere dei seni eleganti. Capelli biondi che scivolano sulla spalla scoperta. Riaccende lo spinello. Si specchia. Sorride. Ha l’aria rilassata. Allunga una mano verso l’uomo, agonizzante, tremante. Restano fermi: lui disteso, lei seduta sul letto. Si guardano. Lui dice qualcosa, lei annuisce. Si alza e va in bagno. Tossisce. Ritorna in camera con un piccolo specchio e glielo porge. Lui si specchia. Il suo volto sfigurato, bucato. Piange. Bagna il dito della mano nel suo occhio spappolato che gronda sangue e lo lascia scivolare sullo specchio, lo muove. Scrive “love is like a sin, my love”. La mano si ferma. Anche il respiro. Lei resta a fumare ancora un po’. Poi spegne l’abat-jour.

4. Gonjasufi – A Sufi And A Killer

Data di Uscita: 08/03/2010

Nella stanza regna un silenzio sacro.
E’ un tempio improvvisato in un vano di quello che fu l’hotel Gonjasufi, cinque stelle in rovina al limite orientale del deserto del Mojave. I locali dell’albergo sono stati occupati da rettili e volatili d’ogni sorta ma anche da sciamani, insegnanti di yoga e vagabondi. Si sono organizzati spartendosi ogni singolo spazio in modo inaspettatamente ordinato. Così passeggiando tra i corridoi ci si può imbattere nel “club rappettaro” della triade (sembra che si facciano chiamare “Gaslamp Killer”, “Flying Lotus” e “Mainframe”), nel regno sudicio degli Emù o ancora in quello zen di un certo “Steve Beckett”.
Ma a me loro non interessano, sono appena giunto al cuore pulsante dell’edificio, alla corte del predicatore Sumach Valentine. Un odore oppiaceo mi avvolge mentre alle orecchie arrivano fievoli melodie giamaicane. Alla destra del sacerdote ci sono alcuni anziani rugosi che balbettano sermoni hindu, alla sinistra dei dipinti raffiguranti gli “Spirit” in preghiera (ed una scritta “Twelve Dreams Of Dr. Sardonicus”).
Le quattro mura incrostate sono un’illusione, un posto nella mente, un miraggio tremolante di ricchezze perdute e riconquistate.

Tornando alla vicina Los Angeles con il mio catorcio a quattro ruote, vengo tentato dall’idea di trasferirmi al “Gonjasufi”, potrei organizzare un circolo di fumatori d’oppio oppure fare concorrenza ai barboni che fanno jazz nella stanza “303”.
Accendo il lettore cd e parte “A Sufi And A Killer”, il souvenir che mi hanno dato all’uscita del tempio.

Maurizio Narciso

5. Matthew Herbert – One One

Data di Uscita: 01/04/2010

La mia “Big Band” è disposta tutta intorno al vialetto di casa.

I musici mi vedono mentre mi sporgo dalla finestra e faccio precipitare dal secchio a pois blu una cascata di forchette appuntite e scintillanti; la prima posata tocca terra, è il segnale!

Attraverso di corsa il corridoio di casa, i piedi sono scalzi. Da fuori una tenue melodia mi raggiunge, appena coperta dal rumore dei flussi gastrici, amplificati e registrati su nastro, provenienti dal salotto. Nella corsa lancio una lattina di coca cola contro il violino di Mahler impostato sulla decima sinfonia, uno scoppio.

Dalla tv accesa arriva “Singing in the Rain”.

Devo correre schivando pile di giornali accatastate, alcune delle quali ho dato alle fiamme. Ecco l’arrivo, nello sgabuzzino c’è un registratore, un microfono e un paio di cuffie, me le infilo e…

Ecco che parte una tenue melodia, che copre tutto il resto, sono canzoni dal battito sintetico, bozzetti di ballate digitali che hanno bisogno solo di linee vocali per essere complete.

La mia voce è incerta ma delicata e canto.

Dani Siciliano cinguetta dal bagno ma nessuno la sente.

Maurizio Narciso

6. Booka Shade – More!

Data di Uscita: 23/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Regenerate. Il gioco  proibito.
di Gianfranco Costantiello

Fuori dalla città si estende una foresta. E’ li che si svolse il gioco, un giorno, sotto il cielo di un noioso aprile. Cinque amici e componenti di una strana setta che, a quanto pare, aveva il nome di booka shade, vi partecipavano. I giocatori erano quattro “cavie” e un “eletto”, quest’ultimo estratto a sorte. Le cavie avevano a disposizione una pistola con un colpo in canna. L’eletto una pistola con quattro colpi in canna. Uno per ogni cavia. Lo scopo dell’eletto era di mantenere la sua posizione uccidendo gli altri. Le cavie invece dovevano cercare di sopravvivere e di uccidere l’eletto per rubargli il titolo. Alla fine ne sarebbe rimasto solo uno.
Tutto si rivelò molto facile sin dall’inizio. Bang!: dietro la nuca. Bang!: in fronte. Bang!: al cuore. Tre colpi perfetti ammazzarono tre delle quattro cavie.
Non restava che uccidere l’ultima cavia.
La nebbia diventava sempre più fitta. Gli alberi sembravano avvinghiarsi l’un l’altro. Scricchiolii di foglie secche. Fruscio del vento. Echi di stormi di uccelli. Scendeva in fretta il crepuscolo. Di pece si colorava il sottobosco.
L’ultima cavia giocava bene. L’eletto vagava disorientato. Ora correva. Ora camminava. Affannoso si fece il suo respiro. Mise fuori qualcosa dalla sua tasca. Tirò su per il naso. Un colpo di pistola tuonò alle sue spalle. Cadde in terra. Svanirono i battiti del suo cuore.
Adesso che era diventato l’eletto non restava che correre verso la casa sul fiume. Da Charlotte. Charlotte era il premio. Chi riusciva a sopravvivere veniva “rigenerato” ( termine usato dai membri della booka), da Charlotte. Charlotte diceva di essere la reincarnazione di Marlene Dietrich. Charlotte era una gran puttana.
Giunse alla casa sul fiume. Una luce intermittente rimbalzava sui vetri opachi della finestra. Chiuse gli occhi. Trattenne il respiro. Abbassò la maniglia della porta. Nero. Ancora nero. Grigio. Lentamente si delineò la scena. Su di una poltrona c’era Charlotte. Occhi azzurri. Riccioli d’oro scendevano sul reggiseno slacciato. Un braccio si dissolveva nei pantaloncini arancione e giallo a strisce alterne. Lento era il movimento della mano. Si contorceva. Affannoso il respiro. Silenziosamente gemeva. I suoi occhi erano fissi sul televisore. Una vecchia vhs cigolava nel videoregistratore Rex. Reti di Gerhard Muller scorrevano sul televisore.
– Charlotte ? – un sibilo di voce venne fuori, quasi involontario.
Si accorse della sua presenza. Sorrise. Si sfilò i pantaloncini. Aprì le gambe.

La vhs cessò di cigolare. Il nastro si era arrestato. Rewind.
Eject.

7. LCD Soundsystem – This Is Happening

Data di Uscita: 18/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Cammino e sento una strana musica che proviene dalle tegole. Mi fermo. Vado avanti, la musica è finita.
Cammino ancora. Sono con una compagnia di trapezisti. Hanno tutti dei fisici statuari, soprattutto la bionda. Io sembro un orso bruno al loro fianco. E in effetti sono proprio un orso bruno. Da orso bruno proseguo, la gente si tiene lontana da me… perché? Ah si, sono un orso bruno.
Bruno appunto, mi aspetta sul ponte tra tre secondi.
Mi dice: “E’ ora!”.
Volare da un ponte è una cosa molto sconveniente per quanto riguarda lo schianto, ma il volo è straordinario. Il fiume era in piena per fortuna.
Ora io e Bruno siamo due pesci.
“La corrente è una cosa straordinaria” mi dice Bruno, “la vita è una cosa straordinaria” gli rispondo con particolare ispirazione.
Siamo potenti, siamo senza fine.
Adesso siamo acqua. Io e Margherita. Due minuscole incredibili molecole d’acqua. Evaporiamo.
Era una vita che volevo essere nuvola, ed ora sono nuvola con Margherita, non potevo chiedere di più. In due ora siamo in Islanda.
Eccoci nella nube di quel vulcano. Faremo saltare i voli di mezza Europa e forse di mezzo mondo. Margherita ride, è un po’ cattiva, ma è una brava ragazza. Il problema è che è cresciuta ascoltando i Motörhead e i Black Sabbath. A nove anni andò al concerto degli AC/DC. Ma sa essere anche dolce. E mentre lei ride un fulmine ci spedisce a terra.
Siamo nella terra, nel suolo. Un vigneto. Agli inizi di ottobre ci vengono a cogliere e fanno il vino.
Siamo a tavola, in una bottiglia di vino verdastra. Le ho sempre svuotate quelle bottiglie, non mi ci sono mai trovato dentro. Sorrido. Se proprio devo morire almeno disseterò qualcuno.
E’ mio padre e allora gli grido “Fermati! Sono io”. Mio padre ci prende dal bicchiere e ci poggia su una sedia.
Ora è tutto normale, abbiamo le proporzioni giuste e siamo fatti di carne ossa nervi e sangue.
Ridiamo, a tavola c’è il cardo in brodo e finalmente Margherita è reale.
E’ abbastanza.
Sento una strana musica che viene dalle tegole. Ma stavolta non ci casco.

Marco Di Memmo

Erano i tempi in cui le parole “funk” e “punk” erano ancora scomodabili per descrivere lo stesso movimento musicale.
Si ballava la musica elettronica o il rock e ci si vestiva in giacca e cravatta oppure in jeans e maglietta stropicciata non aveva importanza, eravamo i cazzoni della prima ora che non conoscevano “Giorgio Moroder” né gli “Human League” ma che sapevano muovere il culo a colpi di “Daft Punk Is Playing At My House”.

Eravamo felici.

I favolosi anni 2000 sembravano non dovessero finire mai. Dopo le sbronze con i vari Prodigy e Underword avevamo finalmente scoperto il groove; eravamo diventati maggiorenni! Dì li a poco la rivalutazione di Kraftwerk, Manuel Göttsching e David Bowie, ma questa è un’altra storia.
Da un lato l’algida elettronica tedesca e dall’altro l’incendiario hip hop / dub step inglese e noi li nel mezzo, “North American Scum” e “Drunk Girls” del momento.

Compravamo ancora i nostri dischi preferiti nei negozi di musica del centro e quelli di “James Murphy” non ce li lasciavamo scappare di certo, avevamo la nostra autentica “next big thing” e quelli del popolo rock ci rispettavano ancora.

Come siamo diventati schiavi di questa modernità insipida e della musica “disco” tutta uguale non lo ricordo, ma quelli sì che erano bei tempi, quelli in cui le parole “funk” e “punk” volevano dire LCD Soundsystem.

Maurizio Narciso

8. The Chemical Brothers – Further

Data di Uscita: 07/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

L’altro mondo
di Gianfranco Costantiello

Fu per caso che iniziò. Direi per gioco. Annoiandomi in un pomeriggio di ufficio. Ero stanco di aprire la solita pagina di facebook e imbattermi in link adolescenziali di gente cresciutella dal quoziente intellettivo basso. Bassissimo direi. Poco dopo la solita pausa sigaretta una finestra pubblicitaria balzò al centro dello schermo. La seconda vita, l’altro mondo recitava una voce elettronica. Join. Name: horse power, password : *******. INVIO. Procedendo con la registrazione avevo la sensazione di perdere il mio tempo ma ne ero ferocemente attratto. INVIO. REGISTRAZIONE TERMINATA CON SUCCESSO. Poi premetti su ACCESSO. Inserii i miei dati e un enorme benvenuto seguito dal mio nome fittizio lampeggiò sullo schermo. Caricai sul profilo una mia foto sulla quale venne elaborata la mia figura virtuale. Inviai una foto di quando avevo vent’anni. Avevo i capelli lunghi e ondulati che scendevano sugli occhi. Ero un bel ragazzo ma adesso dopo trent’anni non rimaneva nulla di quell’esile figura slanciata che spopolava tra le ragazze del liceo. Una pancia da camionista e una luna splendente in testa erano i miei segni particolari. Mi ero ridotto proprio male. Sempre più trascurato dopo il matrimonio. L’ERRORE PIU’ GRANDE DELLA MIA miserabile vita. Ma adesso un nuovo mondo si apriva davanti ai miei occhi. Bastava un click. La mia vita non fu più la stessa. Intere giornate scorrevano come fiumi in piena al pc. Diventavo sempre più pallido con vistose occhiaie tra la preoccupazione dei miei colleghi e di mia moglie. Rifiutavo persino il cibo. Mi bastava quello che mangiavo nella seconda vita. Bastava un click. E poi quella donna affascinante dai lunghi capelli rossi. Era perfetta. La corteggiavo ma lei faceva la preziosa ai primi tempi. Finchè una notte mi portò a casa sua dopo aver bevuto un paio di bottiglie di ottimo vino. Facemmo l’amore avvinghiati nel suo letto. Poi piombammo in un sonno profondo.

Ricordo che ero con la testa china sulla tastiera e gli occhi semichiusi quando qualcuno mi scosse. Sentii il suo profumo e intravidi lei nell’oscurità. L’afferrai per un braccio ma lesta si divincolò. Mi spinse con una forza inumana alla finestra. La spalancò. Un’enorme distesa bianca s’estendeva davanti ai  miei occhi increduli. Nel giro di pochi secondi il sole albeggiò. Mi urlò di seguirla gettandosi nel vuoto. Senza pensare feci altrettanto. K + D e infine B. Camminai sulla neve. Non lasciai alcuna impronta. Svenni in un deliquio. Ricordo di amarla e non c’è nient’altro.

9. Bachi Da Pietra – Quarzo

Data di Uscita: 14/10/2010

Una sinossi di seta per Bruno Dorella e Giovanni Succi
di Maurizio Narciso

Pietra Della Gogna
La processione delle carni è sonno eterno dello spirito, un  blues rumorista

Bignami
Le pelli che tuonano e un’orchestra di cucchiai

Dragamine
La chitarra, le pietre e le vene, una ballata “facile facile facile”

Niente Come La Pelle
Tintinnii e foschia autunnale, niente come la pelle

Zuppa di Pietre
La città vista dal deserto, crepiti e un serpente a sonagli

Morse
Falso movimento

Muta
Il post rock dei bachi da pietra

Notte Delle Blatte
Madrigali insonni

Pietra Per Pane
Ancestrale brama di…….  Pane.

Non E’ Vero Quello Che Dicono
Ingranaggi notturni di Waitsiana memoria (Un piano stritolato)

Orologeria
Cappella Rothko, lato nord (Houston, Texas)

Fine Pena

Io metto in versi i miei guai migliori

10. Motorpsycho – Heavy Metal Fruit

Data di Uscita: 15/01/2010

Fuori piove.
Sono di fronte al calendario che segna 15-01-2010 e non mi importa granché del tempo atmosferico. Mi appresto a fare colazione con latte e biscotti d’ordinanza, sorrido al pensiero dell’ imminente acquisto, presso la mia discoteca di fiducia, dello “scuro” oggetto dei desideri.
Un lampo improvviso nella mia mente.

Vedilo.

Indossando i primi abiti che mi capitano a tiro, corro a lavarmi i denti: non rinuncio a canticchiare, nonostante il movimento delle setole impietose, il “Theme De Yo Yo” tratto dalla collaborazione “nell’acquario” tra i miei Beniamini e gli altri illustri norvegesi Jaga Jazzist.
Un altro lampo fa capolino (attraverso la voce di) Bent Sæther: “Questa è la cosa più pesante che abbiamo fatto in 15 anni di carriera!”.
Mi metto le scarpe, afferro l’ombrello ed il k-way ed affronto di corsa la lunga rampa di scale che mi separa dall’acquazzone invernale; “Now It’s Time To Skate” penso ad alta voce, e con un rapido balzo raggiungo l’esterno.
Piove meno, mi ritrovo a correre.
Ho sentito in anteprima il nuovo disco dei Motorpsycho ed è un frullato di hard rock, psichedelia e free jazz, ancora più dilatato e rumoroso del bianco 33 giri “Child Of The Future” uscito solamente qualche settimana fa. Mi compiaccio di non averlo ascoltato per intero, onore che spetta solamente alla copia originale del dischetto che tra non molto stringerò tra le mani.
Immerso in questi pensieri arrivo alla rivendita, ed al bancone principale (quello con le uscite del mese), fa bella figura di sé “Heavy Metal Fruit”! L’art-work mi rimanda al cielo stellato di “Doremi Fasol Latido” degli “Hawkwind” e non mi stupirei di trovare tra le note dell’ album più di un riferimento al loro “Space-rock”.
Ecco l’ennesima incursione, Loro sembrano sorridermi.

Vedilo.

Prima di arrivare alla cassa giro la confezione del cd e leggo i titoli delle canzoni: credo che oggi pomeriggio rimarrò in casa, ho un appuntamento con “Gulliver”!

Maurizio Narciso

(Top Ten 2010) Federica Giaccani

1. Groove Armada – Black Light

Data di Uscita: 01/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuna operazione revival, non siamo mica sentimentali!

O per lo meno decidiamo noi quando esserlo, e non è l’occasione giusta questa. Stanotte è il momento di spingere col gas, di alzare il volume al massimo, di aprire il tettino dell’auto e sfrecciare per le strade deserte. Abbiamo sempre adorato i capelli fluenti, avevamo diciotto anni e facevamo a gara a chi arrivava prima a sfiorarsi il sedere con la chioma. Mentre uscivamo dall’acqua, al mare, urlavamo sfacciate “Whenever I’m down, I call on you my friend”, leggere nei bikini striminziti, e ridevamo. Dio se ridevamo! Quei Groove Armada hanno riempito i nostri pomeriggi assolati passati sull’erba a bere birra e passarci lo smalto sulle unghie.
E son trascorsi quasi dieci anni come niente, gioie e delusioni passate in rassegna nei nostri racconti come scene di film, in sequenza rapida; “My friend” sempre con noi, prima nel lettore cd, oggi nell’ipod, a ricordarci l’amicizia inestinguibile che ci lega, o anche “I see you baby” per i momenti scatenati in un dancefloor balneare.
È il primo matrimonio nel nostro gruppo e sembra impossibile, il nostro è un folle addio al nubilato. Altro che striptease di uomini lucidi e palestrati! La mia cabrio ci porta al nostro concerto, la musica lanciata a volumi altissimi fomenta gli animi, assetati di quel genere che non si sa chi ha voluto arrischiarsi a definire “balearic”, ma che alla luce dell’ultima produzione mi sembra piuttosto un riuscitissimo connubio tra rock ed elettro-pop. I capelli al vento hanno il sapore amato della libertà, le chitarre impennano e partono i synth. Atmosfere vagamente 80s sulla voce di Jess Larrabee che vibra, che urla.

Look me in the eye sister
Think you know about it
(un boato)

Volano patatine su sedili, girano le bottiglie di lager di mano in mano, si estraggono trucchi dalle borse per ritoccare il trucco già perfetto, parimenti si estraggono aneddoti sui quali risate e abbracci piovono fragorosi. Queste canzoni, uscite da poco in effetti, già parlano delle nostre vite: Jess Larrabee, Nick Littlemore degli Empire of the Sun e la vulcanica Saint Saviour non fanno che prestarci le voci; Andy Cato e Tom Findlay ci costruiscono dietro un intreccio di chitarre e disco music, i bassi pompano.

Just for tonight
Feels good
Just for tonight

(una notte che rimarrà negli annali)

I feel your heat, I never wanna let you go
I rock to this beat, I’m standing here to let you know
Yeah you can write me a love letter, but there’s nothing to say
don’t wanna take a chance on your paper romance anyway

(le vecchie ferite mai dimenticate)

A tratti il viaggio assume i contorni intimi di un groove sinuoso, pause e silenzi temporanei, con sguardi fermi all’orizzonte; la voce inconfondibile e immensa di Bryan Ferry riporta i Roxy Music e il synthpop delle origini al 2010, evocando scenari misteriosi e seducenti. La strada corre sotto di noi, sui nostri pensieri taciuti.

And the way we were
Fatefully entwined
In a shameless world
Rock ‘n roll desire

Il parcheggio è gremito; la gente intorno a noi scende veloce, persone si guardano e sorridono complici e poi corrono come attratte da un potentissimo campo magnetico. Anche noi ne subiamo il potere, ci dà alla testa; ci prendiamo per mano. Si va. In realtà il nostro, di concerto, lo abbiamo già vissuto, mentre la voce di Will Young si dissolve in una sorta di tributo ai Bronski Beat e agli anni ottanta.

So long
Something’s stirring up in the air
‘Cause it keeps me turning around

HISTORY REMINDING

Federica Giaccani

2. Arcade Fire – The Suburbs

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le tre di pomeriggio, estate inoltrata. Dalla finestra di casa mia sembra che il paese sia deserto, o addormentato; il caldo è cocente. È iniziato da poco agosto ma nell’aria c’è come ogni anno quella fastidiosa sensazione da fine stagione, intrisa di malinconia ma ancora così rovente. Un giro in bicicletta in un paese fantasma, e nelle campagne, è la giusta ricetta per immergersi nella maniera migliore nello spleen estivo, voglio vedere come scorre la giornata a qualche minuto da qui, come vivono l’estate negli altri quartieri, The Suburbs. Perché da me, in the neighborhood, non c’è anima viva. Nel lettore mp3 ho appena caricato l’ultimo album degli Arcade Fire, le mie vie scompaiono lasciando il posto ad altre, ed altre ancora, sulle note di un disco che già dall’incipit lascia presagire l’anima rock che lo caratterizza in toto. E pedalo sotto il sole, l’aria che sa di mare in qualche modo mitiga l’afa soffocante emanate dalle case e dai campi di girasoli. I am ready to start. Chitarre graffianti e melodiche accompagnano vivaci questo vagabondare solitario, sono così energiche, frizzanti e incalzanti che il mio incedere acquista anch’esso energia, e con naturalezza mi viene da sorridere sfrecciando accanto ad un acerbo vigneto. È la mia musica dell’estate, ma anche quella sulle cui basi costruire la stagione a venire; un disco pieno e corposo, completo e totale. E la piccola realtà in cui vivo non è così sopita come a un primo sguardo sembrava mostrarsi: come gli arpeggi, i riff e gli accordi mi allietano con nuovi suoni sorprendenti, la vita mi si manifesta con le sembianze di un contadino che riprende fiato seduto su un trattore, o con quelle di una numerosa famiglia ancora alle prese con un lungo pranzo sotto a un pergolato.
Fa terribilmente caldo ma sono spinto da carica nuova. I canadesi descrivono, pezzo dopo pezzo, le loro periferie, i loro sobborghi, e quelle apparenti statiche solitudini non sembrano così distanti da qui, né sembra che ci possa essere un oceano e più in mezzo. È soltanto il mondo che finge di dormire, o di stare a guardare, mentre di soppiatto respira e pulsa. E a tratti corre, come month of may, come me che inforco i pedali e mi appresto ad affrontare la salita più impervia della mia terra.
È sempre rock, a tratti commisto a new wave, a tratti addolcito dal folk. Sono sempre quei suoni tanto cari già da anni, ma i tempi delle nebbie intimiste e introspettive di Neon Bible, quei colori al limite dell’inverno, qui sono stati scalzati dal realismo della vita di tutti i giorni. E gli archi si sono fatti da parte per far esplodere le chitarre, proprio mentre arrivo in cima alla collina, e mi si spalanca la campagna davanti, e il mare di là. Ed è grandioso.

Federica Giaccani

3. Balmorhea – Constellations

Data di Uscita: 23/02/2010

Sul peso della notte
di Lorenzo Righetto

Quando il mondo era giovane e bello, solo due esseri camminavano sulla terra: tu ed io. Aprendo gli occhi, le cose ci apparivano ogni volta nuove, pure, immacolate, un richiamo incessante a guardare più lontano, più a fondo. Salire su fino al passo innevato, dolce ventre pieno e materno, attraversare correndo l’erba alta fino ai fianchi, gettarsi nell’acqua gelida erano le cose di cui vivevamo, muovendoci da un posto all’altro senza curarci di niente. Godevamo di quanto avevamo davanti, e questo ci bastava.
Non conoscevamo la stanchezza, o il dolore. Quando scendeva la notte, ci stendevamo uno di fianco all’altro, tessendo fili tra le stelle fino a riconoscere le forme che ci erano apparse durante il giorno. Lo sguardo si perdeva nei meandri ora nebulosi, ora luminescenti di quel mirabile intarsio, talmente ineffabile da serrarci la gola in un fremito silenzioso. L’odore delle piante che respiravano nell’oscurità ci inebriava a tal punto che non riuscivamo a dormire: ci rigiravamo nell’erba, respirando a pieni polmoni.
E le corse… Le corse! Non smettevo mai di ridere, dall’ebbrezza, strabuzzavo gli occhi abbagliato dalla luce del sole, saltavo e mi dimenavo e inciampavo su me stesso… Quel giorno, corsi così tanto che giunsi alla fine del mondo, là dove un’enorme distesa d’acqua attendeva la sorte degli stolti. Rimasi ammaliato dal periodico riversarsi spumeggiante, investito dalla salsedine e dal vento caldo e denso.
Tu non c’eri più. Mi voltai di scatto, scorgendoti subito in lontananza, ritta su una sporgenza da cui mi osservavi immobile. Il sole si sporse dalle nubi, inondandoti di luce, e qualcosa luccicò sul tuo volto. Piangevi, dondolando gentilmente, fino a quando non facesti un passo in avanti, là dove il vuoto ti attendeva. Nessuna corsa mi avrebbe mai restituito ciò che andavo realmente cercando, che cercavo di decifrare nel mondo quando nulla, di quest’ultimo, è decifrabile.

4. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

5. The Sight Below – It All Falls Apart

Data di Uscita: 06/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

I Am The Ocean
di Federica Giaccani

La donna non riusciva a dormire, si girava e rigirava nel letto, in quella casa di legno sul mare. Colpa delle onde là fuori, colpa dei film di David Lynch, dell’inquietudine. Pensieri fluivano rapidi, poi d’improvviso si dilatavano in sequenze rallenty, lei era senza fiato. Guardò là fuori, e tutto ciò che i suoi occhi colsero le sembrò like a shimmer. Si coprì con un impermeabile e corse fuori a prendere aria, fresche gocce di pioggia tamburellavano sui suoi piedi e sulla notte, davanti a quel mare increspato, ma rassicurante. In fondo non era stato che un intimo richiamo a svegliarla, nient’altro, nessun timore; la notte bagnata era sua, quella ghiaia sulla riva le faceva riaffiorare alla mente immagini di analoghe notti trascorse lì nell’attesa, con le mani sprofondate nei sassi e l’acqua sui piedi, un freddo tagliente fuori, un ardore dentro.
L’auto era lì parcheggiata, non restava che mettersi al volante e seguire istintivamente la strada, senza possibilità di sbagliare, da un lato la ferrovia e dall’altro quella nera distesa viva e liquida, che ogni tanto sussultava; non restava che andarsene Through the gaps in the land. Quella strada era un rifugio, un abbraccio avvolgente dai lenti movimenti, una strada percorsa nelle notti di dolci malinconie, in cui ritrovare le barche ai loro posti sulla spiaggia, ognuna con il suo nome segnato a vernice sul fianco, con le sue strisce rosse e blu.
Quella notte, però, i bassi suonarono più profondi, e andarono a inciampare in maniera maldestra tra i pensieri tenuti volutamente in disparte; la donna alzò il volume della musica per non sentire, credendo stupidamente che il suono potesse annientare quel fuoco che era divampato dentro e che la stava divorando. Doveva arrendersi, non c’era altro da fare, e disse alle fiamme: “Burn me out from the inside”! Accostò l’auto dal lato opposto del mare, accanto ai binari, ed estrasse quella scatola di latta da sotto il sedile; l’aveva riposta lì da anni, e analogamente aveva cercato di seppellire i ricordi. La aprì, and let it all fall apart. Polaroid intatte, musicassette, un rossetto rosa ormai sciolto per metà, fiori secchi, delle lettere, un’acida fialetta – ciò che restava di un profumo francese. Scese una lacrima. Proprio mentre sulla strada stava avanzando un’altra auto; due auto solitarie in quella che era stata notte e si apprestava a diventare giorno. Li riconobbe: Ian Curtis era alla guida e al suo fianco sedeva Jesy Fortino, erano lì per vedere con i loro occhi come ancora nuove albe potessero svanire sulla riva del mare. La donna li salutò con la mano, e anch’essi la riconobbero, perché le malinconie hanno tutte lo stesso retrogusto e avvicinano le anime sole. Ma non si fermarono.
Il sole cominciava ormai ad alzarsi, era arrivato il momento di rimettere insieme i pezzi e raccogliere le proprie cose sparse nei sedili dell’auto. Era l’ora di tornare a casa, passo dopo passo, staggering.

6. Loscil – Endless Falls

Data di Uscita: 01/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono settimane in cui mi sembra di trascinarmi dietro le giornate come un fardello pesante, ho le corde ai piedi e sollevo le abitudini a fatica, passo dopo passo, mentre salgo le scale di casa, la sera, al ritorno dal lavoro. Si susseguono così nel calendario i giorni, uguali e in fila, e la pioggia continua a cadere a Vancouver, non c’è mattina che non mi svegli col ticchettio delle gocce sul davanzale. Anche mio figlio, a cinque anni, si sta chiedendo quanto ancora ci resta da aspettare prima che il cielo si apra almeno un po’; questo grigio compatto ci è entrato dentro e ha avvolto di malinconia le nostre cose, anche gli oggetti di casa ne sono intrisi.
Sono un giovane padre separato, soffro di insonnia. Le notti in cui mio figlio dorme da me le passo al buio seduto in fondo al nostro letto; osservo amorevolmente il suo corpo mentre si dibatte sotto al piumone in sonni furibondi, e lascio che internet mi faccia compagnia. Internet e la pioggia ovviamente. Qualche notte fa ero in rete e mi ero dimenticato di chiudere completamente le serrande; vedevo la pioggia rigare i vetri e le gocce illuminate a intermittenza dai fari delle auto che andavano e venivano, dal chiarore malato dei lampioni. Era nero e blu fuori, l’acqua e i colori freddi mi trafiggevano come le luci al neon degli ospedali; avevo le cuffie alle orecchie e d’un tratto mi arrivò un abbraccio sonoro inaspettato. Era qualcosa di completamente nuovo, ma anche intimamente familiare: la pioggia prendeva a schiaffi la mia serranda a mezz’asta, ma scrosciava anche nelle mie orecchie, catturata e manipolata da un poeta della musica a me sconosciuto fino ad un attimo prima. Un sottofondo maestoso cresceva alle spalle, sommergendo man mano il suono dell’acqua, fino a quando si aprì solenne con melodie d’archi; chiusi gli occhi, e mentre ondeggiavo il capo, rapito, immaginai la piccola camera da letto occupata da un’orchestra che suonava solo per noi. Da lì in poi la musica mi spezzò il cuore, tutta colpa di quel perfetto amalgama tra oscillazioni elettroniche, suoni rubati alla natura e apparizioni struggenti di strumenti suonati.
Ma l’ambient non doveva essere soltanto una composizione di sonorità evanescenti, di esercizi di stile che evocassero qualcosa di infinito e indefinito? Giuro, qualcuno mi aveva messo in guardia durante una di quelle conversazioni finto-intellettuali, tra i fumi delle nostre sigarette e dei nostri whiskey, mentre la pioggia incessante non la piantava di riversarsi al suolo. Mai luogo comune fu più insulso! E questa notte di fine inverno ne era la riprova, e urlava a gran voce un’essenza intima e totale, tra le trame di queste complesse melodie. Come in Estuarine, in cui una texture ipnotica pulsava a intermittenza quando all’improvviso comparve il pianoforte con passi eleganti, o nelle profondità scroscianti di Dub For Cascadia, che incedeva avvolgente in un trance/dub a cui non potevo che abbandonarmi. Battiti su battiti, in crescendo, quasi alienanti, come le variabili modulazioni di Showers of ink, o la toccante raffinatezza di Lake Orchard. Una voce recitante tranciò di netto il fluire dei suoni, ma poi essi cominciarono di nuovo, con forza nuova, trascinanti. E in ultimo tornò anche la pioggia, a ricordare che non aveva mai smesso di cadere, e che – anzi – non era sua intenzione farlo. Almeno non ora.
Con la coda dell’occhio vidi mio figlio ancora agitarsi; raccolsi il suo cuscino che nel frattempo era caduto a terra e mi accoccolai anch’io dal mio lato del letto, mentre dalla finestra stava sorgendo l’ennesima alba bagnata.

Adesso è sera, mi rado davanti allo specchio e ripenso a quell’uomo che fece parlare queste Endless Falls. Si chiama Scott Morgan e vive anch’egli a Vancouver; la sua bambina si sarà chiesta le stesse cose di mio figlio mentre dal finestrino dell’auto fotografava la pioggia cadere, ignara che dietro a quell’immagine ci potesse essere tanto altro da raccontare in un disco.

Federica Giaccani

7. Deepchord Presents Echospace –  Liumin

Data di Uscita: 27/07/2010

La capitale è un dedalo di luci al neon e di follie metropolitane. Alcuni vicoli puzzano di marcio, ma in altri gentili profumi orientali accarezzano la mia fronte sudata. È una notte livida e densa questa, l’aria sembra aver lasciato il posto a un’afa senza scampo, perfino i grattacieli sembrano trasudare appiccicosi. Sono un vagabondo, oppure un turista che ha speso troppe energie per ritrovare la strada di casa alle 4.00 a.m., ma che differenza fa? Cerco una panchina sulla quale distendermi, magari lontano dai club aperti tutta la notte o dalle insopportabili “sale Pachinko” rumorose anche in queste ore; i ritmi pulsanti sui quali mi sono scatenato, conditi di acid house e deep groove neanche stessi a Chicago, ancora mi risuonano nella testa e nelle orecchie, in bocca l’amaro di una serata andata storta, finita troppo presto. Non ho pace, i semafori sono luci brillanti e mi irritano gli occhi, le vetrine illuminate a giorno ed animate da nenie di benvenuto 24 ore su 24 mi disorientano. Nella testa di nuovo quei ritmi alla Frankie Knuckles, ma c’è dell’altro, riaffiora il ricordo di alcune voci sussurrarsi parole a me incomprensibili, mentre origliavo alla porta di un wc per capire se fosse occupato:

“CODENAME: LOVE064”

Ho fretta di sentirti, sono qui a Tokyo e tu così distante dalle parti di Juan Atkins, ma l’urgenza di comunicarti le mie scoperte supera qualsiasi questione pratica di fuso orario o quant’altro. Mi trascino nel primo internet cafè che mi è a tiro per scriverti.

Quello che la città afosa mi ha affidato è un tesoro nero e a sprazzi fluo, fatto di dub, beat e rumori urbani, un tesoro invisibile a chi non vive la notte, un rompicapo che solo tu puoi aiutare a sciogliere. E poi quelle parole misteriose, borbottate in un water in mezzo al magma musicale incessante mi hanno fatto trasalire. Mi sento a casa come mai mi era successo in questi ultimi anni passati in volo da una città all’altra, inseguendo una chiave di lettura del mondo da poter tramutare in musica. E noi che un tempo ci sforzavamo a cercare fonti e ispirazioni chissà dove, e chissà in che cosa, con risultati a dire il vero apprezzabili – per carità! Ma qui non sono io ad arrabattarmi in ogni modo per arrivare a destinazione, il treno senza ritorno l’ho già preso, era lui che cercava me e mi è venuto incontro sferragliante in questa strana notte d’estate dall’altra parte del mondo. Ora non resta che mettere insieme i tasselli e poi ballare. L’alba caliginosa sta rischiarando il cielo, ma il dub che ho in testa è scuro più dell’asfalto. Perché sono in Giappone, ma questa musica sembra in maniera sconvolgente congiungere me e te, Chicago e Detroit.

Federica Giaccani e Maurizio Narciso

8. Mount Kimbie – Crooks & Lovers

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Battiti profondi e voci fuoricampo.

Brulicano nel sottobosco londinese ed escono allo scoperto, bombe a mano che si fanno detonare nel mainstream, diventano tendenza. Proprio quella parola che tanto schifa gli intellettualoidi nostrani che abbandonano i propri amori appena si evolvono in fenomeno esteso. Ben venga.

Ricami dolci + sferzate aspre + linee sinuose + parallele di beat che si incontrano e diventano tangenti. Would Know.

Mani alzate, dubsteppa fratello, dubstella sorella. Oltre e di più tutti scuotono la testa avanti e indietro tra la nebbia e le luci delle luminarie di natale. Battiti di mani ritmate.

Notte profonda, tipo le 03.00. Rissa in strada per qualche sguardo storto alla ragazza, pugni a raffica, cariche a testa bassa, nella stessa fitta nebbia di prima, stavi lottando con un fantasma alcolico senza accorgertene. Poi tutto si calma hai vinto la battaglia e entri in un lounge bar all’alba. Blind Night Errand.

Intermezzo impressionista.

Inciampi di continuo e sbatti la testa contro l’asfalto umido e il muro colorato di graffiti, ti alzi e vai a sbattere contro il guard-rail, le sirene della polizia in lontananza, quelle dell’ambulanza più vicino, tutto si trasforma e continui ad inciampare in un ritmo mai concluso. Ti fermi su una panchina e ticchetti le mani sulle ginocchia distese per prendere coraggio, arriva una ragazza stupenda e mentre continui a tenere il ritmo con le mani inizia a cantarti nell’orecchio. Inizi a correre mentre senti in sottofondo la sua voce, vuoi tornare a letto perché inizia a fare caldo. Carbonated.

Cerchio alla testa. Tipo gli anelli di Saturno. Roba comunque celeste e fuori confine. Tipo a Londra per fare un nome a caso. Celestiale appunto.

Campi mitragliati si trasformano in garage brulicanti di corpi che si flettono a ritmo. Field.

Che cazzo di ora è?, buio. Fuori tempo massimo, oltre, altri piani, over, post. Perdete pure il vostro tempo ad ascoltare questo disco proveniente dal futuro.
Non ci appartiene culturalmente questa roba, (determinismo culturale neo-coloniale?!), purtroppo penso di sì.

Alessandro Ferri

9. Millimetrik & Port Royal – Afterglow

Data di Uscita: 19/02/2010

Le prime luci che si sviluppano, da un’alba che non invecchia mai.

Che esulta, si fonde, che attira.

Alba magnete di sorrisi spenti, trasformati in speranza rinnovata.

10. Meursault – All Creatures Will Make Merry

Data di Uscita: 24/05/2010

Il Futuro Scorso
di Giulia Delli Santi

C’era un giovane uomo e c’era una giovane donna.
Ma questa non è una storia d’amore, è una storia di strade smarrite, di occasioni perse.

“There are not but ghosts behind the endless canopy and they all hold small comport for deserters such as we.”

L’inverno finalmente ci lasciava spogli di quelle sagge compostezze che ci concedevamo ancora, la discrezione che ci metteva in guardia.
Quella profonda paura latente di legarsi l’uno all’altra.
Il nostro tempo è trascorso guardando la gloria e l’orrore di tutto quello che ci circondava.
Il silenzio, statico sorriso hopperiano che tanto ti faceva interrogare.
Sospesi.
Le parole andavano cambiate?
E il dubbio era seminato, la sfiducia cresceva.
Avrei continuato con incoerenza immacolata.

“And you saw me dreaming on a world that I wouldn’t have lasted more than five minutes in.”

L’aria è ferma.
Ora vedo il cielo sgombro dalle nuvole del dubbio e respiro più profondamente.
Non avrò lo sguardo rivolto altrove, in attesa così rassegnata.
Ecco il varco che mi allontana da quei tremori, dalla mia instabilità di fragile uomo.

“By the winter I’ll have risen and by the summer I’ll be blind. I will meet with you but I don’t know where.”

Sarebbe stato del tutto impossibile dopo tutto. Anche una linea ha due facce.
Vorrei non ascoltare più the melody at night with you.

(Top Ten 2010) Alessandro Ferri

1. Salem – King Night

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Epilepsy in slow motion
di Alessandro Ferri

Qui dentro in questo scantinato siamo in pochi, si sono fatti la loro cattedrale segreta nel Michigan e ci portano solo qualche eletto, però paiono pronti ad esplodere e ad invadere tutto l’underground americano. Maglioni fuori misura, jeans neri super attillati, labbra di un rosso troppo acceso su visi scarni e bianchi, squarci nelle calze a rete delle ragazze presenti. Foglie morte attaccate al muro, tutto appare sfocato e privo di forma ben definita. Buchi e voragini immaginarie nel pavimento. E io e te siamo qui dentro mano nella mano stretti nelle nostre camicie, in una caverna di suoni a tratti angelici e a tratti diabolici, totalmente dispersi nel marasma. L’estate sta finendo e qui per loro non sembra mai esserci stata l’estate e il sole, qui in rosso sul soffitto campeggia la scritta Witch – House Homeless e guardare in alto fa venire il mal di testa. Il soffitto è altissimo,sfondati i piani superiori per spingere verso l’alto i lampadari di cristallo che riflettono le luci e i visi di tutti per creare un fantasma. Tre tastiere e tre microfoni sull’altare, tre personaggi ambigui, visi coperti dai capelli, due uomini e una donna. Tutto è preparato per implodere, le tenebre sono rotte da un beat che ci riporta ad una Zola Jesus appesantita dalla forma densa tipica del dubstep e in questa prima “King Night” che apre le danze abbiamo da guida lontane voci femminili che disegnano una via eterea all’inferno. Un riverbero costante si innesta nelle orecchie e corpi in movimento fluido si urtano, tutto decade felicemente, loop taglienti aprono le restanti porte. Alcuni battono le mani a ritmo di synth e una ragazza decide di abbracciarmi mentre le voci femminili ci portano in un nuovo mondo shoegaze sporcato da un pulviscolo grigio di materiale lunare. E questa era “Frost”, tu completamente assuefatta dal ritmo mi abbracci come mi abbraccia la sconosciuta e ci muoviamo scossi da brividi caldi. Un cambio di rotta si abbatte su tutti, quando a tutto il marasma si aggiungono voci dal ghetto nero come la pece il fiume di energia è sempre più un flusso che pervade e stringe in un cerchio stretto i presenti nello scantinato. Tutto pare essere in preda ad una crisi epilettica gestita e innestata al rallenty ( “Trapdoor”), tanto per non farsi mancare nulla partono luci lampeggianti rosse che rendono le retine caldissime. “Traxx” ci martella le palpebre e il canto ammalia come le sirene di Ulisse, mi sussurri nell’orecchio che vuoi andare a dormire, che ti devo portare in braccio perché sei sfinita, e che ti senti sporca dentro, sporca fino alle ossa. Saluto i Salem con la mano ma loro sono ormai stravolti sul divanetto di pelle appena dopo la sfuriata finale di “Killer” che ha fatto vibrare i muri per la sua intensità. Volevi per forza venire a scoprire questo filone Witch House, ti ho portato a sentire e ci hai sbattuto il corpo contro, hai respirato l’incubo con le tue stesse narici. Mi sali sulla schiena,ti aggrappi forte al collo e storditi usciamo dalla cattedrale sotterranea, è già mattina ma il tempo ha perso le sue coordinate base. Come due corpi estranei ci muoviamo tra i mezzi dei netturbini, facciamo ritorno nel mondo reale, piano piano però.

2. Mount Kimbie – Crooks & Lovers

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Battiti profondi e voci fuoricampo.

Brulicano nel sottobosco londinese ed escono allo scoperto, bombe a mano che si fanno detonare nel mainstream, diventano tendenza. Proprio quella parola che tanto schifa gli intellettualoidi nostrani che abbandonano i propri amori appena si evolvono in fenomeno esteso. Ben venga.

Ricami dolci + sferzate aspre + linee sinuose + parallele di beat che si incontrano e diventano tangenti. Would Know.

Mani alzate, dubsteppa fratello, dubstella sorella. Oltre e di più tutti scuotono la testa avanti e indietro tra la nebbia e le luci delle luminarie di natale. Battiti di mani ritmate.

Notte profonda, tipo le 03.00. Rissa in strada per qualche sguardo storto alla ragazza, pugni a raffica, cariche a testa bassa, nella stessa fitta nebbia di prima, stavi lottando con un fantasma alcolico senza accorgertene. Poi tutto si calma hai vinto la battaglia e entri in un lounge bar all’alba. Blind Night Errand.

Intermezzo impressionista.

Inciampi di continuo e sbatti la testa contro l’asfalto umido e il muro colorato di graffiti, ti alzi e vai a sbattere contro il guard-rail, le sirene della polizia in lontananza, quelle dell’ambulanza più vicino, tutto si trasforma e continui ad inciampare in un ritmo mai concluso. Ti fermi su una panchina e ticchetti le mani sulle ginocchia distese per prendere coraggio, arriva una ragazza stupenda e mentre continui a tenere il ritmo con le mani inizia a cantarti nell’orecchio. Inizi a correre mentre senti in sottofondo la sua voce, vuoi tornare a letto perché inizia a fare caldo. Carbonated.

Cerchio alla testa. Tipo gli anelli di Saturno. Roba comunque celeste e fuori confine. Tipo a Londra per fare un nome a caso. Celestiale appunto.

Campi mitragliati si trasformano in garage brulicanti di corpi che si flettono a ritmo. Field.

Che cazzo di ora è?, buio. Fuori tempo massimo, oltre, altri piani, over, post. Perdete pure il vostro tempo ad ascoltare questo disco proveniente dal futuro.
Non ci appartiene culturalmente questa roba, (determinismo culturale neo-coloniale?!), purtroppo penso di sì.

Alessandro Ferri

3. Yellow Swans – Going Places

Data di Uscita: 08/03/2010

Lights Drone
di Alessandro Ferri

È quasi come quando camminavi da piccolo in un corridoio buio alla ricerca della luce. Ora però sai che la luce non c’è, la luce completa non esiste più. Nel tuo mondo tutto si è sporcato irrimediabilmente, tutto è saturato, le costellazioni collassano una dopo l’altra e si sentono grida in lontananza, un miasma completo. Ma tu, tu non capisci più se sono grida o sirene o sibili d’allarme, quegli allarmi ormai inutili, per i pochi superstiti. Le lamiere hanno invaso i tuoi spazi, e molte si trovano accartocciate su se stesse, formano strani glifi grigi, portatori di messaggi incompiuti e incompresi. Su tutto quello che è rimasto solca un vento caldo, vento che aumenta i rumori già presenti. Il vento fruga, sferza, ma paradossalmente rallenta il fluire, tutto è capovolto, il tuo sistema di pensiero è ormai obsoleto in questo nuovo panorama, la tua esperienza è svilita e non conta più nulla.
Ti muovi quasi ipnotizzato in un crescendo continuo e mirato di illusioni, che un istante dopo la loro nascita, già ripiegano su se stesse fino a lasciare strisce di luce incandescente. Ti restano solo loro che muoiono e formano luce striata, la luce completa non esiste più non esiste più. Non puoi comporre niente con queste strisce di luce, è come quando andavi al supermercato e sui tuoi buoni sconti c’era scritto: non cumulabile con altre offerte. Decidi che la tua nuova vita sarà diversa da quella prospettata dai tuoi occhi stanchi e vedi le tue mani annerite dalle bruciature, di quando hai provato a riunire tutta la luce, e ti sei bruciato. Dentro di te avevi già deciso tutto da tempo, ma solo ora te ne rendi conto definitivamente.
Inghiottito dall’acqua, finisci la tua storia, cerchi una catarsi da tutto con questo gesto. Vai a ricercare la luce completa da un’altra parte, non sai dove finirai perché nessuno te lo ha raccontato. Ma non conta nulla per te saperlo, andrai da un’altra parte per trovare finalmente la luce.
Il vento si innalza, grida e lamenti vanno alla deriva fino a fermarsi, smorzandosi lievemente con il tempo.

4. Alva Noto – For 2

Data di Uscita: 15/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ORATORE MUTO
di Alessandro Ferri

Mentre tutti se ne stavano rinchiusi in casa davanti ai caminetti accesi con gli sguardi fissi sulle immagini del tubo catodico, blaterante con trasmissioni speciali sull’ondata di gelo incredibile in Europa occidentale, alcuni personaggi uscivano allo scoperto nelle strade deserte per seguire un santone.
Così si chiamano le persone che per mezzo di qualche caratteristica particolare, vera o presunta tale, richiamano a sé altre anime ricettive. Spesso per compiere riti, in questo caso un rito in mezzo ad una delle tante foreste che si posizionano al confine tra Francia e Germania. In una casa di legno, un rito. Ma questa non è antropologia, o forse sì. Ma questo non è sacro, o forse sì.

Ci sono architetti, registi, scrittori, anime defunte e non, che si isolano dal marasma generale, che per un po’ si fanno inghiottire da suoni creati apposti per loro, lì per soddisfarsi e staccarsi, si nutrono. E il guru non proferisce favella, muove la sua strumentazione e fa partire il tutto.
Tutto è bianco fuori, ma non nevica, neanche questo è concesso, e l’orizzonte della terra non si distingue di giorno dal cielo, non ci sono tubi di scarico e i lupi e le bestie feroci se ne stanno nelle loro tane. Corpi non ricettivi, o forse sì.
Seduti su un pavimento riscaldato, diavoleria del design e dell’architettura che riproducono un luogo consono alla comodità in uno spazio privo di tale concetto come una foresta teutonica. Ambienti creati apposta per queste persone, che queste persone creano per loro. Fuori ma dentro. Conoscenza dello spazio e appropriazione totale di esso, simbiosi ultima, creazione e distruzione delle coordinate con un solo movimento, concezioni ribaltate dal solo ingresso di un corpo sprigionante calore, sacro e profano, suono. Dimensione spaziale primaria e moltiplicata al cubo dai rumori e dai tintinnii. Dalle distese piatte rese più aspre da gettiti di vita digitale, manipolazioni del suono feconde, spropositate.

Catalessi cosciente, stimolata e cosciente, isolazionismo di gruppo. Paralisi temporanea. Tutti attorno all’oratore muto.

I visual posti sui muri fanno il resto, danno una scansione temporale e indicano le dediche dei pezzi, dei microcosmi sonori. Ma è un tempo diverso da quello degli orologi elettronici posti alle fermate dei bus.
T3 mostra piccole screziature dei nervi scoperti di Dieter Rams.
Early Winter è la melodia che si spande aulica ma mai invadente, per Phil Niblock.
Anthem Berlin è il magma lucido e gorgogliante di questo spazio digitale, assurdità post-moderna che coglie e manda in orgasmo i neuroni.
Stalker è culmine in un sibilo deciso e secco che si erge su una texture aderente alle pareti umane dei presenti, lo spirito di Andrei Tarkovskij mostra un ghigno compiaciuto.
Tutto in loop, in attesa di ritornare.
Ogni tanto isolarsi fa bene, per chi è capace di farlo, arte complicata, date retta al santone. Sicuramente sì, niente forse.

5. Wavves – King Of The Beach

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Idiot
di Alessandro Ferri

Ehi ragazzino, sei davvero cresciuto.
Ti avevo visto con lo skate a fare la rockstar sul marciapiede davanti a casa, e con lo skate e la chitarra a rompere i timpani di chi fa jogging sull’Ocean Front Walk.
San Diego non ti conosceva affatto e tu registravi dietro casa i rigurgiti di melodie stritolate per scuotere le vene, sì le vene dei vicini di casa.
Ti ricordi vero?, sì lo so sarò noioso ma era così.
Ti ricordi vero quanto erano instabili i suoni e mi chiedevi che strumenti usare per cavare fuori qualcosa. Che solo quando eri fatto le ragazzotte della zona ti guardavano, se erano fatte anche loro.
E passavi il tempo con il joy-stick in mano davanti alla tv con la vita sociale pari a -2.
Hai capito che dovevi fare il salto, senza che te lo dicessi. Hai iniziato a far fumare le canne al tuo gatto e agli altri animali in casa ed eri felice, questo era il primo passo. Sei sempre stato veloce, rapido, scattante e Pitchfork ha iniziato a pomparti dietro.
Hai capito che San Diego poteva essere ai tuoi piedi, e hai assestato il colpo. Il colpo per diventare il boss, il Nathan migliore di tutti sulla costa.
Per passare nelle radio di tutti college, in tutte le orecchie delle biondine con gli shorts e le camicie a quadri rosse e nere. Sei un cazzaro e lo hanno capito tutti, a Barcellona al Primavera Sound Festival si ricordano bene.
Adesso però è estate e vuoi farci esplodere, farci saltare per aria con il tuo Surf-Punk-Shitgaze e tutti quei termini che usano solo le persone cool.
Ti ho visto ieri sera con i tuoi amichetti e c’era un sacco di gente mai vista, pure quelli che ti danno una mano a suonare sembravano più a posto.
Attorno al falò sulla spiaggia era pieno zeppo di ragazze che ti guardavano e ti volevano mentre la loro testa ondeggiava a destra e a sinistra.

Tutto questo clamore per te, era strano mi dissi, è follia.
E invece poi hai iniziato a suonare, a presentare il nuovo album, e il sale sulla pelle delle scalmanate della costa ha iniziato a saltare sui visi colorati dal sole. Non hai rallentato quasi niente, non potevi farlo e la chitarra spinge ritmi altissimi con King Of The Beach, Post Acid e Linus Spacehead, faranno impazzire le radio, stanne certo ragazzo. E quegli urletti in falsetto, e quelle “freakkerie” elettroniche salmastre che non ti riconoscevo per far contente le smorfiosette abituate a Panda Bear e per espanderti quasi etereo ed acido con When Will You Come e Baseball Cards, ci mancava solo il pop sciocco dove ci si può dondolare abbracciati alla fine e tutte sono innamorate e saltano. Baby Say Goodbye.
Compreranno il tuo album, sei il Re. Faremo un sacco di dollaroni e di strade, fotti tutti i critici.

Un ruffiano di merda pieno di falso appeal, gli invidiosi e gli intellettualoidi indie diranno così, un figo della madonna invece si dice dalle nostre parti. Pure mia moglie ti adora ora, e non posso negare che mi hai colpito davvero.
Sì insomma, mi sei piaciuto l’altra sera. Cazzo ma mi stai ascoltando?, metti via quel dannato joy-stick ed ascoltami mentre parlo che poi dobbiamo fare l’intervista di presentazione dell’album con la stampa.
Nessuna risposta o cenno di assenso.
Il solito Nathan, adesso però con indosso la sua maglietta, quella del King Of The Beach con il povero gatto tossico.

6. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

7. Former Ghosts – New Love

Data di Uscita: 09/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

IF YOU LEAVE THIS CITY TAKE ME WITH YOU
di Alessandro Ferri

Una presenza impalpabile, luminosa, penetrante. Tutto in superficie è ricoperto dalle pozzanghere della pioggia di ieri, e la neve di oggi non riesce ad attaccare, per formare il suo strato. Ancora ci sono i lampioni accesi ma sono quasi le 06.00, qui sotto nella metropolitana ci sono poche persone. In realtà è come se ci fossi solo tu, con l’eyeliner nero che disegna perfetto i contorni dei tuoi occhi color sabbia bagnata. Non troppo marcato, ma presente, più che perfetto come quel tempo verbale che nessuno riesce ad usare, che nessuno conosce. Il giorno è ancora lunghissimo in questo clima invernale ovattato, devi andare in facoltà a studiare la storia che tanto ti appassiona, ma non si capisce esattamente se ti appassiona davvero. Non si capisce nulla, invischiati nella luce estrema emanata dalla figura in movimento, ma anche dalla figura ferma, sia ben chiaro questo, non vogliamo fare discriminazione tra movimento e quiete. Ricoperta a strati mostri al mondo un mantello rosso, e dei jeans cenere, e sotto un maglione troppo grande, consapevole di tutti gli scompensi emotivi creati muovi un po’ la testa, la inclini per mostrare la linea perfetta del collo. Bastarda. Tornati in superficie ti muovi con passo sicuro, come una costruzione architettonica mai vista prima ti muovi tra la folla e il mantello rosso svolazza un po’. La pomposità di tutto ciò è irreale, costruita nel minimo dettaglio per imbrigliare i pensieri e far perdere la testa alle persone di buona volontà, una rarità innata e sconcertante che crea nuovi amori dappertutto, su tutto e comunque tutto. Perché quando prendi appunti alle tue lezioni il foglio è una babele di rimandi accennati con evidenziatori che creano piste incomprensibili, l’attenzione è massima ma i movimenti restano studiati nel dettaglio, e le gambe si attorcigliano come nessuno può pensare. Le ginocchia si toccano e ogni tanto accolgono il mento stanco che trae riposo nella nicchia che si forma tra le rotule una accanto all’altra. Un’instabilità furente al cuore, un botto prepotente su tutto e tutti. Un aspirante ammiratore, tu pensi, ti si pone davanti, un ragazzo pallido con occhiali da vista ridicoli, capelli con un taglio inqualificabile, leggermente più corti ai lati e lasciati andare nella restante parte del cranio. Si chiama Freddy, e ti dice che di cognome si chiama Ruppert. Pare timido e impacciato e dice di essere un artista, di essere la mente di un gruppo che si chiama Former Ghosts. Si è  emozionato nel vedere la figura con il mantello rosso, e vuole parlare e parlare perché ha un progetto per un nuovo disco ed è ispirato follemente dai contorni che proponi.
Il disco si chiamerà New Love e ti dice che la sua musica è allo stesso tempo calda e fredda. Il sintetico che si distende è meno ambiguo del precedente lavoro, ma punge, proprio come lei. New Orleans sarà il singolo di lancio, un fluire denso e sincopato che fa ballare, quasi. Non mancano i momenti cupi come in Bare Bones o Until you are alone again, ma vuole dare anche del colore proprio come il mantello svolazzante. A te che piacciono i Joy Division non rimarrai delusa, perché questo non è il solito scopiazzare il defunto Ian, qui c’è dell’emozione rara e fortissima, c’è dell’altro oltre al suo fantasma, le tastiere e i giochetti elettronici acquistano uno spessore enorme. In Trust c’è quel momento quando ti sistemi i capelli e la spazialità perde ogni senso per dilatarsi. In certi momenti (Chin up) una voce femminile scopre i nervi portati in superficie dalla tua sensualità formato diva pseudo hippie.
Alla fine di questo discorso che tu hai ascoltato continuando a muoverti in maniera studiata arrivano tre personaggi che paiono appena usciti dal circo più vicino. Sono pronti per iniziare a provare i brani, e si chiama Jamie, Nika e Jasmine. Un quartetto in apparente confusione dove i ruoli sono diseguali. Dai il consenso a tutto questo e resti lì con loro, la tua parte glamour è alle stelle perché ispirerà il disco di questa gente particolarmente eccentrica ma molto gentile e disponibile con te.
Il tuo guscio fuori dai confini naturali, che straborda di bellezza li ha conquistati. Chissà cosa c’è realmente dentro, come c’è realmente dentro a te e al suono che viene fuori da questo disco enorme, come te. Bisogna scavare o lasciarsi semplicemente cullare viaggiando, ma non si conosce la destinazione di questo viaggio. E tu alla fine decidi di seguire la loro scia, il loro tour, e te ne vai, lasci la tua città.

8. CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

9. Beach House – Teen Dream

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Take care. Breve storia su  Victoria Legrand
di Gianfranco Costantiello

Restava immobile a fissare la luce che entrava dalla finestra. Passava tutti i giorni seduta con le mani appoggiate sul tavolo come un rapace appena atterrato nel suo nido. Fissava la finestra. La luce. Non parlava più. L’unica cosa che riusciva a fare era sorridere quando qualcuno le si avvicinava per invogliarla a parlare. Era in quella casa di cura da due mesi e quel giorno attendeva i suoi risultati clinici. Fu riconosciuta sana di mente e di fisico. La dottoressa la convocò nel suo studio e le propose di trascorrere un periodo di riposo e recupero nella sua casa in riva al mare in compagnia di un’infermiera personale. Preparò la sua valigia e poi si mise a fissare quella finestra. Sapeva che era l’ultima volta che poteva guardarla attraversata dalla luce. Presto il sole tramontò e si fece buio nella stanza. Quella notte dormì seduta con la testa sul tavolo e le mani sempre nella solita posizione. Al mattino le fu presentata l’infermiera e partirono. Quella casa, il completo isolamento ,la natura giovarono alla ragazza. Era felice e con l’infermiera si creò un forte legame anche se continuava a non parlare. La donna, invece, rivelò tutta la sua debolezza, la sua sofferenza, la sua triste infanzia, le sue delusioni d’amore, ma era felice perchè finalmente qualcuno l’ascoltava. Un pomeriggio andarono al faro poco distante dalla casa. Bevvero una bottiglia di vino, fumarono qualche sigaretta alla luce del tramonto, ma la ragazza non disse una parola. Restava immobile. Qualche volta sorrideva. L’infermiera invece parlava sempre del suo passato e le raccontò un segreto che l’opprimeva da anni – non volevo farlo ma lo feci – ripetevano quelle labbra scure per via del vino. La mattina seguente l’infermiera mise un disco trovato in una vecchia  credenza. Una copertina bianca con delle strane fantasie color sabbia. L’arpeggio della chitarra invase la stanza. La ragazza che stava dormendo si coprì le orecchie e la testa tirando su le lenzuola, ma presto con un movimento veloce si alzò in piedi e corse verso il giradischi. Rimase ferma ad ascoltare, quasi senza respirare. Una lacrima le scorreva lungo il viso e sussurrò – questa voce è… – e corse fuori nel giardino. L’infermiera la seguì urlando il suo nome per la prima volta – Victoria! –. La raggiunse in cima al faro. L’abbracciò e le disse – Hai parlato! Hai parlato! –. Le diede un bacio sulla bocca, indietreggiò e disse –  Mi prenderò cura di te -, la ragazza sorrise e si strinsero. Intanto la luce del mattino si offuscava nel grigio indifferente del cielo e le nuvole si stendevano come vertebre di un corpo morto, algido, senza tempo.

10. Zola Jesus – Stridulum

Data di Uscita: 09/03/2010

Tutte le sere te ne esci vestita di nero,con le labbra rosso acceso e il tuo colorito biancastro,entri nei locali dove senti i suoni che più ti piacciono. In cerca di incontri,di emozioni. Credimi sei bellissima,credi a me,ma quando alla fine della notte dici che è sempre più difficile innamorarsi ti spegni dietro alle tue tende nere. Va tutto bene,ripeti dal tuo loculo dove di giorno nascondi la tua immensa bellezza pigiando tastiere sintetiche.

(Top Ten 2010) Alfonso Errico

1. Virginiana Miller – Il Primo Lunedì Del Mondo

Data di Uscita: 09/03/2010

Era nel candore di coperte composte, poco smosse nel sonno, che ti ritrovavo. Baciarti con dolcezza, timbrare le tue labbra, accarezzare il tuo naso col mio e sentire un sornione “che bel risveglio” quasi a ringraziarmi di tutto quello splendido mattino. Non mi ringraziare, non c’entro niente, non c’entro, ci sono di passaggio, lo sapevo allora come lo so ora ma dio se mi manca. Giornate uggiose o sole incessante non facevano piegare il paesaggio negli animi, era un quadro ad acquerelli la city e noi due pennelli a zonzo, promessi alla traccia, alla nostra traccia, che discostava di gran lunga da qualsiasi percorso già fatto da altri turisti. Loro sono venuti per questa vecchia affascinante signora, noi qui siamo venuti per noi. E le porcherie dai paki e la birra dagli indigeni non erano leccornie del luogo ma solo una scoperta da fare assieme, come i vestiti costosi, le star incrociate per caso e i tacchi delle scarpe improponibili che volevi comprare. Non mi manca niente. Mi manca tutto. Ci lasciammo con un comodo disimpegno poco dopo quell’avventura, sono sempre stato avvezzo al comodo disimpegno, alla fuga liberatoria, come se di libertà si possa parlare. La realtà dei fatti è che hai ragione tu, su tutta la linea, e non posso dirtelo apertamente, perché tu sei la santa che sopporta i mascalzoni miei pari ed io, io, la maschera che indosso. Non c’è niente sotto, non me ne vergogno sia ben chiaro, non lo vedo come un limite nè mi sento solo. Sono stato così tante persone che in questa maschera, fidati, c’è una moltitudine. Il mio unico disappunto, una cosa che la platea di me ai quali ho sottoposto il caso ha avuto la sinergia di commentare in pari modo (evento raro) è che per te avrei dovuto essere un altro. Non ho avuto fiori, costanza, lungimiranza, solo la buona volontà di fare l’amore con passione e a ben vederla anche questa è una scelta egoistica che son certo mi perdonerai. Non voglio essere salvato, non voglio che tu ti impegni a cambiarmi, solo farti sapere che se non ci sei riuscita tu non permetterò a nessun altro di fare di me una bella persona.

Alfonso Errico

2. Massive Attack – Heligoland

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Paradise circus. Storia di un amore blindato.
di Gianfranco Costantiello

Piegato su se stesso, assorto in una preghiera bisbigliata, soffocata. Una pistola brilla alla luce dell’abat-jour. La pioggia scroscia sui tetti. Le gocce echeggiano nella stanza vuota: stilettate che penetrano nello spazio, attraverso ombre, paure.

Punta la pistola contro la sua tempia.

Punta la pistola nella bocca.

Punta la pistola sotto il mento.

Punta la pistola contro un occhio.

L’occhio sinistro. Lo apre. Sente il respiro della volata. Scivola nella canna dell’arma, scivola in quelle dannate immagini. La sua ragazza priva di sensi, nuda e strafatta in balia di mani assetate di sesso. Lui spaventato sulla soglia della porta semichiusa assiste allo stupro. Scappa via terrorizzato. La sirena di un’ambulanza in una corsa disperata, il silenzio in una corsia d’ospedale, lacrime in obitorio.

Un fulmine cade nella strada. Un colpo assordante. Sangue sulle lenzuola. Singhiozzi sommessi.

Una figura a passo lento entra nella stanza. E’ avvolta in una camicia da notte di seta che lascia intravedere dei seni eleganti. Capelli biondi che scivolano sulla spalla scoperta. Riaccende lo spinello. Si specchia. Sorride. Ha l’aria rilassata. Allunga una mano verso l’uomo, agonizzante, tremante. Restano fermi: lui disteso, lei seduta sul letto. Si guardano. Lui dice qualcosa, lei annuisce. Si alza e va in bagno. Tossisce. Ritorna in camera con un piccolo specchio e glielo porge. Lui si specchia. Il suo volto sfigurato, bucato. Piange. Bagna il dito della mano nel suo occhio spappolato che gronda sangue e lo lascia scivolare sullo specchio, lo muove. Scrive “love is like a sin, my love”. La mano si ferma. Anche il respiro. Lei resta a fumare ancora un po’. Poi spegne l’abat-jour.

3. Mount Kimbie – Crooks & Lovers

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Battiti profondi e voci fuoricampo.

Brulicano nel sottobosco londinese ed escono allo scoperto, bombe a mano che si fanno detonare nel mainstream, diventano tendenza. Proprio quella parola che tanto schifa gli intellettualoidi nostrani che abbandonano i propri amori appena si evolvono in fenomeno esteso. Ben venga.

Ricami dolci + sferzate aspre + linee sinuose + parallele di beat che si incontrano e diventano tangenti. Would Know.

Mani alzate, dubsteppa fratello, dubstella sorella. Oltre e di più tutti scuotono la testa avanti e indietro tra la nebbia e le luci delle luminarie di natale. Battiti di mani ritmate.

Notte profonda, tipo le 03.00. Rissa in strada per qualche sguardo storto alla ragazza, pugni a raffica, cariche a testa bassa, nella stessa fitta nebbia di prima, stavi lottando con un fantasma alcolico senza accorgertene. Poi tutto si calma hai vinto la battaglia e entri in un lounge bar all’alba. Blind Night Errand.

Intermezzo impressionista.

Inciampi di continuo e sbatti la testa contro l’asfalto umido e il muro colorato di graffiti, ti alzi e vai a sbattere contro il guard-rail, le sirene della polizia in lontananza, quelle dell’ambulanza più vicino, tutto si trasforma e continui ad inciampare in un ritmo mai concluso. Ti fermi su una panchina e ticchetti le mani sulle ginocchia distese per prendere coraggio, arriva una ragazza stupenda e mentre continui a tenere il ritmo con le mani inizia a cantarti nell’orecchio. Inizi a correre mentre senti in sottofondo la sua voce, vuoi tornare a letto perché inizia a fare caldo. Carbonated.

Cerchio alla testa. Tipo gli anelli di Saturno. Roba comunque celeste e fuori confine. Tipo a Londra per fare un nome a caso. Celestiale appunto.

Campi mitragliati si trasformano in garage brulicanti di corpi che si flettono a ritmo. Field.

Che cazzo di ora è?, buio. Fuori tempo massimo, oltre, altri piani, over, post. Perdete pure il vostro tempo ad ascoltare questo disco proveniente dal futuro.
Non ci appartiene culturalmente questa roba, (determinismo culturale neo-coloniale?!), purtroppo penso di sì.

Alessandro Ferri

4. The Reign Of Kindo –  This Is What Happens

Data di Uscita: 03/08/2010

L’uscita dal tubo è sempre un piacere, l’aria pressante e viziata dell’underground pare finta e non la gradisco, come non gradisco queste competizioni da tre soldi per artisti esordienti. Ho trent’anni suonati e non sono ancora nessuno, non sono un esordiente, sono la cloaca vuota d’un sognatore troppo piccolo nella city dei grandi. Vado a queste competizioni solo per acciabattare qualche sterla in più, non vinco mai, ma il premio della critica spetta sempre a me. Perché? Perché so suonare e loro lo sanno, come io so che il popolino vuole il crunk, l’indie e dodicenni vestite da battone pseudopunk che parlano d’amore eterno. Fanculo, dove l’avete lasciata la dignità? Nel mentre raccolgo in fretta e furia una sigaretta lasciata a spegnersi  sul marciapiede, stai tranquilla bambina, non spirerai da sola, con te se ne và un po’ del mio senso del pudore. Ho smesso di fumare, di fumare sigarette comprate da me. Arrivo al locale, dannazione un interrato, ormai a Londra si vive sottoterra, quando si dice cadere in basso, qui non cadono, sono più posati, scendono. Ricordo di quando suonavo nel mezzo di Hyde Park, miniampli e tastiera… Le coppiette venivano sorridendo aspettandosi siglette, ci rimanevano di cazzo quando attaccavo con Dinah, solo per scaldarmi, poi via di freestyle, non mi piace fare cover, solo qualche citazione qua e là per ricordare da dove viene e per far capire che non può andare oltre. Quando andava bene mi riempivano di p e ne avevo abbastanza per mangiare dai paki due o tre giorni, quando andava male m’ascoltavano sfigati miei pari e suonavamo assieme tutta la notte e il magro guadagnato si spendeva in pinte al mattino dopo. Full english breakfast con correzione. Ma a trent’anni si ha più fame. Niente improvvisazioni, non se lo meritano il bebop serio nei locali, un pezzo semplice e ben strutturato ma nulla di più, quello che basta per assicurami i 200 pounds di premio. E me li assicuro nel silenzio delle quinte mentre a prendersi gli applausi sul palco ci sono quattro anoressici con una giacchetta napoleonica e sneakers gola a tinta unita, stronzi tutti uguali, fanno un pezzo che finisce per tre mesi in mainstream e spariscono. Mentre m’avvio verso l’uscita vengo fermato da una splendida sorpresa con un vestitino rosso tubolare ed un rossetto troppo acceso per la carnagione mulatta che s’affaccia viziosa dalle zone in mostra. M’avvicina e mi sussura all’orecchio, non dovresti giocare con cose da neri, o finirai come mio padre. Che fine ha fatto tuo padre? Ha messo incinta mia madre, risponde sorridendo. Usciamo assieme dal locale.

Alfonso Errico

5. Non Voglio Che Clara – Dei Cani

Data di Uscita: 15/10/2010

Convivere con te mi è impossibile, laido aspirapolvere emozionale, non scenderò ulteriormente a patti, non è una dignità ormai persa a costringermi all’estremo gesto, è qualcosa di più profondo, quei due centimetri solo miei che decantava Alan Moore, qualcosa che m’è dentro e sento fuori tutt’intorno quando smetto di ascoltarti straparlare di felice vita semplice. Nulla è semplice, nulla è consequenziale e niente è ripagato, tranne l’amore e tu d’amore non puoi vivere. Tu vivi di terrore e soddisfazioni approssimative e di questo nutri i tuoi figli fratelli, ed io con loro a mangiare gli avanzi alla ricerca di qualcosa di prelibato nella melma del controllato, censurato e ricomposto. Ti lascio, con tutte le conseguenze che competono a questo gesto, ti lascio come si lascia un ragazzetto ricco e viziato che per aver la donna sotto controllo la veste, le dà un lavoro e se la mette sotto il tetto, ti lascio per qualcuno decisamente meglio di te. Meglio. Un termine che mal si adatta al tuo metro di giudizio, meglio non esiste, esiste più ricco, più veloce, più forte, meglio entra in una serie di termini che sfociano nell’euristico e tu lo temi. Amore me ne vado. Amore vengo da te. A piedi scalzi scendo le scale, le scarpe in mano per non far rumore sul parquet, i miei vestiti indosso, sono ancora più corti e logori di come li ricordavo, ma non importa, piccola gitana ti restituisco l’involucro, questo candido piccolo corpo. Riavrai lo spirito che mi lasciasti in custodia, quella voglia di certezze se n’è andata, le certezze m’hanno spaventata. Prima di andartene però trascina con te la chitarra, troppo a lungo scordata. Lo faccio, così come lo immagino, a cuor leggero, t’abbandono con la freddezza di chi da tempo premedita l’azione e trova dopo un lungo trattenersi il coraggio dell’azione. Sono  Elena di Troia, la fedifraga guerrafondaia, sono Medea figlia di Ecate, la mangiabambini, sono il dolore che m’hai dato in questi anni raccolto nella fiala dell’attimo dopo il tuo prossimo risveglio. No, sono Adriana, Adriana di Adriana che vive per Adriana e solo di Adriana si cura.
Pensare che le ragioni del mio fallimento di ieri e del lascito che subirai domani hanno origine in un ricordo comune, io e te ancora giovani allo stesso esame durante l’appello di quel marzo lontano. Mi dica signorina qual è la sua riflessione a proposito del Neoliberalismo? All’inizio lo immaginai come un Coprofago, poi come un  Necrofilo ora penso che sia l’Erinne dei figli che mal cresceremo. Mi asciugasti le lacrime dopo la ramanzina del professore, poi m’accompagnasti a prendere un caffè, ricordo che offristi tu, festeggiavi un bel trenta.

Alfonso Errico

6. Röyksopp – Senior

Data di Uscita: 13/09/2010

Aveva degli splendidi piccoli seni bianchi, di quelli appena accennati che fanno intravedere nel sottocoppa, se ben illuminati, delle piccole venuzze bluastre. Il contrasto quasi complementare con i capezzoli piccoli e rosati dava un bel quadro di insieme. Era bella ma era quel piccolo particolare a dare carattere alla carica erotica che in quel momento, a cavalcioni su di me, esplodeva potente invitandomi, anzi ordinandomi, di scoprire a mia volta il busto per continuare le effusioni spicciole che c’avrebbero portato da lì a poco ad una gran bella scopata. Prima di sfilarmi la maglia credo di doverti avvisare che quello che vedrai potrebbe impressionarti, sorridendo lei risponde, oh, cosa vuoi dirmi, nascondi bene un fisico statuario? No, ho un orologio piantato nel petto, il sorriso era sparito lasciando spazio ad uno sguardo stranito. Le dovute spiegazioni prima dello streaptease. Sono figlio di un orologiaio, o meglio, ero figlio di un orologiaio. Un orologiaio strano e permissivo che ad un figlio cagionevole di salute ha permesso di viaggiare e studiare arte, invece di assicurarlo in casa lontano da pericoli e vicino all’attività da portare avanti. Mio padre quand’era in vita amava ripetermi che le cose imperfette sono le più belle, una frase fatta e stucchevole della quale non capii mai il reale significato, nella quale, per dirla tutta, intravedevo pietà nei miei confronti. Con sufficienza guardavo alle sue opere considerandole dozzinali, amava reinterpretare forme vecchie di chiara impronta vittoriana utilizzando tecnologie nuove, non era raro vedere nel suo negozio orologi a dondolo in casse lignee alimentati da una presa di corrente mal nascosta. Giustificava questo cattivo gusto con banalità pietose come, il mio è un piccolo omaggio al passato con l’aiuto del futuro, parlava così quell’omino ed io non ho mai sopportato quell’atteggiamento umile di fronte al prodotto, appariva ai miei occhi come mero artigianato Kitsch. Volli al tempo fargli un regalo, un’opera originale e adatta al suo laboratorio, che era in realtà un velenoso orpello per ricordargli di quale abisso separava i suoi prodotti dalle mie opere. Era un enorme orologio in cassa, a dondolo, come quelli che faceva lui, ma la differenza sostanziale era che il mio funzionava a carica e non ad elettricità. Era una riproduzione valida di un orologio retrò, più in basso dal quadrante principale ve ne era uno secondario, simile ad un insetto quest’ultimo era letteralmente aggrappato alla cassa lignea con zampe di acciaio asettico, anche questo non sfruttava l’elettricità. Un quarzo nella cassa del meccanismo scosso da un magnete attratto e rilasciato dal pendolo forniva l’energia necessaria per alimentarne le meccaniche. Mio padre osservando l’orologio disse, questo padre ha un figlio che lo sfrutta, non capendo il senso dell’affermazione chiesi spiegazioni e prontamente con aria dolce mi rispose, vedi, il meccanismo magnetico che sfrutta l’orologio nuovo rovina a lungo andare l’oscillazione del pendolo del vecchio. Così facendo un solo orologio andrà bene, quello più giovane. Capì quello che l’opera significava e l’interpretò con una facilità che mai mi sarei aspettato dall’uomo piccolo che credevo conoscere. Da allora cercai di intendere meglio quello che diceva con pessimi risultati, l’artista che ha bisogno di un critico per comprendere l’operato dell’artigiano. Ero una macchietta. Mio padre d’un tratto vendette l’attività e di li a poco morì, venni a scoprire più tardi che s’era indebitato fino all’osso per permettermi studi, viaggi e mostre. Scoprii tutto questo con una lettera recapitatami da un misterioso mittente, con la lettera v’era anche un pacco imponente. Aperto il pacco scoprii che il contenuto era l’opera che al tempo usai per schernirlo, fu un attimo, staccai con violenza l’orrendo ragno dalla lignea cassa, volevo punire quel parassita per aver salassato il padre. L’orologio allora, di tutto disappunto per difendere la genie forse, per il mio gesto violento più probabilmente, mi cadde addosso. Il ragno allora, ancora nella mia mano, per la pressione esercitata da quello schianto mi si piantò in petto privandomi dei sensi. Al risveglio ero in ospedale, con un dottore che mi fissava stranito come io fisserei qualcuno che mi racconta questa storia. Mi dice, signor Geller, ha un orologio nel petto e per estrarlo dovremo sottoporla ad una complessa operazione, non so perché ma lo chiesi, come se a guidare la bocca fosse stato qualcun altro, e per lasciarlo dov’è cosa bisogna fare? Il dottore quasi rassicurato dal non dover mettere sulle spalle dell’ospedale una così difficile operazione rispose, beh l’acciaio dell’orologio è asettico, basterà qualche controllo di routine di tanto in tanto e la certificazione dello psicologo che queste sue volontà non siano il risultato di un trauma psicologico. L’orologio ora come allora non perde un colpo, questo perché il mio cuore battendo ne ricarica il quarzo, a sua volta il meccanismo aiuta il cuore regolarizzandone i battiti con una sorta di ginnastica passiva data dalle micro vibrazioni del ticchettio. Fine spiegazioni. Sfilo via la maglia e lei non sembra dubbiosa sullo sfilarmi via il resto.

Alfonso Errico

7. vISIOS – Bang Bang, Shoot Shoot

Data di Uscita: 23/07/2010

Chiudere gli occhi dopo aver preso il volo, volo è un termine improprio per una caduta libera con uno slancio disperato. E’ questo ciò che ho fatto, una rincorsa senza tornare indietro puntando al margine dell’altura come alla meta iniziale, piede portante teso all’ultima falcata e poi giù in picchiata a viso scoperto e occhio celato dalla palpebra. Non è la paura che spinge la vista a fuggire la luce, non è una volontà intimistica di raccoglimento a farmi chiudere gli occhi, non è il menefreghismo a negarmi un ultimo sguardo al mondo che mi circonda. Non voglio vedere perché non mi interessa sapere quando terminerà la caduta, ho vissuto per troppo alle vostre condizioni, la concezione che tutto ha un inizio e una fine, il cercare una meta alla fine di una scala sociale ben definita, il gretto materialismo degli obiettivi raggiungibili, delle azioni a cottimo, calpestare per arrivare in cima, meglio ultimo che secondo, il darwinismo sociale e vaffanculo a tutto. Occhi chiusi, palpebre pietose come il velo di Maya mi impediranno di concepire la fine del viaggio, finirò a occhi chiusi come voi continuate, a occhi chiusi mi amalgamerò al mare d’asfalto che m’aspetta, come voi che v’adattate alla folla per non sparire. Solo che io lo faccio per scelta, e io di certo non sparirò lo stesso, sarà l’oscena macchia rossa sul vostro smoking di cemento armato, bloccherò gli incroci, farò piangere i bambini, traumatizzerò le mamme e vomiteranno anche gli uomini più duri. La beffa sarà che non potrete multarmi per questo, non dovrò reggere i vostri sguardi di disappunto, starò lì e basta, fino all’arrivo delle ambulanze prima, dei netturbini poi. Al diavolo tutto.

Ecco qualcosa che non m’aspettavo, aprire gli occhi e trovarmi a piano terra integro e ben pettinato, perfetto per questa nuova giornata in ufficio. Una bambina in bianco mi sorride dall’altra parte dell’incrocio. La beffa della morte, disdegna uno che non ha vissuto, al diavolo, non accetterò a lungo questo regime di non esistenza, ho salito queste scale altre volte, posso farlo ancora.

Alfonso Errico

8. Kråkesølv –  Bomtur til Jorda

Data di Uscita: 09/11/2010

Lei è il signor… signor… signor, Natale! Si, Natale Rossi, oh, Rossi come il cantante, grande lui, sa a me piace un sacco la musica.

Sorrido mentre lo ascolto, ecco un altro stronzo che pratica il parlaccazzismo e con ogni probabilità nella più rosea delle ipotesi questo coglione sarà il mio capo.

Noto la batteria sul bicipite del suo braccio destro, questo mi fa intuire che anche lei ha l’hobby della musica, ma vede qui in ufficio sarà meglio venire con le maniche lunghe, sa, per mantenere un aspetto più sobrio è il caso di coprire questi vezzi di gioventù. Io non ho nulla contro i tatuaggi ma al lavoro bisogna avere un certo contegno.

Continuo a sorridere, sorridere a questo coglione, l’hobby della musica? La musica, la musica un hobby, la musica diletto, la musica per distrarsi, la musica è una puttana e m’ha tradito, sempre tradito ed io come uno zerbino ho continuato a rispettarla ed amarla con venerazione, ma il tempo non c’è più per fare l’amore, sono all’andropausa tesoro, ho trent’anni e non ho concluso nulla, non ce l’ho fatta mi dispiace. Ora ho solo la fame, la voglia di fare l’amore con te mia dolce musica è sparita, l’andropausa dell’anima se preferisci, a fottere infondo ci riesco ancora ma mi dà noia se in sottofondo non ci sei tu. Ossessionante lo sei sempre stata e io a darti corda ma ora basta! Me l’ero ripromesso, se a trent’anni non concludo nulla mollo e crepo in una vita apatica, ed eccomi qui, a presentare un curriculum per passare i prossimi sei mesi (se sono fortunato) nel gabbiotto di un call-center, a fregare vecchiette vendendo i telefoni con i tasti grandi che costano poco e gravano solo sulla bolletta con una piccola ammenda mensile, a prendere per culo povere donne sole che mi terranno al telefono per sentire una voce e pur di trattenerla saranno disposte a versare per uno stronzissimo telefono un sesto della loro pensione di merda. Ed io, per fare tutto questo, per fregare vecchine, per coprire i miei tatuaggi poco sobri, per sputare in faccia alla mia dignità d’uomo in un impiego a tempo determinato e paga insulsa e variabile, devo anche presentare un curriculum ad uno stronzo inutile.

Mi sta ascoltando signor Rossi?

Certo mi dica (sorrido).

Dicevo che il contratto prevede che il suo salario dipenda dal numero di contratti mensili che riesce a chiudere, indicativamente l’imponibile netto è del…

Squilla il telefono, è Robbo, sapeva che ero ad un colloquio se m’ha chiamato significa che è qualcosa di grave. Rispondo. Natale, ci hanno chiamato, vogliono che facciamo da gruppo spalla in un tour ad un gruppo indie norvegese, quel gruppo indie norvegese. Ossantamerda, sorrido, davvero adesso. Fisso con gusto il signore che mi parlava dall’alto del suo impiego fisso poc’anzi, senta, come si chiama? Io, perché questa domanda? Perché ora? Non ha alcuna importanza, per mandarla affanculo mi basta guardarla negli occhi.

Occhi azzurri splendidi, quelli di Natale quando è soddisfatto.

Alfonso Errico

9. Arcade Fire – The Suburbs

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le tre di pomeriggio, estate inoltrata. Dalla finestra di casa mia sembra che il paese sia deserto, o addormentato; il caldo è cocente. È iniziato da poco agosto ma nell’aria c’è come ogni anno quella fastidiosa sensazione da fine stagione, intrisa di malinconia ma ancora così rovente. Un giro in bicicletta in un paese fantasma, e nelle campagne, è la giusta ricetta per immergersi nella maniera migliore nello spleen estivo, voglio vedere come scorre la giornata a qualche minuto da qui, come vivono l’estate negli altri quartieri, The Suburbs. Perché da me, in the neighborhood, non c’è anima viva. Nel lettore mp3 ho appena caricato l’ultimo album degli Arcade Fire, le mie vie scompaiono lasciando il posto ad altre, ed altre ancora, sulle note di un disco che già dall’incipit lascia presagire l’anima rock che lo caratterizza in toto. E pedalo sotto il sole, l’aria che sa di mare in qualche modo mitiga l’afa soffocante emanate dalle case e dai campi di girasoli. I am ready to start. Chitarre graffianti e melodiche accompagnano vivaci questo vagabondare solitario, sono così energiche, frizzanti e incalzanti che il mio incedere acquista anch’esso energia, e con naturalezza mi viene da sorridere sfrecciando accanto ad un acerbo vigneto. È la mia musica dell’estate, ma anche quella sulle cui basi costruire la stagione a venire; un disco pieno e corposo, completo e totale. E la piccola realtà in cui vivo non è così sopita come a un primo sguardo sembrava mostrarsi: come gli arpeggi, i riff e gli accordi mi allietano con nuovi suoni sorprendenti, la vita mi si manifesta con le sembianze di un contadino che riprende fiato seduto su un trattore, o con quelle di una numerosa famiglia ancora alle prese con un lungo pranzo sotto a un pergolato.
Fa terribilmente caldo ma sono spinto da carica nuova. I canadesi descrivono, pezzo dopo pezzo, le loro periferie, i loro sobborghi, e quelle apparenti statiche solitudini non sembrano così distanti da qui, né sembra che ci possa essere un oceano e più in mezzo. È soltanto il mondo che finge di dormire, o di stare a guardare, mentre di soppiatto respira e pulsa. E a tratti corre, come month of may, come me che inforco i pedali e mi appresto ad affrontare la salita più impervia della mia terra.
È sempre rock, a tratti commisto a new wave, a tratti addolcito dal folk. Sono sempre quei suoni tanto cari già da anni, ma i tempi delle nebbie intimiste e introspettive di Neon Bible, quei colori al limite dell’inverno, qui sono stati scalzati dal realismo della vita di tutti i giorni. E gli archi si sono fatti da parte per far esplodere le chitarre, proprio mentre arrivo in cima alla collina, e mi si spalanca la campagna davanti, e il mare di là. Ed è grandioso.

Federica Giaccani

10. Uochi Toki – Cuore Amore Errore Disintegrazione

Data di Uscita: 17/10/2010

Io ho la chiave per la felicità, ho studiato un sacco ma ora ce l’ho. Sai qual è? Il sogno lucido, ci riesco davvero, mi sono allenato per anni ed ora ci riesco. Mi sono umiliato per anni, ho accettato un mestiere a cottimo non trovando attivisti nella ricerca che m’appoggiassero e sovvenzionassero, ho vissuto come un cane in un monolocale vergognoso, mi sono negato ogni contatto col mondo e ogni sfizio succedaneo, per evitare spese che occupassero i soldi che dovevo spendere per libri ed apparecchiature ma ora so farlo, riesco a dormire, sognare e realizzare che il sogno è tale. Sai cosa significa? Che posso fare tutto quello che voglio nella dimensione onirica, posso allungare o accorciare il tempo percepito, dire al mio cervello di darmi sensazioni di piacere di ogni genere, far apparire donne, birra, soldi e macchine. Posso volare e superare il sole, troppo piccolo, così tanto da diventare una lampadina per il cesso del mio bagno imperiale, posso respirare sott’acqua e farmi un giro comodo nella vasca da bagno sub continentale che ho costruito imponendo le mani, posso fare l’amore con miriadi di persone, diventare più di uno e costringere tutti i me a fare del mio mondo il più bello e pacifico. Posso fare tutto, tutto ti dico.

Non ne ho dubbi, ma questo è un tabacchi, quindi non saprei come aiutarla o cosa dirle a tal proposito, anzi una cosa ci sarebbe, sono curioso, lei può fare tutto questo, rendersi felice insomma, giusto? Ma può farlo solo nell’arco del tempo nel quale dorme, quindi, per quanto può allungare il tempo percepito lei sarà immensamente felice per solo otto ore al giorno e necessariamente triste per sedici vista la vita che si è autoimposto per giungere a questo risultato, giusto? Lei è un mago, un mago potentissimo in un’epoca di scienza immonda, è davvero un bene per lei questo?

Mi sveglio, dò un’occhiata ai diagrammi di flusso cerebrale, non c’era nessuna influenza mnemonica in questo sogno, ero io lì, io lucidamente lì ma allora perché quell’uomo e quel tabacchi? Quell’uomo ero io ma non lo conoscevo, io che mi dicevo qualcosa di non mio, questo non è possibile. Dio quanto vorrei una sigaretta.

Alfonso Errico

(Top Ten 2010) Marco di Memmo

1. Amiina – Puzzle

Data di Uscita: 03/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le rondini segnavano i loro cerchi bizzarri tra le spighe di grano tenero, alla ricerca di insetti vari da mangiare. Le nuvole erano dirette a nord, sarebbero arrivate forse fino ad Amburgo, ignare di tutto.

Ci si rincorreva ridendo, qualcuno correva con una corona di felce in testa. Si sentirono i violini: lungo il fiume suonavano musica zigana. Era tutto così impersonale, sembrava che tutti quanti avessero deposto se stessi e vedessero le cose per quello che erano. Il Sole esprimeva con la sua millenaria meravigliosa elementarità la sua luce, che era come un umore che bagnava ognuno di gioia.

Zuppa di grano con pezzi di formaggio. E la musica faceva muovere gli alberi che sorridevano.

Andare oltre.

“Bisogna essere come l’albero, che è sempre in preghiera” diceva un poeta.

Scena ripetuta, contemplazione in movimento, Mistica quotidiana ciclica, grano seminato in ogni parte fertile della Terra, e raccolto; rondini che migrano e ritornano a volte nell’identico punto da dove erano partite. Osservare la preghiera dell’albero, il canto delle cascate e il lavoro del vento. Essere grati.

Faremo risuonare le nostre chitarre: la musica è la più grande elaborazione dell’essere umano.

Marco di Memmo

2. Matthew Herbert – One One

Data di Uscita: 01/04/2010

La mia “Big Band” è disposta tutta intorno al vialetto di casa.

I musici mi vedono mentre mi sporgo dalla finestra e faccio precipitare dal secchio a pois blu una cascata di forchette appuntite e scintillanti; la prima posata tocca terra, è il segnale!

Attraverso di corsa il corridoio di casa, i piedi sono scalzi. Da fuori una tenue melodia mi raggiunge, appena coperta dal rumore dei flussi gastrici, amplificati e registrati su nastro, provenienti dal salotto. Nella corsa lancio una lattina di coca cola contro il violino di Mahler impostato sulla decima sinfonia, uno scoppio.

Dalla tv accesa arriva “Singing in the Rain”.

Devo correre schivando pile di giornali accatastate, alcune delle quali ho dato alle fiamme. Ecco l’arrivo, nello sgabuzzino c’è un registratore, un microfono e un paio di cuffie, me le infilo e…

Ecco che parte una tenue melodia, che copre tutto il resto, sono canzoni dal battito sintetico, bozzetti di ballate digitali che hanno bisogno solo di linee vocali per essere complete.

La mia voce è incerta ma delicata e canto.

Dani Siciliano cinguetta dal bagno ma nessuno la sente.

Maurizio Narciso

3. Jónsi – Go

Data di Uscita: 05/04/2010

Corriamo nel freddo primaverile come delle belve assetate di gioia, i nostri corpi, coi loro potenti fasci di muscoli, ricordano la bellezza dei cavalli, corriamo tra l’erba bassa e le pietre, lasciandoci indietro tutto, le nostre case, le nostre preoccupazioni, la civiltà.

Siamo pronipoti delle montagne in formazione, siamo delle bestie che vivono di colore, che lanciano la propria forza nel verde, la propria tristezza nel nero, la propria passione nel rosso, siamo arcobaleni umanizzati, figli di Cielo e Montagna, anelanti alla Bellezza.

Corriamo e tutto ci appare nella sua infinitezza: siamo alba e tramonto, tra albe e tramonti infiniti, siamo una giornata nella vita infinita del Cosmo.

Sento, tra queste montagne, senso di fratellanza e pace con tutti gli esseri; corriamo quindi, e poi riposiamoci.

Marco Di Memmo

4. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

5. Anais Mitchell –  Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

6. LCD Soundsystem – This Is Happening

Data di Uscita: 18/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Cammino e sento una strana musica che proviene dalle tegole. Mi fermo. Vado avanti, la musica è finita.
Cammino ancora. Sono con una compagnia di trapezisti. Hanno tutti dei fisici statuari, soprattutto la bionda. Io sembro un orso bruno al loro fianco. E in effetti sono proprio un orso bruno. Da orso bruno proseguo, la gente si tiene lontana da me… perché? Ah si, sono un orso bruno.
Bruno appunto, mi aspetta sul ponte tra tre secondi.
Mi dice: “E’ ora!”.
Volare da un ponte è una cosa molto sconveniente per quanto riguarda lo schianto, ma il volo è straordinario. Il fiume era in piena per fortuna.
Ora io e Bruno siamo due pesci.
“La corrente è una cosa straordinaria” mi dice Bruno, “la vita è una cosa straordinaria” gli rispondo con particolare ispirazione.
Siamo potenti, siamo senza fine.
Adesso siamo acqua. Io e Margherita. Due minuscole incredibili molecole d’acqua. Evaporiamo.
Era una vita che volevo essere nuvola, ed ora sono nuvola con Margherita, non potevo chiedere di più. In due ora siamo in Islanda.
Eccoci nella nube di quel vulcano. Faremo saltare i voli di mezza Europa e forse di mezzo mondo. Margherita ride, è un po’ cattiva, ma è una brava ragazza. Il problema è che è cresciuta ascoltando i Motörhead e i Black Sabbath. A nove anni andò al concerto degli AC/DC. Ma sa essere anche dolce. E mentre lei ride un fulmine ci spedisce a terra.
Siamo nella terra, nel suolo. Un vigneto. Agli inizi di ottobre ci vengono a cogliere e fanno il vino.
Siamo a tavola, in una bottiglia di vino verdastra. Le ho sempre svuotate quelle bottiglie, non mi ci sono mai trovato dentro. Sorrido. Se proprio devo morire almeno disseterò qualcuno.
E’ mio padre e allora gli grido “Fermati! Sono io”. Mio padre ci prende dal bicchiere e ci poggia su una sedia.
Ora è tutto normale, abbiamo le proporzioni giuste e siamo fatti di carne ossa nervi e sangue.
Ridiamo, a tavola c’è il cardo in brodo e finalmente Margherita è reale.
E’ abbastanza.
Sento una strana musica che viene dalle tegole. Ma stavolta non ci casco.

Marco Di Memmo

Erano i tempi in cui le parole “funk” e “punk” erano ancora scomodabili per descrivere lo stesso movimento musicale.
Si ballava la musica elettronica o il rock e ci si vestiva in giacca e cravatta oppure in jeans e maglietta stropicciata non aveva importanza, eravamo i cazzoni della prima ora che non conoscevano “Giorgio Moroder” né gli “Human League” ma che sapevano muovere il culo a colpi di “Daft Punk Is Playing At My House”.

Eravamo felici.

I favolosi anni 2000 sembravano non dovessero finire mai. Dopo le sbronze con i vari Prodigy e Underword avevamo finalmente scoperto il groove; eravamo diventati maggiorenni! Dì li a poco la rivalutazione di Kraftwerk, Manuel Göttsching e David Bowie, ma questa è un’altra storia.
Da un lato l’algida elettronica tedesca e dall’altro l’incendiario hip hop / dub step inglese e noi li nel mezzo, “North American Scum” e “Drunk Girls” del momento.

Compravamo ancora i nostri dischi preferiti nei negozi di musica del centro e quelli di “James Murphy” non ce li lasciavamo scappare di certo, avevamo la nostra autentica “next big thing” e quelli del popolo rock ci rispettavano ancora.

Come siamo diventati schiavi di questa modernità insipida e della musica “disco” tutta uguale non lo ricordo, ma quelli sì che erano bei tempi, quelli in cui le parole “funk” e “punk” volevano dire LCD Soundsystem.

Maurizio Narciso

7. Max Richter – Infra

Data di Uscita: 19/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci cominciamo a rendere conto che il mondo è finito. È autunno. Volano le foglie intorno a noi come a mostrarci le macerie. Pietre e cemento ovunque, la bomba non ha risparmiato niente. Abbiamo appena la forza per sollevare la faccia. Tutto è polvere. Si apre davanti a noi il bosco. Ogni tecnica è nell’oblio, ogni macchina è morta per la stessa follia del proprio creatore.
Gli uccelli ci cantano la vita.
Tutto è in volo. Ci rendiamo conto di essere stati granelli di sabbia. I passeri sui fili elettrici distrutti ci riconducono all’esistenza. L’esistenza precede l’essenza. Dobbiamo ripartire, rinascere, allontanarci dalla terra ci è servito ora a ritornare alla terra. L’eco lontana di altri esseri umani ci riporta alla nostra condizione. Donne e uomini, bambini e bambine, come animali, a vivere il mondo con gioia, come uccelli-alberi che mettendo le radici volano.
Gli uccelli ci danzano la vita.
Sentiamo il vero colore del mondo, ora che non c’è più il grigio cemento. La crisi non è confusione ma lucidità, l’esplosione è nascita. Bisogna avere la forza di mettere insieme le pietre e rivivere il mondo, noi uccelli-alberi, eravamo così lontani dal mondo, un ordigno ce l’ha fatto riscoprire.
Di questo periodo migrano le anatre. Tutto passa, e ne siamo felici.

Marco di Memmo

8. Four Tet – There Is Love In You

Data di Uscita: 02/02/2010

Si dice che in un paese di gente di plastica vivano delle volpi luminose.

A me lo raccontarono un rabbino e un imam sulla nave per la Groenlandia.

Le volpi luminose assicurano una vita di gioia a chi le vede anche solo un momento nella propria vita. Uno di questi uomini di gomma, Blaug, ne vide una su una collina di polietilene. Dal giorno successivo cominciò ad avere un sorriso inestirpabile sul proprio volto e andò a vivere su quella stessa collina. Tutti andavano da lui a chiedergli della volpe e lui rispondeva solo “è illuminata”. Però rispondeva a domande di tutti i tipi ed era capace, con le sue risposte, di dare conforto a molte persone e di farle ragionare su cose mai considerate prima, insomma, era un illuminato dalla volpe illuminata.

E così abbandonai il mio mestiere di pescatore, lasciai la Groenlandia e raggiunsi il paese degli uomini di plastica.

Questi uomini, che di fama conoscevo come freddi e snob, si dimostrarono caldi e accoglienti, e saputo il motivo della mia visita, mi prepararono uno zaino e una gabbia per catturare qualche volpe. Andai alla ricerca delle volpi intenzionato a catturarle.

Per strada, una lepre mi disse di averne vista una il giorno prima ad ovest. Corsi verso ovest. Vidi delle luci che si muovevano e mi affrettai ancora di più. Dopo due ore, trovai una tana in un bosco di nylon, ma gli alberi mi chiusero la strada e vidi di nuovo le luci muoversi. Eccitato e affaticato corsi un altro po’ e mi addormentai.

Al risveglio trovai una volpe luminosa proprio davanti a me, seduta su una roccia e sorridente. Balzai in piedi, andai verso di lei con la gabbia in mano e le dissi “fatti catturare!”, ma quando lei mi rispose “fallo pure” mi bloccai. Aveva due pupille bianche, traboccanti di letizia, che guardavano le mie, scure e cupe, colme di desiderio e dominio, lei, conscia del mio stupore mi disse “anche i tuoi occhi scuri possono essere lieti come i miei, sii umile e coraggioso, vivi onestamente e gioisci di tutto”, mi cadde la gabbia dalle mani, accarezzai la volpe e me ne andai.

Marco di Memmo

9. Blonde Redhead – Penny Sparkle

Data di Uscita: 14/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mia New York onirica mi manchi. Camminando avverto la tua mancanza ad ogni semaforo.

Le piante in città muoiono. Soffrono per lo smog, lo smog esistenziale direbbe un mio amico. Noi europei siamo sbilanciati in America, è tutto più grande, i palazzi fanno facce strane e noi abbiamo ereditato da questi scrittori un leggero modo di vedere le cose, non più appesantiti dalla vanità.

Il mio amico, il pasticcere cuoco, ha un bonsai, sono certo che in città riuscirà a sopravvivere, e certo che a vent’anni rivedersi solo per le ferie è un po’ triste. Ma forse neanche tanto, il fatto è che io sono nostalgico anche di due minuti fa, di quando non ancora sentivo “Penny Sparkle” e non ancora mi veniva questa leggera malinconia.

Parliamo di te e siamo sempre in due, io dico che ho bisogno di te e l’altro mi dà ragione.

Tra i palazzi di New York, vi giuro che è vero, vivono centinaia di falchi. Io e lei siamo due falchi che si cercano da quando sono nati, niente idiozie romantiche, abbiamo solo bisogno di incontrarci. New York è simile alla mia New York onirica, dove le speranze idrogenate dei pesci diventano realtà ossigenate dei falchi, dove una finestra sola in un’enorme parete, si affaccia su questo delirante, terribile, meraviglioso mondo.

La cosa più buffa è che a New York non ci sono mai stato e che non ti ho pensata ad ogni semaforo, ma vi giuro che i falchi ci sono, ed io e lei, siamo falchi in picchiata sul mondo.

Marco di Memmo

10. CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

(Top Ten 2010) Stefano Ferreri

1. The Besnard Lakes – The Besnard Lakes Are The Roaring Night

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

And this is what we call progress…
di Marco Caprani

“Sto scendendo Sam… e di brutto anche!”

Perché sento ancora l’eco dei pastori dei monti qui negli abissi?… Sarà forse nostalgia?…
Il mare è veramente scuro, non me ne ero mai accorto, è una fresca sensazione d’impotenza, ma sono al sicuro qui, il mio scafandro da palombaro mi proteggerà dalle bombe della guerra là fuori.
Sono matti quelli! Sparano al deserto… Un mare di fuoco!
Io preferisco scendere ancora, laggiù mi aspettano nuovi mondi.

The Lonely Moan…

Forse inizio ad avere un po’ di paura: non vedo più alcuna luce dalla superficie dell’acqua.
Io continuo a scendere.
Interferenze.
“Porca troia! Sam! Sam! Rispondi!!!….” – “Tzzzzzzzzzzzzzz tzzzzzzzzzzz…”

Affondo come un assolo tagliente di chitarra in quest’acqua sempre più densa. Cerco di resistere e di squarciare questo liquido: mi sembra di scavare tra carne e sangue ed i movimenti seppur decisi sono lenti.
Mi prendo una pausa dall’emozione e dal timore e cerco di pensare ad altro: mi sovvengono i racconti di mio padre sugli anni ’70… mi sembra di risentire i suoi dischi rock anche in quest’atmosfera surreale e densa… ciò mi crea calore e conforto.
Ormai, conviene farmi trasportare dai lenti flussi verso l’eterno, nel viaggio lucido verso la fine che mi riserva il mare… Come posso chiedere aiuto?

Ad un tratto gli occhi di una sirena mi si aprirono di fronte al vetro della maschera, erano ipnotici e bellissimi. Non c’eran parole, rumori soltanto di un canto leggero e lontano:

Wish I had your picture
Never been able to be true
So I wanted, I wanted
I wanted to help you
I wanted to
And I wanted to help you

Alzai gli occhi verso la superficie e vidi una grande ombra luminosa: quella di un uccello volare negli abissi: un Albatross… indescrivibile e divino.
Riguardai gli occhi della sirena:

You showed me so much
You showed me so much

2. Deerhunter – Halcyon Digest

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ormai prendere aerei è routine. Attesa, code, decollo, una scomoda dormita, atterraggio. E così via, tutto ripetuto meccanicamente in questa vita in cui la parola “casa” ha perso il suo significato originario, soprattutto mentre sono in tour. Eppure un tempo l’idea di sovrastare le nuvole mi riempiva di fremiti e adrenalina; ora, invece, l’euforia si è spenta e l’emozione inaridita, spero solo di riuscire a dormire, una volta slacciate le cinture di sicurezza, mentre città campi e mari si susseguono chilometri al di sotto.

Anche stavolta c’è un aereo ad aspettarci, si torna negli States dopo alcune date inglesi; sono stati giorni di birre dalla densa schiuma, stanze fumose, visi chiari e lentigginosi, pubblico accogliente. Stiamo ciondolando nell’attesa nel maggior aeroporto londinese, quelle ore devastanti a cui non puoi sfuggire se scegli di volare. Abbiamo trascorso così tanto tempo insieme che ora ciascuno di noi sembra cercare una propria e intima dimensione, malgrado il caos, il viavai; dobbiamo assimilare anche questa esperienza, incasellarla nelle nostre rispettive celle della memoria, in qualche modo dobbiamo digerire il tempo e le cose.
Forse a modo nostro stiamo cominciando a concepire quello che sarà il disco a venire, perché è proprio così che succede, nelle situazioni più impensabili: vivi il momento al massimo, registri le emozioni, arricchisci la memoria con le esperienze vissute, quelle che ti piacerebbe vivere e quelle che invece si preferisce rimuovere, e poi ci si nutre con questo, e si digerisce felicemente, appunto. Halcyon Digest. I nostri volti contriti e rapiti tradiscono la concentrazione, stiamo separatamente elaborando, non sarà un’altra inutile attesa.
Passanti osservano incuriositi il mio bagaglio a mano: è un piccolo baule compatto, dentro il quale ho disposto con amorevole cura i vinili acquistati la domenica mattina a Brick Lane. Beatles degli esordi, i Clash e altra buona musica british. La musica per i bei tempi, per i sorrisi scanzonati, per i ricordi gioiosi. So già che ne prenderò le vibrazioni per pezzi brevi e ben riusciti di puro pop stile sixties che sonorizzeranno le memorie più leggere della nostra digestione, perché quei pezzi esistono già nelle loro acerbe versioni, come un fil rouge con le nostre precedenti produzioni; embrioni di Don’t cry, Revival e Memory boy scandiscono i miei passi mentre mi avvicino alla vetrata per osservare altri aerei che si apprestano a decollare. Un improvviso sentimento di malinconia mi attanaglia e mi stringe lo stomaco, è il suono del riverbero che mi graffia dolcemente dentro ed evoca ricordi quasi evanescenti, una voce trascinata e una chitarra distorta che lentamente si stratificano, in Earthquake di raffinata apertura; o come quando decidemmo di vedere l’alba sulla spiaggia di Brighton, e lanciavamo piccoli sassi in acqua per ascoltare il rumore delle bolle in una luce chiarissima, io improvvisavo un falsetto e gli altri mi accompagnavano cantando una melodia al miele, gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno ma luccicanti di sole, Helicopter.
Mi volto e i ragazzi mi stanno guardando, perché l’album chiede una canzone corale che esprima il ricordo condiviso, la somma delle nostre esperienze insieme, un inno; e Lockett comincia a cantare mentre noi ci sovrapponiamo in un crescendo di voci e chitarre, dal pulito al distorto, dalla quiete all’energia grintosa del live. È un po’ come vedere il nostro pubblico che vive lo spettacolo e salta e si commuove, ma siamo anche noi di fronte alla vita. Sono le linee del desiderio, le Desire Lines che ci trascinano verso i giorni a venire una volta deciso e assimilato ciò che vogliamo ricordare. È il momento di imbarcarsi; passiamo di fianco ad un viaggiatore solitario col sax in mano, Bill glielo ruba per un istante e ne nasce musica istintiva e felice, ché le memorie sono anche questo, e con Coronado siamo un passo dall’alzarci in volo.

Allaccio le cinture e metto le cuffie, ho il posto vicino al finestrino e voglio restare sveglio; arrivederci Inghilterra, anche i campi pianeggianti mi salutano. Metto in questo commiato tutto ciò che sono, come Deerhunter, come Atlas Sound, come individuo. Tastiera in loop, batteria, la mia voce, e poi chitarra, basso, e in dissolvenza, sotto i miei occhi, tutto il resto.

He would have laughed.

Federica Giaccani

3. Woven Hand – The Threshingfloor

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

David Eugene Edwards ha chiuso il cerchio. Dopo la sbornia dei suoi lavori più sperimentali, le tentazioni di avanguardie a lui mai troppo affini e qualche ripiegamento nel suo lugubre proverbiale autismo di fervente, DEE ha recuperato l’equilibrio di una volta. Sono trascorsi quindici anni però, abbastanza per immaginarsi pastore e riscoprirsi pellegrino. Se lo pensate a suo agio in una delle caselle lasciate libere dai 16 Horsepower, state certi che non ce lo troverete. E’ in viaggio, non si è mai fermato. La frontiera scelta come campo d’elezione è sterminata, come le astrazioni della sua natura errabonda, sempre ben contrastata e alla perenne ricerca di un eremo da cui contemplare il cielo. Americana da ossa e nervi, folk primordiale, country nerissimo ed espressionista. Mai piaciuto l’aggettivo “gotico” riferito agli yankee, con buona pace della modesta pittura di Grant Wood. Se quella musica ha trovato un’eccelsa trascrizione visuale, è in ‘There Will Be Blood’ che la dovete cercare: nelle sue tensioni, nel suo manicheismo di grana grossa, nella polvere lasciata sul campo dall’umana miseria. ‘Ten Stones’ puntava a recuperare e a tradurre in urgenza creativa tali spunti, così come questo nuovo ‘The Threshingfloor’ tende a rielaborarli in chiave spirituale, per mostrarne senza incertezze la sostanziale attualità nell’ambito della fede. Edwards ritrova l’inflessione declamatoria del predicatore, le tinte nette del visionario, il piglio granitico del credente. Rispetto agli slanci degli anni novanta può vantare tuttavia anche una consapevolezza che ha tutta la fragranza del miracoloso equilibrio, oltre alla curiosità di chi non prende mai nulla per scontato ed ama confrontarsi con l’altro. Nell’album questa costante propensione al dialogo si percepisce dalla prima all’ultima nota e si traduce in autentica spinta propulsiva. Da un lato quello in prima persona, serrato e non artefatto, con il Padreterno. Lontano anni luce dagli stereotipi tristi del rock cristiano, insofferente al cattivo catechismo e agli insulsi intenti moralistici delle maestranze clericali con chitarra ed amplificatore. Dall’altro la vocazione all’incontro con universi musicali apparentemente molto distanti, per svelare affinità impensabili con la matrice desert folk del cantautore del Colorado e per rivitalizzarne il messaggio genuino, preservato di fatto dal dogmatismo anche nella sua veste più eloquente ed immediata. E’ un bouzouki puntiglioso ad affiorare dalle tenebre per scandire la litania della misericordia (‘Sinking Hands’) o l’intensa lode a Gesù Cristo di ‘A Holy Measure’, mentre le inquietudini della title track sono impregnate di fascino mediorientale, il friscaletto ungherese di ‘Terre Haute’ evoca suggestioni ed incantesimi arcaici e ‘Raise Her Hands’ porta il Nostro a flirtare con l’ascetismo dei nativi d’America, quasi fosse uno sciamano moderno. Nessuna contraddizione in fondo, solo la ricerca di una via nuova ad un misticismo senza tempo. Fascia tra i capelli, mosca albina, cetra cornuta. Vibrante, oscuro, febbrile, ardente, imperturbabile, folle, misterioso, intransigente Edwards: santone che riscrive, agevolato da ritmiche incombenti, assistito da arrangiamenti poveri ma affilatissimi, la sceneggiatura per le future processioni del cuore nero. E ancora lui, capace di stillare concretezza e sentimento contemporanei da salmi antidiluviani, come il sangue da una rapa bronzea, o di dissolvere in respiri limpidi (‘Singing Grass’, ‘His Rest’) le asprezze della sua scorza di profeta. Per sincerarvi che il cerchio si è chiuso ma il viaggio continua, affidatevi a quell’ultima traccia così aliena, anche nell’esplicito richiamo metropolitano: l’alleggerimento country che stempera in un clima festoso di robusta euforia, di redenzione acquisita, anni ed anni di luce negata e peccato originale. Andate ora – sembra dire lui – la messa e le prediche sono finite.

Stefano Ferreri

4. Anais Mitchell –  Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

5. Midlake – The Courage Of Others

Data di Uscita: 02/02/2010

Unearthly Minds
di Marco Masoli

Foglie bagnate. Fradice. Suole di sandali sgualciti le calpestano senza troppi scrupoli. Ho la testa rivolta verso il basso e posso solo inquadrare le estremità inferiori dei soggetti che si contendono le mie membra. Non ho più la forza di opporre alcuna resistenza e il rimbombare delle pulsazioni in prossimità delle tempie non promette nulla di buono. Radici. Enormi radici. Si ferma lo scalpiccio. Rimane solo il rumore delle gocce di pioggia scrosciante che si fanno largo tra le fronde. Mi gettano per terra senza troppi complimenti. Li guardo, ma non li vedo. Indossano tuniche di iuta ormai inzuppate fino all’ultima fibra. Gli sguardi incavati scompaiono nelle ombre disegnate dagli enormi cappucci, rendendoli figure estranee al mondo terreno.

Into the core of Nature, no earthly mind can enter…

Si levano dei canti sommessi. Preghiere direi. E’ una lingua che non conosco, parole fuori dal tempo. Sono stanco. Li sento e li guardo, ma non li vedo. Sono in otto. Tutti identici. Delle riproduzioni seriali. Sono esausto, forse vedo doppio.

Children of the grounds, are making warring sounds…

All’improvviso sei di loro si spostano contemporaneamente verso un punto preciso della radura. Hanno delle pale di metallo con sé. Scavano a lungo. Forsennatamente. Minuti che sembrano ore. Ore che sembrano vite. La soggettività del tempo. Non capisco dove mi trovo, cosa vogliono da me. Rimango straordinariamente impassibile benché la mia mente disegni già il finale. Sono consapevole, ma non me ne rendo conto.

While the rains would come, while the end was unknown…

In un baleno vengo legato con una grossa corda. Logorata dall’acqua, ma ancora robusta e solida. Una benda nera sugli occhi ed il corpo di nuovo in balia di quegli strani individui. Sento i rami e le radici che mi graffiano e mi spellano le ginocchia. Poi un tonfo sordo e solo la pioggia a purificarmi il viso. Rivoli di terra scivolano dalle guance al collo come lacrime. Poi altra terra e ancora, ancora, ancora. La bocca mi si riempie. Il respiro si fa affannoso e le palpitazioni cominciano ad aumentare. E’ un malessere fisico, non psicologico. Sono tranquillo.

So I’ve come here to wait, for the end of it all, till I’m gone frome here. I’m gone from here.

Ancora dei canti, sempre più lontani ed impercettibili. Poi solo un battito nel petto, sempre più lontano ed impercettibile. Quiete. Non li sento e non li guardo, ma li vedo.

So in the ground, in frozen wood, the father lies…

6. The Indelicates – Songs For Swinging Lovers

Data di Uscita: 18/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

“Rideremo a crepapelle il giorno in cui la Thatcher tirerà le cuoia”, cantavano gli Hefner qualche tempo fa con irriverenza da goliardi. Dieci anni sono passati da allora, l’ex lady di ferro si gode la sua veneranda età nel riposo di un vespro dorato ed il sogghigno della rivalsa pare quanto di meno appropriato, almeno contemplando la tetra parata di nubi all’orizzonte. Oggi che ad esser morti sono tutti i nemici giurati del thatcherismo, non rimane altro che la soddisfazione effimera di un mesto e velenoso sorriso a denti stretti. Con le stimmate dei moderni ribelli e l’indole di chi si affeziona ad ogni causa persa in circolazione, gli Indelicates tornano ad offrire le loro corrosive riflessioni sul presente a quei pochi attualmente in grado di farle proprie ed apprezzarne gli spunti. In un sophomore album letteralmente imbevuto di spleen malinconico ed amarezza, ridono senza remore nella sconfitta con la fermezza di chi ha comunque dalla propria la forza della ragione. Se lo hanno detto esplicitamente nel recente passato (‘The British Left in Wartime’), ora si limitano a ribadirlo con insolito criterio ed una disinvoltura nelle liriche a dir poco stupefacente. Si può essere spregiudicati anche senza far impennare le chitarre elettriche, anche senza snocciolare un rosario di slogan regolarmente sguaiati ed irridenti. L’amalgama di languida poesia e smalto polemico funziona meglio che su ‘American Demo’, anche perché questo nuovo disco suona molto più quadrato, meno sfilacciato, con un’identità precisa e finalmente consapevole. Per una band che ha già dedicato un inno a questi anni di sfacelo generalizzato e di sogni infranti senza preavviso (‘The Recession Song’), si tratta di un semplice esercizio di diligenti ma sincere variazioni sul tema. Dopo l’ironica invettiva riservata alla sudditanza politica e culturale degli inglesi nei confronti di quella Godless America cantata nell’esordio, una Julia affilata e assai poco indulgente rivolge gli strali del proprio disgusto ad un’Europa in ambasce perché ubriaca di stile e classe ricevuti in eredità, ormai svuotati di ogni valore e trasformati in sintomi impietosi di un orgoglio tanto illegittimo quanto putrescente. E’ solo il capitolo introduttivo di una strenua offensiva che colpisce a tutto campo, dissimulando la propria brutalità con il velo gentile degli arrangiamenti oltre al sempre comodo filtro della metafora elegante. A parte l’abito rock rabbioso di ‘Your Money’, riproposizione a mo’ di contentino dei più fragorosi cliché di ‘American Demo’, è dietro una veste sonora raffinata che arde il livore della band del Sussex. Nelle parole lapidarie deflagra il disprezzo per uno scenario anche creativo sistematicamente votato alla mercificazione, alla spasmodica ricerca di profitto, in cui le uniche libertà concesse sono quelle di consumare (‘We Love You, Tania’) e consumarsi (‘Ill’). Tra le pieghe di un’apparente leggerezza, affiora una sottile vena di rassegnazione per questa società malata ed infelice nei propri agi, ossessionata da una bellezza che non sarà mai verità (‘Flesh’) e condannata ad una cronica insoddisfazione che è anche e soprattutto sessuale. Dietro maschere spiazzanti come la grottesca caricatura hillibilly di ‘Sympathy For The Devil’ o il cabaret espressionista di ‘Be Afraid of Your Parents’ si preparano bordate inesorabili a clericalismo e perbenismo imperanti, in contrapposizione ai quali ha senso solo la vita ai margini di una ideale frontiera, la prudenza scettica e l’autoesclusione da una grazia semplicemente atroce (“…of better days, happy fields, other shit we hate”). Aggirano le sirene della maniera e non difettano in lucidità i nuovi Indelicates, un po’ come i vecchi. Nei delicati ricami di piano tratteggiano anche un tenero e lievemente compiaciuto autoritratto, emblematicamente intitolato “Selvaggi”: cantori feroci perché genuini in un clima da basso impero, in un mondo appiattito sugli standard di un buonismo nauseante, di un “felice oscurantismo”, senza un posto in cui stare, una casa dove tornare, una Itaca cui tendere. E’ anche una canzone che racconta del proprio irriducibile senso di inadeguatezza (“We are Greeks in the age of Rome”), di un’appartenenza negata assieme all’armonia (“We are ornamental swords, forged for the peace after the war”) e di tutto ciò che le inevitabili contrapposizioni comportano. Ecco nascere rabbia repressa e paure irrazionali, anche se – per paradosso – dalla musica traspare un senso di sereno fatalismo e la propria inclinazione romantica è tutt’altro che messa a tacere. E’ proprio questo lo strumento ideale per non scadere nel più banale e cinico dei dileggi, quando è della propria generazione che si lascia un epitaffio (‘Anthem For Doomed Youth’). Sono indispensabili la disillusione e la tenerezza, ancor più del proprio estro decadente, per evocare le pallide rivendicazioni di una gioventù bellissima e desolata, sconfitta in partenza perché privata di qualsivoglia urgenza, satolla, inadatta a fregiarsi perfino dell’arruffata dignità punk. Non siamo gente annientata dalla guerra, né morta di fame, né in lotta, né autenticamente povera. “We are miners no more”. Già, i minatori. Quelli liquidati dalla Thatcher tanti anni fa.
E’ proprio a lei che spetta purtroppo l’onore dell’ultima risata.

Stefano Ferreri

7. Women – Public Strain

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Right From The Start
di Giulia Delli Santi

Patrick Flegel’s diary

Vi siete mai chiesti se il tempo esiste davvero?
Di sicuro, risponderete, esiste un presente che definisce un tempo attuale, certamente è esistito un passato che declina gli avvenimenti già accaduti; ma il futuro?

Anno 3180

Il pianeta è cambiato, trasformato radicalmente, è solo grazie al progresso se la vita ha potuto scorrere quasi regolarmente. Siamo lontani dai racconti dei nostri padri, vecchie istantanee sbiadite, che ci parlavano delle spiagge della California, dell’esercito del SURF.

Si stenta da mesi. Da quando la gigante rossa, terminato il carburante, è collassata su se stessa.

Le alte temperature raggiunte hanno prosciugato parte dei nostri mari, e nei continenti più esposti la maggior parte delle persone non è sopravvissuta.
La pressione idrostatica della stella non è riuscita a bilanciare il collasso, formando quel buco nero che ha risucchiato Mercurio.

La Nasa seguiva il fenomeno da parecchi anni. A notizia data, in tutto il mondo è scoppiato il caos.

Estremismi religiosi incitavano il suicidio di massa, si sono verificati fenomeni di vandalismo in ogni angolo del pianeta e nessuno dei capi di governo è stato in grado di riportare il minimo di ordine necessario per poter organizzare dei piani di sopravvivenza.

“Siamo in stato d’emergenza. Il governo chiede ad ogni cittadino di mantenere la calma. L’esercito è già in mobilitazione per isolare i casi di violenza che si sono verificati. Lo stato ha messo a disposizione impianti antiatomici per chiunque ne abbia bisogno. Nonostante questo, ci si aspetta la massima collaborazione per chiunque ne disponga di propri. In ogni strada ci sono pattuglie organizzate che sapranno indicarvi come comportarsi.”

L’ultima dichiarazione del presidente degli Stati Uniti.

Un sistema di complessi magnetici, brevettato dai migliori scienziati del nostro tempo, istallati in varie zone del pianeta e azionati al momento stesso del collasso, ha permesso il mantenimento dell’equilibrio tra pianeti, evitando il crollo del sistema solare che fu.

Dopo circa otto minuti dall’esplosione, le temperature si sono abbassate di molto.

Ha cominciato a gelare tutto.

Io, mia moglie, mio figlio, ci siamo rifugiati nel bunker antiatomico dei nostri vicini con altre due famiglie, da circa 7 mesi. Un termometro posizionato all’esterno ha rilevato -170°C fino all’altro ieri. Ora non risponde più. Non sappiamo cosa è rimasto lì fuori, ma le provviste sono quasi terminate. Sono tutti spaventati ed avverto che tra noi l’aggressività è in aumento.

Ieri ho colpito mio figlio con uno schiaffo perché chiedeva ancora un po’ di fagioli. Mia moglie non mi ha parlato per tutto il giorno. Devo mostrarmi forte, nonostante tutto.

Mi chiedo se ci siano dei sopravvissuti come noi, qualcuno che viva i miei stessi stati d’animo.
Non posso più restar chiuso qui dentro a pormi domande. I preparativi sono terminati, domattina partirò per una spedizione all’esterno.

Non riesco a dormire.. spero che la fine sia vicina.

8. Ted Leo & The Pharmacists – The Brutalist Bricks

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Primi giorni di primavera. Sull’agenda ho scribacchiato un paio di note appena: mettere a tacere una volta per tutte questa tosse ignobile e spezzare una lancia in favore di Ted Leo. Se appare indubbio che il signor Theodore Francis Leo e la sua improbabile accolita di Farmacisti non potranno aiutarmi in alcun modo ad avere ragione dei miei malanni, è altrettanto vero che una bella mano me l’hanno data comunque. In un mese che sta per sparire con la sua paginata dal calendario, portandosi via per sempre Mark Linkous ed Alex Chilton, il loro nuovo album si è rivelato una piccola quanto inattesa benedizione. Sarà facile quanto volete il luogo comune della musica come lenitivo, ma provate a dimostrare che non sia sincero. Con me almeno ha sempre dato buoni risultati, a patto che non cedessi alle lusinghe degli artisti apparentemente più in linea con il tenore luttuoso delle circostanze. Le sue nuove canzoni Ted le ha ribattezzate ‘Mattoni Brutali’, un po’ come quelli implacabili che Ignatz Mouse scagliava sulla testa dell’infatuatissima Krazy Kat. Immedesimandomi con il delizioso personaggio di Herriman, mi trovo ad ammettere che in questo periodo avevo giusto bisogno di qualche bernoccolo e di un multivitaminico corretto dalla mano malandrina di questo instancabile quarantenne. Sempre squillanti i pezzi di Ted Leo, sempre energetici come le barrette proteiche che sposano la frutta esotica al cacao con audacia strafottente: vocine, accelerazioni, ritmiche rombanti ed assoli colorati, tutto compattato in lucide popsongs e smerciato a buon prezzo alla fiera del riuso. Meriterebbe un monumento il vecchio Ted, classico geniaccio minore della scena alternativa in perenne esilio da Hypopoli e dal suo noiosissimo circo musicale. Questo suo battesimo nella venerabile squadriglia Matador vale come sacrosanto riconoscimento per una carriera vissuta sempre ai margini ma senza sparare un solo colpo a vuoto, se non si conta l’imbarazzante pattume sperimentale dell’ormai remoto esordio solista. Ha una dote questo ragazzo, ed ha un fratello importante. Nella mia testa Ted Leo e Ben Folds sono gemelli nati a quattro anni di distanza l’uno dall’altro. Ben col pianoforte, Ted con l’elettrica, si sono imposti nei panni di due superlativi giostrai del pop: adorabili, talentuosi e ruffianissimi produttori di easy listening per una ridotta platea di sfigati come il sottoscritto, drogati di Smarties da almeno tre decadi e paurosamente aderenti alla bontà ordinaria del loro antidivismo impiegatizio. Rispetto ai tempi in cui il Nostro si dedicava alla biomusicologia, paiono innegabili quel tantino di approssimazione in più ed una mise espressiva alquanto sgualcita. Non necessariamente difetti. Laddove la scrittura lamenti qua e là un debito di ossigeno in termini di originalità, a garantire un adeguato galleggiamento sono più che sufficienti gli automatismi, andatura effervescente in testa. Le graziose sfuriate college rock anni ’90 sono sempre state il cavallo di battaglia per Leo, uno che a tutt’oggi sembra trovare più stimoli in un certame fuori tempo massimo con i Weezer o i Nada Surf che non nello stravolgimento ipocrita dei propri canoni, vezzo peraltro di gran moda ultimamente. Il suo sound ruspante si specchia anzi con assoluta fedeltà nei propri trascorsi, riposizionandosi sul paradigma della vecchia ‘Where Have All the Rude Boys Gone?’ e limitandosi ad inocularvi quel pizzico di pirotecnia chitarristica in più. In un marasma di enfatiche influenze power-pop convivono i calibri pesanti ed il cuore tenero dell’artista, l’isteria disciplinata ed il velluto blu, assortiti con la dovuta perizia per un pranzo a base di succulente frattaglie ipercaloriche. L’eco della voce di Jimmy Dean Bradfield e qualche analogia elettrica evocano curiosamente i Manic Street Preachers di una dozzina di anni fa, senza però l’aggravio grossolano di certi proclami: c’è un progressismo di fondo che è anche gradevole perché limitato all’ironia celata tra le righe, lontana dall’attivismo urlato in favore di telecamera. L’intelligenza di Ted Leo si apprezza soprattutto in questa sua volontà di confinare gli effetti speciali nella sola sfera musicale: come quando la sua grattugia si fa più tranchant e lui gioca a travestirsi da punk-rocker (‘The Stick’, ‘Gimme The Wire’) salvo rallentare alla prima occasione (‘Tubercoloids Arrive in Hop’) per accendere il bastoncino di incenso. Anche in un disco apparentemente leggero come questo non mancano un respiro più ampio (‘Last Days’) ed una miriade di spunti preziosi. E’ il segreto di chi sa colpire a più livelli e far pensare, oltre che intrattenere. Così anche i mattoni più duri possono aiutare a guarire, come ogni medicina che si rispetti. Questa di cui vi ho detto la trovate però solo ed esclusivamente nella farmacia di Ted Leo.

Stefano Ferreri

9. The National – High Violet

Data di Uscita: 11/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

How we swallow the sun
di Marco Caprani

Nulla di più di un bacio.
Nulla di più si chiede alla sincerità.

La persi nel mondo, la persi davvero…
You must be somewhere in London,
You must be lovin’ the life in the
rain…
La presi sul serio, me la presi davvero…
E Nessuno.

Nessuno mi disse di essere innamorato di lei.
Negli occhi blu, un soffio di aria solare,
nelle pupille, il profondo pozzo di un’esperienza di vita piena.
Ma il cuore, avvelenato dal nulla.
I’m afraid of everyone, I’m afraid of everyone…
Nulla, non salva.
Nulla, non riesce ad accertare l’amore.
C’è bisogno di prove eclatanti.

Sguardi fuggenti, labbra chiare dai movimenti lenti e decisi.
Mani lunghe e leggere, affusolate ti toccano l’anima.
Losing my breath…

Ragazza piangi, piangi fortissimo.
Dimentica i miei occhi e ricorda l’erba dove correvi ridendo piccina,
salva il sorriso, salva le parole, salva le conversazioni infinite,
Salvale, queste sono solo per Noi.
Malgrado me e te, solo con noi acquistarono un senso.
Takes me a day to remember a day…

Toccati il cuore, accarezzane il battito,
lavane le colpe, scuotine la ruggine:

chi non derise se stesso di fronte all’orgoglio non seppe
mettere in gioco la vita per un fiore.

10. The Magnetic Fields – Realism

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quanto può essere dura la vita dei grandi songwriter, intrappolati anche loro malgrado tra le pagine patinate delle solite riviste di musica alternativa. Troppo comodo limitarsi a considerare gli allori tributati da qualche adepto entusiasta o le lisciate superficiali di una critica ad orologeria, non meno repentina nel gioco al massacro di quanto sappia esserlo nell’adulazione ruffiana. Prendiamo il caso eclatante di Mr. Stephin Merritt. Dubito che la sua vita d’artista si sia rivelata una passeggiata, in questi ultimi dieci anni. Quando partorisci un disco come ‘69 Love Songs’ non puoi tirare avanti come se nulla fosse, ignorando di aver lasciato ai posteri il documento che ti rappresenterà per sempre, come nient’altro al mondo. Arrivare sulla vetta porta con sé la contemplazione del proprio limite, nella consapevolezza che d’ora innanzi si avrà sempre un termine di paragone con cui confrontarsi ed essere confrontati, volenti o nolenti. Nella vicenda dei Magnetic Fields, l’ego smisurato dell’uomo solo al comando e la mole delle aspettative lasciate a gravare sulle sue misere spalle hanno esacerbato gli sviluppi di questo dato di fatto, sino all’inevitabile esito parossistico. Schiavo nella dipendenza dal riconoscimento del proprio genio, Merritt deve aver sofferto come un cane alla ricerca dell’idea giusta, meritandosi l’appellativo di “uomo più depresso del rock” con cui venne etichettato tempo fa dal grande Bob Mould. Persuaso della necessità che un’opera epocale vada replicata ad oltranza, l’infelice musicista si è affidato con forza all’autosuggestione, al mito di sé come maestro di concept, credendo che anche dietro il più pretestuoso degli spunti si potesse nascondere un capolavoro. Si sbagliava ovviamente, ma il fallimento non gli ha impedito di dare vita a dischi estremamente intriganti. Dopo aver rimasticato come bubblegum gli stereotipi del country e del noise, Stephin sceglie ora di apporre la propria firma pop anche su un universo sonoro tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. Per sua stessa ammissione ‘Realism’ è un album folk, per quanto l’incapacità cronica del suo autore a “tollerare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti consecutivi” sia sintomo di un approccio non ortodosso al genere. Tutto il mondo racchiuso in un LP caleidoscopico, con la menzogna gentile di un continuo sdoppiamento autoriale e la sorpresa reiterata dentro ogni brano. Il sound britannico di fine anni ’60, la tradizione che svolta verso il barocco, l’amore per le ampollosità più svenevoli ed anacronistiche. Dal suo magico cilindro Merritt tira fuori una buona dose di rimandi estetici e simbolici, oltre a ribadire la predilezione cabalistica per il numero 13 e confermare in toto la sua folle squadra delle meraviglie: la malìa è garantita come sempre dalle voci preziose di Claudia Gonson e Shirley Simms, non mancano le fisarmoniche di Daniel Handler alias Lemony Snicket, ed il John Woo che si cimenta con banjo e bouzouki è sempre e solo un omonimo del regista di Hong Kong. Come nei due lavori precedenti non c’è spazio per i synth, mentre è una novità l’esclusione radicale di percussioni e chitarre elettriche, se non si tiene conto delle tablas e degli spifferi di distorsione confinati sullo sfondo di ‘The Dada Polka’, a mo’ di ironica autocitazione da ‘Distortion’. Proprio quel disco e questa nuova operina erano nati nella testa di Stephin come solida coppia, le due facce di una stessa medaglia i cui titoli avrebbero dovuto essere ‘Vero’ e ‘Falso’, senza tuttavia precise indicazioni in merito all’effettivo abbinamento. L’ascolto di questo seducente gioiellino parla in ogni caso di una nuova finzione, naturalmente premeditata dal suo creatore. Se là si palesava la falsificazione di certi canoni rock, è innegabile che il “realismo” annunciato dal nuovo titolo non vada al di là dell’impiego di una vastissima gamma di strumenti unplugged, dunque “autentici”, mentre gli scenari evocati vengono sistematicamente filtrati dalla prospettiva deformante del fiabesco e di quella estenuata raffinatezza fuori moda tanto cara ai nostri poeti crepuscolari. Il santone dei Magnetic Fields si riaccredita dunque come inguaribile decadente, specie quando – spesso – sceglie di ripiegare sulle comodità del proprio classicismo oppure torna a vestire i panni del consumato cantastorie (vedi ‘Walk a Lonely Road’, per il suo adorabile omaggio a Leonard Cohen). ‘Better Things’ o ‘Everything Is One Big Christmas Tree’ rientrano agilmente tra le migliori paginette dell’easy listening merrittiano, memorabili per il retrogusto dolciastro e per quel candore un po’ inquietante che il leader della band di Boston ha sempre saputo dipingere con sommo talento. Dietro lo sfarzo degli orpelli e la squisitezza dei ninnoli, popsongs di classe come ‘You Must Be Out of Your Mind’ e ‘Always Already Gone’ tradiscono l’accentuato minimalismo di una scrittura che è tutta sostanza, con una polpa melodica a tal punto consistente da poter sostenere come per magia arrangiamenti tutt’altro che leggeri. Con la magnificenza triste delle nuove canzoni sembra affiorare per la prima volta un’ammissione di impotenza. I Don’t Know What To Say. “E’ insensato affidarmi speranze che si dimostreranno inutilmente riposte”, sembra dichiarare con lucidità il cantante, “se qualunque cosa io dica o faccia non verrò preso sul serio”. La voce del disincanto di un Merritt che torna a “non credere nel sole” lascia parole amare che smentiscono la delicatezza da ballerina nel carillon, l’eleganza delle finiture, la dolcezza di una trama tanto semplice e spensierata. Il presente è quello descritto negli ultimi versi della ballboyana ‘From a Sinking Boat’, con la più netta confusione che sembra imporsi in un clima di sconfinata disperazione prima di arrendersi alla meraviglia di una sola certezza, l’amore. In fin dei conti i Magnetic Fields non hanno mai smesso di farci sognare con la più celebre delle loro ossessioni.

Stefano Ferreri

(Top Ten 2010) Filippo Righetto

1. Vex’d – Cloud Seed

Data di Uscita: 22/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

We Create Our Own Hell
di Filippo Righetto

… il sangue fuoriuscì denso da ogni capillare della sua testa, macchiandogli capelli e vita di rosso innaturale…

La città si sta svegliando.

Così, uguale, in ogni parte del mondo.

Velocità d’informazione ha portato ad uniformità dilagante, unica lingua, unica cultura, come era stato previsto.

C’è silenzio. Pace. Il rumore non fa più parte delle nostre vite.

La vecchia ferrovia, inutilizzata da secoli, si riempie lentamente di luce naturale. Divide perfettamente il parco di St. Nicholas in due metà.

Io me lo ricordo… ma sono uno dei pochi. Il verde è sparito da molto anni.

Andavo sempre a giocare ai bordi del piccolo laghetto artificiale, da bambino. Ogni mattina perdevo circa mezz’ora per costruire una barchetta con del legno e del cartone che rubavo nelle cantine della scuola. Nel pomeriggio la poggiavo delicatamente sul lenzuolo d’acqua, le davo un colpetto affettuoso. Poi correvo in cima alla roccia che faceva da cornice alla fontana di St. Nicholas, e la guardavo muoversi lentamente. Sapevo che dopo qualche minuto il cartone avrebbe assorbito l’acqua, e la mia barchetta si sarebbe sfaldata. Allora avrei chiuso gli occhi, tenendo fissa in me la sua immagine, e quando li avrei aperti di nuovo, solo pezzetti di legno mi avrebbero accolto. Ma mi andava bene così, perché ero io a scegliere, e solo io sapevo da dove venivano quelli che, agli occhi comuni, erano resti insignificanti. Sul finire del pomeriggio andavo a sedermi sulla discesa polverosa che portava alla ferrovia. L’inclinazione dei raggi solari faceva si che i bulloni che tenevano ancorati i binari al terreno ruvido, improvvisamente brillassero come le stelle fluorescenti che mia madre aveva attaccato sopra il mio letto. Mi raggomitolavo, portando le ginocchia al mento, e sorridevo.

Quando… quando avete smesso di splendere per me?

Sono io il primo?

A otto anni persi la mia famiglia. La casa fu presa dalla fiamme, e con essa i miei genitori. Al funerale ero seduto composto sulla prima panchina davanti alla bare. Solo. Ricordo che con i piedi non riuscivo a toccare il suolo. Ma non li dondolavo. Chiesi perché la mia sorellina non era con me. Venni a sapere qualche anno dopo che era stata rapita all’asilo lo stesso giorno. Abusata, seviziata, uccisa. Lo so perché quel pomeriggio tornai sulla discesa della ferrovia con indosso ancora i vestiti della mattina, e trovai ad attendermi un pacco con dentro le sue manine.

Le persone non nascono con intenti malvagi. La crudeltà è qualcosa che si impara con l’esperienza della vita. Io ero troppo piccolo per comprendere appieno il significato di quello che vedevo. Però sapevo una cosa… stavo guardando i resti della mia barchetta.

Quel pomeriggio i bulloni non scintillavano. Mi rannicchiai, e i miei capelli diventarono rossi.

Quel pomeriggio subii l’Imprinting, e mi adoperai affinchè altri raggiungessero il mio stato, ricercando ragazzini adatti come lo ero stato io,  distruggendo la loro dimensione.

Al giorno d’oggi siamo in cinquantasei, e governiamo questo mondo.

Possediamo il totale controllo del nostro corpo, a qualsiasi livello. Al di là delle capacità fisiche ed intellettive superiori a qualsiasi umano o macchina, la qualità più estrema che abbiamo sviluppato è la forza dell’adattamento.

Sono il dominante, ed il più giovane, ho bloccato il processo di senescenza, così per tutti sono un bambino di dieci anni scarsi, quando in realtà sono molti secoli che veglio, attento.

Sono io il primo?

Il mio Imprinting fu frutto di un meccanismo casuale, o di una mente perversa?

Costantemente alla ricerca del creatore, consumato dal timore che sia solo un inesistente simulacro, scruto la vita che si sviluppa debole ai miei piedi, con nitida follia e fredda crudeltà, attingendo dal suo indolente dinamismo.

… videro solo un’ombra oscurare il sole del mattino, mentre il mostro alato scendeva su di loro…

2. Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy

Data di Uscita: 22/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Concerto allo Snopes, Detroit’s Slums.

Facciamo incazzare Marvellous Jr.

“Yo Dj Choke, gimme some shit

…..

dude, that gangsta nigga

is way frick’le

all white dressed

fuckin’ stressed

blessed

found a snag on his way

he fled to Hawaii!”

Marvellous Jr. mi guarda serafico, ma io so che mi odia.

Perché ho insultato il suo paladino.

Perché sono migliore di chiunque nel freestyle, qui al da Snopes.

Sono qui solo per dimostrare la mia superiorità.

Sono il migliore perché ho una cultura musicale non sedentaria.

Torreggio, per massa fisica e per conoscenza, su questa generazione cresciuta mangiando Billboard.

Novanta persone forse, le luci si abbassano.

Movimento alle mie spalle, mi giro.

È lui.

Vestiario casual, maglietta marrone su pantaloni grigi.

Questo penso, che è caduto, capita a tutti prima o poi.

“I’m livin’ in the 21st century
Doin’ something mean to it
Do it better than anybody you ever seen do it
Screams from the haters, got a nice ring to it
I guess every superhero need his theme music”

E questo è il suo ring, una Las Vegas dove i monumenti non sono fotocopie ma opere reali, lui moderno Rey Mysterio versione Ungaretti, io superfluo Uomo Geco schiacciato dallo stivale della sua sovrastante visione.

Diavolo in nuova veste, rappa con occhi di fuoco, qualità liriche e pressione corale dell’insieme di demonette puttane dello showbiz e di arcangeli artisti venerati dal mondo indipendente, tutti fuoriusciti dal golden sarcophagus del Re Mida di Deir el-Bershes.

“Bitch, I’m a monster, no good blood sucker
Fat muthafucker, now look who’s in trouble
as you run through my jungles all you hear is rumbles
Kanye West sample, here’s one for example”

Ha trasformato il mondo in una battle a colpi di rime rap, e ne ha per tutti.
Ne ha per me, e anche per te.

Mi riconosce come Mc, e mi passa il microfono come la tradizione insegna.

Quel che cola dalla mia fronte non è lo specchio della sua aggressività canora, ma ansia e sottomissione.

Abbasso la testa.

Marvellous Jr. sorride.

“You’re a monster”

Filippo Righetto

3. Pantha Du Prince – Black Noise

Data di Uscita: 08/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Connessioni sonore
di Marco Caprani

Lay in a shimmer…

Gli animali attendevano in silenzio.
L’occhio dello stambecco per primo seppe percepire il cambiamento e la nuova luce.
Immobile e splendente, dall’alto, il Re delle rocce scorreva lento l’orizzonte perlato: il sole morente, il vento gelido e una lama d’argento tra cielo e terra come un taglio secco nel ventre di Shakti gocciolava diamanti nel cosmo della foresta.
Un paesaggio sospeso tra meraviglia e terrore, come prima di un’esplosione.

Abglanz…

Cadendo dal cielo una leggera polvere d’acqua si stava posando sui bulbi dorati del monastero in fondo alla valle.
“Anche questa ha un suono”, pensò il monaco sfiorando con una mano il suo hang drum… emanando una vibrazione celestiale sembrò turbare la statua crisoelefantina della divinità.
Nella penombra, il surreale tappeto sonoro provocato dalle chimes accarezzate dal vento lo accompagnava nella ricerca della trance spirituale.
“Occorre ascoltare il battito ed il respiro”, rifletté guardando le voluttuose scie d’incenso nella  gelida stanza, “…controllare il vortice dei sensi e dei ritmi vitali…”

Stick to my side…

Bussarono.
Era lo straniero, colui che chiamavano “Panda Bear”, uno dei suoi aiutanti, una guida empirica per molti.
Entrò e non si mosse, fissò il monaco: il porpora della sua tunica si fece arcobaleno e i suoi occhi si fecero bianchi. Il sangue e la carne pulsavano sincronizzati.

The splendor

Un mantra continuo, grave e vibrante scandito d’accenti metallici lontani e da fruscii leggeri come passi nella neve, batteva nella sua mente impegnata nell’eterna ricerca della percezione sovrumana.

“Lo sento” disse il monaco: “E’ il rumore nero”.

Gli animali fuori attendevano il Diluvio e con esso la catarsi.

4. Flying Lotus – Cosmogramma

Data di Uscita: 03/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

A Love Story Between A Crazy Proton And A Watermelon Candy Bar
di Filippo Righetto

Fium Fium Fium

Bolle Di Sapone

Mignottami di attenzioni (MIND THE GAP) sbagliate
di
presunzioni e biglietti scaduti
suoni avversi
intromissioni amorose
colori

Wou Wou and I do the snake dance THE SNAKE DANCE.

Sono un filamento impazzito, una fisarmonica guidata dalla volontà di una ninfea sincopata.

Mi concedi questo ballo? Danziamo danziamo, Fantasia! Fantasia!, colle scope ed il sanguinaccio.

Rimaniamo abbracciati tutto il giorno, anche se non ho braccia da offrirti, ma prendi pure tutto il resto, serviti pure! Te lo dico sorridendo, perso in un’estasi pineale.

Ammira il cuore, entra in sintonia con il suo incedere aggraziato.

Jukebox multilescente, l’aria è schiumosa e frizzantina, siamo tutti colori diversi, dovresti vederlo da te, giocare con me in questa foresta sporcata dai laser, specchiarti nelle particelle luminose che ci circondano.

Perché non sei nata anche tu dentro questo meraviglioso sistema?

You’re too big, you wouldn’t fit here, it’d mean death!

Il dilemma di lasciarti entrare per ballare intrecciati o di continuare a guardarti filtrata da due centimetri di pelle…

Yo Open the gate

5. Four Tet – There Is Love In You

Data di Uscita: 02/02/2010

Ciò spiega tutto.

Dentro al casinò i riferimenti comuni di tempo e spazio svaniscono: muri di slot machine luminescenti e chiassose delimitano piazze di tavoli verdi con roulette gremite di uomini e donne in abiti eccentrici.

Passeggiando attraverso i lampi di colore che si rincorrono sulle colonne a specchio della struttura luna-park incontro stravaganti personaggi d’avanspettacolo: sono persone di plastica che celano amorevoli pianti dietro sorrisi automatici. Anche io sorrido come tutti gli altri, mentre ho nella testa una melodia vaga che mi gira e rigira nella testa; echi angelici come dopo una sbronza.

Ho mangiato nella mia suite, non ricordo quante ore fa, sono al Pablo’s Heart Casinò e non posso far altro che cantare.

Stringo tra le mani le ultime tre fiches arcobaleno ed assaporo la gioia di consumarle contro il Sig. Thomas di turno al tavolo del blackjack. Grida euforiche mi fanno trasalire, faccio un’inversione di percorso e mi dirigo di corsa verso l’enorme scultura di cristallo antistante l’ingresso. Jackpot!!! Un tipo ha vinto la Cadillac “Tequila e Bonetti” del ’59.

Il suo canto estatico mi gira e rigira nella testa.

Potrei balzare dentro la cabrio, innestare la retromarcia e lanciarmi a tutto gas fuori dalla vetrata ma non è nel mio stile. Una Marylin si avvicina e mi offre tartine al caviale.

Con in testa la mia melodia “collage” che gira e rigira, gira e rigira, mi allontano dallo spumante e dalla voglia di combattere.

Maurizio Narciso

6. The National – High Violet

Data di Uscita: 11/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

How we swallow the sun
di Marco Caprani

Nulla di più di un bacio.
Nulla di più si chiede alla sincerità.

La persi nel mondo, la persi davvero…
You must be somewhere in London,
You must be lovin’ the life in the
rain…
La presi sul serio, me la presi davvero…
E Nessuno.

Nessuno mi disse di essere innamorato di lei.
Negli occhi blu, un soffio di aria solare,
nelle pupille, il profondo pozzo di un’esperienza di vita piena.
Ma il cuore, avvelenato dal nulla.
I’m afraid of everyone, I’m afraid of everyone…
Nulla, non salva.
Nulla, non riesce ad accertare l’amore.
C’è bisogno di prove eclatanti.

Sguardi fuggenti, labbra chiare dai movimenti lenti e decisi.
Mani lunghe e leggere, affusolate ti toccano l’anima.
Losing my breath…

Ragazza piangi, piangi fortissimo.
Dimentica i miei occhi e ricorda l’erba dove correvi ridendo piccina,
salva il sorriso, salva le parole, salva le conversazioni infinite,
Salvale, queste sono solo per Noi.
Malgrado me e te, solo con noi acquistarono un senso.
Takes me a day to remember a day…

Toccati il cuore, accarezzane il battito,
lavane le colpe, scuotine la ruggine:

chi non derise se stesso di fronte all’orgoglio non seppe
mettere in gioco la vita per un fiore.

7. The Wilderness Of Manitoba – When You Left The Fire

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno sguardo da 2° 3° 4° posto
di Filippo Righetto

Lo vedevano arrivare da lontano.
Anzi.
Prima di vederlo, lo sentivano.
Quel cigolio abbattuto pareva momentaneo, ma puzzava di eternità.
Si chiedevano da dove venisse, dato che il guscio metallico che lo ospitava era oliato a dovere.
Le persone si interrogavano su quel ragazzo, e mormoravano.
Un tempo atleta sano e dalla morale integra, la vita gli sorrideva e lui sorrideva ad essa.

Aveva smesso di frequentare la casa.
Il che era strano.
Ci era molto legato. Più di chiunque altro nel quartiere.
Era una casa defilata, non si lasciava trovare.
Il ragazzo ci passava davanti spesso, quasi ogni giorno. La considerava una dimora modesta, dalle tinte spente, con degli evidenti problemi strutturali. Forse a qualcuno quelle grondaie raffazzonate e quelle tegole sproporzionate potevano anche piacere.
A lui no.
Questione di gusti.
Qualche volta ci entrava pure. Al pian terreno solamente.
Si riunivano li un’accozzaglia di giovani vagamente interessanti, che non spiccavano di certo per acume e prontezza. Non erano al suo livello.
Quasi per noia inerziale, cominciò ad addentrarsi nei piani superiori. Non cercava nulla, e non c’era niente che lo interessasse.
Questo prima di scoprire il pianoforte.

Sentì le prime note avvolgerlo e trasportarlo fuori dalla materia. Li, nel nulla, si rese conto di essere solo. Nessun altro aveva sentito quella meraviglia. Capì subito, e si mise alla ricerca della fonte. La trovò, in un piano nascosto, il più alto.
Entrò in una stanza piccola e dal profumo intenso. Bagnata dal buio, poca luce filtrava dalle tende. Si appoggiò alla parete, lentamente scivolò a terra.
Rapito.
Cercò, a tentoni, qualcosa. La sua curiosità trovò una scheggia affilata. Pretendeva troppo dalla stanza. Sorrise felice, era solo la prima volta del resto.

Tornò ogni giorno, e la sua felicità aumentava di visita in visita.
I gradini per raggiungerla erano massicci e pericolosi, ma lui impiegava sempre meno a farli.
Ogni viaggio era una nuova scoperta. Quando trovava qualcosa, si avvicinava all’unico raggio di luce che fuggiva la finestra oscurata, e ammirava.
Libri che narravano della storia della casa, fotografie di tempi passati, un’immensa collezione di vinili, giocattoli animati.
Il tempo passava, e il giovane capiva che poteva comunicare con la stanza.
Parlava ad alta voce, ed il suo nome, saettando tra quei buffi oggetti, veniva trasformato, ed ogni volta che questo succedeva, il suo cuore scintillava.
C’erano degli scaffali vuoti, e lui li riempì con immagini della sua vita. Aggiunse dischi alla collezione. Un quadro.
Condividevano tutto.
Le frustrazioni e le passioni.
La più minuscola novità era subito occasione per correre a perdifiato attraverso il selciato e saltare quei gradini a due a due a tre a tre a quattro a quattro fino a volare!
Cosa nascondeva quell’edificio all’occhio così debole… era fortunato, felice, così felice da essere diventato stupido pensava ridendo!
Non avrebbe cambiato nulla.

Venne il giorno in cui smise di essere stupido.
Aveva scoperto lievemente il pesante tendaggio, e i suoi passi l’avevano guidato sulla soglia di una porta. Abbracciò la maniglia, e spinse senza ottenere risultato alcuno. Continuò in questo modo, incredulo. Fece qualche passo incerto all’indietro, riflettendo.
Qualcosa non andava.
Cominciò a cercare la chiave, prima con calma, poi con crescente ansia e sofferenza. Scorse tutti i libri che aveva letto e scritto, pagina dopo pagina, singhiozzando, ed i cartoni e le favole e la musica e le speranze e tutto quello che rendeva bellissima quella stanza!
Il pianoforte cominciò a cantare con voce fredda, tanto che il ragazzo vedeva la brina staccarsi dalle sue corde tese.
Quella porta non si sarebbe mai aperta per lui. L’eventualità non era nemmeno mai stata contemplata.
Scappò dalla stanza, senza fiato, inciampando su tutto quello che era stato costruito. Non era possibile, non aveva senso, nessun senso, non c’era motivo di… di…
Arrivato sul pianerottolo, lanciò il suo peso sulla balaustra cercando sostegno, ma il dolore liquido gli fece mancare la presa.
Cadde.
Quei gradini, la cui conquista era stata per lui fonte di immensa gioia, ora lo straziavano senza pietà, martoriandolo. Dopo un tempo infinito, si ritrovò disteso alla base delle scale, incapace di muoversi, di parlare, di vivere.
Non riusciva più a muovere le gambe.
Alzò la testa di qualche centimetro. La porta d’ingresso era spalancata, ed un sole pallido e vuoto lo colpiva, mentre il suo destino lo raggiungeva scivolando lentamente. Si issò sulla sedia a rotelle con fatica.
Per la prima volta era consapevole dei suoi limiti.
Non era abbastanza. Lui non era abbastanza.
Cominciò la sua vita da reietto. Perse molto, dopo quella caduta. Fece delle scelte sbagliate, che ferirono persone a lui vicine.
Tornò qualche volta d’innanzi a quei gradini. Sentiva la musica del pianoforte suonare più radiosa che mai.
Guardando in alto, non pensava a quanto fosse tutto così assurdo, alle spiegazioni mancate, all’odio che avrebbe dovuto provare… l’unico pensiero che imperversava nella sua mente era… quanto gli facessero male le sue gambe.
Adesso le persone lo incrociavano per strada.
Quello che le colpiva non era la carrozzina, o il suo aspetto dimesso…
I suoi occhi.
Uno sguardo da 2° 3° 4° posto.

8. Deepchord Presents Echospace –  Liumin

Data di Uscita: 27/07/2010

La capitale è un dedalo di luci al neon e di follie metropolitane. Alcuni vicoli puzzano di marcio, ma in altri gentili profumi orientali accarezzano la mia fronte sudata. È una notte livida e densa questa, l’aria sembra aver lasciato il posto a un’afa senza scampo, perfino i grattacieli sembrano trasudare appiccicosi. Sono un vagabondo, oppure un turista che ha speso troppe energie per ritrovare la strada di casa alle 4.00 a.m., ma che differenza fa? Cerco una panchina sulla quale distendermi, magari lontano dai club aperti tutta la notte o dalle insopportabili “sale Pachinko” rumorose anche in queste ore; i ritmi pulsanti sui quali mi sono scatenato, conditi di acid house e deep groove neanche stessi a Chicago, ancora mi risuonano nella testa e nelle orecchie, in bocca l’amaro di una serata andata storta, finita troppo presto. Non ho pace, i semafori sono luci brillanti e mi irritano gli occhi, le vetrine illuminate a giorno ed animate da nenie di benvenuto 24 ore su 24 mi disorientano. Nella testa di nuovo quei ritmi alla Frankie Knuckles, ma c’è dell’altro, riaffiora il ricordo di alcune voci sussurrarsi parole a me incomprensibili, mentre origliavo alla porta di un wc per capire se fosse occupato:

“CODENAME: LOVE064”

Ho fretta di sentirti, sono qui a Tokyo e tu così distante dalle parti di Juan Atkins, ma l’urgenza di comunicarti le mie scoperte supera qualsiasi questione pratica di fuso orario o quant’altro. Mi trascino nel primo internet cafè che mi è a tiro per scriverti.

Quello che la città afosa mi ha affidato è un tesoro nero e a sprazzi fluo, fatto di dub, beat e rumori urbani, un tesoro invisibile a chi non vive la notte, un rompicapo che solo tu puoi aiutare a sciogliere. E poi quelle parole misteriose, borbottate in un water in mezzo al magma musicale incessante mi hanno fatto trasalire. Mi sento a casa come mai mi era successo in questi ultimi anni passati in volo da una città all’altra, inseguendo una chiave di lettura del mondo da poter tramutare in musica. E noi che un tempo ci sforzavamo a cercare fonti e ispirazioni chissà dove, e chissà in che cosa, con risultati a dire il vero apprezzabili – per carità! Ma qui non sono io ad arrabattarmi in ogni modo per arrivare a destinazione, il treno senza ritorno l’ho già preso, era lui che cercava me e mi è venuto incontro sferragliante in questa strana notte d’estate dall’altra parte del mondo. Ora non resta che mettere insieme i tasselli e poi ballare. L’alba caliginosa sta rischiarando il cielo, ma il dub che ho in testa è scuro più dell’asfalto. Perché sono in Giappone, ma questa musica sembra in maniera sconvolgente congiungere me e te, Chicago e Detroit.

Federica Giaccani e Maurizio Narciso

9. Owen Pallet – Hearthland

Data di Uscita: 12/01/2010

Lysergic Acid Diethylamide
di Marco Masoli

“Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi”

Deglutisco. Un sussulto nell’etere. Nessun sapore, benché l’impressione sia quella di avvertire in un sol colpo tutti i sapori esistenti. Tutto e il contrario di tutto. Vampate di calore improvvise e geloni. Mi si accappona la pelle. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un vortice di colori ed animaletti sinuosi. Cavallucci marini di un arancione intenso si fanno largo tra le alghe per trascinarmi nel loro regno. Li seguo frettoloso fino al portone dorato. Si fermano sulla soglia e mi fanno cenno di entrare con un’aria spaventosamente affabile. Irrompo senza pensarci e crollo in un vortice apparentemente senza fine. Cado metro dopo metro sotto lo sguardo raccapricciante di enormi bambole di porcellana con un terribile ghigno stampato in volto. Grido parole di cui non conosco il significato e scorgo sui due lati del vortice due colonne di scale a chiocciola. Delle spirali verticali color indaco che si immergono verso il centro della terra. Un colpo sulla nuca mi travolge e mi ritrovo a correre verso il basso su scalini che scompaiono progressivamente. All’improvviso un tonfo ed una spianata verde di fronte ai miei occhi. I fili d’erba sono accarezzati dalle leggere lacrime lasciate dalla rugiada del mattino appena trascorso, il sole si mostra nella sua maestosità e delle mucche pezzate pascolano in lontananza. Delle note alle mie spalle ed un’intera banda di paese occupa a poco a poco la spianata guidata dall’incedere marziale dei rullanti. Mi ritrovo accerchiato. Il suono metallico dei piatti che si urtano mi perfora le orecchie. Il rumore diventa sempre più assordante, tanto che la terra comincia a tremare. Si aprono crepacci di forme ben definite. Forme geometriche. Scelgo un trapezio ed effettuo volontariamente il mio ingresso. Di nuovo giù, verso il basso, senza sosta. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un portone dorato in lontananza. Navigo su chiavi di violino seguendo la corrente. Un torrente impetuoso che trascina verso il portone aumentando di volume fino a sfondarlo. Un esercito di colori, sensazioni e fotocopie distorte della realtà. Tachicardia. Un caleidoscopio di sapori, benché l’impressione sia quella di non avvertirne nessuno. Respiro affannoso. Un retrogusto acido, lisergico.

10. Gregory And The Hawk – Leche

Data di Uscita: 15/11/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Just Like Momma Said!
di Filippo Righetto


L’ho trovata fuori da un bar, una giornata carina con il sole un po’ fredda ma con cose belle.

Sono l’unico pazzo che al Burdick Chocolate Cafe prende sempre cappuccino con un dito di schiuma e due botte spolverate di cannella!

Col muffin al mandarino.

Il Boston Globe, nella sua rubrica Meredith Godreau racconta una storia tragicomica.

“Ventottenne madre con figlioletto a passeggio. Trasloco in atto, dal quarto piano una vasca da bagno in vetro infrangibile, decorata con smalti a freddo raffiguranti improbabili scene erotiche fra Teseo ed il Minotauro (non si preoccupi Mr. F. G. i suoi intimi segreti sono al sicuro, nessuno la disturberà questa domenica alla messa), cade sul povero Timmy di quattro anni e mezzo, che sparisce dalla vista della madre. La giovane incredula strattona il guinzaglio per bambini, così per qualche minuto, certa della malasorte del bimbo. Il nerboruto tuttofare arriva e solleva senza fatica la leggera vasca, borbotta con accento irlandese un buongiorno, rivelando l’incolume tenerello che ricomincia la sua traballante camminata verso il negozio di caramelle in Tremont St, trascinando con sé la sempre più incredula madre.”

Dio grazie per la Godreau!

E per gli irlandesi.

Un gran baccano fuori da Burdick. Un idiota vestito con pastrano lungo nero e cappellino nero da pescatore balla in mezzo alla strada. Dicono che stesse camminando erudito e spedito, d’improvviso tira fuori indumenti da pioggia (“Lei vede piovere? Vede forse qualche goccia di pioggia? No me lo dica chi è il pazzo secondo lei, io, o quel pescatore ballerino nel bel mezzo di Cornbery St!”) ed un walkman, e si improvvisa Michail Baryšnikov.

Danza sorridendo senza imbarazzo e senza talento.

Non sembra pazzo.

Solo… felice.

Lo fisso addentando il mio muffin al mandarino da quattro dollari e novantacinque.

Le persone passano e mi spintonano imprecando, insultano lui e me perché siamo d’intralcio.

Io lo trovo divertente e buffo, muovo il piede a tempo di un’inesistente melodia.

Passa qualche minuto ed il pescatore si ferma trafelato, si gira a guardarmi, corre ad abbracciarmi.

Senza proferir parola mi tira nel bel mezzo della strada, si toglie il ridicolo cappello e me lo calca sulla testa.

Raccoglie la valigetta e se ne va.

“Hey, il walkman!”

Si gira sorridendo, lanciandomelo, faccio scattare l’apertura.

Vuoto.

Make my head spin again,
throw me over the edge.

Passo, passo, giravolta… passo, passo, di lato…