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Archive for ottobre, 2010

Gold Panda – Lucky Shiner

Data di Uscita: 12/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Same dream China
di Gianfranco Costantiello

Un’ultima pillola. Dormire in questa stanza vuota mi spaventa. L’alba. Eccola là in fondo alla strada. Sono stanco della Cina vorrei tanto andarmene. Le 7 e devo scendere di sotto nella hall. I corridoi sono vuoti e sento presenze maligne aggirarsi. L’ascensore mi porta di sotto. Si aprono le porte. Cigolano, sciolgono il mio cervello che schizza dalle orecchie. Forse è solo cerume. Un taxi m’attende proprio dinanzi all’ingresso di questo albergo. La portiera posteriore è spalancata, una mano si agita all’interno del veicolo. Entro e lunghe braccia profumate mi si gettano al collo. Seguono baci e carezze. Carezze e baci. La donna dice al taxista di portarci all’aeroporto. Si rigetta tra le mie braccia. È contenta di vedermi, io anche ma un po’ meno per la verità. Saranno i postumi della sbronza della scorsa notte in quel tugurio di locale di Mayuri. Lei seguita a parlarmi degli ultimi giorni. Aggiunge che avrebbe una voglia matta di proseguire la vacanza in India. Poi urla – tu! – puntando l’indice verso la mia faccia distratta. Appoggio la testa fuori dal finestrino. La lascio penzolare. Il vento tra i capelli mi fa sentire bambino. Sorrido trasportato dai ricordi. -Tu! – continua irritata. Mi tira per la camicia – m’ascolti o no?! – bercia. Annuisco ridendo isterico.  – stron-zo – biascica offesa e scompare lenta nella pelliccia. La neve per strada resta intatta. Brilla al sole. Sto assistendo ad un miracolo, penso tra me. Mai vista la neve d’estate. Siamo fuori dal traffico. Percorriamo una strada di campagna – più veloce, più veloce per favore – stride la donna balzata fuori dalla pelliccia. All’aeroporto scende dall’auto e paga il tassista. La seguo invitandola ad aspettarmi. Le resto dietro. La spio mentre compra il biglietto per l’India. Va verso il gate. La seguo, la strattono. Riprende qualche metro di vantaggio, ma in uno scatto le balzo d’avanti – amore aspetta! – grido stringendole le braccia. Il suo sguardo intenso trafigge il tempo che d’improvviso s’arresta – sto con te, ma mi sento sola! – sbraita divincolandosi. Piange e sparisce oltre il gate. Rimango di sasso. Alzo lo sguardo agli schermi. Individuo il prossimo volo per Londra. Sull’aereo alzo la tendina del finestrino. Sotto il mio culo solo irriverenti nuvole forgiate dal sole. Continuo a chiedermi chi sia quella donna che mi ha appena mollato. Maaa… ma non è questo ciò che m’importa. Ella m’amava e io l’ho ignorata. Serro gli occhi.

L’AFFERRO PER LA PELLICCIA, QUASI GLIELA SFILO DI DOSSO – AMORE TORNIAMO A CASA. LA VITA MI COMMUOVE – LE DICO. LEI SI FERMA E MI GUARDA – HAI RAGIONE, IO TI AMO – BISBIGLIA APPOGGIANDO LA TESTA SULLA MIA SPALLA.

Riapro gli occhi. La hostess mi agita una lattina davanti agli occhi. La afferro. Metallica e fredda risveglia la mia mano. Ne tracanno mezza. La osservo compiaciuto. Un panda d’oro, disegnato sopra, mi augura di trascorrere delle buone e lunghe vacanze. Avvicino la lattina alla bocca. Dischiudo le labbra. Tracanno l’altra metà.

Non Voglio Che Clara – Dei Cani

Data di Uscita: 15/10/2010

Convivere con te mi è impossibile, laido aspirapolvere emozionale, non scenderò ulteriormente a patti, non è una dignità ormai persa a costringermi all’estremo gesto, è qualcosa di più profondo, quei due centimetri solo miei che decantava Alan Moore, qualcosa che m’è dentro e sento fuori tutt’intorno quando smetto di ascoltarti straparlare di felice vita semplice. Nulla è semplice, nulla è consequenziale e niente è ripagato, tranne l’amore e tu d’amore non puoi vivere. Tu vivi di terrore e soddisfazioni approssimative e di questo nutri i tuoi figli fratelli, ed io con loro a mangiare gli avanzi alla ricerca di qualcosa di prelibato nella melma del controllato, censurato e ricomposto. Ti lascio, con tutte le conseguenze che competono a questo gesto, ti lascio come si lascia un ragazzetto ricco e viziato che per aver la donna sotto controllo la veste, le dà un lavoro e se la mette sotto il tetto, ti lascio per qualcuno decisamente meglio di te. Meglio. Un termine che mal si adatta al tuo metro di giudizio, meglio non esiste, esiste più ricco, più veloce, più forte, meglio entra in una serie di termini che sfociano nell’euristico e tu lo temi. Amore me ne vado. Amore vengo da te. A piedi scalzi scendo le scale, le scarpe in mano per non far rumore sul parquet, i miei vestiti indosso, sono ancora più corti e logori di come li ricordavo, ma non importa, piccola gitana ti restituisco l’involucro, questo candido piccolo corpo. Riavrai lo spirito che mi lasciasti in custodia, quella voglia di certezze se n’è andata, le certezze m’hanno spaventata. Prima di andartene però trascina con te la chitarra, troppo a lungo scordata. Lo faccio, così come lo immagino, a cuor leggero, t’abbandono con la freddezza di chi da tempo premedita l’azione e trova dopo un lungo trattenersi il coraggio dell’azione. Sono  Elena di Troia, la fedifraga guerrafondaia, sono Medea figlia di Ecate, la mangiabambini, sono il dolore che m’hai dato in questi anni raccolto nella fiala dell’attimo dopo il tuo prossimo risveglio. No, sono Adriana, Adriana di Adriana che vive per Adriana e solo di Adriana si cura.
Pensare che le ragioni del mio fallimento di ieri e del lascito che subirai domani hanno origine in un ricordo comune, io e te ancora giovani allo stesso esame durante l’appello di quel marzo lontano. Mi dica signorina qual è la sua riflessione a proposito del Neoliberalismo? All’inizio lo immaginai come un Coprofago, poi come un  Necrofilo ora penso che sia l’Erinne dei figli che mal cresceremo. Mi asciugasti le lacrime dopo la ramanzina del professore, poi m’accompagnasti a prendere un caffè, ricordo che offristi tu, festeggiavi un bel trenta.

Alfonso Errico

Sufjan Stevens – The Age Od Adz

Data di Uscita: 12/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sufjan Follow Your Heart
di Alessandro Ferri

Ah l’America, i suoi suoni e le sue contraddizioni. Al Mississippi Museum of Art sono esibite le opere di Royal Robertson, il signore sulla quarantina è fuggito dall’Italia dove non ha nulla da lasciare e ha deciso di visitare l’America alla ricerca dell’ispirazione. Questo signore ha appena vinto un sei super milionario al superenalotto, ha studiato per tutta la vita, studia come i suoni possono trasformarsi in immagini e viceversa, è un visionario e si appassiona di visionari. Questo signore si ritrova nel museo a guardare le opere, sull’aereo sfogliava riviste e su una di questa ha notato una copertina di un album chiaramente ispirata al pittore in questione. Questo signore completamente sordo è colpito, Sufjan Stevens – The Age of Adz è il nome dell’album. Sente qualcosa al cuore. Non ha la minima idea di come realizzare la sua idea, ma è un visionario pieno di tempo libero e soldi da spendere. Viaggia per tutti i musei del pittore e cerca di vedere un concerto del musicista in questione, musicista a lui sconosciuto. Il Michigan e il Texas, gallerie d’arte e dipinti alieni. Poi arriva il concerto e non sa cosa aspettarsi, sa solo che sarà grande ma non sa come mai. Legge qualcosa su un giornale, il giornale dice che ci sono suoni nuovi, colori nuovi creati dal trasformismo del musicista, dello scrittore di note. Forse questo concerto evocherà qualcosa in lui, gli indicherà una strada per trasformare le immagini in suoni e viceversa. Non è triste perché non può sentire nulla, è abituato. Sul palco arriva un uomo moro, con la chitarra, una giacca con uno stemma raffigurante una bandiera a stelle e strisce e uno stemma del Michigan, attaccate alla schiena due ali multicolore da sciamano indiano. C’è anche un coretto femminile sulla destra, e degli strumenti strani su un bancone. Chiede scrivendo sul block notes che si porta appresso cosa siano ad un ragazzo li vicino, lui stranito scrive che sono sintetizzatori vari. Il signore sorride e decide nella sua testa che ne comprerà a bizzeffe quando sarà finito il concerto, e si prenderà anche un pianoforte ed una chitarra. I suoi occhi sono concentrati sul palco e quando qualcosa si muove l’aria vibra un po’ e tutti si muovono intorno. Come un temporale in piena estate. E le immagini cadono come la pioggia del temporale. Muri colorati, dipinti densi, oriente e occidente fusi, cieli di fumo e fumo in terra. Uno spazio saturo ma sempre pronto a riempirsi. Tematiche diverse, deserti rossi e oceani blu notte, uniti. E ad un certo punto partito dal centro del cuore del signore sordo arriva un rumore, rumore sordo. Il coro, scandisce: ” Sufjan follow your heart” ed ecco le immagini che si trasformano in suoni, suoni schizofrenici che stridono con la faccia pulita del compositore, ovattati e filtrati. Quadretti giocosi e cascate di fiori sciolti nella panna montata, fuori misura eccessivo come quest’ultima immagine appare il suono in “Too Much” e in “Get Real Get Right” e ad i cori si allineano le tastiere analogiche.
E infine riesplode in tutta la sua potenza “Vesuvius” e il coro parla chiaro: “ Sufjan follow your heart”…
Il cuore del signore sordo è pieno, per un’oretta e mezza ha trovato il modo di trasformare i suoni in immagini e viceversa. Non comprende come sia possibile ma è felice. Ora almeno sa dove cercare  la sua magia, quella creata dal lavoro straniante ma allo stesso tempo gioioso di Sufjan.

Belle And Sebastian – Write About Love

Data di Uscita: 11/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Belle e Sebastian, sull’amore
di Stefano Ferreri

I love my Carl
I love my Brian, my Dennis and my Al
I could even find it in my heart to love Mike Love

Figure di fantasmi passati, presenti e futuri abitano il cuore.
Quando ero solo un ragazzino tu mi disorientavi. E adesso, ora che sono praticamente la stessa persona di allora, sento di essere in debito nei tuoi confronti. Qualsiasi canzone io abbia mai scritto, l’ho scritta per te, proprio per te. Ora mi sento avvilito, tu sembri così maledettamente lontana. Consumato dalla stanchezza, mi sdraierò sul marciapiede finché i germogli non mi cadranno addosso. Sì, mi cadranno addosso.

Ho detto addio a qualcuno che amo. Non si tratta solo di me, ci tengo a spiegarti che si tratta di entrambi. Ed è stato difficile, come abbandonare le pillole che prendi per essere felice. Stai rendendo i paraocchi di moda e con stile impeccabile dici “Tutto è lecito in amore e guerra” e “Mi dispiace ma ho altro da fare”. Come l’eroe nella storia: “Più potente delle spade. Senz’altro potrei ucciderti, ma servendomi di queste parole mi accontenterò di vederti piangere”.

Da dove sono seduto la pioggia, lambendo l’appartamento solitario, ha fatto vagare la mia mente fino alle finestre di coloro che amo. Proprio loro che nemmeno se lo immaginano. Non potrebbero farlo, non finché non avrò scritto: “Questa non è una dichiarazione, ho solo pensato di dirti ciao”.
C’è ancora spazio sul mio cavallo di legno a due posti.

Dici che in questi giorni indosso un’altra faccia. Non è certo colpa mia: sono onesto, brutale e impaurito da te. Oggi ho incontrato un uomo, mi ha detto qualcosa di molto strano. Se ci fai caso c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire. Ha detto “Il mondo è soffice come un merletto”. Io comunque non amo nessuno, e non amo niente.
Neppure il Natale. Quello soprattutto.

Amo il mio cane.
Amo la mia gattina, amo il ratto che vive sotto il pavimento e si è costruito un letto tra i romanzetti rosa. Vorrei poter dire la stessa cosa di te: verrà presto il giorno in cui ti guarderò nei tuoi occhi per vederti sorridere. Ho a cuore il tuo sorriso.
C’è una parola di pace sulle tue labbra. Dilla, e con tenerezza ti adorerò.

Questa è solo una canzone rock moderna,
questo è solo un tenero affare.
Io conto “tre, quattro…” e poi cominciamo a rallentare,
perché una canzone deve finire da qualche parte.

Darkstar – North

Data di Uscita: 18/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Serendipity
di Filippo Righetto

battito del cuore a cui tengo
uno tra miliardi
the only one I care about

battito del cuore
grazie a te io vivo
in un mondo dove non esiste differenza
between forgive you and forget you

dolce battito del cuore
mia realizzazione
mia intromissione
mia soddisfazione
serendipity

mi rivolgo a te
svuotato di parole vuote
consapevole del presente

perdere il filo del discorso non è mai stato così
speciale

Our Broken Garden – Golden Sea

Data di Uscita: 18/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

I’ll keep the vicious in my heart
di Giulia Delli Santi

E la porta si aprì morbidamente sul bel giardino.
Alla sua vista piante esotiche divise, probabilmente, per provenienza dal mondo, alberi con bizzarri frutti di improbabili colori.
Fece un piccolo passo, affondò la pianta nel soffice manto erboso, ora anche l’altra.
Pochi passaggi di stupore ancora, fino ad arrivare al bianco sentiero, non sapeva cosa ci fosse dall’altra parte, ma decise di proseguire.

Non saprebbe dirvi quanto tempo ci volle perchè riuscisse a raggiungere l’oceano e quel veliero dalle formose vele, ancora una volta condotto dalla voce di lei. Non sapeva chi era a chiamarlo, ma voleva andare avanti, imbarcarsi, sedotto da quelle malinconiche nenie.

“man in the moon sings a sad sad tune that the whole world cries”

Issate le vele, ci mise poco a spingersi così oltre da non poter più distinguere le sagome degli alberi alle sue spalle, solo macchie scure e, tutto in torno a sé, la distesa cerulea che andava imbrunendosi.
Ormai non riconosceva più dove l’acqua finisce e comincia il cielo.
Continuava a navigare e in un momento scese la notte. L’unica cosa che ancora l’incoraggiava era quel canto che non sembrava cessare, che continuava ad indirizzarlo per non si sa dove.
Un piccolo colpo emerse dalla linea di galleggiamento. Si affacciò e riuscì a individuare delle tavole in legno ormai marcio.
La densità di oggetti vari presenti come spoglie morte sul pelo dell’acqua andava ad ispessirsi.
C’era qualcosa di tipicamente rassicurante nei corpi che galleggiano, ma tutto questo non bastava a distoglierlo dal desiderio crescente di raggiungere la sua voce.

“share my blood
share my shame
and my love..
and let your fingers run through my hair”

E rimase senza fiato quando finalmente la vide, solo di spalle per il momento, la figura femminile proprietaria di quell’incanto.

“the night has fallen, the light keeps calling, oh where did I bury my heart?
it turned into stone fell out my flesh and bone, oh where did it fall in the dark?”

La strega l’aveva chiamato, come tanti altri amanti, ora pronta ad ucciderlo, ma con voce singhiozzante continuava a ripetergli che non voleva restare lì tra i morti.
E le acque nere aumentavano fino a diventare tempesta.
Soltanto nel momento in cui mi sono svegliato, è stato lì che mi son sentito morire.

“no goodbyes lose the ties and dry your blue eyes
golden moon, sing your tune. light our leave, ease our grief.”

Amiina – Puzzle

Data di Uscita: 03/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le rondini segnavano i loro cerchi bizzarri tra le spighe di grano tenero, alla ricerca di insetti vari da mangiare. Le nuvole erano dirette a nord, sarebbero arrivate forse fino ad Amburgo, ignare di tutto.

Ci si rincorreva ridendo, qualcuno correva con una corona di felce in testa. Si sentirono i violini: lungo il fiume suonavano musica zigana. Era tutto così impersonale, sembrava che tutti quanti avessero deposto se stessi e vedessero le cose per quello che erano. Il Sole esprimeva con la sua millenaria meravigliosa elementarità la sua luce, che era come un umore che bagnava ognuno di gioia.

Zuppa di grano con pezzi di formaggio. E la musica faceva muovere gli alberi che sorridevano.

Andare oltre.

“Bisogna essere come l’albero, che è sempre in preghiera” diceva un poeta.

Scena ripetuta, contemplazione in movimento, Mistica quotidiana ciclica, grano seminato in ogni parte fertile della Terra, e raccolto; rondini che migrano e ritornano a volte nell’identico punto da dove erano partite. Osservare la preghiera dell’albero, il canto delle cascate e il lavoro del vento. Essere grati.

Faremo risuonare le nostre chitarre: la musica è la più grande elaborazione dell’essere umano.

Marco di Memmo

Teebs – Ardour

Data di Uscita: 18/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ottobre in California è un mese caldo. Ed è il mio compleanno oggi. Faccio in tempo ad aprire gli occhi, poco dopo dell’alba, e il sole irrompe con prepotenza nella mia stanza, investendo di calore i miei piedi scoperti. Mi piace alzarmi presto, soprattutto quando immagino che avrò davanti una giornata piena di impegni ed appuntamenti; la mia agenda oggi, in particolar modo, vomita scadenze incalzanti. Ma è così bello fuori, ed è la mia festa. Sorrido davanti allo specchio.

Apro la porta di casa per respirare l’aria del mattino, uno sguardo a terra e vedo sullo zerbino una busta imbottita con scritto in rosso “Hey, happy b-day!”. La apro e scopro ciò che manderà a monte i miei programmi per oggi: il mio migliore amico Mtendere ha concepito il più entusiasmante regalo che potessi mai ricevere. Una caccia al tesoro, titolo Ardour, aka Discovering L.A., sottotitolo, our soundtrack. Rimango senza parole, esterefatto e curioso allo stesso tempo. In fondo alla busta c’è un iPod di seconda mano, e un biglietto che recita: “non farti domande e segui gli indizi. Ps: accendilo non appena sarai uscito di casa.”

Parto con l’entusiasmo di un bambino, c’è una melodia di fondo che mi accompagna nella ricerca, ché nelle mie orecchie risuonano musiche elettroniche impure, ricche di contaminazioni e di salti temporali – salite, discese, salite, stasi, e così via – ma a prestare attenzione è così semplice scorgere ciò che le accomuna e le rende familiari. Suonano di Los Angeles, della nostra gente che è andata sommandosi e mescolandosi. Mi ritrovo a correre in un parco accanto a ragazzi affaticati dalle ore di jogging, e poi a salire e scendere da bus esausti di folla urlante, a giocare a basket in una spianata di cemento di periferia, e a pensare – da solo. Le note nell’iPod si susseguono quasi in sincrono con il ritmo dei miei movimenti, un sottofondo elettronico scandisce le mie movenze, ma poi entra un crescendo che mi spiazza e devo fuggire, o il rallenty che mi incolla seduto a terra in un marciapiede. Parlano una lingua a noi così nota questi pezzi; gocce d’acqua che cadono e si digitalizzano, frammenti di hip hop e dubstep rievocano le voci di una cultura metropolitana in fermento, altre invece provengono dall’underground. C’è una calda luce solare che rischiara ciò che sto ascoltando, come un bagliore trasversale che taglia una ad una le tracce, le fende amorevolmente e le fa lentamente sciogliere di un tepore autunnale. Ci sono visi e gesti descritti nelle ore che passano, abitudini e cambi di rotta. Un caleidoscopio, un meltin’ pot.
La musica si dissolve quando arrivo affannato su Mulholland Drive e ammiro commosso la mia città; una voce di donna canta la fluidità della Long Distance che mi separa dalla confusione cittadina, un beat risuona delicato su un sottofondo ambient, la natura ne copia il ritmo. Le prime luci si accendono in lontananza.

Solo al calar della sera, quando ormai le mie gambe sono distrutte da questo vagabondaggio insolito, e il mio cuore gonfio di un sentimento di gioia e riconoscenza, capisco fino in fondo il fantastico regalo di Mtendere; il suo nuovo album sarebbe uscito tra pochi giorni, e a me era stato dato il privilegio di un ascolto itinerante in anteprima. Il post it che c’è ad attendermi appiccicato al portone di casa la sera recita infatti così: “a te che conosci me, a te che ami Los Angeles, a te comprendi le sue anime”.

Federica Giaccani

Avey Tare – Down There

Data di Uscita: 26/10/2010

Un  breve ascolto, durante la lettura

Down there: waiting for the big sound
di Marco Caprani

NAFKA, 17 anni luce dal pianeta Terra
78° giorno di Altair
COORDINATE:
Epoca J2000
Ascensione retta: 19h 50m 47,0s
Declinazione:+08° 52′ 06″

Non si può ancora uscire dalla navicella, c’è nebbia densa e le tute non sono state ancora ottimizzate per la nuova atmosfera.
Il paesaggio fuori continua a cambiare per colpa dei gas colorati… i risvolti del laboratorio dicono che non dovrebbero essere letali ma la percentuale di ossigeno è troppo bassa… devono ancora scoprirne la composizione chimica esatta, il loro comportamento fisico non è corretto… o meglio non è paragonabile a quello di nessun gas terrestre conosciuto: cambiano colore ogni volta che si entra in contatto con loro o che viene emesso un suono da una sorgente limitrofa alle nubi… variano da tonalità calde tendenti al rosso a dei verdi molto accesi e spesso tra le nubi si formano delle chiazze blu elettrico. È un paesaggio confuso… ipnotizzante.
Ammetto che osservarli dall’oblò di questa navicella è qualcosa di magico e terrificante… il computer per ora ha detto che le uniche nubi da cui bisogna stare attenti sono quelle blu: sono piene di etere e si potrebbe cadere anestetizzati in un sonno profondo e morire…
Non importa, adoro osservare il loro movimento… è impressionante quando due nubi diverse si toccano: si crea tra le loro particelle una sorta di luminescenza che genera uno squilibrio visivo… una specie di aberrazione cromatica… è un attimo.
L’aberrazione cromatica è un fenomeno che mi è sempre piaciuto, è la sballata e sottile linea di confine tra luce e materia. È un confine molto musicale: un suono speciale, colorato, indefinito… Una crema sonora che confonde le immagini e le rende affascinanti.
È interessante proprio perché è un evento che accade in limine, è il segno che ti avvisa che qualcosa sta per accadere, sta per nascere… è sempre dal limbo e dalla sperimentazione che si genera qualcosa, anche in natura accade… certo c’è da attendere, ma tutto il resto è morto ed immobile ormai, come i resti fossili degli animali di questo pianeta.
D’altronde loro, il loro big bang ce l’hanno già avuto.

Dal diario di David Portner, sezione “Cronache dello sbarco”.