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Röyksopp – Senior

Data di Uscita: 13/09/2010

Aveva degli splendidi piccoli seni bianchi, di quelli appena accennati che fanno intravedere nel sottocoppa, se ben illuminati, delle piccole venuzze bluastre. Il contrasto quasi complementare con i capezzoli piccoli e rosati dava un bel quadro di insieme. Era bella ma era quel piccolo particolare a dare carattere alla carica erotica che in quel momento, a cavalcioni su di me, esplodeva potente invitandomi, anzi ordinandomi, di scoprire a mia volta il busto per continuare le effusioni spicciole che c’avrebbero portato da lì a poco ad una gran bella scopata. Prima di sfilarmi la maglia credo di doverti avvisare che quello che vedrai potrebbe impressionarti, sorridendo lei risponde, oh, cosa vuoi dirmi, nascondi bene un fisico statuario? No, ho un orologio piantato nel petto, il sorriso era sparito lasciando spazio ad uno sguardo stranito. Le dovute spiegazioni prima dello streaptease. Sono figlio di un orologiaio, o meglio, ero figlio di un orologiaio. Un orologiaio strano e permissivo che ad un figlio cagionevole di salute ha permesso di viaggiare e studiare arte, invece di assicurarlo in casa lontano da pericoli e vicino all’attività da portare avanti. Mio padre quand’era in vita amava ripetermi che le cose imperfette sono le più belle, una frase fatta e stucchevole della quale non capii mai il reale significato, nella quale, per dirla tutta, intravedevo pietà nei miei confronti. Con sufficienza guardavo alle sue opere considerandole dozzinali, amava reinterpretare forme vecchie di chiara impronta vittoriana utilizzando tecnologie nuove, non era raro vedere nel suo negozio orologi a dondolo in casse lignee alimentati da una presa di corrente mal nascosta. Giustificava questo cattivo gusto con banalità pietose come, il mio è un piccolo omaggio al passato con l’aiuto del futuro, parlava così quell’omino ed io non ho mai sopportato quell’atteggiamento umile di fronte al prodotto, appariva ai miei occhi come mero artigianato Kitsch. Volli al tempo fargli un regalo, un’opera originale e adatta al suo laboratorio, che era in realtà un velenoso orpello per ricordargli di quale abisso separava i suoi prodotti dalle mie opere. Era un enorme orologio in cassa, a dondolo, come quelli che faceva lui, ma la differenza sostanziale era che il mio funzionava a carica e non ad elettricità. Era una riproduzione valida di un orologio retrò, più in basso dal quadrante principale ve ne era uno secondario, simile ad un insetto quest’ultimo era letteralmente aggrappato alla cassa lignea con zampe di acciaio asettico, anche questo non sfruttava l’elettricità. Un quarzo nella cassa del meccanismo scosso da un magnete attratto e rilasciato dal pendolo forniva l’energia necessaria per alimentarne le meccaniche. Mio padre osservando l’orologio disse, questo padre ha un figlio che lo sfrutta, non capendo il senso dell’affermazione chiesi spiegazioni e prontamente con aria dolce mi rispose, vedi, il meccanismo magnetico che sfrutta l’orologio nuovo rovina a lungo andare l’oscillazione del pendolo del vecchio. Così facendo un solo orologio andrà bene, quello più giovane. Capì quello che l’opera significava e l’interpretò con una facilità che mai mi sarei aspettato dall’uomo piccolo che credevo conoscere. Da allora cercai di intendere meglio quello che diceva con pessimi risultati, l’artista che ha bisogno di un critico per comprendere l’operato dell’artigiano. Ero una macchietta. Mio padre d’un tratto vendette l’attività e di li a poco morì, venni a scoprire più tardi che s’era indebitato fino all’osso per permettermi studi, viaggi e mostre. Scoprii tutto questo con una lettera recapitatami da un misterioso mittente, con la lettera v’era anche un pacco imponente. Aperto il pacco scoprii che il contenuto era l’opera che al tempo usai per schernirlo, fu un attimo, staccai con violenza l’orrendo ragno dalla lignea cassa, volevo punire quel parassita per aver salassato il padre. L’orologio allora, di tutto disappunto per difendere la genie forse, per il mio gesto violento più probabilmente, mi cadde addosso. Il ragno allora, ancora nella mia mano, per la pressione esercitata da quello schianto mi si piantò in petto privandomi dei sensi. Al risveglio ero in ospedale, con un dottore che mi fissava stranito come io fisserei qualcuno che mi racconta questa storia. Mi dice, signor Geller, ha un orologio nel petto e per estrarlo dovremo sottoporla ad una complessa operazione, non so perché ma lo chiesi, come se a guidare la bocca fosse stato qualcun altro, e per lasciarlo dov’è cosa bisogna fare? Il dottore quasi rassicurato dal non dover mettere sulle spalle dell’ospedale una così difficile operazione rispose, beh l’acciaio dell’orologio è asettico, basterà qualche controllo di routine di tanto in tanto e la certificazione dello psicologo che queste sue volontà non siano il risultato di un trauma psicologico. L’orologio ora come allora non perde un colpo, questo perché il mio cuore battendo ne ricarica il quarzo, a sua volta il meccanismo aiuta il cuore regolarizzandone i battiti con una sorta di ginnastica passiva data dalle micro vibrazioni del ticchettio. Fine spiegazioni. Sfilo via la maglia e lei non sembra dubbiosa sullo sfilarmi via il resto.

Alfonso Errico

2 Responses to “Röyksopp – Senior”

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