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of Montreal – False Priest

Data di Uscita: 14/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Allora, c’è questo nuovo disco siglato Of Montreal di cui volevo parlarvi, solo che non so bene da dove partire. E’ stato sufficiente un appunto, annotato a caldo e con incerta grafia sul blocchetto che ho davanti, per andare subito in crisi: per nessuna ragione al mondo cita la Elephant Six, cancellala dalla tua testa come ha fatto il signor Kevin Barnes. Va bene, potrei anche farlo, ma in questo modo andrei a bruciarmi quella premessa tanto comoda che tenevo in serbo per occasioni come questa, l’insulso ed irrinunciabile “C’era una volta…”. In un primo tempo avrei voluto scrivere di ‘Penny Sparkle’ dei Blonde Redhead, ma già al primo ascolto, oltre che un freddo boia sulla pelle, si è palesata in me l’impressione che avrei finito con l’essere inutilmente sgradevole e passatista, ragion per cui ho rinunciato senza particolari rimpianti. Con ‘False Priest’ è andata meglio, ma neanche poi tanto. Stessa iniziale esitazione a cedere ai paragoni coi bei tempi andati, così da non passare per retrivo nostalgico incapace di apprezzare le salutari svolte formali dell’eccentrico creativo indipendente di turno. E’ allora forza con il luminoso progredire dello stile, l’abbacinante spinta modernista del funk più danzereccio e la sua gaia ibridazione con una psichedelia ormai in disarmo. Di spunti fiammanti se ne trovano diversi, puro ossigeno per il logoro dispositivo trasformista del tenero Georgie Fruit, ma vanno tutti ascritti al credo innovativo dell’effervescente arci-androide Janelle Monáe, azzeccatissima compagna di viaggio in questo segmento. Volendo ci sarebbe poi quel passaggio, ‘Famine Affair’, in cui Barnes indossa senza coprirsi di ridicolo il broncio annoiato di Julian Casablancas e si produce in una delle tipiche lagne indolenti del newyorkese. Ecco, detto questo avrei finito la recensione e farei come quelli che vanno… No beh, sul serio, non posso parlare dei nuovi Of Montreal senza volgere lo sguardo ai vecchi, è un riflesso condizionato. Per più di un attimo, all’inizio, quasi mi illudo che siano lo stesso personaggio in scena. Vuoi perché dopo il fallimentare ‘Skeletal Lamping’ tornano a fare capolino quegli oggetti misteriosi chiamati chitarre, vuoi perché dalla sua trousse portentosa Kevin sembra tirar fuori tutti i migliori trucchi del repertorio, la partenza di ‘False Priest’ è tanto pirotecnica quanto incoraggiante. Innesti glassati, loop sui cori, lussuoso assortimento di falsetti e la consueta tendenza schizoide agli elastici cambi di ritmo: pezzi come ‘I Feel Ya Strutter’ fanno sfracelli al primo giro di giostra (al decimo meno, ma se la cavano ancora discretamente) e non sfigurano al cospetto dei vecchi tormentoni della band di Athens. Una ‘Enemy Gene’ si merita agevolmente tutti i certificati di qualità che la preziosa ospite garantisce come dote, mentre il motore powerpop del gruppo gira a pieno regime con l’indomita elettricità di ‘Coquet Coquette’ a far da carburante. I Beatles in acido di ‘Cherry Peel’ o ‘Gay Parade’ sono però lontani anni luce. Un po’ ovunque la fa da padrone il parossismo frivolo dei seventies, con aspirazioni spacey sempre a portata di orecchio nel primo cassetto del comodino, mentre a mettere ordine tra i gridolini e i bowiesmi tirati alla caricatura in ‘Godly Intersex’ pensa una più ferrea disciplina anni ’80. Per una volta si ha impressione che la scrittura sia più sfrondata che sfrontata, anche se gli orpelli curiosi, le stuccature barocche che tanto entusiasmano il piccolo Georgie, non mancano certo. Dovrebbero suonare come un campanello d’allarme, man mano che si procede e la giungla sonora si fa più lussureggiante. Il talento di Barnes nel partorire un sontuoso easy listening ed il relativo contorno di accorgimenti visionari resta innegabile, ma la misura no, quella il Nostro non ha mai imparato dove stia di casa. E non è semplicemente la sua vena al gigantismo, è il bailamme esasperato a travolgere: troppi riferimenti contraddittori, troppe sovrapposizioni strabordanti ed ingestibili accatastate alla meglio e rovesciate poi sullo sventurato ascoltatore senza un freno od un filtro, mandandolo in confusione, sfiancandolo. E’ un po’ quel che capita con la copertina, ennesima chiassosa allegoria in un’ormai invidiabile collezione di deliri policromi. Mai stati granché sobri gli Of Montreal, anche e soprattutto sul versante visuale, ma il troiaio figurativo scelto per l’occasione rimane insuperabile come istantanea di un disordine evidentemente generalizzato: un trionfo di mani che impugnano scettri, trattengono cuori in fiamme, puntano fucili contro tholoi alabastrini e scrivono, ossessivamente. Che sia o meno plausibile come allusione agli squilibri del songwriter, tanto frenetico esercizio si concretizza, quando va bene, in un’autoparodia sin fastidiosa, nel tipico rosario di cliché ofmontrealiani snocciolati come un automatismo un po’ stanco. Quando Barnes esagera (emblematica ‘Do You Mutilate?’) tocca invece sorbirsi una nuova celebrazione del suo ego variopinto e del suo triste manierismo senza ritorno, in uno squallido arrancare senza più idee o con forse troppe idee diverse espresse in simultanea. Volevo spendere parole benevole per ‘False Priest’ e la sua euforica sregolatezza glam, Marc Bolan mi è testimone. Sconfessando quella mia nota sul taccuino, avevo scelto di chiamare il passato sul banco dei testimoni per scagionare Barnes dall’accusa di essersi bevuto il cervello e di non saper più scrivere un album decente. Ora, un’ipotetica ponderatezza deontologica potrebbe anche indirizzarmi a terminare questo lavoro con un’entusiastica arringa finale ma, sventuratamente, conservo ancora in una tasca interna del mio giubbetto un brandello di moralità estetica. L’ho trovato sulle note di ‘Hydra Fancies’, di ‘Girl Named Hallo’, di ‘Around The Way’. L’artificio dell’intero Side B è troppo fasullo e raffazzonato per essere ancora credibile. Le sue melodie ad alto tasso glicemico rasentano la più scialba delle ovvietà mentre nausea e cefalea, pronte a imbucarsi non appena si abbassa la guardia, sono funeste compagne di sbornia. Era una festa a base di kitsch sublime, oggi è solo la replica sbiadita di un modesto recital trash. Il carrozzone va avanti per la sua strada, noioso ed annoiato. Io ho smesso di seguirlo da un pezzo.

Stefano Ferreri

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