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Archive for settembre, 2010

The Vaselines – Sex With An X

Data di Uscita: 13/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vaselina mon  amour
di Gianfranco Costantiello

Allungò le dita della sua mano sul fondo del bicchiere. Raccolse la dentiera. La indossò. Allargò la bocca in un grosso sorriso. Sorriso smagliante. Prese la crema per la pelle. Tonificante c’era scritto sopra il tubetto. Lo premette e riempì il palmo della mano tremante per l’emozione. La spalmò con delicatezza su tutto il viso. Si lavò le mani appiccicose. Aprì la scatola dei trucchi della sua vecchia cara mogliettina e ne tirò fuori una pinzetta. Strappò le sopracciglia irregolari che balzavano fuori dal cespuglietto come antenne di lumaca. Poi portò la pinzetta all’interno delle narici. Lo fece guardandosi alle spalle, temendo che la sua vecchia amante entrasse nella stanza da bagno. Serrò la porta girando la chiave nella serratura. Strappò i pelacci bianchi e incolti che se ne stavano a testa in giù assorti in un’acrobazia. Poi tagliò le unghia più lunghe e le limò con cura. Fece queste operazioni insolite per un uomo della sua età, improvvisando strane espressioni di autocompiacimento, mezzi sorrisi, bisbigliando tra sé e sé frasi incomprensibili. Pettinò i capelli tirando una perfetta scriminatura al centro della testa. Sospirò. Si sentiva bene. Rigirò la chiave e uscì dalla stanza dove era rimasto chiuso per oltre quaranta minuti. Andò in camera da letto. La moglie ebbe un sussultò vedendolo avvicinarsi. Quasi non lo riconobbe.

- Ti senti bene ? – chiese incredula.
– Da quand’è che non lo facciamo, eh? – rispose invasato.
– Che? – sospirò lei.

L’uomo aprì un tiretto del comodino e cacciò fuori un barattolo. Lo aprì. Fece scivolare una mano all’interno e raccolse della sostanza scivolosa e trasparente. Agguantò la vecchia mogliettina pei capelli e la spinse con foga sul letto. Le alzò la gonna. Le strappò via i mutandoni in pizzo. Spalmò tutto eccitato la sostanza scivolosa e trasparente. La vecchia cercava di sottrarsi con le poche forze che le rimanevano, ma il vecchio la tenne sotto. Si sfilò i pantaloni. Tirò fuori la sua bestia. La lustrò come un vecchio fucile da caccia rimasto chiuso nell’armadietto per anni. Glielo infilò con dolcezza. Glielo infilò con amore, l’amore di una vita. Lei rantolava e si dimenava all’inizio, poi si calmò sentendo il suo respiro affannoso planare sulle lenzuola di raso rosse. Lui presto scoppiò in una fragorosa risata e tirò fuori la bestia unta. La vecchia si girò su un lato. Non capiva bene quello che le era successo. Sapeva solo di sentirsi viva.

- Da quand’è che non lo facevamo, eh? – domandò di nuovo il vecchio.
– Da quella sera di vent’anni fa quando ascoltavamo i Duran duran – rispose la vecchia nostalgica.
– Vero, fu l’ultima volta che facemmo dum-dum – rispose il vecchio pazzo sorridendo.

Allungò la mano sul culo della mogliettina. S’addormentarono. Le loro sagome rannicchiate si confondevano nella meravigliosa notte e nell’incessante russare di corpi stanchi, ma ancora vivi.

Röyksopp – Senior

Data di Uscita: 13/09/2010

Aveva degli splendidi piccoli seni bianchi, di quelli appena accennati che fanno intravedere nel sottocoppa, se ben illuminati, delle piccole venuzze bluastre. Il contrasto quasi complementare con i capezzoli piccoli e rosati dava un bel quadro di insieme. Era bella ma era quel piccolo particolare a dare carattere alla carica erotica che in quel momento, a cavalcioni su di me, esplodeva potente invitandomi, anzi ordinandomi, di scoprire a mia volta il busto per continuare le effusioni spicciole che c’avrebbero portato da lì a poco ad una gran bella scopata. Prima di sfilarmi la maglia credo di doverti avvisare che quello che vedrai potrebbe impressionarti, sorridendo lei risponde, oh, cosa vuoi dirmi, nascondi bene un fisico statuario? No, ho un orologio piantato nel petto, il sorriso era sparito lasciando spazio ad uno sguardo stranito. Le dovute spiegazioni prima dello streaptease. Sono figlio di un orologiaio, o meglio, ero figlio di un orologiaio. Un orologiaio strano e permissivo che ad un figlio cagionevole di salute ha permesso di viaggiare e studiare arte, invece di assicurarlo in casa lontano da pericoli e vicino all’attività da portare avanti. Mio padre quand’era in vita amava ripetermi che le cose imperfette sono le più belle, una frase fatta e stucchevole della quale non capii mai il reale significato, nella quale, per dirla tutta, intravedevo pietà nei miei confronti. Con sufficienza guardavo alle sue opere considerandole dozzinali, amava reinterpretare forme vecchie di chiara impronta vittoriana utilizzando tecnologie nuove, non era raro vedere nel suo negozio orologi a dondolo in casse lignee alimentati da una presa di corrente mal nascosta. Giustificava questo cattivo gusto con banalità pietose come, il mio è un piccolo omaggio al passato con l’aiuto del futuro, parlava così quell’omino ed io non ho mai sopportato quell’atteggiamento umile di fronte al prodotto, appariva ai miei occhi come mero artigianato Kitsch. Volli al tempo fargli un regalo, un’opera originale e adatta al suo laboratorio, che era in realtà un velenoso orpello per ricordargli di quale abisso separava i suoi prodotti dalle mie opere. Era un enorme orologio in cassa, a dondolo, come quelli che faceva lui, ma la differenza sostanziale era che il mio funzionava a carica e non ad elettricità. Era una riproduzione valida di un orologio retrò, più in basso dal quadrante principale ve ne era uno secondario, simile ad un insetto quest’ultimo era letteralmente aggrappato alla cassa lignea con zampe di acciaio asettico, anche questo non sfruttava l’elettricità. Un quarzo nella cassa del meccanismo scosso da un magnete attratto e rilasciato dal pendolo forniva l’energia necessaria per alimentarne le meccaniche. Mio padre osservando l’orologio disse, questo padre ha un figlio che lo sfrutta, non capendo il senso dell’affermazione chiesi spiegazioni e prontamente con aria dolce mi rispose, vedi, il meccanismo magnetico che sfrutta l’orologio nuovo rovina a lungo andare l’oscillazione del pendolo del vecchio. Così facendo un solo orologio andrà bene, quello più giovane. Capì quello che l’opera significava e l’interpretò con una facilità che mai mi sarei aspettato dall’uomo piccolo che credevo conoscere. Da allora cercai di intendere meglio quello che diceva con pessimi risultati, l’artista che ha bisogno di un critico per comprendere l’operato dell’artigiano. Ero una macchietta. Mio padre d’un tratto vendette l’attività e di li a poco morì, venni a scoprire più tardi che s’era indebitato fino all’osso per permettermi studi, viaggi e mostre. Scoprii tutto questo con una lettera recapitatami da un misterioso mittente, con la lettera v’era anche un pacco imponente. Aperto il pacco scoprii che il contenuto era l’opera che al tempo usai per schernirlo, fu un attimo, staccai con violenza l’orrendo ragno dalla lignea cassa, volevo punire quel parassita per aver salassato il padre. L’orologio allora, di tutto disappunto per difendere la genie forse, per il mio gesto violento più probabilmente, mi cadde addosso. Il ragno allora, ancora nella mia mano, per la pressione esercitata da quello schianto mi si piantò in petto privandomi dei sensi. Al risveglio ero in ospedale, con un dottore che mi fissava stranito come io fisserei qualcuno che mi racconta questa storia. Mi dice, signor Geller, ha un orologio nel petto e per estrarlo dovremo sottoporla ad una complessa operazione, non so perché ma lo chiesi, come se a guidare la bocca fosse stato qualcun altro, e per lasciarlo dov’è cosa bisogna fare? Il dottore quasi rassicurato dal non dover mettere sulle spalle dell’ospedale una così difficile operazione rispose, beh l’acciaio dell’orologio è asettico, basterà qualche controllo di routine di tanto in tanto e la certificazione dello psicologo che queste sue volontà non siano il risultato di un trauma psicologico. L’orologio ora come allora non perde un colpo, questo perché il mio cuore battendo ne ricarica il quarzo, a sua volta il meccanismo aiuta il cuore regolarizzandone i battiti con una sorta di ginnastica passiva data dalle micro vibrazioni del ticchettio. Fine spiegazioni. Sfilo via la maglia e lei non sembra dubbiosa sullo sfilarmi via il resto.

Alfonso Errico

Junip – Fields

Data di Uscita: 14/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura


You’re the center and you’ll always be
In every direction

dove non esiste il compromesso

nulla è perduto

ricordi, sono parole tue

in quell’istante

ho smesso di guardare giù dalla collina

usando gli occhi di un coniglio bianco

ora,

leggo nella tua mano solo granelli di sale e quarzo

lascia che ti mostri ciò che ho imparato

saresti fiero

anomalia, è esser consapevoli

del sentir vivere più comune ed inutile

non amore o compassione

inadeguatezza

anomalia, è avere sabbia al posto delle scarpe

corallo al posto dei piedi

anomalia, è riuscire a scrivere qualcosa di intimo

senza usare parole sature di miele

Filippo Righetto

Blonde Redhead – Penny Sparkle

Data di Uscita: 14/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mia New York onirica mi manchi. Camminando avverto la tua mancanza ad ogni semaforo.

Le piante in città muoiono. Soffrono per lo smog, lo smog esistenziale direbbe un mio amico. Noi europei siamo sbilanciati in America, è tutto più grande, i palazzi fanno facce strane e noi abbiamo ereditato da questi scrittori un leggero modo di vedere le cose, non più appesantiti dalla vanità.

Il mio amico, il pasticcere cuoco, ha un bonsai, sono certo che in città riuscirà a sopravvivere, e certo che a vent’anni rivedersi solo per le ferie è un po’ triste. Ma forse neanche tanto, il fatto è che io sono nostalgico anche di due minuti fa, di quando non ancora sentivo “Penny Sparkle” e non ancora mi veniva questa leggera malinconia.

Parliamo di te e siamo sempre in due, io dico che ho bisogno di te e l’altro mi dà ragione.

Tra i palazzi di New York, vi giuro che è vero, vivono centinaia di falchi. Io e lei siamo due falchi che si cercano da quando sono nati, niente idiozie romantiche, abbiamo solo bisogno di incontrarci. New York è simile alla mia New York onirica, dove le speranze idrogenate dei pesci diventano realtà ossigenate dei falchi, dove una finestra sola in un’enorme parete, si affaccia su questo delirante, terribile, meraviglioso mondo.

La cosa più buffa è che a New York non ci sono mai stato e che non ti ho pensata ad ogni semaforo, ma vi giuro che i falchi ci sono, ed io e lei, siamo falchi in picchiata sul mondo.

Marco di Memmo

Salem – King Night

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Epilepsy in slow motion
di Alessandro Ferri

Qui dentro in questo scantinato siamo in pochi, si sono fatti la loro cattedrale segreta nel Michigan e ci portano solo qualche eletto, però paiono pronti ad esplodere e ad invadere tutto l’underground americano. Maglioni fuori misura, jeans neri super attillati, labbra di un rosso troppo acceso su visi scarni e bianchi, squarci nelle calze a rete delle ragazze presenti. Foglie morte attaccate al muro, tutto appare sfocato e privo di forma ben definita. Buchi e voragini immaginarie nel pavimento. E io e te siamo qui dentro mano nella mano stretti nelle nostre camicie, in una caverna di suoni a tratti angelici e a tratti diabolici, totalmente dispersi nel marasma. L’estate sta finendo e qui per loro non sembra mai esserci stata l’estate e il sole, qui in rosso sul soffitto campeggia la scritta Witch – House Homeless e guardare in alto fa venire il mal di testa. Il soffitto è altissimo,sfondati i piani superiori per spingere verso l’alto i lampadari di cristallo che riflettono le luci e i visi di tutti per creare un fantasma. Tre tastiere e tre microfoni sull’altare, tre personaggi ambigui, visi coperti dai capelli, due uomini e una donna. Tutto è preparato per implodere, le tenebre sono rotte da un beat che ci riporta ad una Zola Jesus appesantita dalla forma densa tipica del dubstep e in questa prima “King Night” che apre le danze abbiamo da guida lontane voci femminili che disegnano una via eterea all’inferno. Un riverbero costante si innesta nelle orecchie e corpi in movimento fluido si urtano, tutto decade felicemente, loop taglienti aprono le restanti porte. Alcuni battono le mani a ritmo di synth e una ragazza decide di abbracciarmi mentre le voci femminili ci portano in un nuovo mondo shoegaze sporcato da un pulviscolo grigio di materiale lunare. E questa era “Frost”, tu completamente assuefatta dal ritmo mi abbracci come mi abbraccia la sconosciuta e ci muoviamo scossi da brividi caldi. Un cambio di rotta si abbatte su tutti, quando a tutto il marasma si aggiungono voci dal ghetto nero come la pece il fiume di energia è sempre più un flusso che pervade e stringe in un cerchio stretto i presenti nello scantinato. Tutto pare essere in preda ad una crisi epilettica gestita e innestata al rallenty ( “Trapdoor”), tanto per non farsi mancare nulla partono luci lampeggianti rosse che rendono le retine caldissime. “Traxx” ci martella le palpebre e il canto ammalia come le sirene di Ulisse, mi sussurri nell’orecchio che vuoi andare a dormire, che ti devo portare in braccio perché sei sfinita, e che ti senti sporca dentro, sporca fino alle ossa. Saluto i Salem con la mano ma loro sono ormai stravolti sul divanetto di pelle appena dopo la sfuriata finale di “Killer” che ha fatto vibrare i muri per la sua intensità. Volevi per forza venire a scoprire questo filone Witch House, ti ho portato a sentire e ci hai sbattuto il corpo contro, hai respirato l’incubo con le tue stesse narici. Mi sali sulla schiena,ti aggrappi forte al collo e storditi usciamo dalla cattedrale sotterranea, è già mattina ma il tempo ha perso le sue coordinate base. Come due corpi estranei ci muoviamo tra i mezzi dei netturbini, facciamo ritorno nel mondo reale, piano piano però.

of Montreal – False Priest

Data di Uscita: 14/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Allora, c’è questo nuovo disco siglato Of Montreal di cui volevo parlarvi, solo che non so bene da dove partire. E’ stato sufficiente un appunto, annotato a caldo e con incerta grafia sul blocchetto che ho davanti, per andare subito in crisi: per nessuna ragione al mondo cita la Elephant Six, cancellala dalla tua testa come ha fatto il signor Kevin Barnes. Va bene, potrei anche farlo, ma in questo modo andrei a bruciarmi quella premessa tanto comoda che tenevo in serbo per occasioni come questa, l’insulso ed irrinunciabile “C’era una volta…”. In un primo tempo avrei voluto scrivere di ‘Penny Sparkle’ dei Blonde Redhead, ma già al primo ascolto, oltre che un freddo boia sulla pelle, si è palesata in me l’impressione che avrei finito con l’essere inutilmente sgradevole e passatista, ragion per cui ho rinunciato senza particolari rimpianti. Con ‘False Priest’ è andata meglio, ma neanche poi tanto. Stessa iniziale esitazione a cedere ai paragoni coi bei tempi andati, così da non passare per retrivo nostalgico incapace di apprezzare le salutari svolte formali dell’eccentrico creativo indipendente di turno. E’ allora forza con il luminoso progredire dello stile, l’abbacinante spinta modernista del funk più danzereccio e la sua gaia ibridazione con una psichedelia ormai in disarmo. Di spunti fiammanti se ne trovano diversi, puro ossigeno per il logoro dispositivo trasformista del tenero Georgie Fruit, ma vanno tutti ascritti al credo innovativo dell’effervescente arci-androide Janelle Monáe, azzeccatissima compagna di viaggio in questo segmento. Volendo ci sarebbe poi quel passaggio, ‘Famine Affair’, in cui Barnes indossa senza coprirsi di ridicolo il broncio annoiato di Julian Casablancas e si produce in una delle tipiche lagne indolenti del newyorkese. Ecco, detto questo avrei finito la recensione e farei come quelli che vanno… No beh, sul serio, non posso parlare dei nuovi Of Montreal senza volgere lo sguardo ai vecchi, è un riflesso condizionato. Per più di un attimo, all’inizio, quasi mi illudo che siano lo stesso personaggio in scena. Vuoi perché dopo il fallimentare ‘Skeletal Lamping’ tornano a fare capolino quegli oggetti misteriosi chiamati chitarre, vuoi perché dalla sua trousse portentosa Kevin sembra tirar fuori tutti i migliori trucchi del repertorio, la partenza di ‘False Priest’ è tanto pirotecnica quanto incoraggiante. Innesti glassati, loop sui cori, lussuoso assortimento di falsetti e la consueta tendenza schizoide agli elastici cambi di ritmo: pezzi come ‘I Feel Ya Strutter’ fanno sfracelli al primo giro di giostra (al decimo meno, ma se la cavano ancora discretamente) e non sfigurano al cospetto dei vecchi tormentoni della band di Athens. Una ‘Enemy Gene’ si merita agevolmente tutti i certificati di qualità che la preziosa ospite garantisce come dote, mentre il motore powerpop del gruppo gira a pieno regime con l’indomita elettricità di ‘Coquet Coquette’ a far da carburante. I Beatles in acido di ‘Cherry Peel’ o ‘Gay Parade’ sono però lontani anni luce. Un po’ ovunque la fa da padrone il parossismo frivolo dei seventies, con aspirazioni spacey sempre a portata di orecchio nel primo cassetto del comodino, mentre a mettere ordine tra i gridolini e i bowiesmi tirati alla caricatura in ‘Godly Intersex’ pensa una più ferrea disciplina anni ’80. Per una volta si ha impressione che la scrittura sia più sfrondata che sfrontata, anche se gli orpelli curiosi, le stuccature barocche che tanto entusiasmano il piccolo Georgie, non mancano certo. Dovrebbero suonare come un campanello d’allarme, man mano che si procede e la giungla sonora si fa più lussureggiante. Il talento di Barnes nel partorire un sontuoso easy listening ed il relativo contorno di accorgimenti visionari resta innegabile, ma la misura no, quella il Nostro non ha mai imparato dove stia di casa. E non è semplicemente la sua vena al gigantismo, è il bailamme esasperato a travolgere: troppi riferimenti contraddittori, troppe sovrapposizioni strabordanti ed ingestibili accatastate alla meglio e rovesciate poi sullo sventurato ascoltatore senza un freno od un filtro, mandandolo in confusione, sfiancandolo. E’ un po’ quel che capita con la copertina, ennesima chiassosa allegoria in un’ormai invidiabile collezione di deliri policromi. Mai stati granché sobri gli Of Montreal, anche e soprattutto sul versante visuale, ma il troiaio figurativo scelto per l’occasione rimane insuperabile come istantanea di un disordine evidentemente generalizzato: un trionfo di mani che impugnano scettri, trattengono cuori in fiamme, puntano fucili contro tholoi alabastrini e scrivono, ossessivamente. Che sia o meno plausibile come allusione agli squilibri del songwriter, tanto frenetico esercizio si concretizza, quando va bene, in un’autoparodia sin fastidiosa, nel tipico rosario di cliché ofmontrealiani snocciolati come un automatismo un po’ stanco. Quando Barnes esagera (emblematica ‘Do You Mutilate?’) tocca invece sorbirsi una nuova celebrazione del suo ego variopinto e del suo triste manierismo senza ritorno, in uno squallido arrancare senza più idee o con forse troppe idee diverse espresse in simultanea. Volevo spendere parole benevole per ‘False Priest’ e la sua euforica sregolatezza glam, Marc Bolan mi è testimone. Sconfessando quella mia nota sul taccuino, avevo scelto di chiamare il passato sul banco dei testimoni per scagionare Barnes dall’accusa di essersi bevuto il cervello e di non saper più scrivere un album decente. Ora, un’ipotetica ponderatezza deontologica potrebbe anche indirizzarmi a terminare questo lavoro con un’entusiastica arringa finale ma, sventuratamente, conservo ancora in una tasca interna del mio giubbetto un brandello di moralità estetica. L’ho trovato sulle note di ‘Hydra Fancies’, di ‘Girl Named Hallo’, di ‘Around The Way’. L’artificio dell’intero Side B è troppo fasullo e raffazzonato per essere ancora credibile. Le sue melodie ad alto tasso glicemico rasentano la più scialba delle ovvietà mentre nausea e cefalea, pronte a imbucarsi non appena si abbassa la guardia, sono funeste compagne di sbornia. Era una festa a base di kitsch sublime, oggi è solo la replica sbiadita di un modesto recital trash. Il carrozzone va avanti per la sua strada, noioso ed annoiato. Io ho smesso di seguirlo da un pezzo.

Stefano Ferreri

Deerhunter – Halcyon Digest

Data di Uscita: 28/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ormai prendere aerei è routine. Attesa, code, decollo, una scomoda dormita, atterraggio. E così via, tutto ripetuto meccanicamente in questa vita in cui la parola “casa” ha perso il suo significato originario, soprattutto mentre sono in tour. Eppure un tempo l’idea di sovrastare le nuvole mi riempiva di fremiti e adrenalina; ora, invece, l’euforia si è spenta e l’emozione inaridita, spero solo di riuscire a dormire, una volta slacciate le cinture di sicurezza, mentre città campi e mari si susseguono chilometri al di sotto.

Anche stavolta c’è un aereo ad aspettarci, si torna negli States dopo alcune date inglesi; sono stati giorni di birre dalla densa schiuma, stanze fumose, visi chiari e lentigginosi, pubblico accogliente. Stiamo ciondolando nell’attesa nel maggior aeroporto londinese, quelle ore devastanti a cui non puoi sfuggire se scegli di volare. Abbiamo trascorso così tanto tempo insieme che ora ciascuno di noi sembra cercare una propria e intima dimensione, malgrado il caos, il viavai; dobbiamo assimilare anche questa esperienza, incasellarla nelle nostre rispettive celle della memoria, in qualche modo dobbiamo digerire il tempo e le cose.
Forse a modo nostro stiamo cominciando a concepire quello che sarà il disco a venire, perché è proprio così che succede, nelle situazioni più impensabili: vivi il momento al massimo, registri le emozioni, arricchisci la memoria con le esperienze vissute, quelle che ti piacerebbe vivere e quelle che invece si preferisce rimuovere, e poi ci si nutre con questo, e si digerisce felicemente, appunto. Halcyon Digest. I nostri volti contriti e rapiti tradiscono la concentrazione, stiamo separatamente elaborando, non sarà un’altra inutile attesa.
Passanti osservano incuriositi il mio bagaglio a mano: è un piccolo baule compatto, dentro il quale ho disposto con amorevole cura i vinili acquistati la domenica mattina a Brick Lane. Beatles degli esordi, i Clash e altra buona musica british. La musica per i bei tempi, per i sorrisi scanzonati, per i ricordi gioiosi. So già che ne prenderò le vibrazioni per pezzi brevi e ben riusciti di puro pop stile sixties che sonorizzeranno le memorie più leggere della nostra digestione, perché quei pezzi esistono già nelle loro acerbe versioni, come un fil rouge con le nostre precedenti produzioni; embrioni di Don’t cry, Revival e Memory boy scandiscono i miei passi mentre mi avvicino alla vetrata per osservare altri aerei che si apprestano a decollare. Un improvviso sentimento di malinconia mi attanaglia e mi stringe lo stomaco, è il suono del riverbero che mi graffia dolcemente dentro ed evoca ricordi quasi evanescenti, una voce trascinata e una chitarra distorta che lentamente si stratificano, in Earthquake di raffinata apertura; o come quando decidemmo di vedere l’alba sulla spiaggia di Brighton, e lanciavamo piccoli sassi in acqua per ascoltare il rumore delle bolle in una luce chiarissima, io improvvisavo un falsetto e gli altri mi accompagnavano cantando una melodia al miele, gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno ma luccicanti di sole, Helicopter.
Mi volto e i ragazzi mi stanno guardando, perché l’album chiede una canzone corale che esprima il ricordo condiviso, la somma delle nostre esperienze insieme, un inno; e Lockett comincia a cantare mentre noi ci sovrapponiamo in un crescendo di voci e chitarre, dal pulito al distorto, dalla quiete all’energia grintosa del live. È un po’ come vedere il nostro pubblico che vive lo spettacolo e salta e si commuove, ma siamo anche noi di fronte alla vita. Sono le linee del desiderio, le Desire Lines che ci trascinano verso i giorni a venire una volta deciso e assimilato ciò che vogliamo ricordare. È il momento di imbarcarsi; passiamo di fianco ad un viaggiatore solitario col sax in mano, Bill glielo ruba per un istante e ne nasce musica istintiva e felice, ché le memorie sono anche questo, e con Coronado siamo un passo dall’alzarci in volo.

Allaccio le cinture e metto le cuffie, ho il posto vicino al finestrino e voglio restare sveglio; arrivederci Inghilterra, anche i campi pianeggianti mi salutano. Metto in questo commiato tutto ciò che sono, come Deerhunter, come Atlas Sound, come individuo. Tastiera in loop, batteria, la mia voce, e poi chitarra, basso, e in dissolvenza, sotto i miei occhi, tutto il resto.

He would have laughed.

Federica Giaccani

The Black Angels – Phosphene Dream

Data di Uscita: 14/09/2010

Sono stato invitato dal mio migliore amico ad una bizzarra festa in maschera dal discutibile tema: “Phosphene Dream – gli anni ’70 non muoiono mai!”.

Penso tra me e me…

“Pantaloni a zampa,
la giacca della Standa,
la cubista in tanga,
eccita la banda…”

Sigh! Forse dovrei cambiare amicizie, se non fosse che l’organizzatore è un estimatore di “Syd Barrett”, “Comus” e “Incredible String Band”. Quasi quasi mi presento con la T-shirt degli “Hawkwind” (si, ce l’ho davvero), oppure vestito da neo hippie con la chitarra imbracciata stile “Jefferson Airplane”.

Eppure non ho mai sopportato i Doors, né i Velvet Underground e scommetto che la metà degli invitati si concerà a là Jim Morrison o a là Nico, meglio pensare alla serata come ad un “revival psichedelico” o “neo-psych” come si usa dire oggi!
Confido nell’ascolto di “The Piper At The Gates Of Dawn” o al limite di quel “Physical Graffiti” così lontano dai “Led Zeppelin” classici,  ma meglio non pensarci adesso (magari ci sarà qualcosa dei mitici “Grateful Dead” o dei “Quicksilver Messenger Service”).
Intanto torno a casa e mi sparo a tutto volume l’ultimo dischetto dei “Black Angels”, tanto per entrare nel mood… (guarda caso il titolo è lo stesso della serata a tema, sarà un caso?)

Maurizio Narciso

The Apples – Kings

Data di Uscita: 27/09/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

E’ ormai notte a Tel Aviv.
Salgo sull’ultima corsa dell’ultimo tram in movimento.
Sono l’unico passeggero.
Ci dicevano che avremmo dovuto mantenere la calma. Difficile farlo quando scopri che il capo religioso della tua comunità è in cerca di una pistola per potersi difendere…
Eppure ora c’è calma. Questo silenzio mi mette i brividi.
Poso le cuffie sulle orecchie, accendo il mio walkman così che la musica passi dalla mia testa all’aria, alle strade.
.. dalla mia testa.. alle strade..

m i c o n c e n t r o
“there’s music in the streets, there-there-there’s music in the air”

Questo è quello che vorrei: che la musica copra le macchie indelebili di sangue lasciate sulle strade e sui plateau degli edifici.
E’ rimasta poca vita qui: ancora qualche madre che piange la scomparsa dei figli chiamati dalla causa, ma sono ben poche. La maggior parte s’è fatta saltare in aria per la disperazione.
La mia corsa procede, mi porterà a casa. Ad aspettarmi, miseria e disperazione. Mi chiedo che futuro può esserci per me. Se le cose non cambiano, sarò costretto ad arruolarmi. Proprio com’è successo al figlio del vecchio barbiere che stava all’angolo tra la Yad Harutsim e la Shevah, solo pochi metri dal nostro appartamento. Ricordo chiaramente le urla dei parenti sconvolti quando i due soldati vennero a prenderlo.

Il tram rallenta. Distinguo una manciata di uomini armati più avanti. Un posto di blocco? Il tram si ferma. Apre le porte.
E’gente pericolosa, mi dicono..
Osservo gli occhi del tramviere attraverso uno specchio posto al fianco dei comandi. E’ spaventato.
Uno degli uomini sale. Sento puzza di alcool e polvere da sparo.
Si rivolge all’autista, non riesco a sentire quello che gli dice ma lo butta a terra, estrae la pistola e gliela punta contro. L’uomo piange annichilito.
Un suono distrae l’uniforme armata. Ho il volume troppo alto.. Si gira lentamente verso di me, ha un ghigno di soddisfazione. Oltre il finestrino vedo gli uomini che sono ancora sulla strada completamente sbronzi, ridacchiano compiaciuti della situazione. L’uomo armato comincia a camminare disinvolto verso di me e ad ogni passo solleva più in alto la pistola.
Mi parla, ma non capisco quello che dice, è una lingua che non conosco. Non so cosa rispondere e lui sembra innervosirsi. Continua a ripetere la stessa frase, sempre più forte, tanto da coprire la rapida ritmica che produce il mio piccolo lettore.
E’ bastato un solo colpo alla testa.

m i c o n c e n t r o
“there’s music in the streets, there-there-there’s music in the air.”

Giulia Delli Santi