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Archive for agosto, 2010

Matthew Dear – Black City

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

tOtEm
di Filippo Righetto

Lavoro in una miniera di galena a Freiberg, in Sassonia.
Minerale grigio piombo.

La mia black city non è segnata su nessuna mappa.

Non è Hong Kong. È Gotham City.

Mi sentite?

Lì, i cristalli sono opachi. Non respirano luce. Il tempo annerisce.

Nella mia black city invece, brillano nitidi, di chiarore e riverberi.

Lì, siamo tutti considerati dei pazzi chiusi in uno sforzo massacrante.

Nella mia black city invece, siamo in uno dei luoghi più sicuri sulla Terra.

Lasciate che ve lo mostri.

Qui la vita è dolce come miele, anche se non posso sentire. Piccole persone impegnate in una ritmica slowdance. Voi mi scagliate addosso l’odore delle vostre richieste. È sufficiente una leggera shortwave per consentirmi di vedere gli scimpanzè. Aumenta il bisogno di chirurgia. Ora sono anche io una gemma… nella mia black city.

Totem.

Isobel Campbell & Mark Lanegan – Hawk

Data di Uscita: 16/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

La Bella e la Bestia, atto terzo. Capacitarsi di come sia stato possibile per Lanegan e la Campbell fare tanta strada insieme è già una mezza impresa. Non nuova, peraltro. Da irriducibile estimatore dell’uno e dell’altra, mi gratifica l’ammettere di esserci già passato. Così, tanto per ribadire che, forse, di questo sodalizio non ho mai capito granché e difficilmente ne verrò a capo. Oppure no, una pallida idea a questo punto devo pur essermela fatta. Ero tra quelli che mai avrebbero osato sperare nel fatidico sophomore effort, per via della pronunciata ed inesorabile suggestione di unicità del pregevolissimo primo passo. In un paio di occasioni sono stato smentito e mi tocca rispolverare per penitenza la trita dicitura del “non c’è due senza tre”. Non rinuncio tuttavia al piacere e all’azzardo di una profezia sulla fine, questa volta ne sono ragionevolmente convinto. L’orco di Ellensburg e l’ex bambolina del pop da cameretta avrebbero potuto continuare sulla falsariga delle ‘Ramblin’ Man’ e delle ‘Seafaring Song’ più o meno in eterno, senza che gli affezionati cultori della vecchia arte dell’armonica antinomia avanzassero la benché minima recriminazione in merito alla modesta originalità della proposta, o a quelle due carriere soliste rimaste letteralmente ferme al palo. Nelle battute iniziali ‘Hawk’ sembra voler rinnovare questa illusione. La persegue il miracoloso equilibrio in acustico di ‘We Die and See Beauty Reign’, con Isobel nell’ovatta di tonalità quanto mai tenui e Mark che gioca di giustezza nel misuratissimo controcanto. La consolida l’aguzzo duetto che rende omaggio alla torrida ‘Snake Song’ di Townes Van Zandt, nel solco dell’ultimo Lanegan ma con fare forse troppo risaputo. Il singolo scelto come apripista, ‘Come Undone’ (non una cover dei Duran Duran, per fortuna), pare l’indizio definitivo a sostegno di chi ha sempre individuato nei lavori del duo la replica puntuale di una formula vincente ed un po’ logora. Ritmo lento ed ammaliante, un tenebroso e ruvido seduttore, una compagna estremamente eterea nei suoi leggiadri orpelli: in pratica lo stesso celebrato gioco di contrasti dei due capitoli precedenti, assai meno improbabile di quanto si sarebbe detto all’inizio nonostante la calligrafica (e fastidiosa) copia carbone di ‘It’s a Man’s World’. La classe resta, incontestabile, ma stavolta viene a mancare la magia della sintesi: non proprio un dettaglio secondario laddove una riuscita alchimia può fare davvero la differenza. La Campbell ce la mette tutta per salvare le apparenze. Scrive il disco quasi per intero – non è una novità – lo produce, ne cura gli arrangiamenti, insegue caparbia la propria personalissima idea di Americana, un classicismo idealizzato ma comunque credibile. Per conservare la ragione sociale della ditta si accontenta della compagnia di un Lanegan al minimo sindacale, sempre a proprio agio nei panni del gradito pensionante in libera uscita dalle collaborazioni coi Josh Homme, i Greg Dulli, i Soulsavers e chiunque lo voglia assoldare per un paio di numeri al proprio matrimonio. Nei primi brani la scozzese indugia nelle retrovie lasciando che l’amico yankee spari le sue migliori cartucce, così, tanto per regalare ancora la parvenza di una complicità, l’odore del sangue, i nervi, la polpa. E’ spigliata ‘You Won’t Let Me Down Again’, venata di folk arido, praticamente il tipico pezzo arso e orgoglioso di Mark cui Isobel si limita a prestare sottilissime ombreggiature vocali. Con ‘Get Behind Me’ va finalmente a referto uno di quegli episodi sporchi e blueseggianti del Lanegan più laido ed ombroso, supportato nella sua prova da un ritmo decente. Ancora una volta nulla di nuovo sotto il sole del deserto americano, ma ritrovare l’ex Screaming Trees in una veste meno ingessata o autoriale fa comunque piacere. Sembra ci si possa anche divertire. Sembra. Nella seconda parte lui quasi scompare e lei non ha certo spalle tanto forti per sostenere da sola tutto il peso di un’unione che resta puramente nominale. E’ bravissima alle prese con lo standard crepuscolare (‘Sunrise’) che ha fatto la fortuna del collega in album come ‘Field Songs’ o ‘I’ll Take Care of You’: risultato intenso, seducente, evocativo. Nei sussurri di ‘Time of the Season’ (non una cover degli Zombies, purtroppo) rispolvera la parola Salvation – sorta di effigie del duo – e conferisce una delicatezza pop di fondo che per forza di cose è campbelliana al mille per cento. Poi però finisce col perdersi anche lei e l’inutile e monotona prevedibilità decorativa di ‘To Hell & Back Again’ diventa il più fedele emblema della sua resa. Non convince l’isteria strumentale del pezzo che dà il titolo al disco, strizzando l’occhio fuori contesto al Waits più cattivo ed iper-ottanico. Con disappunto tocca poi registrare l’inatteso rimpiazzo vocale di Lanegan con l’insipido garbo ottuagenario del venticinquenne Willy Mason, in un paio di ballate country western al cloroformio che non si potrebbe immaginare più insipide e convenzionali. Mark torna giusto in tempo per fare atto di presenza in un finale tutt’altro che memorabile, tra una ridicola coda da traditional irlandese (‘Eyes of Green’) e l’altrettanto discutibile scorta gospel alla sua consumata aura di maledettismo formato pocket (‘Lately’). Alla resa dei conti l’album suona veramente troppo sfilacciato ed incoerente, laddove i suoi predecessori avevano proprio nella coesione la loro maggior forza: sottotono, blindato in eccessivi personalismi stilistici che sono davvero poca cosa senza un proposito d’intesa, sa di vaporizzazione del progetto, di capolinea. Detto con un po’ di rammarico ma con la speranza di non esser smentiti per una volta: meglio due fuoriclasse ritrovati ma separati che due talenti imbrocchiti costretti a vivacchiare per noia nella stessa squadra.

Stefano Ferreri

Dreamend – So I Ate Myself, Bite By Bite

Data di Uscita: 10/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Where you belong
di Giulia Delli Santi

L’ho incontrata sul treno che mi avrebbe riportato ad Amsterdam.
Io timido e impacciato studente, lei affascinante modella per l’accademia di bella arti di Parigi.
Sapevo che non avrei dimenticato quel viaggio. Non ho potuto dormire un solo attimo, prontamente rapito dall’armonia di quelle forme, dalla vivace intelligenza.
Mi ha raccontato della sua vita, padre musicista francese, madre algerina. Mi disse delle sue esperienze, delle sue piccole abitudini maniacali: le piaceva sistemare la biancheria intima in ordine cromatico ascendente.
Lo stesso feci io, non tralasciando che alle mie mutande ci pensava ancora mia madre. Rise e mi sentii stupido, ma compiaciuto dell’approvazione conquistata, continuai.
Pochi istanti ancora, il fischio del treno. Una frenata e lei pronta, mi chiede di scendere con lei.
Pensai che se ero lì, proprio in quel momento, doveva esserci una ragione.. Accettai.
Sarei stato ospite nel suo appartamento.

Mi piaceva vederla ridere. Era strano, tutto sommato non sono mai stata considerata una persona così simpatica.
E così trascorsero le prime ore, i primi giorni nella dolce inconsistenza di quell’incontro.
Tra morbidi silenzi e parole che suonavano superate, il tempo sembrava distorto, ma sapevo che prima o poi sarei dovuto tornare alla mia vita.
Ripartire..

“Ancora un giorno”, le dico. Un sorso di vino, poi cado addormentato. Vedo il suo profilo triste svanire.

I walked through the woods; It was a rainy day.

Mi sveglia un raccapricciante presagio. Sudato riesco a prendere coscienza con lentezza. Mi rendo conto di essere legato al letto. Il bicchiere in frantumi sul pavimento. Non capisco.
A fatica, focalizzo lo sguardo in un angolo della stanza. Seduta, con il viso turbato dalle lacrime c’è lei. Ha in mano un fucile a pompa con silenziatore.
Sussurra parole che mi avanzano un dettaglio incomprensibile:

I can’t believe it’s just yesterday, I clean my hands and wash the blood away.

Non conoscevo neanche il suo nome..

“Il mio errore è stato un intento nascosto. Io sono Bite, e ora devo morderti.”

liberamente ispirato ad una storia vera.

Arcade Fire – The Suburbs

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le tre di pomeriggio, estate inoltrata. Dalla finestra di casa mia sembra che il paese sia deserto, o addormentato; il caldo è cocente. È iniziato da poco agosto ma nell’aria c’è come ogni anno quella fastidiosa sensazione da fine stagione, intrisa di malinconia ma ancora così rovente. Un giro in bicicletta in un paese fantasma, e nelle campagne, è la giusta ricetta per immergersi nella maniera migliore nello spleen estivo, voglio vedere come scorre la giornata a qualche minuto da qui, come vivono l’estate negli altri quartieri, The Suburbs. Perché da me, in the neighborhood, non c’è anima viva. Nel lettore mp3 ho appena caricato l’ultimo album degli Arcade Fire, le mie vie scompaiono lasciando il posto ad altre, ed altre ancora, sulle note di un disco che già dall’incipit lascia presagire l’anima rock che lo caratterizza in toto. E pedalo sotto il sole, l’aria che sa di mare in qualche modo mitiga l’afa soffocante emanate dalle case e dai campi di girasoli. I am ready to start. Chitarre graffianti e melodiche accompagnano vivaci questo vagabondare solitario, sono così energiche, frizzanti e incalzanti che il mio incedere acquista anch’esso energia, e con naturalezza mi viene da sorridere sfrecciando accanto ad un acerbo vigneto. È la mia musica dell’estate, ma anche quella sulle cui basi costruire la stagione a venire; un disco pieno e corposo, completo e totale. E la piccola realtà in cui vivo non è così sopita come a un primo sguardo sembrava mostrarsi: come gli arpeggi, i riff e gli accordi mi allietano con nuovi suoni sorprendenti, la vita mi si manifesta con le sembianze di un contadino che riprende fiato seduto su un trattore, o con quelle di una numerosa famiglia ancora alle prese con un lungo pranzo sotto a un pergolato.
Fa terribilmente caldo ma sono spinto da carica nuova. I canadesi descrivono, pezzo dopo pezzo, le loro periferie, i loro sobborghi, e quelle apparenti statiche solitudini non sembrano così distanti da qui, né sembra che ci possa essere un oceano e più in mezzo. È soltanto il mondo che finge di dormire, o di stare a guardare, mentre di soppiatto respira e pulsa. E a tratti corre, come month of may, come me che inforco i pedali e mi appresto ad affrontare la salita più impervia della mia terra.
È sempre rock, a tratti commisto a new wave, a tratti addolcito dal folk. Sono sempre quei suoni tanto cari già da anni, ma i tempi delle nebbie intimiste e introspettive di Neon Bible, quei colori al limite dell’inverno, qui sono stati scalzati dal realismo della vita di tutti i giorni. E gli archi si sono fatti da parte per far esplodere le chitarre, proprio mentre arrivo in cima alla collina, e mi si spalanca la campagna davanti, e il mare di là. Ed è grandioso.

Federica Giaccani

Wildbirds And Peacedrums – Rivers

Data di Uscita: 23/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Scava la buca. Scavala in fretta. Dimentica il sole. Oltre la collina sta per spegnersi. Pochi istanti. Il gelo sopraggiunge lento e silente. Sotto la terra e oltre il mare. Scava la buca. Scavala in fretta. Un mantello nero e il cappuccio la proteggono dalla pioggia battente. Pioggia e sudore. Odore acre, l’odore della terra, terra che si ribella. Il sole sta per finire il suo straziante e faticoso viaggio, dietro la collina, per l’ultima volta. Mai più sorgerà. Da quella collina cento, mille, milioni di persone incappucciate. Ognuno con un badile tra le mani. Cantano, melodia funerea. Cento, mille, milioni di persone scavano la buca. Lei s’arresta. Respira e guarda il cielo. Grigio. Gocce di pioggia negli occhi. Gocce di pioggia nella bocca. Urlo disperato. Il cielo resta grigio, indifferente. Gli uomini sulla collina si gettano nelle proprie buche. Danza macabra. Domino solenne. La donna è l’ultima tessera del triste gioco. Si lascia cadere nella buca. Le sue mani tremanti si agitano, mentre raccolgono pugni di terra. Terra bagnata. Terra marcia. Terra punitrice, non più madre. Lontani fulmini: ultimi abbagli di luce. Ultimi abbagli di speranza? NO, nessuna speranza.

Coro dal sottosuolo:

“ Lenta si stende.

Il suo posto umido l’attende.

Trema e trema

Chi rema ?

Caronte! Caronte!

Ti guida nell’Acheronte. “

Va nella città dolente. Va nell’eterno dolore. Va tra la gente perduta. Su di una porta la scritta: lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Eterno buio sulla sua retina. Eterno buio sulla tua retina.

Gianfranco Costantiello

The Reign Of Kindo – This Is What Happens

Data di Uscita: 03/08/2010

L’uscita dal tubo è sempre un piacere, l’aria pressante e viziata dell’underground pare finta e non la gradisco, come non gradisco queste competizioni da tre soldi per artisti esordienti. Ho trent’anni suonati e non sono ancora nessuno, non sono un esordiente, sono la cloaca vuota d’un sognatore troppo piccolo nella city dei grandi. Vado a queste competizioni solo per acciabattare qualche sterla in più, non vinco mai, ma il premio della critica spetta sempre a me. Perché? Perché so suonare e loro lo sanno, come io so che il popolino vuole il crunk, l’indie e dodicenni vestite da battone pseudopunk che parlano d’amore eterno. Fanculo, dove l’avete lasciata la dignità? Nel mentre raccolgo in fretta e furia una sigaretta lasciata a spegnersi  sul marciapiede, stai tranquilla bambina, non spirerai da sola, con te se ne và un po’ del mio senso del pudore. Ho smesso di fumare, di fumare sigarette comprate da me. Arrivo al locale, dannazione un interrato, ormai a Londra si vive sottoterra, quando si dice cadere in basso, qui non cadono, sono più posati, scendono. Ricordo di quando suonavo nel mezzo di Hyde Park, miniampli e tastiera… Le coppiette venivano sorridendo aspettandosi siglette, ci rimanevano di cazzo quando attaccavo con Dinah, solo per scaldarmi, poi via di freestyle, non mi piace fare cover, solo qualche citazione qua e là per ricordare da dove viene e per far capire che non può andare oltre. Quando andava bene mi riempivano di p e ne avevo abbastanza per mangiare dai paki due o tre giorni, quando andava male m’ascoltavano sfigati miei pari e suonavamo assieme tutta la notte e il magro guadagnato si spendeva in pinte al mattino dopo. Full english breakfast con correzione. Ma a trent’anni si ha più fame. Niente improvvisazioni, non se lo meritano il bebop serio nei locali, un pezzo semplice e ben strutturato ma nulla di più, quello che basta per assicurami i 200 pounds di premio. E me li assicuro nel silenzio delle quinte mentre a prendersi gli applausi sul palco ci sono quattro anoressici con una giacchetta napoleonica e sneakers gola a tinta unita, stronzi tutti uguali, fanno un pezzo che finisce per tre mesi in mainstream e spariscono. Mentre m’avvio verso l’uscita vengo fermato da una splendida sorpresa con un vestitino rosso tubolare ed un rossetto troppo acceso per la carnagione mulatta che s’affaccia viziosa dalle zone in mostra. M’avvicina e mi sussura all’orecchio, non dovresti giocare con cose da neri, o finirai come mio padre. Che fine ha fatto tuo padre? Ha messo incinta mia madre, risponde sorridendo. Usciamo assieme dal locale.

Alfonso Errico

Wavves – King Of The Beach

Data di Uscita: 03/08/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Idiot
di Alessandro Ferri

Ehi ragazzino, sei davvero cresciuto.
Ti avevo visto con lo skate a fare la rockstar sul marciapiede davanti a casa, e con lo skate e la chitarra a rompere i timpani di chi fa jogging sull’Ocean Front Walk.
San Diego non ti conosceva affatto e tu registravi dietro casa i rigurgiti di melodie stritolate per scuotere le vene, sì le vene dei vicini di casa.
Ti ricordi vero?, sì lo so sarò noioso ma era così.
Ti ricordi vero quanto erano instabili i suoni e mi chiedevi che strumenti usare per cavare fuori qualcosa. Che solo quando eri fatto le ragazzotte della zona ti guardavano, se erano fatte anche loro.
E passavi il tempo con il joy-stick in mano davanti alla tv con la vita sociale pari a -2.
Hai capito che dovevi fare il salto, senza che te lo dicessi. Hai iniziato a far fumare le canne al tuo gatto e agli altri animali in casa ed eri felice, questo era il primo passo. Sei sempre stato veloce, rapido, scattante e Pitchfork ha iniziato a pomparti dietro.
Hai capito che San Diego poteva essere ai tuoi piedi, e hai assestato il colpo. Il colpo per diventare il boss, il Nathan migliore di tutti sulla costa.
Per passare nelle radio di tutti college, in tutte le orecchie delle biondine con gli shorts e le camicie a quadri rosse e nere. Sei un cazzaro e lo hanno capito tutti, a Barcellona al Primavera Sound Festival si ricordano bene.
Adesso però è estate e vuoi farci esplodere, farci saltare per aria con il tuo Surf-Punk-Shitgaze e tutti quei termini che usano solo le persone cool.
Ti ho visto ieri sera con i tuoi amichetti e c’era un sacco di gente mai vista, pure quelli che ti danno una mano a suonare sembravano più a posto.
Attorno al falò sulla spiaggia era pieno zeppo di ragazze che ti guardavano e ti volevano mentre la loro testa ondeggiava a destra e a sinistra.

Tutto questo clamore per te, era strano mi dissi, è follia.
E invece poi hai iniziato a suonare, a presentare il nuovo album, e il sale sulla pelle delle scalmanate della costa ha iniziato a saltare sui visi colorati dal sole. Non hai rallentato quasi niente, non potevi farlo e la chitarra spinge ritmi altissimi con King Of The Beach, Post Acid e Linus Spacehead, faranno impazzire le radio, stanne certo ragazzo. E quegli urletti in falsetto, e quelle “freakkerie” elettroniche salmastre che non ti riconoscevo per far contente le smorfiosette abituate a Panda Bear e per espanderti quasi etereo ed acido con When Will You Come e Baseball Cards, ci mancava solo il pop sciocco dove ci si può dondolare abbracciati alla fine e tutte sono innamorate e saltano. Baby Say Goodbye.
Compreranno il tuo album, sei il Re. Faremo un sacco di dollaroni e di strade, fotti tutti i critici.

Un ruffiano di merda pieno di falso appeal, gli invidiosi e gli intellettualoidi indie diranno così, un figo della madonna invece si dice dalle nostre parti. Pure mia moglie ti adora ora, e non posso negare che mi hai colpito davvero.
Sì insomma, mi sei piaciuto l’altra sera. Cazzo ma mi stai ascoltando?, metti via quel dannato joy-stick ed ascoltami mentre parlo che poi dobbiamo fare l’intervista di presentazione dell’album con la stampa.
Nessuna risposta o cenno di assenso.
Il solito Nathan, adesso però con indosso la sua maglietta, quella del King Of The Beach con il povero gatto tossico.