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Archive for luglio, 2010

Deepchord Presents Echospace – Liumin

Data di Uscita: 27/07/2010

La capitale è un dedalo di luci al neon e di follie metropolitane. Alcuni vicoli puzzano di marcio, ma in altri gentili profumi orientali accarezzano la mia fronte sudata. È una notte livida e densa questa, l’aria sembra aver lasciato il posto a un’afa senza scampo, perfino i grattacieli sembrano trasudare appiccicosi. Sono un vagabondo, oppure un turista che ha speso troppe energie per ritrovare la strada di casa alle 4.00 a.m., ma che differenza fa? Cerco una panchina sulla quale distendermi, magari lontano dai club aperti tutta la notte o dalle insopportabili “sale Pachinko” rumorose anche in queste ore; i ritmi pulsanti sui quali mi sono scatenato, conditi di acid house e deep groove neanche stessi a Chicago, ancora mi risuonano nella testa e nelle orecchie, in bocca l’amaro di una serata andata storta, finita troppo presto. Non ho pace, i semafori sono luci brillanti e mi irritano gli occhi, le vetrine illuminate a giorno ed animate da nenie di benvenuto 24 ore su 24 mi disorientano. Nella testa di nuovo quei ritmi alla Frankie Knuckles, ma c’è dell’altro, riaffiora il ricordo di alcune voci sussurrarsi parole a me incomprensibili, mentre origliavo alla porta di un wc per capire se fosse occupato:

“CODENAME: LOVE064”

Ho fretta di sentirti, sono qui a Tokyo e tu così distante dalle parti di Juan Atkins, ma l’urgenza di comunicarti le mie scoperte supera qualsiasi questione pratica di fuso orario o quant’altro. Mi trascino nel primo internet cafè che mi è a tiro per scriverti.

Quello che la città afosa mi ha affidato è un tesoro nero e a sprazzi fluo, fatto di dub, beat e rumori urbani, un tesoro invisibile a chi non vive la notte, un rompicapo che solo tu puoi aiutare a sciogliere. E poi quelle parole misteriose, borbottate in un water in mezzo al magma musicale incessante mi hanno fatto trasalire. Mi sento a casa come mai mi era successo in questi ultimi anni passati in volo da una città all’altra, inseguendo una chiave di lettura del mondo da poter tramutare in musica. E noi che un tempo ci sforzavamo a cercare fonti e ispirazioni chissà dove, e chissà in che cosa, con risultati a dire il vero apprezzabili – per carità! Ma qui non sono io ad arrabattarmi in ogni modo per arrivare a destinazione, il treno senza ritorno l’ho già preso, era lui che cercava me e mi è venuto incontro sferragliante in questa strana notte d’estate dall’altra parte del mondo. Ora non resta che mettere insieme i tasselli e poi ballare. L’alba caliginosa sta rischiarando il cielo, ma il dub che ho in testa è scuro più dell’asfalto. Perché sono in Giappone, ma questa musica sembra in maniera sconvolgente congiungere me e te, Chicago e Detroit.

Federica Giaccani e Maurizio Narciso

Admiral Radley – I Heart California

Data di Uscita: 13/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando scelse di scrivere con grafia incerta la parola fine, non abboccai. Non poteva esser vero che quell’avventura solo in apparenza così normale si schiantasse in un abisso di mediocri, volgari, banalissime schermaglie tra compari. Sembrava determinato Jason Lytle, cappellino da baseball in testa, camicioni a quadretti in borsa, una chitarra nel portabagagli della vecchia familiare amaranto. Diede il benservito alla sua barba da taglialegna, pur indirizzando i propri passi verso un’esistenza da moderno anacoreta folk. Rimasi a contemplarlo ma non mutò d’aspetto: una tra le stelle più sfavillanti nel firmamento della camera che presto avrei abbandonato, senza peraltro la minima pretesa di emulazione nei suoi confronti. Un po’ tutti si ostinarono a ripetere che si trattava comunque di un’istantanea cosmica, di un astro già spentosi e scomparso tanto tempo prima. Non abboccai, rimasi fiducioso. Se fare skateboard l’ha salvato due volte – pensai – non c’è ragione per cui questo non possa accadere anche una terza, una quarta magari. Decise di ricominciare tra i boschi del Montana, quelli evocati con passione thoreauiana nel solipsistico quadretto intitolato semplicemente ‘Yours Truly, The Commuter’, appena un anno fa. Quel senso di pendolarità, suggerito dal titolo dell’esordio in solitaria, trova oggi il suo concreto compimento nell’enfatica dichiarazione d’amore verso la natia California, ideale sponda chiassosa al buon ritiro nella natura più impervia. Non ha resistito alla tentazione di un ritorno, un giretto dalle parti di casa da intendersi come estemporaneo progetto musicale. Ha vestito i panni dell’Ammiraglio Radley, si è messo al timone di un vascello con tutti i crismi e ha chiamato con sé l’improvvisata ditta “Aaron, Aaron & Ariana”, ovvero il fidato Burtch alla batteria e la strana coppia altrimenti nota come Earlimart, amici di vecchia data. Trovarli immortalati nelle foto promozionali con vaghi richiami a certa rozzezza piratesca era molto più che un semplice buon auspicio, ed in parte non è andato disatteso con l’ascolto. Lytle ha voluto rispolverare per l’occasione proprio l’anima più faceta e grossolana della sua vecchia band, una sfumatura non marginale nel proprio bagaglio creativo, rimasta tuttavia inespressa dagli ormai lontani fuochi di ‘Just Like The Fambly Cat’. Nuovo respiro per le strambe sgommate uptempo che affollavano la sua testa ed ora sono libere di incrociarsi con lo schematismo sghembo del marchio Earlimart dando vita ad un inedito sottoprodotto noise-pop, quella ‘I ♥ California’ che ha la stessa stringata emotività di un adesivo per auto o di una T-shirt. L’effetto era ricercato, assolutamente, come quella miscela di colla, carta e segatura, evocata da Aaron Espinoza per descrivere il pasticciato assemblaggio delle differenti sensibilità, oltre a quel suono “Kinda yacht punk-ish with a digital, organic feel” che pare il perfetto identikit dei Grandaddy da sbarco delle produzioni minori. Ascoltare una ‘Sunburn Kids’ riporta immediatamente alle parentesi più ruvide e scapestrate della combriccola di Modesto, alle cafonate sul diario di Todd Zilla, all’auto-parodia trash del progetto Arm of Roger, mentre la metodica malcreanza di una ‘I’m All F****d on Beer’ spinge all’estremo l’esaltazione fracassona e l’irriverente disimpegno di un Jason finalmente squilibrato. Se la tendenza a mordere il freno e l’elogio della birra sono grandaddiani per definizione, la dote degli Earlimart si limita ad una compassata selezione dei loro sinistri incantesimi, confinati in ridotte enclavi all’interno di ballate senza troppo mordente come ‘Lonesome Co’. Le deviazioni intimiste di Espinoza sono troppo insipide per sembrare vere. Per sua fortuna ad arginarle pensa anche un bel diversivo piano e voce offerto dalla Murray, quella ‘The Thread’ che sfoggia una bella vena asprigna e suona vagamente western. L’amalgama comunque non riesce ad offrire risultati veramente degni fino alla traccia numero otto, ‘Ending of Me’, dove la fusione di due spiriti in fondo affini è fluida e gagliarda come ci si sarebbe aspettati da principio. Dopo una lunga rassegna di cifre e stili a targhe alterne, il pop ad accelerazioni di marca grandaddiana passa in custodia al cantato che Espinoza si decide a plasmare con il dovuto piglio, sorretto dalla classica scorta di effetti e stravaganze lytleiani e dal sempre valido sostegno ritmico del vecchio Burtch. Tutto quadra, anche se il tour della California è quasi al termine. Per apprezzarne a pieno i pregi non rimane che ripercorrerne le varie tappe muovendosi nella soggettiva dell’eroe ritrovato. C’è il gusto della citazione, con le strade (caminos) del west che come per magia si trasformano in scopate (chingas), sotto un sole che squaglia e che in fondo – come canta lui – “We don’t really like”. C’è la sua stanchezza, nei ghirigori digitali che infiocchettano un pezzo lento come ‘GNDN’, frammento estatico e monocorde che – è sempre lui a ripeterlo – “goes nowhere” e “does nothing”. Per nostra fortuna c’è anche tutta la magia del suo tocco unico, quella vocina delicata che si infrange sui cavalloni elettrici di ‘Red Curbs’, quell’atmosfera destinata a lacerarsi e infiammarsi nel rumore poco per volta, oltre al pezzone romantico ‘I Left U Cuz I Luft U’, che per Lytle è come un penalty da calciare a porta vuota per blindare il risultato. Quando si fa sera rientriamo in porto con lui, convinti che questa rimpatriata non potrà non lasciare qualche strascico sull’inflessibilità del suo esilio. Di fatto è la prova provata del suo avviato sgretolamento. Fosse anche solo per questa ragione, mi risulta impossibile non ammetterlo: I ♥ ‘I Heart California’.

Stefano Ferreri

Max Richter – Infra

Data di Uscita: 19/07/2010

Ci cominciamo a rendere conto che il mondo è finito. È autunno. Volano le foglie intorno a noi come a mostrarci le macerie. Pietre e cemento ovunque, la bomba non ha risparmiato niente. Abbiamo appena la forza per sollevare la faccia. Tutto è polvere. Si apre davanti a noi il bosco. Ogni tecnica è nell’oblio, ogni macchina è morta per la stessa follia del proprio creatore.
Gli uccelli ci cantano la vita.
Tutto è in volo. Ci rendiamo conto di essere stati granelli di sabbia. I passeri sui fili elettrici distrutti ci riconducono all’esistenza. L’esistenza precede l’essenza. Dobbiamo ripartire, rinascere, allontanarci dalla terra ci è servito ora a ritornare alla terra. L’eco lontana di altri esseri umani ci riporta alla nostra condizione. Donne e uomini, bambini e bambine, come animali, a vivere il mondo con gioia, come uccelli-alberi che mettendo le radici volano.
Gli uccelli ci danzano la vita.
Sentiamo il vero colore del mondo, ora che non c’è più il grigio cemento. La crisi non è confusione ma lucidità, l’esplosione è nascita. Bisogna avere la forza di mettere insieme le pietre e rivivere il mondo, noi uccelli-alberi, eravamo così lontani dal mondo, un ordigno ce l’ha fatto riscoprire.
Di questo periodo migrano le anatre. Tutto passa, e ne siamo felici.

Marco di Memmo

The Books – The Way Out

Data di Uscita: 20/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Our Clumsy Growing Love
di Filippo Righetto

So it is.

our clumsy growing love, a field choked with briars now

yeah… and if it’s a wall, then you should cast a shadow.
or maybe possibly, it’s a thought you think is true,
when you appear to be: belief, belief.

a wall built up with indifference and compromises
everything but solid… wasn’t it obvious?

I never loved a wall so much.

I never hated a wall so much

hey yeah…
asleep in a chair,
where the two go click.

hey yeah…
with our back to the columns you were sleeping but I didn’t,
holding your hand and secretly smiling.

look at the floor, flat pattern order.
oh, it’s the great power one receives from a very modest source,
oh, and you don’t feel a thing,
when you drink from the springs of living water.

the sound of an accordion gets better
as the extremities draw closer

Best Coast – Crazy For You

Data di Uscita: 27/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

When I’m with you!
di Alessandro Ferri

L’asfalto era quasi liquefatto e i ricchi davano un piccolo pranzo ai senzatetto neri per tenere un po’ bagnata la loro strada con la pompa dell’acqua.
Ti eri raccolta i lunghissimi capelli in due trecce perché non volevi tagliarli assolutamente, che è facile tagliarli solo perché c’è caldo dicevi, i capelli biondi che nell’incontro con i raggi solari bruciavano tutto intorno. E sembravi molto più giovane così, e con quegli shorts di jeans tutti ti guardavano le gambe per strada.
Mi permettevi di avvicinarmi solo a volte, solo a volte potevo stringerti e quando capitava non si finiva più di giocare…
Sui divani mai troppo comodi a guardare i telefilm californiani, quelli con i detective e i loro aiutanti spesso stupidi ma muscolosi, e le strade affollate di bella gente, come te.

Trasferiti da poco non si capiva che la California era davvero fuori da casa, la si osservava ancora per tv. Tu ti mimetizzavi però benissimo, e mi insegnavi come farlo, addirittura quasi abbronzatura completa.

In modalità estate si scendeva per le strade con la decapottabile acquistata dall’ex inquilino, il dominicano fuggito chissà perché, che ci prenderà la polizia e ci metterà dentro perché abbiamo la sua macchina, ma non cambiano la targa per curiosità.
Quando tutti ti guardano per strada noti il mio leggero fastidio e mi metti il braccio attorno al collo e la sera andiamo a sentire le band locali.

E stanca della costa, per un giorno hai voluto provare il deserto perché era rock’n’roll dicevi, di notte nel deserto così non si muore dal caldo. Nel deserto di notte con le gomme bucate, senza una luce e con una bottiglia d’acqua bollente. Lacrime di coccodrillo le tue, stringerti tra le braccia per consolarti e dirti che è stato molto rock’n’roll e che qui non ci sono i predoni e non siamo in Africa.

Crazy for you.

vISIOS – Bang Bang, Shoot Shoot

Data di Uscita: 23/07/2010

Chiudere gli occhi dopo aver preso il volo, volo è un termine improprio per una caduta libera con uno slancio disperato. E’ questo ciò che ho fatto, una rincorsa senza tornare indietro puntando al margine dell’altura come alla meta iniziale, piede portante teso all’ultima falcata e poi giù in picchiata a viso scoperto e occhio celato dalla palpebra. Non è la paura che spinge la vista a fuggire la luce, non è una volontà intimistica di raccoglimento a farmi chiudere gli occhi, non è il menefreghismo a negarmi un ultimo sguardo al mondo che mi circonda. Non voglio vedere perché non mi interessa sapere quando terminerà la caduta, ho vissuto per troppo alle vostre condizioni, la concezione che tutto ha un inizio e una fine, il cercare una meta alla fine di una scala sociale ben definita, il gretto materialismo degli obiettivi raggiungibili, delle azioni a cottimo, calpestare per arrivare in cima, meglio ultimo che secondo, il darwinismo sociale e vaffanculo a tutto. Occhi chiusi, palpebre pietose come il velo di Maya mi impediranno di concepire la fine del viaggio, finirò a occhi chiusi come voi continuate, a occhi chiusi mi amalgamerò al mare d’asfalto che m’aspetta, come voi che v’adattate alla folla per non sparire. Solo che io lo faccio per scelta, e io di certo non sparirò lo stesso, sarà l’oscena macchia rossa sul vostro smoking di cemento armato, bloccherò gli incroci, farò piangere i bambini, traumatizzerò le mamme e vomiteranno anche gli uomini più duri. La beffa sarà che non potrete multarmi per questo, non dovrò reggere i vostri sguardi di disappunto, starò lì e basta, fino all’arrivo delle ambulanze prima, dei netturbini poi. Al diavolo tutto.

Ecco qualcosa che non m’aspettavo, aprire gli occhi e trovarmi a piano terra integro e ben pettinato, perfetto per questa nuova giornata in ufficio. Una bambina in bianco mi sorride dall’altra parte dell’incrocio. La beffa della morte, disdegna uno che non ha vissuto, al diavolo, non accetterò a lungo questo regime di non esistenza, ho salito queste scale altre volte, posso farlo ancora.

Alfonso Errico

Gifts From Enola – Gifts From Enola

Data di Uscita: 13/07/2010

Correva nel bosco. Fiato non ne
aveva, non poteva finirlo. Gridava. Il sudore si mescolava alle lacrime
nate sgorgate senza direzione dagli occhi nella pelle, dai pori nel
volto. Correva. Nebbia si alzava dai tronchi fradici, dai muschi
impregnati, dal sottobosco marcito in palude, dalla zona, dai peli del
corpo che erano cresciuti, nella corsa. Correva. Solitario scappava
verso qualcuno che non sapeva, entrando nel fitto, spezzando rami,
molli, fuggiva a sé, senza peli, senza fiato, senza lacrime, senza
sudore, senza gambe, senza voce, fra gli alberi. Correva.
Un fruscio, a
sinistra. Spaventoso.
Nascondersi nel dentro, correre più dentro,
rompere più rami, molli. Correva.
Un colpo, forte, al volto, sul muso.
Rimbalzo. Caduta. Occhi aperti. A guardare, nel terrore.
Due braccia,
ferme, uguali, lo tengono, lui tiene, uguali e ferme, due braccia.

Rotolano, cadono, graffiano, mordono, corrono, strisciano, stringono.

Dormono. Abbracciati. Due uguali. Senza voce, urlando.
Nel cielo senza
nuvole, quel mattino, il sole salì alto, caldo e calmo.
Quiete
immobile sui corpi abbandonati.
Estasi infante sui volti asciutti.

Carlo Zambotti

How To Destroy Angels – How To Destroy Angels

Data di Uscita: 01/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Affogamento, la causa della mia morte.
di Gianfranco Costantiello

Quando giunsi al motel trovai il portiere molto scosso. Mugugnava e batteva la testa contro il muro mentre strofinava i denti e piangeva disperato. Mi indicò col dito il corridoio. Era lungo e buio. La porta della stanza numero 5 era socchiusa. La spinsi delicatamente ed entrai. Il televisore al plasma era sparato ad altissimo volume. Ancora queste vuvuzelas pensai rabbrividendo. Spensi la tv e mi calmai un po’. Osservai intorno a me. La stanza era completamente a soqquadro. Una donna avvolta nel suo abito da sposa era distesa sul letto. Il cranio fracassato. Giaceva nel suo sangue stagnante. Aveva le gambe divaricate e le mutandine calate sulle caviglie. Altro sangue sulla parete bianca: la scritta PARASSITA e in basso sulla destra una firma BBB. Il tavolino e il divanetto erano stati rovesciati, le sedie accatastate in fondo alla stanza. Nel bagno c’era un uomo. Il marito della donna. Era senza pantaloni ed era legato al cesso. Tremava come una foglia. Aveva una profonda ferita alla testa. Lo sguardo perso. Mi accovacciai su di lui. Cercava di parlare, balbettava, sputava sangue. Credeva di essere morto. Un treno lanciato ad altissima velocità passò lungo i binari accanto al motel scuotendo le finestre. Sembrò rianimare l’uomo che mosse le labbra e agitò il capo indicandomi qualcosa alle mie spalle. Mi voltai. Un colpo violentissimo alla testa mi stramazzò al suolo. La mia vista si offuscò, il rumore divenne un fischio perpetuo. Vedevo un’ombra che si agitava sul mio corpo inerte. Nella mia mente era rimasta impressa l’immagine di quell’uomo baffuto prima che mi colpisse. L’avevo già visto prima. Ma certo pensai, era il portiere che un attimo prima mi aveva accolto terrorizzato. Mi tirò su per la camicia e mi scaraventò nella vasca piena d’acqua. Il contatto con l’acqua fresca mi rianimò dalla calura estiva. Cercai di colpire quella sagoma ma fui spinto sott’acqua. Lottai, ma quell’uomo aveva una forza selvaggia. Aveva la pelle liscia come quella di un serpente. Resistetti. Mi dimenai. Affogai.

Autechre – Move Of Ten

Data di Uscita: 12/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ansiogenesi di relax
di Marco Caprani

I neon riflessi sui monitor sono  una dannazione. È una sensazione pre-infernale stare in ufficio a quest’ora, sento battere in testa tutti quei tastini, potrei uscirne pazzo. Dovrei spiarli… loro se ne stanno lì in silenzio, immobili automi a scrivere e scrivere… dovrei spiarli… entrare nelle loro vite.
Io virus…
C’è qualcosa che incalza in me, ma non è definito… è un ritmo sghembo, trasversale tra un mantra funk ed un pezzo techno. La mia ossessione:

La burocrazia è una cosa snervante.

La burocrazia è una cosa snervante.

La burocrazia è una cosa snervante.

La burocrazia è una cosa snervante.

La Burocrazia è una cosa snervante.

La burocrazia è una cOsa snervante.

La una sNervante cosa è buROCrazia.

lA è snervante burocrazia cosa una.

È cosa Snervante la burocrazia unA.

Csoa snvertante una ubrocra zia la è.

Firma.

Firma.

Firma.

Firma.

Firma.

Sorridi.

FirMa.

Consegna.

Alzo la testa per spiare l’ambiente:

È una notte cianotica.
Chini impiegati su Apple bianchissimi: un orgasmo di lucentezza.
Sono turgide vagine rasate e  teste di cazzo.
Li vedo tutti, ricchi e contenti.
Li vedo tutti, bastardi fetenti.