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The Indelicates – Songs For Swinging Lovers

Data di Uscita: 18/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

“Rideremo a crepapelle il giorno in cui la Thatcher tirerà le cuoia”, cantavano gli Hefner qualche tempo fa con irriverenza da goliardi. Dieci anni sono passati da allora, l’ex lady di ferro si gode la sua veneranda età nel riposo di un vespro dorato ed il sogghigno della rivalsa pare quanto di meno appropriato, almeno contemplando la tetra parata di nubi all’orizzonte. Oggi che ad esser morti sono tutti i nemici giurati del thatcherismo, non rimane altro che la soddisfazione effimera di un mesto e velenoso sorriso a denti stretti. Con le stimmate dei moderni ribelli e l’indole di chi si affeziona ad ogni causa persa in circolazione, gli Indelicates tornano ad offrire le loro corrosive riflessioni sul presente a quei pochi attualmente in grado di farle proprie ed apprezzarne gli spunti. In un sophomore album letteralmente imbevuto di spleen malinconico ed amarezza, ridono senza remore nella sconfitta con la fermezza di chi ha comunque dalla propria la forza della ragione. Se lo hanno detto esplicitamente nel recente passato (‘The British Left in Wartime’), ora si limitano a ribadirlo con insolito criterio ed una disinvoltura nelle liriche a dir poco stupefacente. Si può essere spregiudicati anche senza far impennare le chitarre elettriche, anche senza snocciolare un rosario di slogan regolarmente sguaiati ed irridenti. L’amalgama di languida poesia e smalto polemico funziona meglio che su ‘American Demo’, anche perché questo nuovo disco suona molto più quadrato, meno sfilacciato, con un’identità precisa e finalmente consapevole. Per una band che ha già dedicato un inno a questi anni di sfacelo generalizzato e di sogni infranti senza preavviso (‘The Recession Song’), si tratta di un semplice esercizio di diligenti ma sincere variazioni sul tema. Dopo l’ironica invettiva riservata alla sudditanza politica e culturale degli inglesi nei confronti di quella Godless America cantata nell’esordio, una Julia affilata e assai poco indulgente rivolge gli strali del proprio disgusto ad un’Europa in ambasce perché ubriaca di stile e classe ricevuti in eredità, ormai svuotati di ogni valore e trasformati in sintomi impietosi di un orgoglio tanto illegittimo quanto putrescente. E’ solo il capitolo introduttivo di una strenua offensiva che colpisce a tutto campo, dissimulando la propria brutalità con il velo gentile degli arrangiamenti oltre al sempre comodo filtro della metafora elegante. A parte l’abito rock rabbioso di ‘Your Money’, riproposizione a mo’ di contentino dei più fragorosi cliché di ‘American Demo’, è dietro una veste sonora raffinata che arde il livore della band del Sussex. Nelle parole lapidarie deflagra il disprezzo per uno scenario anche creativo sistematicamente votato alla mercificazione, alla spasmodica ricerca di profitto, in cui le uniche libertà concesse sono quelle di consumare (‘We Love You, Tania’) e consumarsi (‘Ill’). Tra le pieghe di un’apparente leggerezza, affiora una sottile vena di rassegnazione per questa società malata ed infelice nei propri agi, ossessionata da una bellezza che non sarà mai verità (‘Flesh’) e condannata ad una cronica insoddisfazione che è anche e soprattutto sessuale. Dietro maschere spiazzanti come la grottesca caricatura hillibilly di ‘Sympathy For The Devil’ o il cabaret espressionista di ‘Be Afraid of Your Parents’ si preparano bordate inesorabili a clericalismo e perbenismo imperanti, in contrapposizione ai quali ha senso solo la vita ai margini di una ideale frontiera, la prudenza scettica e l’autoesclusione da una grazia semplicemente atroce (“…of better days, happy fields, other shit we hate”). Aggirano le sirene della maniera e non difettano in lucidità i nuovi Indelicates, un po’ come i vecchi. Nei delicati ricami di piano tratteggiano anche un tenero e lievemente compiaciuto autoritratto, emblematicamente intitolato “Selvaggi”: cantori feroci perché genuini in un clima da basso impero, in un mondo appiattito sugli standard di un buonismo nauseante, di un “felice oscurantismo”, senza un posto in cui stare, una casa dove tornare, una Itaca cui tendere. E’ anche una canzone che racconta del proprio irriducibile senso di inadeguatezza (“We are Greeks in the age of Rome”), di un’appartenenza negata assieme all’armonia (“We are ornamental swords, forged for the peace after the war”) e di tutto ciò che le inevitabili contrapposizioni comportano. Ecco nascere rabbia repressa e paure irrazionali, anche se – per paradosso – dalla musica traspare un senso di sereno fatalismo e la propria inclinazione romantica è tutt’altro che messa a tacere. E’ proprio questo lo strumento ideale per non scadere nel più banale e cinico dei dileggi, quando è della propria generazione che si lascia un epitaffio (‘Anthem For Doomed Youth’). Sono indispensabili la disillusione e la tenerezza, ancor più del proprio estro decadente, per evocare le pallide rivendicazioni di una gioventù bellissima e desolata, sconfitta in partenza perché privata di qualsivoglia urgenza, satolla, inadatta a fregiarsi perfino dell’arruffata dignità punk. Non siamo gente annientata dalla guerra, né morta di fame, né in lotta, né autenticamente povera. “We are miners no more”. Già, i minatori. Quelli liquidati dalla Thatcher tanti anni fa.
E’ proprio a lei che spetta purtroppo l’onore dell’ultima risata.

Stefano Ferreri

2 Responses to “The Indelicates – Songs For Swinging Lovers”

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