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ISAN – Glow In The Dark Safari Set

Data di Uscita: 15/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Un disegno di natura
di Federica Giaccani

Sedevamo a gambe incrociate a terra. Io col mio solito tè, tu con la tua solita birra. Abitudinari, un savoir faire da fare invidia, e quegli occhialini incollati al naso come se fossimo dei veri intellettuali, o anche dei nerd, ci avevano detto in molti.
Tu: “Dove l’abbiamo riposto quella volta?”
Io: “Dai, è passato troppo tempo…”
Tu: “Eppure dobbiamo trovarlo”.
Io: “Ma non l’avevamo buttato alla fine?”
Tu: “No, impossibile. L’abbiamo tenuto. Non ricordi che parlavamo della ciclicità del tempo, della ciclicità delle mode, della nostra ciclicità? Dell’importanza dei corsi e ricorsi storici. Tutto torna, mai buttare via nulla, è stato sempre questo il nostro motto”.
Io: “Vero”.
La smania di preservare è stata da sempre l’unico collante che in qualche modo ci univa, ma per noi era tutto.
Avevamo trovato uno strano oggetto fabbricato manualmente da tuo padre; erano gli anni settanta, l’handmade spopolava. Era un captatore di rumori, una scatola di legno grezzo con un microfonino in testa; dentro, in qualche modo, c’erano dei componenti che registravano ciò che il microfono catturava. Non chiedermi come funzionasse meccanicamente, sai che non ho mai capito nulla di tecnica, sono stato da sempre un esperto di emozioni. Sembrava un giocattolo, chiunque avrebbe dubitato circa la sua efficacia, d’altra parte era talmente rudimentale da sembrare ridicolo, uno scherzo di cattivo gusto o una candid camera.
Eccolo lì, dopo anni, impolverato ma ancora, incredibilmente funzionante.
Decidemmo di utilizzarlo il giorno stesso sull’onda dell’entusiasmo, ci brillavano gli occhi per l’eccitazione, mi sudavano le mani mentre stringevo quel reperto. “Siamo venuti al mondo con la missione di sensibilizzare gli animi alla natura, con il sommo compito di riavvicinare la sterilità metropolitana a tutto ciò che è vita, nel senso primordiale del termine” – ne eri convinto eh!
Nel pieno dell’era digitale andavamo fieri delle nostre radici analogiche. Poi, un tocco di laptop avrebbe soltanto ingentilito il risultato. Servivano solamente i suoni, ma eravamo pronti a partire.
Automobile, coperta, tramezzini. La strada correva, noi stavamo in silenzio. Quelle montagne già sussurravano qualcosa, ma noi aspettavamo il lago. E ci arrivammo di notte, momento ad entrambi assai caro “perché al calare del sole si spengono anche gli sguardi morbosi, e qualsiasi cosa respira la libertà di essere se stessa”.
Seduti sulla sponda e noncuranti dei sassi che ci bucavano gambe e natiche aspettavamo.
Io volevo quella luce, tu quel suono; la commistione di entrambi avrebbe fatto il miracolo, solo l’acqua aveva in sé quelle potenzialità.
Il momento arrivò e nel buio, nel freddo, sentimmo la riva fermentare e illuminarsi. Tutto vibrò di Vita Vera. E noi l’avevamo colta, catturata, fatta nostra.
G L O W I N T H E D A R K
Io non volevo andarmene via, non volevo. Ma tu dicevi che quello che contava era l’irripetibilità dell’istante, avevamo già quello che aveva giustificato i nostri chilometri.
Abbiamo lasciato quella registrazione a giacere per anni, ma ora sai che è arrivata l’ora di accendere il laptop, perché quelle gocce e quel bagliore devono cominciare a parlare.

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