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Archive for giugno, 2010

Anais Mitchell – Hadestown

Data di Uscita: 16/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando abbattemmo il muro trovammo il deserto. C’era una bambina messicana col suo nemico. Il suo nemico era di fuoco. Lei gli sparò una pallottola d’acqua e lui si gettò a terra ormai spento.

L’aria era rossa e il sole sembrava un enorme rospo stanco che ritirava la sua pellaccia nella notte. Passò una carovana col re degli ubriaconi del deserto: Tom Waits. Gli gridai «vecchio Tom!» e lui mi rispose «vecchia sagoma!». Prendemmo un thè nel deserto. Il famoso thè nel deserto. «Fratello» disse Tom «è da talmente tanto che non ti vedo che mi sono scordato il tuo nome». «Art» gli risposi, tanto se lo sarebbe scordato dopo un minuto…

«Perché i tuoi avi costruirono quel muro?», «non so che dirti Tom, per sentirsi liberi dal nemico, pensavano di eliminare le tenebre con le pietre, ma come dice il santo, le tenebre si sconfiggono con la luce». «Mandarono un Gesù di cioccolato» disse ridendo Tom «ma si sciolse in un minuto!».

Alla carovana si aggiunse la bambina che stavolta aveva in braccio un cucciolo di coyote. Il deserto era duro, ci sembrava una coperta di fuoco sgualcita. Trovammo i tre trombettieri del deserto con i venti violinisti del deserto. Stavano facendo una partita a calcio nel deserto. Undici contro undici e uno faceva l’arbitro. Gli domandai dove si trovasse il prossimo whiskey bar, me lo dissero e non chiesero perché… questo mi ricordò qualcosa, ma andai avanti senza pensarci più di tanto. Ci fermammo dal vecchio del deserto che aveva il whiskey bar. Riprendemmo il cammino con molta più allegria, Tom era completamente sbronzo e raccontava di quando una tromba si innamorò di un pianoforte o le sue storie urbane piene di alcool e amore.

Il villaggio si aprì davanti a noi con potente meraviglia. Eravamo tutti a bocca aperta. Enormi palazzi di pietra e piazze di luce. Andammo dall’imperatore del deserto. «Così volete la fine della guerra?». «Si» gli rispondemmo in coro. «E cosa mi offrite?». La bambina gli porse in dono il cucciolo di coyote. L’imperatore sorrise. E fu la pace.

Marco di Memmo

The Indelicates – Songs For Swinging Lovers

Data di Uscita: 18/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

“Rideremo a crepapelle il giorno in cui la Thatcher tirerà le cuoia”, cantavano gli Hefner qualche tempo fa con irriverenza da goliardi. Dieci anni sono passati da allora, l’ex lady di ferro si gode la sua veneranda età nel riposo di un vespro dorato ed il sogghigno della rivalsa pare quanto di meno appropriato, almeno contemplando la tetra parata di nubi all’orizzonte. Oggi che ad esser morti sono tutti i nemici giurati del thatcherismo, non rimane altro che la soddisfazione effimera di un mesto e velenoso sorriso a denti stretti. Con le stimmate dei moderni ribelli e l’indole di chi si affeziona ad ogni causa persa in circolazione, gli Indelicates tornano ad offrire le loro corrosive riflessioni sul presente a quei pochi attualmente in grado di farle proprie ed apprezzarne gli spunti. In un sophomore album letteralmente imbevuto di spleen malinconico ed amarezza, ridono senza remore nella sconfitta con la fermezza di chi ha comunque dalla propria la forza della ragione. Se lo hanno detto esplicitamente nel recente passato (‘The British Left in Wartime’), ora si limitano a ribadirlo con insolito criterio ed una disinvoltura nelle liriche a dir poco stupefacente. Si può essere spregiudicati anche senza far impennare le chitarre elettriche, anche senza snocciolare un rosario di slogan regolarmente sguaiati ed irridenti. L’amalgama di languida poesia e smalto polemico funziona meglio che su ‘American Demo’, anche perché questo nuovo disco suona molto più quadrato, meno sfilacciato, con un’identità precisa e finalmente consapevole. Per una band che ha già dedicato un inno a questi anni di sfacelo generalizzato e di sogni infranti senza preavviso (‘The Recession Song’), si tratta di un semplice esercizio di diligenti ma sincere variazioni sul tema. Dopo l’ironica invettiva riservata alla sudditanza politica e culturale degli inglesi nei confronti di quella Godless America cantata nell’esordio, una Julia affilata e assai poco indulgente rivolge gli strali del proprio disgusto ad un’Europa in ambasce perché ubriaca di stile e classe ricevuti in eredità, ormai svuotati di ogni valore e trasformati in sintomi impietosi di un orgoglio tanto illegittimo quanto putrescente. E’ solo il capitolo introduttivo di una strenua offensiva che colpisce a tutto campo, dissimulando la propria brutalità con il velo gentile degli arrangiamenti oltre al sempre comodo filtro della metafora elegante. A parte l’abito rock rabbioso di ‘Your Money’, riproposizione a mo’ di contentino dei più fragorosi cliché di ‘American Demo’, è dietro una veste sonora raffinata che arde il livore della band del Sussex. Nelle parole lapidarie deflagra il disprezzo per uno scenario anche creativo sistematicamente votato alla mercificazione, alla spasmodica ricerca di profitto, in cui le uniche libertà concesse sono quelle di consumare (‘We Love You, Tania’) e consumarsi (‘Ill’). Tra le pieghe di un’apparente leggerezza, affiora una sottile vena di rassegnazione per questa società malata ed infelice nei propri agi, ossessionata da una bellezza che non sarà mai verità (‘Flesh’) e condannata ad una cronica insoddisfazione che è anche e soprattutto sessuale. Dietro maschere spiazzanti come la grottesca caricatura hillibilly di ‘Sympathy For The Devil’ o il cabaret espressionista di ‘Be Afraid of Your Parents’ si preparano bordate inesorabili a clericalismo e perbenismo imperanti, in contrapposizione ai quali ha senso solo la vita ai margini di una ideale frontiera, la prudenza scettica e l’autoesclusione da una grazia semplicemente atroce (“…of better days, happy fields, other shit we hate”). Aggirano le sirene della maniera e non difettano in lucidità i nuovi Indelicates, un po’ come i vecchi. Nei delicati ricami di piano tratteggiano anche un tenero e lievemente compiaciuto autoritratto, emblematicamente intitolato “Selvaggi”: cantori feroci perché genuini in un clima da basso impero, in un mondo appiattito sugli standard di un buonismo nauseante, di un “felice oscurantismo”, senza un posto in cui stare, una casa dove tornare, una Itaca cui tendere. E’ anche una canzone che racconta del proprio irriducibile senso di inadeguatezza (“We are Greeks in the age of Rome”), di un’appartenenza negata assieme all’armonia (“We are ornamental swords, forged for the peace after the war”) e di tutto ciò che le inevitabili contrapposizioni comportano. Ecco nascere rabbia repressa e paure irrazionali, anche se – per paradosso – dalla musica traspare un senso di sereno fatalismo e la propria inclinazione romantica è tutt’altro che messa a tacere. E’ proprio questo lo strumento ideale per non scadere nel più banale e cinico dei dileggi, quando è della propria generazione che si lascia un epitaffio (‘Anthem For Doomed Youth’). Sono indispensabili la disillusione e la tenerezza, ancor più del proprio estro decadente, per evocare le pallide rivendicazioni di una gioventù bellissima e desolata, sconfitta in partenza perché privata di qualsivoglia urgenza, satolla, inadatta a fregiarsi perfino dell’arruffata dignità punk. Non siamo gente annientata dalla guerra, né morta di fame, né in lotta, né autenticamente povera. “We are miners no more”. Già, i minatori. Quelli liquidati dalla Thatcher tanti anni fa.
E’ proprio a lei che spetta purtroppo l’onore dell’ultima risata.

Stefano Ferreri

The National – High Violet

Data di Uscita: 11/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

How we swallow the sun
di Marco Caprani

Nulla di più di un bacio.
Nulla di più si chiede alla sincerità.

La persi nel mondo, la persi davvero…
You must be somewhere in London,
You must be lovin’ the life in the
rain…
La presi sul serio, me la presi davvero…
E Nessuno.

Nessuno mi disse di essere innamorato di lei.
Negli occhi blu, un soffio di aria solare,
nelle pupille, il profondo pozzo di un’esperienza di vita piena.
Ma il cuore, avvelenato dal nulla.
I’m afraid of everyone, I’m afraid of everyone…
Nulla, non salva.
Nulla, non riesce ad accertare l’amore.
C’è bisogno di prove eclatanti.

Sguardi fuggenti, labbra chiare dai movimenti lenti e decisi.
Mani lunghe e leggere, affusolate ti toccano l’anima.
Losing my breath…

Ragazza piangi, piangi fortissimo.
Dimentica i miei occhi e ricorda l’erba dove correvi ridendo piccina,
salva il sorriso, salva le parole, salva le conversazioni infinite,
Salvale, queste sono solo per Noi.
Malgrado me e te, solo con noi acquistarono un senso.
Takes me a day to remember a day…

Toccati il cuore, accarezzane il battito,
lavane le colpe, scuotine la ruggine:

chi non derise se stesso di fronte all’orgoglio non seppe
mettere in gioco la vita per un fiore.

ISAN – Glow In The Dark Safari Set

Data di Uscita: 15/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Un disegno di natura
di Federica Giaccani

Sedevamo a gambe incrociate a terra. Io col mio solito tè, tu con la tua solita birra. Abitudinari, un savoir faire da fare invidia, e quegli occhialini incollati al naso come se fossimo dei veri intellettuali, o anche dei nerd, ci avevano detto in molti.
Tu: “Dove l’abbiamo riposto quella volta?”
Io: “Dai, è passato troppo tempo…”
Tu: “Eppure dobbiamo trovarlo”.
Io: “Ma non l’avevamo buttato alla fine?”
Tu: “No, impossibile. L’abbiamo tenuto. Non ricordi che parlavamo della ciclicità del tempo, della ciclicità delle mode, della nostra ciclicità? Dell’importanza dei corsi e ricorsi storici. Tutto torna, mai buttare via nulla, è stato sempre questo il nostro motto”.
Io: “Vero”.
La smania di preservare è stata da sempre l’unico collante che in qualche modo ci univa, ma per noi era tutto.
Avevamo trovato uno strano oggetto fabbricato manualmente da tuo padre; erano gli anni settanta, l’handmade spopolava. Era un captatore di rumori, una scatola di legno grezzo con un microfonino in testa; dentro, in qualche modo, c’erano dei componenti che registravano ciò che il microfono catturava. Non chiedermi come funzionasse meccanicamente, sai che non ho mai capito nulla di tecnica, sono stato da sempre un esperto di emozioni. Sembrava un giocattolo, chiunque avrebbe dubitato circa la sua efficacia, d’altra parte era talmente rudimentale da sembrare ridicolo, uno scherzo di cattivo gusto o una candid camera.
Eccolo lì, dopo anni, impolverato ma ancora, incredibilmente funzionante.
Decidemmo di utilizzarlo il giorno stesso sull’onda dell’entusiasmo, ci brillavano gli occhi per l’eccitazione, mi sudavano le mani mentre stringevo quel reperto. “Siamo venuti al mondo con la missione di sensibilizzare gli animi alla natura, con il sommo compito di riavvicinare la sterilità metropolitana a tutto ciò che è vita, nel senso primordiale del termine” – ne eri convinto eh!
Nel pieno dell’era digitale andavamo fieri delle nostre radici analogiche. Poi, un tocco di laptop avrebbe soltanto ingentilito il risultato. Servivano solamente i suoni, ma eravamo pronti a partire.
Automobile, coperta, tramezzini. La strada correva, noi stavamo in silenzio. Quelle montagne già sussurravano qualcosa, ma noi aspettavamo il lago. E ci arrivammo di notte, momento ad entrambi assai caro “perché al calare del sole si spengono anche gli sguardi morbosi, e qualsiasi cosa respira la libertà di essere se stessa”.
Seduti sulla sponda e noncuranti dei sassi che ci bucavano gambe e natiche aspettavamo.
Io volevo quella luce, tu quel suono; la commistione di entrambi avrebbe fatto il miracolo, solo l’acqua aveva in sé quelle potenzialità.
Il momento arrivò e nel buio, nel freddo, sentimmo la riva fermentare e illuminarsi. Tutto vibrò di Vita Vera. E noi l’avevamo colta, catturata, fatta nostra.
G L O W I N T H E D A R K
Io non volevo andarmene via, non volevo. Ma tu dicevi che quello che contava era l’irripetibilità dell’istante, avevamo già quello che aveva giustificato i nostri chilometri.
Abbiamo lasciato quella registrazione a giacere per anni, ma ora sai che è arrivata l’ora di accendere il laptop, perché quelle gocce e quel bagliore devono cominciare a parlare.

Wolf Parade – Expo 86

Data di Uscita: 29/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto era pronto per la festa del legname, tronchi di tutti i tipi. Signori baffuti dietro alle esposizioni, e le loro signore a preparare i barbecue con quintali di bistecche e dappertutto le bandiere con la foglia d’acero in mezzo.
Lo sceriffo controlla tutto seduto su una sedia di legno che a fatica lo contiene accompagnato da una buona scorta di hamburger ripieni di schifezze.
Profumo di resina dappertutto, e chi è allergico non deve passare perché rischia la morte causa la polverina bianca, che come una nebbia si spande sul cielo ormai scuro. La fiera che rinvigoriva l’economia del paese per tutto l’anno, compratori di legno pregiato da tutto il continente e oltre.

Atmosfera da grandi affari, ma nessuno aveva fatto i conti con loro. Erano stati respinti, non potevano suonare perché avrebbero disturbato gli eventuali compratori con i loro suoni spastici e fuori tempo, ma arrivarono lo stesso.

Il travestimento era ridicolo, berretti di lana con palline rosse attaccate, sciarpe indossate alla bell’e meglio per coprire il volto e benzina nascosta in bottigliette nelle tasche. Alticci arrivarono sul posto e diedero fuoco a tutto il legno presente. Con due pezzetti di legno ciascuno, come torce, iniziarono a danzare come pazzi nel buio davanti al falò gigantesco e davanti allo sceriffo asfissiato non si sa se dagli hamburger o dal fumo. Presero gli strumenti e iniziarono a suonare per il fuoco

“Arrivammo totalmente ubriachi, non ci volevano e non volevano la nostra musica. Dan decise tutto, eravamo decisi anche se temevano di farci prendere per via del troppo alcool che ci rendeva difficoltosi i movimenti. Ma arrivati sul posto le nostre terminazioni nervose si rianimarono. Fu il concerto più bello della nostra vita”

Alessandro Ferri

Pan Sonic – Gravitoni

Data di Uscita: 07/06/2010

Sono un tecnico delle radiazioni elettromagnetiche di frequenza compresa tra zero e 300 GHz.
Vago per questa terra oramai deserta e scura per liberare gli appartamenti dai rumori provenienti dagli apparecchi elettronici. Lavoro gratis, non esiste più nessuno che possa pagarmi; imbraccio la mia apparecchiatura e mi avventuro nei nuclei abitativa ridotti a scheletri incerti, alla ricerca del rumore bianco e dell’effetto neve su quelli che un tempo erano moderni televisori panoramici.
Sono un tecnico delle lunghezza d’onda che vanno da 1 mm all’infinito.
Porto il silenzio laddove la quiete è interrotta solo da radioonde, informazioni disorganizzate delle quali nessuno potrà più lamentarsi. Non so se qualcun altro sia sopravvissuto, ma ho perso il conto dei giorni solitari che ho percorso in cerca di cibo e di onde a bassa frequenza da smorzare. Era il mio lavoro, forse continuo per sola deformazione professionale.
Sono un tecnico delle onde radio.

Dove sei?
Forse sto impazzendo. Sempre meno fonti da riparare e sempre più fame… Heinrich Rudolf Hertz, Guglielmo Marconi e Nikola Tesla mi odiano.
Chi sono io?
Quanto giorni sono passati? E’ mattina o sera? Avrò zittito ogni spettro elettromagnetico rimanente sulla terra? Troppe domande inutili. Mi manca il rumore!

Maurizio Narciso

The Chemical Brothers – Further

Data di Uscita: 07/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

L’altro mondo
di Gianfranco Costantiello

Fu per caso che iniziò. Direi per gioco. Annoiandomi in un pomeriggio di ufficio. Ero stanco di aprire la solita pagina di facebook e imbattermi in link adolescenziali di gente cresciutella dal quoziente intellettivo basso. Bassissimo direi. Poco dopo la solita pausa sigaretta una finestra pubblicitaria balzò al centro dello schermo. La seconda vita, l’altro mondo recitava una voce elettronica. Join. Name: horse power, password : *******. INVIO. Procedendo con la registrazione avevo la sensazione di perdere il mio tempo ma ne ero ferocemente attratto. INVIO. REGISTRAZIONE TERMINATA CON SUCCESSO. Poi premetti su ACCESSO. Inserii i miei dati e un enorme benvenuto seguito dal mio nome fittizio lampeggiò sullo schermo. Caricai sul profilo una mia foto sulla quale venne elaborata la mia figura virtuale. Inviai una foto di quando avevo vent’anni. Avevo i capelli lunghi e ondulati che scendevano sugli occhi. Ero un bel ragazzo ma adesso dopo trent’anni non rimaneva nulla di quell’esile figura slanciata che spopolava tra le ragazze del liceo. Una pancia da camionista e una luna splendente in testa erano i miei segni particolari. Mi ero ridotto proprio male. Sempre più trascurato dopo il matrimonio. L’ERRORE PIU’ GRANDE DELLA MIA miserabile vita. Ma adesso un nuovo mondo si apriva davanti ai miei occhi. Bastava un click. La mia vita non fu più la stessa. Intere giornate scorrevano come fiumi in piena al pc. Diventavo sempre più pallido con vistose occhiaie tra la preoccupazione dei miei colleghi e di mia moglie. Rifiutavo persino il cibo. Mi bastava quello che mangiavo nella seconda vita. Bastava un click. E poi quella donna affascinante dai lunghi capelli rossi. Era perfetta. La corteggiavo ma lei faceva la preziosa ai primi tempi. Finchè una notte mi portò a casa sua dopo aver bevuto un paio di bottiglie di ottimo vino. Facemmo l’amore avvinghiati nel suo letto. Poi piombammo in un sonno profondo.

Ricordo che ero con la testa china sulla tastiera e gli occhi semichiusi quando qualcuno mi scosse. Sentii il suo profumo e intravidi lei nell’oscurità. L’afferrai per un braccio ma lesta si divincolò. Mi spinse con una forza inumana alla finestra. La spalancò. Un’enorme distesa bianca s’estendeva davanti ai  miei occhi increduli. Nel giro di pochi secondi il sole albeggiò. Mi urlò di seguirla gettandosi nel vuoto. Senza pensare feci altrettanto. K + D e infine B. Camminai sulla neve. Non lasciai alcuna impronta. Svenni in un deliquio. Ricordo di amarla e non c’è nient’altro.

The Wilderness Of Manitoba – When You Left The Fire

Data di Uscita: 22/06/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno sguardo da 2° 3° 4° posto
di Filippo Righetto

Lo vedevano arrivare da lontano.
Anzi.
Prima di vederlo, lo sentivano.
Quel cigolio abbattuto pareva momentaneo, ma puzzava di eternità.
Si chiedevano da dove venisse, dato che il guscio metallico che lo ospitava era oliato a dovere.
Le persone si interrogavano su quel ragazzo, e mormoravano.
Un tempo atleta sano e dalla morale integra, la vita gli sorrideva e lui sorrideva ad essa.

Aveva smesso di frequentare la casa.
Il che era strano.
Ci era molto legato. Più di chiunque altro nel quartiere.
Era una casa defilata, non si lasciava trovare.
Il ragazzo ci passava davanti spesso, quasi ogni giorno. La considerava una dimora modesta, dalle tinte spente, con degli evidenti problemi strutturali. Forse a qualcuno quelle grondaie raffazzonate e quelle tegole sproporzionate potevano anche piacere.
A lui no.
Questione di gusti.
Qualche volta ci entrava pure. Al pian terreno solamente.
Si riunivano li un’accozzaglia di giovani vagamente interessanti, che non spiccavano di certo per acume e prontezza. Non erano al suo livello.
Quasi per noia inerziale, cominciò ad addentrarsi nei piani superiori. Non cercava nulla, e non c’era niente che lo interessasse.
Questo prima di scoprire il pianoforte.

Sentì le prime note avvolgerlo e trasportarlo fuori dalla materia. Li, nel nulla, si rese conto di essere solo. Nessun altro aveva sentito quella meraviglia. Capì subito, e si mise alla ricerca della fonte. La trovò, in un piano nascosto, il più alto.
Entrò in una stanza piccola e dal profumo intenso. Bagnata dal buio, poca luce filtrava dalle tende. Si appoggiò alla parete, lentamente scivolò a terra.
Rapito.
Cercò, a tentoni, qualcosa. La sua curiosità trovò una scheggia affilata. Pretendeva troppo dalla stanza. Sorrise felice, era solo la prima volta del resto.

Tornò ogni giorno, e la sua felicità aumentava di visita in visita.
I gradini per raggiungerla erano massicci e pericolosi, ma lui impiegava sempre meno a farli.
Ogni viaggio era una nuova scoperta. Quando trovava qualcosa, si avvicinava all’unico raggio di luce che fuggiva la finestra oscurata, e ammirava.
Libri che narravano della storia della casa, fotografie di tempi passati, un’immensa collezione di vinili, giocattoli animati.
Il tempo passava, e il giovane capiva che poteva comunicare con la stanza.
Parlava ad alta voce, ed il suo nome, saettando tra quei buffi oggetti, veniva trasformato, ed ogni volta che questo succedeva, il suo cuore scintillava.
C’erano degli scaffali vuoti, e lui li riempì con immagini della sua vita. Aggiunse dischi alla collezione. Un quadro.
Condividevano tutto.
Le frustrazioni e le passioni.
La più minuscola novità era subito occasione per correre a perdifiato attraverso il selciato e saltare quei gradini a due a due a tre a tre a quattro a quattro fino a volare!
Cosa nascondeva quell’edificio all’occhio così debole… era fortunato, felice, così felice da essere diventato stupido pensava ridendo!
Non avrebbe cambiato nulla.

Venne il giorno in cui smise di essere stupido.
Aveva scoperto lievemente il pesante tendaggio, e i suoi passi l’avevano guidato sulla soglia di una porta. Abbracciò la maniglia, e spinse senza ottenere risultato alcuno. Continuò in questo modo, incredulo. Fece qualche passo incerto all’indietro, riflettendo.
Qualcosa non andava.
Cominciò a cercare la chiave, prima con calma, poi con crescente ansia e sofferenza. Scorse tutti i libri che aveva letto e scritto, pagina dopo pagina, singhiozzando, ed i cartoni e le favole e la musica e le speranze e tutto quello che rendeva bellissima quella stanza!
Il pianoforte cominciò a cantare con voce fredda, tanto che il ragazzo vedeva la brina staccarsi dalle sue corde tese.
Quella porta non si sarebbe mai aperta per lui. L’eventualità non era nemmeno mai stata contemplata.
Scappò dalla stanza, senza fiato, inciampando su tutto quello che era stato costruito. Non era possibile, non aveva senso, nessun senso, non c’era motivo di… di…
Arrivato sul pianerottolo, lanciò il suo peso sulla balaustra cercando sostegno, ma il dolore liquido gli fece mancare la presa.
Cadde.
Quei gradini, la cui conquista era stata per lui fonte di immensa gioia, ora lo straziavano senza pietà, martoriandolo. Dopo un tempo infinito, si ritrovò disteso alla base delle scale, incapace di muoversi, di parlare, di vivere.
Non riusciva più a muovere le gambe.
Alzò la testa di qualche centimetro. La porta d’ingresso era spalancata, ed un sole pallido e vuoto lo colpiva, mentre il suo destino lo raggiungeva scivolando lentamente. Si issò sulla sedia a rotelle con fatica.
Per la prima volta era consapevole dei suoi limiti.
Non era abbastanza. Lui non era abbastanza.
Cominciò la sua vita da reietto. Perse molto, dopo quella caduta. Fece delle scelte sbagliate, che ferirono persone a lui vicine.
Tornò qualche volta d’innanzi a quei gradini. Sentiva la musica del pianoforte suonare più radiosa che mai.
Guardando in alto, non pensava a quanto fosse tutto così assurdo, alle spiegazioni mancate, all’odio che avrebbe dovuto provare… l’unico pensiero che imperversava nella sua mente era… quanto gli facessero male le sue gambe.
Adesso le persone lo incrociavano per strada.
Quello che le colpiva non era la carrozzina, o il suo aspetto dimesso…
I suoi occhi.
Uno sguardo da 2° 3° 4° posto.