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Archive for maggio, 2010

Meursault – All Creatures Will Make Merry

Data di Uscita: 24/05/2010

Il Futuro Scorso
di Giulia Delli Santi

C’era un giovane uomo e c’era una giovane donna.
Ma questa non è una storia d’amore, è una storia di strade smarrite, di occasioni perse.

“There are not but ghosts behind the endless canopy and they all hold small comport for deserters such as we.”

L’inverno finalmente ci lasciava spogli di quelle sagge compostezze che ci concedevamo ancora, la discrezione che ci metteva in guardia.
Quella profonda paura latente di legarsi l’uno all’altra.
Il nostro tempo è trascorso guardando la gloria e l’orrore di tutto quello che ci circondava.
Il silenzio, statico sorriso hopperiano che tanto ti faceva interrogare.
Sospesi.
Le parole andavano cambiate?
E il dubbio era seminato, la sfiducia cresceva.
Avrei continuato con incoerenza immacolata.

“And you saw me dreaming on a world that I wouldn’t have lasted more than five minutes in.”

L’aria è ferma.
Ora vedo il cielo sgombro dalle nuvole del dubbio e respiro più profondamente.
Non avrò lo sguardo rivolto altrove, in attesa così rassegnata.
Ecco il varco che mi allontana da quei tremori, dalla mia instabilità di fragile uomo.

“By the winter I’ll have risen and by the summer I’ll be blind. I will meet with you but I don’t know where.”

Sarebbe stato del tutto impossibile dopo tutto. Anche una linea ha due facce.
Vorrei non ascoltare più the melody at night with you.

LCD Soundsystem – This Is Happening

Data di Uscita: 18/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Cammino e sento una strana musica che proviene dalle tegole. Mi fermo. Vado avanti, la musica è finita.
Cammino ancora. Sono con una compagnia di trapezisti. Hanno tutti dei fisici statuari, soprattutto la bionda. Io sembro un orso bruno al loro fianco. E in effetti sono proprio un orso bruno. Da orso bruno proseguo, la gente si tiene lontana da me… perché? Ah si, sono un orso bruno.
Bruno appunto, mi aspetta sul ponte tra tre secondi.
Mi dice: “E’ ora!”.
Volare da un ponte è una cosa molto sconveniente per quanto riguarda lo schianto, ma il volo è straordinario. Il fiume era in piena per fortuna.
Ora io e Bruno siamo due pesci.
“La corrente è una cosa straordinaria” mi dice Bruno, “la vita è una cosa straordinaria” gli rispondo con particolare ispirazione.
Siamo potenti, siamo senza fine.
Adesso siamo acqua. Io e Margherita. Due minuscole incredibili molecole d’acqua. Evaporiamo.
Era una vita che volevo essere nuvola, ed ora sono nuvola con Margherita, non potevo chiedere di più. In due ora siamo in Islanda.
Eccoci nella nube di quel vulcano. Faremo saltare i voli di mezza Europa e forse di mezzo mondo. Margherita ride, è un po’ cattiva, ma è una brava ragazza. Il problema è che è cresciuta ascoltando i Motörhead e i Black Sabbath. A nove anni andò al concerto degli AC/DC. Ma sa essere anche dolce. E mentre lei ride un fulmine ci spedisce a terra.
Siamo nella terra, nel suolo. Un vigneto. Agli inizi di ottobre ci vengono a cogliere e fanno il vino.
Siamo a tavola, in una bottiglia di vino verdastra. Le ho sempre svuotate quelle bottiglie, non mi ci sono mai trovato dentro. Sorrido. Se proprio devo morire almeno disseterò qualcuno.
E’ mio padre e allora gli grido “Fermati! Sono io”. Mio padre ci prende dal bicchiere e ci poggia su una sedia.
Ora è tutto normale, abbiamo le proporzioni giuste e siamo fatti di carne ossa nervi e sangue.
Ridiamo, a tavola c’è il cardo in brodo e finalmente Margherita è reale.
E’ abbastanza.
Sento una strana musica che viene dalle tegole. Ma stavolta non ci casco.

Marco Di Memmo

Erano i tempi in cui le parole “funk” e “punk” erano ancora scomodabili per descrivere lo stesso movimento musicale.
Si ballava la musica elettronica o il rock e ci si vestiva in giacca e cravatta oppure in jeans e maglietta stropicciata non aveva importanza, eravamo i cazzoni della prima ora che non conoscevano “Giorgio Moroder” né gli “Human League” ma che sapevano muovere il culo a colpi di “Daft Punk Is Playing At My House”.

Eravamo felici.

I favolosi anni 2000 sembravano non dovessero finire mai. Dopo le sbronze con i vari Prodigy e Underword avevamo finalmente scoperto il groove; eravamo diventati maggiorenni! Dì li a poco la rivalutazione di Kraftwerk, Manuel Göttsching e David Bowie, ma questa è un’altra storia.
Da un lato l’algida elettronica tedesca e dall’altro l’incendiario hip hop / dub step inglese e noi li nel mezzo, “North American Scum” e “Drunk Girls” del momento.

Compravamo ancora i nostri dischi preferiti nei negozi di musica del centro e quelli di “James Murphy” non ce li lasciavamo scappare di certo, avevamo la nostra autentica “next big thing” e quelli del popolo rock ci rispettavano ancora.

Come siamo diventati schiavi di questa modernità insipida e della musica “disco” tutta uguale non lo ricordo, ma quelli sì che erano bei tempi, quelli in cui le parole “funk” e “punk” volevano dire LCD Soundsystem.

Maurizio Narciso

CocoRosie – Grey Oceans

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Everlasting ages
di Federica Giaccani

“Prendimi per mano” – “Prendimi!” supplicò. La bambina dai capelli rossi e il viso tempestato di lentiggini sembrava spaventata, in realtà era la più forte. C’era da attraversare una piccola radura; i rami degli alberi erano intrecciati come le lunghe braccia delle vecchie bambole di pezza, che non riuscivano mai ad allungare diritte del tutto nei loro giochi, ma il vento scuoteva le fronde, e le foglie cadevano come lacrime. La bimba dal caschetto biondo le tese la mano, era più grande ed ostentava sicurezza, ma le sue gambe tradivano timore, malgrado i larghi pantaloni in jeans che avrebbero coperto qualsiasi tremore sospetto. E corsero, inciampando e rialzandosi, mentre gli scoiattoli danzavano con le farfalle, ritmicamente, a scatti, elettronici e dolci come il caramello. Tulipani di gomma, bolle di sapone, animaletti mou. Fuori dal bosco le aspettava l’enorme gabbia di vetro – un Crystal Palace rivisitato – e la loro immagine riflessa sull’ampia superficie cangiante. Un’occhiata, e un balzo indietro: ma chi erano? Il vetro restituiva la figura di due donne ormai cresciute, l’innocenza era svanita dagli occhi, si guardavano a vicenda con disincanto. Entrarono attratte da profumi esotici, da colori accesi e canti di uccelli. Tutto ciò che apparve ai loro occhi le riempì di stupore, ma al contempo sembrò loro familiare. Pappagalli giganti sfiorarono le loro teste, volarono piume azzurre e gialle, un’allegra comunione di flora e fauna estrapolata chissà dove e racchiusa a stento da quelle pareti evanescenti; alberi e rampicanti coltivati in serra, cinguettii, il bosco fuori e il bosco dentro. “Siamo già state qui?” (Ma erano le bambine o le donne a parlare?)
In un angolo, nascosta dal verde e dal fucsia delle piante in cattività, una casetta di legno spuntava timida in cima al baobab, l’intenso profumo emanato dai grossi fiori non poteva essere ignorato; la scaletta a pioli era un invito a salire, mentre il sole fuori si coricava all’orizzonte, e i fiori notturni si schiudevano, e le lucciole giocavano a rincorrersi lungo scie intermittenti. Era un buco lì dentro, che sapeva di legno e di primavera, pieno zeppo di cianfrusaglie raccolte in giro per il mondo, esperienze ed emozioni racchiuse in oggetti accatastati: vestiti, libri impolverati, pupazzi, un grosso canguro gigante di peluche, uno xilofono, una pianola per bambini, un mappamondo. Lì dentro era conservata la loro storia, non era un banale déjà vu, in repentini salti temporali l’innocenza immacolata bambina si trasformava in maturità adulta e consapevole, e poi di nuovo indietro.
Era questo ciò che eravamo, ed è questo ciò che siamo. Trovammo una macchina fotografica usa e getta, dimenticata tra le bambole. Ci disegnammo in faccia improbabili baffi e ci vestimmo hippie, con due cappelli di feltro a punta, celesti. L’immagine che rimase non è che una coppia di donne in bilico tra l’infanzia e i giorni d’oggi, tanto buffa quanto commovente. Due mezzi sorrisi beffardi.

Ellen Allien – Dust

Data di Uscita: 17/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Bicchieri di cristallo alti metri e metri, ballerine nude ci nuotano dentro, in un liquido rosso sangue. Gli schizzi escono fuori e si infrangono sui muri lucidi e argentati, aperitivi non-stop per tutta la vita con luci soffuse e le ragazze sono tutte vestite allo stesso modo. Spacchi vertiginosi, labbra viola e capelli che svolazzano, come se ci fosse un vento di bora, un vento proveniente dalle aperture che si aprono nel soffitto nero. Non parliamo con nessuno, i pensieri sono ritardati e nessuno se ne preoccupa, la musica ruvida e una voce aliena ad un volume bassissimo dividono l’anima di tutti i presenti, i frammenti di anime fluttuano sopra le teste delle persone e sono risucchiate nel soffitto. Portare chissà dove.

Tutti fermi e immobili con gli occhi chiusi proponiamo ai passanti movimenti meccanici per portare alla bocca cibi e liquidi, si accalcano alla vetrina del locale per scrutare nelle luci troppo poco luminose, la vita è così semplice per loro che guardano da fuori. Guardano straniti poi ripartono con le loro scorte piene di cibo.

Pezzi d’anima portati in una notte di pioggia in un grattacielo infinito dove all’ultimo piano si dà un party con musica a volumi pazzeschi che gorgoglia da tutte le parti, ritmi minimali e aspri colpiti nel cuore da sviluppi più dolci e sensuali. Pezzi d’anima scossi e ricomposti, come il dna ricombinante. Nuove anime migliori, più capaci, indegne, assuefatte dal suono e con attitudine più sviluppate del normale. Più rilassate. Più brillanti. Più e più tutto ancora. Esplosioni e scintille dappertutto, in un sussultorio movimento di anime che cozzano una contro l’altra, si plasmano, sono plasmate e solo successivamente torneranno a casa propria. I decibel le riportano dove erano prima, migliorate, pompate.

I bicchieri si rompono e il liquido rosso invade tutta la stanza e si attesta al livello delle nostra ginocchia, i pantaloni si bagnano e perdono il loro colore. Tutti bevono questo liquido ma nessuno capisce cosa sia. Effetto sonnifero, due giorni dopo tutti si risvegliano con anime potenziate, pronti a sconfinare tutti i confini prefissati.

A:”OH ALE SVEGLIATI”
B:”HO FATTO UN SOGNO STRANISSIMO, ANIME RICOMBINATE E…”
A:”ERI UBRIACO, CHE CAZZO DICI, RIPRENDITI CHE DOBBIAMO ANDARE A VEDERE ELLEN ALLIEN, PRESENTA IL NUOVO ALBUM, TI ERI DIMENTICATO?”

Alessandro Ferri

Crystal Castles – Crystal Castles

Data di Uscita: 24/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sogni violenti
di Gianfranco Costantiello

Alice ha il rossetto sulle labbra. Alice fissa il muro. Si accende una sigaretta.

Il battesimo del cervo Doe

Quella sera Alice si annoiava. Recuperò in soffitta una maschera di cervo. Era una vecchia maschera con delle corna enormi. La indossò. Sembrava proprio un vero cervo – mi chiamo Doe, mi chiamo Doe – diceva specchiandosi. Il cervo Doe, proprio come il cervo di un vecchio cartone degli anni novanta. Entrò in un bar. Si sedette al bancone e prese da bere. Tutti ci provavano con il cervo Doe. Chissà come era il cervo Doe a letto. Tutti volevano baciarla. Possederla. Lei non voleva e andò via. Si alzò la minigonna di pelle. Era sul cavalcavia dell’autostrada. Si accovacciò e pisciò di sotto. Pisciò sulle auto che sfrecciavano. Pisciò nei suoi stivali. Fu il suo battesimo. Il battesimo del Cervo Doe.

Un cesso di cuore

Il Vietnam. Il Vietnam l’aveva turbata. Sconvolta. La guerra, gli Americani… perché? Il Vietnam la turbava più della zia. La zia era ossessiva. La teneva segregata in casa. Così Alice era costretta a scappare dalla finestra della sua camera per uscire. Una bottiglia di whiskey stava sullo scaffale più alto di un supermarket di periferia. Comprò la bottiglia di whiskey che stava sullo scaffale più alto di un supermarket di periferia. Bevve la bottiglia di whiskey che….. . Vagò per la città. Rientrò in piena notte. Si scagliò sul cesso. Vomitò. Vomitò qualcosa di vivo. Schizzava. Batteva. Si dimenava. Galleggiava come uno stronzo: il suo cuore. La gente non ama, pensò. Tirò lo sciacquone.

Alice ha ancora il rossetto sulle labbra. Alice fissa ancora il muro. Preme quel che resta della sigaretta sul fondo del posacenere.

Flying Lotus – Cosmogramma

Data di Uscita: 03/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

A Love Story Between A Crazy Proton And A Watermelon Candy Bar
di Filippo Righetto

Fium Fium Fium

Bolle Di Sapone

Mignottami di attenzioni (MIND THE GAP) sbagliate
di
presunzioni e biglietti scaduti
suoni avversi
intromissioni amorose
colori

Wou Wou and I do the snake dance THE SNAKE DANCE.

Sono un filamento impazzito, una fisarmonica guidata dalla volontà di una ninfea sincopata.

Mi concedi questo ballo? Danziamo danziamo, Fantasia! Fantasia!, colle scope ed il sanguinaccio.

Rimaniamo abbracciati tutto il giorno, anche se non ho braccia da offrirti, ma prendi pure tutto il resto, serviti pure! Te lo dico sorridendo, perso in un’estasi pineale.

Ammira il cuore, entra in sintonia con il suo incedere aggraziato.

Jukebox multilescente, l’aria è schiumosa e frizzantina, siamo tutti colori diversi, dovresti vederlo da te, giocare con me in questa foresta sporcata dai laser, specchiarti nelle particelle luminose che ci circondano.

Perché non sei nata anche tu dentro questo meraviglioso sistema?

You’re too big, you wouldn’t fit here, it’d mean death!

Il dilemma di lasciarti entrare per ballare intrecciati o di continuare a guardarti filtrata da due centimetri di pelle…

Yo Open the gate

Bachi Da Pietra – Quarzo

Data di Uscita: 14/10/2010

Una sinossi di seta per Bruno Dorella e Giovanni Succi
di Maurizio Narciso

Pietra Della Gogna
La processione delle carni è sonno eterno dello spirito, un  blues rumorista

Bignami
Le pelli che tuonano e un’orchestra di cucchiai

Dragamine
La chitarra, le pietre e le vene, una ballata “facile facile facile”

Niente Come La Pelle
Tintinnii e foschia autunnale, niente come la pelle

Zuppa di Pietre
La città vista dal deserto, crepiti e un serpente a sonagli

Morse
Falso movimento

Muta
Il post rock dei bachi da pietra

Notte Delle Blatte
Madrigali insonni

Pietra Per Pane
Ancestrale brama di…….  Pane.

Non E’ Vero Quello Che Dicono
Ingranaggi notturni di Waitsiana memoria (Un piano stritolato)

Orologeria
Cappella Rothko, lato nord (Houston, Texas)

Fine Pena

Io metto in versi i miei guai migliori

Thee Oh Sees – Warm Slime

Data di Uscita: 11/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto ciò di cui hai bisogno è l’estate…
Che si tratti di un augurio rivolto all’impavido ascoltatore che ha scelto di seguirlo un’altra volta, oppure di un consiglio destinato unicamente a se stesso e da intendersi come necessità di conquistarsi il proprio piccolo posto al sole, non è dato sapere. John Dwyer è sempre stato un personaggio sfuggente, uno di quelli che non amano fermarsi o lasciarsi incasellare e quindi insistono nella loro fuga perenne ed incomprensibile ai più, cambiando senza posa indirizzi, denominazioni ed abiti musicali. L’estate come metafora del riposo potrebbe calzargli a pennello ma il leader dei Thee Oh Sees ha già predisposto altri schemi e nessuna pausa è contemplata. Otto album in neanche quattro anni varrebbero come media promozione, non fosse che le logiche discografiche non sono escogitate per omaggiare una simile generosità. Partita con il pretesto della ricerca di un suono, in una baldoria di sperimentalismi domestici via via condivisi ed estesi da progetto solista a vera band principe, la corsa schizofrenica sembrava aver trovato un approdo formale di una certa consistenza con gli ultimi lavori licenziati da Dwyer e soci, tutti imperniati sul formidabile cortocircuito tra garage pidocchioso in quota Woodsist e svenevolezze vocali rigorosamente desuete. Se il velo di un cliché pareva aver adombrato l’intransigenza espressiva dell’audace musicista, è pur sempre vero che ogni singola opera a marchio Thee Oh sees funziona come autentico mondo a parte. Nell’economia e nello specifico di ‘Warm Slime’ risulta cruciale l’introduzione affidata alla title track, emblematica prova di delirio e noncuranza strategica con i suoi tredici minuti e rotti di cavalloni elettrici. La bassa fedeltà della casa non intacca un tono molto più sostenuto, adrenalinico ed arrembante del solito, con quella sorta di antitormentone che si insinua succube e resta a fermentare nel cervello, gioioso mantra architettato come ponte ideale tra due coste rumorose, una più convenzionale, l’altra orientata al festoso furore noise gracchiante che è la vera cifra del gruppo, tutta echi e riverberi squillanti. Senza avvisaglie si viene risucchiati. Questo piacevole flusso schiumante e dilatato – esempio di terrorismo sonoro pacifista aperto al diletto dell’improvvisazione – sarebbe perfetto per una campagna di suicidio commerciale, se solo ci fosse una base di riscontri o vendite da mandare al massacro. Colpisce nel resto dell’album, un pugno di canzoncine da tre minuti ciascuna, il ricorso ad una semplificazione della scrittura e degli arrangiamenti che premia il bozzettismo rock di pura sostanza. Prendiamo ‘Castiatic Tackle’, punk veloce, abrasivo ed approssimativo in linea col migliore Dwyer style. Forse i nuovi Thee Oh Sees pagano qualcosa in termini di eccessiva schematizzazione delle trame e della melodia: il songwriting è basilare, ridotto all’osso ed ammantato d’una scorza più diretta che mai, senza le bizzarre infiocchettature retrò che a dire il vero li rendevano così irresistibili. E’ in questo ripensamento che alberga il carattere anomalo di ‘Warm Slime’, nella volontà di annullare le delicatezze accennate nei gradevoli quadretti di ‘Sucks Blood’ o ‘Hounds of Foggy Nation’, dando spazio ad un cantato senza svolazzi e ad una forma che da acidula si è fatta più schietta e irridente. Anche il vetriolo si dimostra meno delirante e più disciplinato che ai tempi di ‘The Master’s Bedroom’, solo due anni fa peraltro. Canzoni come ‘Mega-Feast’ sono autentiche ipotiposi, pezzi brevi, scapestrati e chitarrosi che lasciano margini esigui all’immaginazione, mentre i cromatismi restano confinati alle figure emaciate che in copertina ricordano vagamente la premiata ditta Klimt & Schiele. Si sente terribilmente la mancanza della voce di Brigid Dawson, limitata nell’occasione ai cori cadenzati della militaresca ‘Everything Went Black’: davvero troppo poco per un’arma letale di tale risma. Certo non siamo in presenza di un completo tradimento, gli amanti del genere possono stare tranquilli. ‘Flash Bats’, per dire, è un pezzo ancora più sommerso del consueto, con la voce di John sepolta sotto strati e strati di dissonanze, feedback cenciosi e rumenta sonica. Il valore fidelizzante di ‘Warm Slime’ è assicurato da questa sistematica negazione della bella forma, dell’equilibrio e della norma sonori. Come nel caso di ‘I Was Denied’, nonostante una melodia bubblegum sixties di quelle tagliate con l’accetta, i suoni restano volutamente grezzi, scontrosi, la produzione povera e poco elaborata. Ma sotto le scaglie della psichedelia lo-fi, dietro gli scampoli di rancidume noise, si conferma uno spirito pop genuino e fanciullesco che non chiede altro che una nuova estate per liberare tutta la forza visionaria della propria irriverenza.

Stefano Ferreri