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Mark Sultan – $

Data di Uscita: 13/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Detestavo il garage. Sempre considerata stantia e senza orizzonti come musica, atroce colonna sonora per i freak più improbabili nelle più insulse bettole del cosmo, non certo degna delle mie orecchie forbite e ben educate. Come spesso capita per le questioni irrilevanti, mi sono visto costretto a cambiare opinione su tutta la linea, senza però l’ardore di riconvertirmi per forza in uno di quei sudici e ributtanti appassionati ultraortodossi del genere. Un vecchio baffone inglese in divisa rossa d’inizio ‘900 mi ha svelato il fascino di un intero universo e ho realizzato che no, non era di ciarpame per buzzurri che si trattava in fin dei conti. Nella mia dieta ho così inserito un po’ per volta razioni omeopatiche di Gories, Soledad Brothers, Reigning Sounds, Carbonas e quant’altro, da assumere comunque con una certa regolarità. Un rapido viaggio nei meandri della sterminata galassia billychildishiana mi ha insegnato parecchio in merito agli artisti di questa foggia, soprattutto a proposito di una delle doti che più apprezzo nella quasi totalità dei garagisti in cui ho avuto la fortuna di imbattermi: l’antintellettualismo. Merce rara in una scena alternativa sempre più fighetta e supponente, l’intelligenza. Solo con inaccettabile ritardo mi sono reso conto che in fondo il garage l’avevo ascoltato per anni e anni senza farci caso: nei dischi dei Kinks, degli MC5, di Jon Spencer, dei Make Up, dei Fleshtones… ovunque. Certo non mi era ancora capitato di incrociare quell’elegante scoppiato di Mark Sultan, perché altrimenti la mia conversione sarebbe stata assai meno tardiva. Non posso negare che la musica apparentemente stupida mi serva come l’aria, ma è vitale che quell’apparenza sia un gioco scoperto tra me ed il musicista. Questa è la regola chiave per entrare in sintonia con un vero e proprio mondo a parte, senza correre il rischio di giudicarne i canoni con la sufficienza degli arroganti. ‘$’ è l’occasione propizia per chiunque voglia provarci, offrendosi come la più concreta e completa fra tutte le puntate dell’eterno serial sultaniano. La norma estetica cruda e guizzante dei lavori condivisi col sodale King Khan è modellata in comodi e approssimativi bozzetti come ‘Go Berserk’, ‘Waiting For Me’ o ‘Misery’s Upon Us’: pacchianissime feste a base di riverberi e colesterolo, romanticismo ruvido, chitarre fuzzate, amplificatori sgrausi, chincaglieria sonora e rancido rock’n’roll. Al solito, Sultan si rivela infallibile quanto inconsapevole semiologo della cultura musicale medio-bassa, rigurgitando in quadretti nuovi di zecca stilemi canzonettari vecchi mezzo secolo, senza le pretese accademiche di tanti noiosissimi suoi colleghi ma con l’amore e l’entusiasmo di chi veramente non sa più distinguere la propria arte dalla propria vita. Burbero rubacuori intrappolato in un passato sempre più remoto e sempre più attuale, Sultan finisce col prodursi in un eccentrico revival di se stesso: ‘I Am The End’, rallentata e abbruttita da un contesto rumoroso fuorviante ed alieno, si conferma calda e fragrante come sempre; ‘I’ll Be Loving You’ viene minata anch’essa da un trattamento produttivo di assoluta sostanza, ma il suo refrain assassino risulterebbe vincente anche in una session registrata nella doccia di casa sua (luogo in cui – con ogni probabilità – è nato); lo stesso vale per ‘Catastrophe’, rivisitata in versione economica, eppure capace di catturare a pieno quella che è la tempra informale e senza maschere che Mark sfoggia dal vivo con la coppola ben piantata in testa, a riprova di una scrittura acuta e genuina come poche. Nei brani posti nella cornice dell’album il canadese osa ancora di più, avventurandosi senza ritegno in territori psychobilly ed omaggiando più o meno indirettamente il genio sbalestrato di uno spirito affine come Ed Wood. ‘Icicles’ è una nenia grottesca che arriva dritta dall’oltretomba fasullo di un vecchio B-movie horror, con la voce che irrompe laida in una selva di plumbee distorsioni, lasciando il posto sul finale al più isterico e malato degli assoli in repertorio. ‘Nobody But You’ è invece il miglior Sultan possibile: controllato, potente, evocativo, pur se alle prese con uno sciatto e acidissimo kitsch pop dai marchiani connotati derivativi. Saldo ai comandi del suo disco volante di latta e diretto senza timori nel volgare e sbiadito iperspazio della nostra quotidianità.

Stefano Ferreri

Mark Sultan, 05/03/2010, Spazio 211, Torino.
Foto di Stefano Ferreri

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