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Black Prairie – Feast Of The Hunter’s Moon

Data di Uscita: 06/04/2010

“Perdio, Karl, è soltanto un ragazzo!”

Quelle parole mi uscirono rotolando, un rumore che presto si confuse col digrignare dei detriti che scivolavano per il pendio sotto di noi. Erano tempi bui, tempi in cui ogni spinta positiva veniva subito compensata e soverchiata da un rivolgimento di intensità doppia verso il basso. L’uccisione sommaria di un giovane ladro di bestiame non era il peggiore dei crimini a cui capitava di assistere da quelle parti. Il fucile di Karl era di buona fattura, per quanto segnato dal tempo; raramente gli succedeva di dover prendere la mira per più di tre volte. Quando il corpo del giovane scivolò da cavallo, il quale proseguì imperterrito nella sua corsa, Karl mi guardò di sottecchi, borbottando: “Se fossi veramente crudele come dici, avrei sparato al cavallo”.
Quella sera la festa fu grande. Il falò, forse il più ambizioso a cui avessi assistito dall’inizio della mia permanenza nel villaggio, lambiva scherzosamente il bordo inferiore della luna piena. Io mi aggiravo nei dintorni, nella strade deserte, ravvivate a tratti dal vivo cremisi di risate e schiamazzi lontani. Il mio percorso, quasi mai davvero casuale, si concludeva in genere nel medesimo punto, quell’angolo riparato che mi permetteva di spiare il sommesso dondolio di Leida, il movimento impercettibile delle sue labbra, mentre sussurrava, afona, nell’oscurità. Nella sua immaginaria conversazione potevo vederla muovere le palpebre al di sotto della benda; di tanto in tanto mulinava le braccia, disegnando gesti convulsi con le sue mani invisibili.
Mi avevano raccontato di aver trovato Leida ai bordi della città, nuda e coperta di piaghe da ustione, come dopo una prolungata esposizione al sole del deserto. Le avevano cavato gli occhi, strappato la lingua e tagliato le mani; con cura maniacale, le avevano perforato i timpani con un qualche oggetto metallico appuntito. Come fosse riuscita a trascinarsi fino al villaggio rimaneva per tutti un mistero irrisolvibile.
Il fascino che Leida esercitava su di me mi aveva ormai spinto alle soglie dell’ossessione: non posso negare che parte di tutto ciò fosse dovuto al fatto che ella, nonostante tutto, era rimasta una donna bellissima. Ogni sera mi avvicinavo furtivamente alla veranda, fino a quando non riuscivo a intuire il colore rosso vivo della sedia a dondolo sulla quale rimaneva posata per la maggior parte del tempo. Per quanta attenzione facessi, mi accorgevo ogni volta dalla leggerissima esitazione nei suoi movimenti che la mia presenza non era rimasta inosservata. Quella volta, invece, cessò del tutto di agitarsi, volgendo il capo nella mia direzione. Fui raggelato da quel comportamento inusuale e, al tempo stesso, inebriato come un giovane innamorato. Seguirono istanti innumerabili di silenzio, fino a che Leida proruppe in ululato di altissima tonalità. Esso si dissolse senza preavviso, rimanendo sospeso nell’aria. Non era che un segnale premonitore, poichè ad esso seguì un gorgheggio splendidamente cangiante, un saliscendi cristallino di note infrangentesi luccicanti in specchi d’acqua sonori. Non so dire ora come avvenne quel flusso di coscienza che passò da lei a me, come quei paesaggi acustici si tramutarono in un percorso vero e proprio.
La mattina dopo mi inerpicai verso la sorgente, nonostante l’unica regola del villaggio fosse il divieto di accedervi. Vi giunsi spossato, sotto il sole a mezzogiorno, per scoprire, per fortuna, che l’ingresso alla fonte era del tutto sgombro. Chiunque sarebbe potuto entrare per quello stretto passaggio tra le rocce, in cui il vento sussurrava e ridacchiava da anfratti bui e imperscrutabili. Infine giunsi al cratere che ospitava la fonte; perlomeno questa era la comune convinzione. L’immenso contorno slabbrato era in realtà una silenziosa distesa di sabbia, interrotta solamente da due misteriose costruzioni. Oltre a un cunicolo che si perdeva nelle profondità della montagna spuntava, esattamente nel centro, un braccio metallico che sosteneva una gigantesca W, rossa come la sedia di Leida. Ogni tanto scricchiolava, oscillando sinistramente nel vento: una sorta di demone, scheletrico e sornione, a guardia della porta degli Inferi.
Rimaneva solamente da farsi strada nell’angusta oscurità di quell’apertura. La luce del sole proveniente da dietro di me illuminava sempre più fiocamente il mio viaggio in quelle che sembrava un condotto intestinale, tanto era il fetore che mi serrava la gola. Ormai stremato e circondato dall’oscurità più nera, quasi palpabile intorno a me, dovetti fermarmi, accasciandomi ansimante sulla parete irregolare, gelida, di quell’apparentemente interminabile budello. Con la mano tastai la pietra che si sfaldava tra le mie mani, fino a quando mi accorsi che essa si faceva improvvisamente liscia, senza escrescenze. Nella mia cieca esplorazione dovetti innescare un qualche meccanismo, poichè una luce intensa quanto quella del sole ma al tempo stesso fredda e penetrante mi investì, costringendomi a proteggermi il viso con le mani. Dopo qualche istante, ad apparirmi fu una visione che mi sembrò fin da subito frutto di una tremenda allucinazione.
Un enorme sala si apriva davanti a me, inondata di questa luce innaturale: nonostante l’aspetto del tutto asettico, era da quel luogo che proveniva un sottile puzzo di decomposizione, frammisto a un nauseante olezzo, come un’imitazione di fiori. Scaffali e scaffali di scatole colorate, vivande disegnate e barattoli di vetro si susseguivano a perdita d’occhio, vasche immacolate ripiene di imballaggi putrescenti e, finalmente, la “fonte”. Quel luogo demoniaco conteneva bottiglie e bottiglie di un bizzarro materiale infrangibile, colme d’acqua e di liquidi d’ogni colore. Sbigottito e sull’orlo di una crisi nervosa, mi produssi in un risolino sbavante, gli occhi illiquiditi e vitrei.

Alla mia risata sommessa rispose quella di Karl, ritto sulla soglia, l’arma nera come la notte comodamente appoggiata a una spalla.

Lorenzo Righetto

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