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Archive for aprile, 2010

Natural Snow Buildings – The Centauri Agent

D.d.U. 17/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Se nel mio annullamento sarai capace di ritrovare te stessa allora prego, banchetta pure con la mia umanità.

Firmato,

Un uomo Felice

Filippo Righetto

Have A Nice Life – Time Of Land

D.d.U. 28/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo tutti nati e cresciuti sotto le radiazioni di Chernobyl.

Filippo Righetto

65daysofstatic – We Were Exploding Anyway

D.d.U. 26/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Tra spore d’albero e fulmini di interferenze spasmodiche

resta solo uno strato di sudore che invade la zona rossa,

privi di staticità.

Alessandro Ferri

MGMT – Congratulations

Data di Uscita: 13/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Flash delirium… (hey people, what does it mean?)
di Marco Caprani

Il problema è quando ci s’innamora del bicchiere dell’amaro dopo averlo bevuto… lo passi tra le dita, lo guardi, lo palpeggi, lo fai roteare e parli un po’ con quello sguardo strabico e l’eleganza distratta di chi ha sentito ed udito molti anni di parole…
Non importa se chi hai di fronte t’ascolta, questo ti dà un tono comunque… poi lo posi. Con calma.
Ma se per sbaglio ti cade, lo guardi lentamente con aria stupefatta e distaccata.
Te ne fotti alla grande, e… capisci di essere un grande fottuto stronzo.

“We, svegliati mister! Sei incantato?…”
“Mah, stavo pensando… son un po’ stanco forse”…

D’altronde è già mezzanotte qui e si balla un lento biascicato dall’orchestrina composta.
I due tizi che cantano mi fanno venire un po’ d’angoscia per il tempo che passa… forse sto invecchiando o sono solo uno stronzo nostalgico delle ballate elettroniche degli anni ’80 e ’90.
Ma si sa, invecchiando si diventa più sofisticati e spesso ci si annoia… o forse il piacere cambia…

Torno a guardare il palco di questa vecchia balera attraverso il fondo del mio fottuto bicchiere di amaro, il vetro distorce i colori riflessi dalla palla da discoteca: allucinato dalla mia stessa mente, ingannato dall’occhio e cullato da una tranquilla melodia orientaleggiante vedo grasse signore e vecchie brizzolate ballare con alti marescialli e rugosi boscaioli e tuttavia mi piace sentire il battito del grande cuore di queste persone roteanti e paffute, ebbre di amari…

Col sangue che bolle nelle vene per l’attesa di un’epifania che mai verrà, continuo a pensare alle pratiche giuridiche che dovrò svolgere in ufficio domani: la vita degli avvocati è una merda.
Questa sera non riesco proprio svagarmi e cacciare lo stress… per questo ho deciso di diventare un barbone.

Esco dalla balera con ancora il sapore dolce d’amaro sui baffi, continuando a fischiettare quel motivetto orientaleggiante…
Le luci di Brooklyn colano giù sugli smalti arrugginiti delle grondaie dei palazzi.
Caspita! Devo ancora cercarmi una panchina dove dormire… ma i cartoni li ho già messi da parte dietro ad un cassonetto… “Fan culo alla panchina! Ho sonno!”…
Prendo il mio bottiglione di vino lasciato in un angolo e nella speranza di dimenticare le fatiche del lavoro e cercare un senso a questa vita, apro il mio breviario preferito: “Poesie di Dylan Thomas”, finalmente mi corico e ne leggo un frammento:

“[…]Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.”

Mark Sultan – $

Data di Uscita: 13/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Detestavo il garage. Sempre considerata stantia e senza orizzonti come musica, atroce colonna sonora per i freak più improbabili nelle più insulse bettole del cosmo, non certo degna delle mie orecchie forbite e ben educate. Come spesso capita per le questioni irrilevanti, mi sono visto costretto a cambiare opinione su tutta la linea, senza però l’ardore di riconvertirmi per forza in uno di quei sudici e ributtanti appassionati ultraortodossi del genere. Un vecchio baffone inglese in divisa rossa d’inizio ‘900 mi ha svelato il fascino di un intero universo e ho realizzato che no, non era di ciarpame per buzzurri che si trattava in fin dei conti. Nella mia dieta ho così inserito un po’ per volta razioni omeopatiche di Gories, Soledad Brothers, Reigning Sounds, Carbonas e quant’altro, da assumere comunque con una certa regolarità. Un rapido viaggio nei meandri della sterminata galassia billychildishiana mi ha insegnato parecchio in merito agli artisti di questa foggia, soprattutto a proposito di una delle doti che più apprezzo nella quasi totalità dei garagisti in cui ho avuto la fortuna di imbattermi: l’antintellettualismo. Merce rara in una scena alternativa sempre più fighetta e supponente, l’intelligenza. Solo con inaccettabile ritardo mi sono reso conto che in fondo il garage l’avevo ascoltato per anni e anni senza farci caso: nei dischi dei Kinks, degli MC5, di Jon Spencer, dei Make Up, dei Fleshtones… ovunque. Certo non mi era ancora capitato di incrociare quell’elegante scoppiato di Mark Sultan, perché altrimenti la mia conversione sarebbe stata assai meno tardiva. Non posso negare che la musica apparentemente stupida mi serva come l’aria, ma è vitale che quell’apparenza sia un gioco scoperto tra me ed il musicista. Questa è la regola chiave per entrare in sintonia con un vero e proprio mondo a parte, senza correre il rischio di giudicarne i canoni con la sufficienza degli arroganti. ‘$’ è l’occasione propizia per chiunque voglia provarci, offrendosi come la più concreta e completa fra tutte le puntate dell’eterno serial sultaniano. La norma estetica cruda e guizzante dei lavori condivisi col sodale King Khan è modellata in comodi e approssimativi bozzetti come ‘Go Berserk’, ‘Waiting For Me’ o ‘Misery’s Upon Us’: pacchianissime feste a base di riverberi e colesterolo, romanticismo ruvido, chitarre fuzzate, amplificatori sgrausi, chincaglieria sonora e rancido rock’n’roll. Al solito, Sultan si rivela infallibile quanto inconsapevole semiologo della cultura musicale medio-bassa, rigurgitando in quadretti nuovi di zecca stilemi canzonettari vecchi mezzo secolo, senza le pretese accademiche di tanti noiosissimi suoi colleghi ma con l’amore e l’entusiasmo di chi veramente non sa più distinguere la propria arte dalla propria vita. Burbero rubacuori intrappolato in un passato sempre più remoto e sempre più attuale, Sultan finisce col prodursi in un eccentrico revival di se stesso: ‘I Am The End’, rallentata e abbruttita da un contesto rumoroso fuorviante ed alieno, si conferma calda e fragrante come sempre; ‘I’ll Be Loving You’ viene minata anch’essa da un trattamento produttivo di assoluta sostanza, ma il suo refrain assassino risulterebbe vincente anche in una session registrata nella doccia di casa sua (luogo in cui – con ogni probabilità – è nato); lo stesso vale per ‘Catastrophe’, rivisitata in versione economica, eppure capace di catturare a pieno quella che è la tempra informale e senza maschere che Mark sfoggia dal vivo con la coppola ben piantata in testa, a riprova di una scrittura acuta e genuina come poche. Nei brani posti nella cornice dell’album il canadese osa ancora di più, avventurandosi senza ritegno in territori psychobilly ed omaggiando più o meno indirettamente il genio sbalestrato di uno spirito affine come Ed Wood. ‘Icicles’ è una nenia grottesca che arriva dritta dall’oltretomba fasullo di un vecchio B-movie horror, con la voce che irrompe laida in una selva di plumbee distorsioni, lasciando il posto sul finale al più isterico e malato degli assoli in repertorio. ‘Nobody But You’ è invece il miglior Sultan possibile: controllato, potente, evocativo, pur se alle prese con uno sciatto e acidissimo kitsch pop dai marchiani connotati derivativi. Saldo ai comandi del suo disco volante di latta e diretto senza timori nel volgare e sbiadito iperspazio della nostra quotidianità.

Stefano Ferreri

Mark Sultan, 05/03/2010, Spazio 211, Torino.
Foto di Stefano Ferreri

The Fall – Your Future Our Clutter

Data di Uscita: 26/04/2010

La stanza restava in penombra, ho solo ricordi in controluce di quella prima volta, nessuna nostalgia. Fuori dalla finestra il campanile di Cowboy George segnava, sempre, le 5.35. Di giorno o di notte, la stanza era in penombra. Poca aria rimasta, umida: dovevamo soffocare. Mai mangiato, mai bevuto, mai fumato. Bruciato ossigeno, espirato, sentito, toccato, trovato. Mai lasciato, il talamo. Mai lasciati. Mai esistiti prima di adesso. Musica: mai sentita, dimenticata. E’ lo stesso rumore, canzone, armonia; e così sia. La nota è la stessa, ribadita, ripetuta, ri-batutta. L’ottava nota, cambia di continuo. Non contano schizzi d’acqua, piccioni, coraggio, paura, né vita, né morte. Il tempo non esiste. Non è più prima, dopo, dentro, fuori, sopra, sotto, ancora, basta, io, tu. Nascere a ogni battito di ciglia. Creare, uomini-dei, figli di musica. Un solo cuore universale, batte aritmico, all’unisono. Una piccola lucente sfera blu al centro del soffitto, bianco.

Stupore e meraviglia domandano ragione della ripetizione mutante, bella.
Così è nata, la lingua, l’esercito dei 999. Tu, uno di noi.

Carlo Zambotti

Caribou – Swim

Data di Uscita: 20/04/2010

Sono all’interno del labirinto!

Secondo le informazioni in mio possesso l’unico modo per uscirne è quello di chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dal battito sintetico che si riesce ad udire accostandosi con l’orecchio alle spesse pareti di pietra. Serve concentrazione perché nell’aria circolano melodie soavi che arresterebbero il Teseo più caparbio: motivetti così leggeri ed armonici da impedirti di seguire la filaccia di suoni che vengono ritmati dalla roccia pressoché regolarmente ma con intensità ora crescente ed ora calante.

Qual è la direzione da seguire?

Decido di abbandonarmi alla musica nella sua globalità ed allora sì, chiudo gli occhi ed inizio a muovermi secondo una direttrice che sembra obbligata. Sento che la terra sotto ai miei piedi comincia a diventare molle fango e poi ancora di camminare sopra un sottile strato d’acqua. Ad intuito proseguo, fino a rimanere sommerso completamente. Nuoto, e le pareti sembrano ancora contenermi, sotto di me sento una profondità sempre maggiore.

Riapro gli occhi.

Sono nel centro del ciclone, la musica rimbomba ed intorno a me scorgo solo acqua vorticante e pareti invalicabili. Sono stato trascinato in questo luogo da correnti molto forti che adesso arginano ogni mia possibile iniziativa per venirne fuori; osservo un panorama fino a qualche minuto fa inimmaginabile. Provo a nuotare più forte ma resto immobilizzato, non ho più forze, mi lascio annegare e scendo giù, più giù, più giù…

Il risveglio.

Sono all’ingresso del labirinto (o è l’uscita?), mi rialzo a fatica, sporco di terra e sudore. Con la testa in confusione torno a premere il tasto “play” sul mio lettore di musica portatile. Tirando un gran bel respiro mi rincammino dentro il labirinto…

Maurizio Narciso

Trans Am – Thing

Data di Uscita: 20/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Fly All Over Questions And Answers
di Filippo Righetto

“Dear passengers….move to….gate 8….please wait….”

Ecco, cristo santo, lo sapevo, mocassini senza calze e adesso mi tocca camminare scalzo per passare il metal detector.
Chi si prenderà la colpa del fiorire di queste vibrazioni negative? CHI?!

Volevo solo una giornata tranquilla. Sono una persona comune.

“Signore la prego, le scarpe..”

Lo so cazzo lo so! Ora me le tolgo! E’ il mio 780° viaggio aereo, poppante lentigginoso.

“Oh ma certo mi scusi che sbadato!”

Lasciatemi passare vi prego ora LASCIATEMI PASSARE.
Non compro mai niente negli ae-ro-porti, mi sono autoimposto questa rigida dottrina, comprerei tutto altrimenti. E non sono calvo, no grazie, preferisco definirmi come una persona condannata all’oblio pelifero.
Via via di filato davanti alla vetrata immensa lì da dove posso vedere..tutto. Gli apparenti orizzonti.
Vetro? Questo? Questo per voi è vetro?! Ma non fatemi ridere! Questo è di certo un being, noi siamo human being, lui è solo being. Quelle lastre luccicanti sono intersecate da spessi tiranti metallici. Le lastre sono la pelle, i tiranti invece una sorta di sistema linfatico. E quelle placche lassù dove la vetrata termina?
Ah..beh..unghie naturalmente!
Devo solo capire se so.. no no no cosa sta facendo quel bambino! Giù le mani da quella preziosa pelle artificiale!

“Se non levi le tue manine da li, piccolo amico storpio, vado dalla tua mammina e la impalo con la tua testa. Perché come sei uscito ci puoi sempre tornare la dentro sai?”

Bene, anche questa è andata.
Dicevo.
Devo solo capire se sono i piedi o le mani. Ma ancora più importante, devo capire dov’è il cervello di questo being!
Ma ho esplorato questo posto in lungo e in largo, non so proprio dove.. andare.. se non che.. la cappella! E chi c’è mai stato li!
Sarà più sporco di un cinema per adulti, ci scommetto.. intanto visto, corridoio deserto, non ci va nessuno.. no qualcuno deve esserci per forza, stanno suonando l’organo, sarà la solita beghina zitella di tremila anni.
Pesanti queste porte. Cristo.. ci deve essere un’altra entrata, non riesco ad apri..porca puttana..non si apre..

“Woah!”

Un’improvvisa esplosione d’aria e mi ritrovo sbattuto contro il muro, sono inchiodato a quelle fredde spoglie.
Beh, non è proprio quello che mi aspettavo, no di certo.. quella, cosa, sembra tutto tranne la vecchietta affossa coglioni della mia immaginazione.
Un uomo, imponente, i capelli lisciati all’indietro, veste un’enorme cappotto viola con della pelliccia d’ermellino ai bordi, un simbolo intricato sulla sua schiena. Suona con violenza, sotto le sue mani feroci prende forma un abominio sonoro colmo di un fascino disarmante. La sua testa si gira lentamente.. faccio appena in tempo a scorgere la cicatrice orizzontale sulla sua fronte, gli occhi lattiginosi, enormi, prima che due canne d’ottone comincino a volteggiare nell’aria.
Ok, sono fottuto.
Lo sconosciuto fa un lieve cenno di diniego accompagnato da un sorriso mefistofelico, impugna le canne con entrambe le mani, e se le conficca negli occhi. Un fiotto di liquido nero erompe istantaneamente, prima solo dai due tubi che stringe ancora con avidità, poi da tutti gli altri, un fiume barbarico che unisce ed annulla tutto. Il rumore raggiunge un volume epico, ma l’uomo ha smesso di suonare e apre le braccia inarcando la schiena sempre di più sempre di più e il frastuono aumenta aumenta a dismisura ed è bellissimo!
Le porte si chiudono e tutto cessa.. mi rialzo incerto.
Ho finalmente trovato il cervello.. e la mente.

Black Prairie – Feast Of The Hunter’s Moon

Data di Uscita: 06/04/2010

“Perdio, Karl, è soltanto un ragazzo!”

Quelle parole mi uscirono rotolando, un rumore che presto si confuse col digrignare dei detriti che scivolavano per il pendio sotto di noi. Erano tempi bui, tempi in cui ogni spinta positiva veniva subito compensata e soverchiata da un rivolgimento di intensità doppia verso il basso. L’uccisione sommaria di un giovane ladro di bestiame non era il peggiore dei crimini a cui capitava di assistere da quelle parti. Il fucile di Karl era di buona fattura, per quanto segnato dal tempo; raramente gli succedeva di dover prendere la mira per più di tre volte. Quando il corpo del giovane scivolò da cavallo, il quale proseguì imperterrito nella sua corsa, Karl mi guardò di sottecchi, borbottando: “Se fossi veramente crudele come dici, avrei sparato al cavallo”.
Quella sera la festa fu grande. Il falò, forse il più ambizioso a cui avessi assistito dall’inizio della mia permanenza nel villaggio, lambiva scherzosamente il bordo inferiore della luna piena. Io mi aggiravo nei dintorni, nella strade deserte, ravvivate a tratti dal vivo cremisi di risate e schiamazzi lontani. Il mio percorso, quasi mai davvero casuale, si concludeva in genere nel medesimo punto, quell’angolo riparato che mi permetteva di spiare il sommesso dondolio di Leida, il movimento impercettibile delle sue labbra, mentre sussurrava, afona, nell’oscurità. Nella sua immaginaria conversazione potevo vederla muovere le palpebre al di sotto della benda; di tanto in tanto mulinava le braccia, disegnando gesti convulsi con le sue mani invisibili.
Mi avevano raccontato di aver trovato Leida ai bordi della città, nuda e coperta di piaghe da ustione, come dopo una prolungata esposizione al sole del deserto. Le avevano cavato gli occhi, strappato la lingua e tagliato le mani; con cura maniacale, le avevano perforato i timpani con un qualche oggetto metallico appuntito. Come fosse riuscita a trascinarsi fino al villaggio rimaneva per tutti un mistero irrisolvibile.
Il fascino che Leida esercitava su di me mi aveva ormai spinto alle soglie dell’ossessione: non posso negare che parte di tutto ciò fosse dovuto al fatto che ella, nonostante tutto, era rimasta una donna bellissima. Ogni sera mi avvicinavo furtivamente alla veranda, fino a quando non riuscivo a intuire il colore rosso vivo della sedia a dondolo sulla quale rimaneva posata per la maggior parte del tempo. Per quanta attenzione facessi, mi accorgevo ogni volta dalla leggerissima esitazione nei suoi movimenti che la mia presenza non era rimasta inosservata. Quella volta, invece, cessò del tutto di agitarsi, volgendo il capo nella mia direzione. Fui raggelato da quel comportamento inusuale e, al tempo stesso, inebriato come un giovane innamorato. Seguirono istanti innumerabili di silenzio, fino a che Leida proruppe in ululato di altissima tonalità. Esso si dissolse senza preavviso, rimanendo sospeso nell’aria. Non era che un segnale premonitore, poichè ad esso seguì un gorgheggio splendidamente cangiante, un saliscendi cristallino di note infrangentesi luccicanti in specchi d’acqua sonori. Non so dire ora come avvenne quel flusso di coscienza che passò da lei a me, come quei paesaggi acustici si tramutarono in un percorso vero e proprio.
La mattina dopo mi inerpicai verso la sorgente, nonostante l’unica regola del villaggio fosse il divieto di accedervi. Vi giunsi spossato, sotto il sole a mezzogiorno, per scoprire, per fortuna, che l’ingresso alla fonte era del tutto sgombro. Chiunque sarebbe potuto entrare per quello stretto passaggio tra le rocce, in cui il vento sussurrava e ridacchiava da anfratti bui e imperscrutabili. Infine giunsi al cratere che ospitava la fonte; perlomeno questa era la comune convinzione. L’immenso contorno slabbrato era in realtà una silenziosa distesa di sabbia, interrotta solamente da due misteriose costruzioni. Oltre a un cunicolo che si perdeva nelle profondità della montagna spuntava, esattamente nel centro, un braccio metallico che sosteneva una gigantesca W, rossa come la sedia di Leida. Ogni tanto scricchiolava, oscillando sinistramente nel vento: una sorta di demone, scheletrico e sornione, a guardia della porta degli Inferi.
Rimaneva solamente da farsi strada nell’angusta oscurità di quell’apertura. La luce del sole proveniente da dietro di me illuminava sempre più fiocamente il mio viaggio in quelle che sembrava un condotto intestinale, tanto era il fetore che mi serrava la gola. Ormai stremato e circondato dall’oscurità più nera, quasi palpabile intorno a me, dovetti fermarmi, accasciandomi ansimante sulla parete irregolare, gelida, di quell’apparentemente interminabile budello. Con la mano tastai la pietra che si sfaldava tra le mie mani, fino a quando mi accorsi che essa si faceva improvvisamente liscia, senza escrescenze. Nella mia cieca esplorazione dovetti innescare un qualche meccanismo, poichè una luce intensa quanto quella del sole ma al tempo stesso fredda e penetrante mi investì, costringendomi a proteggermi il viso con le mani. Dopo qualche istante, ad apparirmi fu una visione che mi sembrò fin da subito frutto di una tremenda allucinazione.
Un enorme sala si apriva davanti a me, inondata di questa luce innaturale: nonostante l’aspetto del tutto asettico, era da quel luogo che proveniva un sottile puzzo di decomposizione, frammisto a un nauseante olezzo, come un’imitazione di fiori. Scaffali e scaffali di scatole colorate, vivande disegnate e barattoli di vetro si susseguivano a perdita d’occhio, vasche immacolate ripiene di imballaggi putrescenti e, finalmente, la “fonte”. Quel luogo demoniaco conteneva bottiglie e bottiglie di un bizzarro materiale infrangibile, colme d’acqua e di liquidi d’ogni colore. Sbigottito e sull’orlo di una crisi nervosa, mi produssi in un risolino sbavante, gli occhi illiquiditi e vitrei.

Alla mia risata sommessa rispose quella di Karl, ritto sulla soglia, l’arma nera come la notte comodamente appoggiata a una spalla.

Lorenzo Righetto

Lali Puna – Our Inventions

Data di Uscita: 01/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

METROPOLITAN ESCAPE DRAIN
di Alessandro Ferri

È notte nei sotterranei della metropolitana di Berlino,e noi vestiti di giallo camminiamo mano nella mano con un paio di cuffiette per ciascuno nelle orecchie così da non sentire i rumori dei macchinari che con le loro setole giganti puliscono il pavimento. Dalle cuffiette, rubati nella sede della Morr, si spandono soffici suoni analogici uniti a leggere parti vocali che ti fanno appena accennare a movimenti leggeri della braccia, mentre io mi limito a muovere la testa. Siamo due zuccherini gialli, dunque andati a male, in cammino, moto perpetuo. Dopo le giornate di lavoro o le serate a ballare in raffinati club riposiamo gli occhi sballati dagli schermi dei personal computer e dalle luci stroboscopiche, qui sotto solo piccoli lampioncini illuminano in modo disunito, incapaci di creare ombre credibili. I distributori di snack rubano continuamente i nostri centesimi ma non bisogna demordere se si vuole una barretta energetica per riprendere a camminare. Traspirano dolcezza incredibile le tue braccia mosse dalla musica, un riflesso d’amore nella notte. Sulle panchine dove ci fermiamo a mangiare le barrette appoggi la testa sulla mia spalla ma le mani sono ostili e lottano tra di loro.
È difficile spiegare perché veniamo qui sotto di notte, perché ci rifugiamo sottoterra. Nei giorni liberi si propende per tutt’altra dimensione, luoghi aperti ed enormi campagne. Di notte no, decisamente no. Le poche volte che ci rivolgiamo la parola non ci chiediamo il perché di tutto questo girare notturno, io non ti pongo domande per approfondire l’argomento in modo serio, da persone intelligenti che arrivano in fondo alle situazioni intricate, che cercano di far sparire tutti i fantasmi.
Quando sono le 5 del mattino risaliamo le scale che ci conducono al mondo di sopra e prima di addormentarti nel letto, accuratamente sfatto, mi dici che lo facciamo per salvare il domani, per salvare il futuro. Poi già dormi, e sono confuso da queste parole, da queste invenzioni. Che forse era meglio quando comunicavamo tramite i cartelli colorati.

Booka Shade – More!

Data di Uscita: 23/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Regenerate. Il gioco  proibito.
di Gianfranco Costantiello

Fuori dalla città si estende una foresta. E’ li che si svolse il gioco, un giorno, sotto il cielo di un noioso aprile. Cinque amici e componenti di una strana setta che, a quanto pare, aveva il nome di booka shade, vi partecipavano. I giocatori erano quattro “cavie” e un “eletto”, quest’ultimo estratto a sorte. Le cavie avevano a disposizione una pistola con un colpo in canna. L’eletto una pistola con quattro colpi in canna. Uno per ogni cavia. Lo scopo dell’eletto era di mantenere la sua posizione uccidendo gli altri. Le cavie invece dovevano cercare di sopravvivere e di uccidere l’eletto per rubargli il titolo. Alla fine ne sarebbe rimasto solo uno.
Tutto si rivelò molto facile sin dall’inizio. Bang!: dietro la nuca. Bang!: in fronte. Bang!: al cuore. Tre colpi perfetti ammazzarono tre delle quattro cavie.
Non restava che uccidere l’ultima cavia.
La nebbia diventava sempre più fitta. Gli alberi sembravano avvinghiarsi l’un l’altro. Scricchiolii di foglie secche. Fruscio del vento. Echi di stormi di uccelli. Scendeva in fretta il crepuscolo. Di pece si colorava il sottobosco.
L’ultima cavia giocava bene. L’eletto vagava disorientato. Ora correva. Ora camminava. Affannoso si fece il suo respiro. Mise fuori qualcosa dalla sua tasca. Tirò su per il naso. Un colpo di pistola tuonò alle sue spalle. Cadde in terra. Svanirono i battiti del suo cuore.
Adesso che era diventato l’eletto non restava che correre verso la casa sul fiume. Da Charlotte. Charlotte era il premio. Chi riusciva a sopravvivere veniva “rigenerato” ( termine usato dai membri della booka), da Charlotte. Charlotte diceva di essere la reincarnazione di Marlene Dietrich. Charlotte era una gran puttana.
Giunse alla casa sul fiume. Una luce intermittente rimbalzava sui vetri opachi della finestra. Chiuse gli occhi. Trattenne il respiro. Abbassò la maniglia della porta. Nero. Ancora nero. Grigio. Lentamente si delineò la scena. Su di una poltrona c’era Charlotte. Occhi azzurri. Riccioli d’oro scendevano sul reggiseno slacciato. Un braccio si dissolveva nei pantaloncini arancione e giallo a strisce alterne. Lento era il movimento della mano. Si contorceva. Affannoso il respiro. Silenziosamente gemeva. I suoi occhi erano fissi sul televisore. Una vecchia vhs cigolava nel videoregistratore Rex. Reti di Gerhard Muller scorrevano sul televisore.
– Charlotte ? – un sibilo di voce venne fuori, quasi involontario.
Si accorse della sua presenza. Sorrise. Si sfilò i pantaloncini. Aprì le gambe.

La vhs cessò di cigolare. Il nastro si era arrestato. Rewind.
Eject.

Neon Indian – Psychic Chasms

D.d.U. 13/10/2009

Un breve ascolto, durante la lettura

Sogno di una notte di mezza estate di fine 80’s a base di prozac e videogames.

Gianfranco Costantiello

The Sight Below – It All Falls Apart

Data di Uscita: 06/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

I Am The Ocean
di Federica Giaccani

La donna non riusciva a dormire, si girava e rigirava nel letto, in quella casa di legno sul mare. Colpa delle onde là fuori, colpa dei film di David Lynch, dell’inquietudine. Pensieri fluivano rapidi, poi d’improvviso si dilatavano in sequenze rallenty, lei era senza fiato. Guardò là fuori, e tutto ciò che i suoi occhi colsero le sembrò like a shimmer. Si coprì con un impermeabile e corse fuori a prendere aria, fresche gocce di pioggia tamburellavano sui suoi piedi e sulla notte, davanti a quel mare increspato, ma rassicurante. In fondo non era stato che un intimo richiamo a svegliarla, nient’altro, nessun timore; la notte bagnata era sua, quella ghiaia sulla riva le faceva riaffiorare alla mente immagini di analoghe notti trascorse lì nell’attesa, con le mani sprofondate nei sassi e l’acqua sui piedi, un freddo tagliente fuori, un ardore dentro.
L’auto era lì parcheggiata, non restava che mettersi al volante e seguire istintivamente la strada, senza possibilità di sbagliare, da un lato la ferrovia e dall’altro quella nera distesa viva e liquida, che ogni tanto sussultava; non restava che andarsene Through the gaps in the land. Quella strada era un rifugio, un abbraccio avvolgente dai lenti movimenti, una strada percorsa nelle notti di dolci malinconie, in cui ritrovare le barche ai loro posti sulla spiaggia, ognuna con il suo nome segnato a vernice sul fianco, con le sue strisce rosse e blu.
Quella notte, però, i bassi suonarono più profondi, e andarono a inciampare in maniera maldestra tra i pensieri tenuti volutamente in disparte; la donna alzò il volume della musica per non sentire, credendo stupidamente che il suono potesse annientare quel fuoco che era divampato dentro e che la stava divorando. Doveva arrendersi, non c’era altro da fare, e disse alle fiamme: “Burn me out from the inside”! Accostò l’auto dal lato opposto del mare, accanto ai binari, ed estrasse quella scatola di latta da sotto il sedile; l’aveva riposta lì da anni, e analogamente aveva cercato di seppellire i ricordi. La aprì, and let it all fall apart. Polaroid intatte, musicassette, un rossetto rosa ormai sciolto per metà, fiori secchi, delle lettere, un’acida fialetta – ciò che restava di un profumo francese. Scese una lacrima. Proprio mentre sulla strada stava avanzando un’altra auto; due auto solitarie in quella che era stata notte e si apprestava a diventare giorno. Li riconobbe: Ian Curtis era alla guida e al suo fianco sedeva Jesy Fortino, erano lì per vedere con i loro occhi come ancora nuove albe potessero svanire sulla riva del mare. La donna li salutò con la mano, e anch’essi la riconobbero, perché le malinconie hanno tutte lo stesso retrogusto e avvicinano le anime sole. Ma non si fermarono.
Il sole cominciava ormai ad alzarsi, era arrivato il momento di rimettere insieme i pezzi e raccogliere le proprie cose sparse nei sedili dell’auto. Era l’ora di tornare a casa, passo dopo passo, staggering.

Yellow Swans – Going Places

Data di Uscita: 08/03/2010

Lights Drone
di Alessandro Ferri

È quasi come quando camminavi da piccolo in un corridoio buio alla ricerca della luce. Ora però sai che la luce non c’è, la luce completa non esiste più. Nel tuo mondo tutto si è sporcato irrimediabilmente, tutto è saturato, le costellazioni collassano una dopo l’altra e si sentono grida in lontananza, un miasma completo. Ma tu, tu non capisci più se sono grida o sirene o sibili d’allarme, quegli allarmi ormai inutili, per i pochi superstiti. Le lamiere hanno invaso i tuoi spazi, e molte si trovano accartocciate su se stesse, formano strani glifi grigi, portatori di messaggi incompiuti e incompresi. Su tutto quello che è rimasto solca un vento caldo, vento che aumenta i rumori già presenti. Il vento fruga, sferza, ma paradossalmente rallenta il fluire, tutto è capovolto, il tuo sistema di pensiero è ormai obsoleto in questo nuovo panorama, la tua esperienza è svilita e non conta più nulla.
Ti muovi quasi ipnotizzato in un crescendo continuo e mirato di illusioni, che un istante dopo la loro nascita, già ripiegano su se stesse fino a lasciare strisce di luce incandescente. Ti restano solo loro che muoiono e formano luce striata, la luce completa non esiste più non esiste più. Non puoi comporre niente con queste strisce di luce, è come quando andavi al supermercato e sui tuoi buoni sconti c’era scritto: non cumulabile con altre offerte. Decidi che la tua nuova vita sarà diversa da quella prospettata dai tuoi occhi stanchi e vedi le tue mani annerite dalle bruciature, di quando hai provato a riunire tutta la luce, e ti sei bruciato. Dentro di te avevi già deciso tutto da tempo, ma solo ora te ne rendi conto definitivamente.
Inghiottito dall’acqua, finisci la tua storia, cerchi una catarsi da tutto con questo gesto. Vai a ricercare la luce completa da un’altra parte, non sai dove finirai perché nessuno te lo ha raccontato. Ma non conta nulla per te saperlo, andrai da un’altra parte per trovare finalmente la luce.
Il vento si innalza, grida e lamenti vanno alla deriva fino a fermarsi, smorzandosi lievemente con il tempo.