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Bonnie “Prince” Billy – I See A Darkness

Data di Uscita: 19/01/1999

Canzone alla nuova prole
di Lorenzo Righetto

Conoscevo il Dottor Rafin da lungo tempo; ricordo con precisione il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta. Io, giovane introverso e studioso, rimasi da subito ammaliato dai suoi modi urbani, il colore sgargiante del fazzoletto da taschino, il suo profilo austero e la spavalderia della sua barbetta ricurva. Veniva in visita da mia madre, afflitta da quello che al tempo era un malessere comune, il mal di vivere, e ne divenne ben presto l’amante. La cosa non mi sconvolse affatto; anzi, intrapresi con lui un fitto scambio epistolare che mi accompagnò nel difficile passaggio verso la maturità.
Fu quindi con profondo dolore che appresi della gravità della sua malattia e della sua morte incipiente. Seppi da lui stesso che si era ritirato nella casa di campagna di famiglia e che lì attendeva di spirare; mi pregava di raggiungerlo il prima possibile. Sulla carrozza sobbalzante, rilessi con avidità le lettere che avevo accumulato negli anni, ripercorrendo il nostro dialogo a distanza. Non potevo non notare che, col tempo, la sua scrittura si era fatta più tremolante e il senso di ciò che scriveva meno comprensibile. Mi dimostrava un attaccamento che non posso che definire morboso, soprattutto ora.
La magione in cui si era rinchiuso in quel periodo mi apparve all’improvviso, seminascosta com’era dal pendio delle dolci colline di quella zona. Qualcosa di molle e putrescente sembrava tenere insieme la struttura dell’edificio: mai avrebbe potuto conservare quella forma scomposta, fatta di assi divelte e strani soppalchi e torricelle, escrescenze bulbose che sporgevano dall’ingombrante, soffocato corpo centrale. Mi avvicinai alla porta d’ingresso nell’aria priva di movimento, salutando con un cenno del capo il mio accompagnatore. Non appena voltai il capo, la porta si spalancò davanti a me, senza che nessuno mi aspettasse all’interno, in un’anticamera immersa nella penombra. Pensai subito ad una delle beffe di Rafin: sicuramente mi aspettava nascosto dietro la porta, per sorprendermi.
Il pianerottolo si rivelò invece del tutto deserto. L’ultimo sole di un crepuscolo estivo bagnava le superfici di una coltre abbacinante, mutando gli oggetti in irreali commistioni di luce e ombra. Mi avventurai su per le scale, aspettandomi che Rafin, allettato, mi attendesse in camera sua. Il calore di quella sera spandeva gli odori di una natura marcescente, in quell’acquitrino su cui era edificata la casa. La mia congettura si rivelò azzeccata quando intravidi il bagliore di una lampada a olio provenire dalla sua stanza. Egli mi aspettava lì, nel vecchio letto di suo padre e sua madre. A vegliarlo era solo una donna del posto, una vecchia domestica dal volto butterato la cui presenza mi inquietava enormemente. Mi fissava con occhi in cui il bianco era quasi assente, tanto che era impossibile definirne un’espressione, uno sguardo. Ma i miei pensieri si rischiararono, non appena vidi il mio caro amico. Il suo volto era pallido, emaciato, ma in lui riconobbi il Rafin di sempre, quando mi salutò increspando le labbra in un ghigno sardonico. Pur nella malattia, aveva mantenuto il contegno di sempre, il che mi tranquillizzò. A colpirmi fu solo il fatto che, nonostante l’afa, fosse completamente sepolto, al di fuori della testa, da più di uno strato di coperte e lenzuola. Lo stato di prostrazione dovuto alla malattia doveva averlo debilitato. “Allora sei venuto”, seppe dirmi con un filo di voce, in fondo al quale si intrufolava un sibilo di rettile. Recuperai non senza imbarazzo il mio contegno e risposi, raggiante: “Ti trovo bene, Nikolai!”.
Lui mi fissò con uno sguardo allucinato e, d’un tratto, si mise a ridere sguaiatamente, come se la cosa lo divertisse alquanto. Consapevole della mia gaffe dettata dall’impaccio, mi misi a ridere a mia volta, come ai vecchi tempi. “Ora il Dottor Rafin deve riposarsi”, mi arrivò il borbottio gutturale della domestica, che ebbe per di più la rudezza di abbrancarmi per un braccio. Inorridito da quel contatto, mi divincolai energicamente ma, in quell’atto, inciampai in un lembo di coperta e caddi pesantemente. Nel tentativo di attutire la caduta, mi aggrappai alle coperte, con l’unico risultato di trascinarle rovinosamente con me, scoprendo il corpo malato di Rafin. Con sommo orrore, scoprii che la sua malattia aveva qualcosa di profondamente peculiare. Quello che avevo scambiato per un semplice accumulo di coperte era in realtà un notevole rigonfiamento del ventre. Ciò che era più sconvolgente era il fatto che la pelle era talmente tesa che in alcuni punti si era fratturata, non potendo più sopportare la tensione. Rivoli di suppurazione sgorgavano dalle ferite, rendendo la pelle giallastra e traslucida. Le vene ai polsi spiccavano bluastre con innaturale nitidezza, come se la pressione sanguigna fosse estremamente bassa. Sopraffatto dall’orrore, uscii a grandi passi dalla stanza, mentre quella donna immonda mi malediceva in una lingua sconosciuta.
Rimasi nella mia camera qualche giorno, prima di trovare il coraggio di tornare a trovare Rafin. Leggevo riviste di esplorazione, dove erano raffigurati i più esotici dei morbi, piccoli negri col corpo consumato e deformato da colonie di minuscoli vermi. Mi documentavo per fornire un’impronta razionale a quanto avevo assistito, ma non seppi giungere ad una spiegazione soddisfacente. I giorni passavano, e il caldo si faceva insopportabile. Accumulavo una crescente inquietudine: sapevo che prima o poi avrei dovuto spezzare la mia indecisione e recarmi da Rafin. Per un breve commiato, se non altro. A capo chino, mi incamminai nuovamente su per le scale che, mi accorsi, erano bizzarramente ricavate da un blocco di pietra, ma provviste di larghe intercapedini, tanto che la rampa pareva una grottesca rappresentazione della cassa toracica di un grosso cetaceo.
Le sue condizioni erano ulteriormente peggiorate. Potevo, come in precedenza, scorgere solamente il capo, che spuntava come quello di una tartaruga dalla fitta coltre che lo ricopriva: era talmente smagrito che la forma del cranio si intravedeva nettamente al di sotto della cute, così come l’intricata rete di venuzze di un azzurro vivo, come se pietrificate. Per contro, il rigonfiamento del ventre, per quanto invisibile, si era enormemente accresciuto. Abbozzò il suo sorriso di scherno, socchiudendo leggermente gli occhi, che ora spiccavano bovini. Il suo rantolo mi apparve inverosimilmente comprensibile: “Non puoi andare, Ivan”. Nello sforzo lo colse un accesso di tosse, che fece schizzare un liquido nerastro, come di seppia, dalle profondità del suo corpo. La domestica si affrettò a nettare il rivolo grumoso che scendeva da un angolo della bocca di Nikolai, come a voler preservare, nonostante tutto, la decenza. Più di ciò fece, tuttavia, lo sguardo velato di terrore, di tremenda disperazione, che Rafin mi lanciò subito dopo, per sconvolgermi e spingermi ancora a fuggire da quella stanza gravida di malsani presagi.
La sua fine si avvicinava: il che mi atterriva e mi forzava a rimanere, per quanto il mio corpo si rivoltasse fisicamente all’idea. Nel sonno, popolato di incubi spaventosi in cui esseri informi e ciclopici inghiottivano soli e pianeti con folle e insensata voracità, mi dibattevo fino a svegliarmi madido di sudore, gli occhi fissi su un angolo non illuminato della stanza, dove ogni volta mi pareva di intravedere strane forme attendere nell’oscurità… Passavo le giornate chiuso nella mia stanza, avventurandomi solo sporadicamente al piano di sotto, per rifocillarmi. Ogni passo percorso di fronte alla camera di Rafin era un’agonia il cui gelo mi pervadeva, minacciando di bloccarmi sul posto.
Venne infine la notte che mi sollevò dalla tortura di quell’attesa. Non mi vergogno infatti di dire che pregavo ogni sera per la morte di Rafin, perché cessasse di perseguitarmi. E fui esaudito, senza dubbio. Mi svegliai come sempre nel mezzo della notte, nel buio innaturale che avvolgeva quella casa maledetta. Ero stranamente calmo e lucido: per la prima volta, avevo dormito un sonno profondo, scevro di maligne fantasticazioni. Un suono però mi ronzava nel cervello, un digrignare ringhiante di un uomo tremendamente sofferente frammisto ad un flebile lamento di altissima tonalità. Di nuovo provvisto delle mie facoltà raziocinanti, mi affrettai verso la camera di Rafin. Non appena fui sulla soglia, i suoni si interruppero. L’oscurità mi circondava, ed il terrore si impadronì nuovamente dei miei sensi. L’unica cosa visibile all’interno erano le orbite di Rafin, malsanamente rilucenti: borbottava parole sconnesse. Ciò che mi atterrì sopra ogni cosa fu constatare che il mio amico si trovava in piedi, di fianco al letto. Corsi nella mia stanza e abbrancai la lampada a olio: al mio ritorno, mi accorsi che Nikolai si era inginocchiato sul pavimento, la testa reclinata sul petto, completamente immobile. Il percorso, di pochi metri, dal suo letto era segnato dalla sostanza vischiosa che costituiva l’orrido prodotto della sua malattia. Di fronte ai miei occhi, lo colse un nuovo conato da cui parve non riprendersi. Si reggeva, carponi, sulle braccia, ansimando con veemenza. All’improvviso, rivoltò il capo verso il cielo, ed emise un grido inumano, di intensità e abbandono pari solo a quelli, a cui avevo assistito, di donne poi decedute in seguito al parto; come se qualcosa, appunto, lo lacerasse dall’interno.
Di tutto il resto, ricordo poche e confuse immagini. I suoi occhi iniettati di sangue, rivolti all’indietro, il primo squarcio che lo attraversò verticalmente, esponendo il colore innaturalmente scuro del suo interno, percorso di liquame giallastro, come un’immonda macchina, o un enorme insetto. Poi più nulla. Mi trovo nel letto prima occupato da Rafin, impossibilitato a muovermi da forti legacci che mi serrano le caviglie. La domestica, che ora riconosco come mandante di questo orrore, mi ha permesso di scrivere queste carte, per avvisare un familiare, o così le ho fatto credere. Non ho visto, ma so, sebbene il mio corpo non mostri ancora i segni, evidenti, che avrei dovuto cogliere nel mio vecchio amico. Qualcosa sta crescendo

One Response to “Bonnie “Prince” Billy – I See A Darkness”

  1. longchamp pliable…

    geabjsz…