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Ted Leo & The Pharmacists – The Brutalist Bricks

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Primi giorni di primavera. Sull’agenda ho scribacchiato un paio di note appena: mettere a tacere una volta per tutte questa tosse ignobile e spezzare una lancia in favore di Ted Leo. Se appare indubbio che il signor Theodore Francis Leo e la sua improbabile accolita di Farmacisti non potranno aiutarmi in alcun modo ad avere ragione dei miei malanni, è altrettanto vero che una bella mano me l’hanno data comunque. In un mese che sta per sparire con la sua paginata dal calendario, portandosi via per sempre Mark Linkous ed Alex Chilton, il loro nuovo album si è rivelato una piccola quanto inattesa benedizione. Sarà facile quanto volete il luogo comune della musica come lenitivo, ma provate a dimostrare che non sia sincero. Con me almeno ha sempre dato buoni risultati, a patto che non cedessi alle lusinghe degli artisti apparentemente più in linea con il tenore luttuoso delle circostanze. Le sue nuove canzoni Ted le ha ribattezzate ‘Mattoni Brutali’, un po’ come quelli implacabili che Ignatz Mouse scagliava sulla testa dell’infatuatissima Krazy Kat. Immedesimandomi con il delizioso personaggio di Herriman, mi trovo ad ammettere che in questo periodo avevo giusto bisogno di qualche bernoccolo e di un multivitaminico corretto dalla mano malandrina di questo instancabile quarantenne. Sempre squillanti i pezzi di Ted Leo, sempre energetici come le barrette proteiche che sposano la frutta esotica al cacao con audacia strafottente: vocine, accelerazioni, ritmiche rombanti ed assoli colorati, tutto compattato in lucide popsongs e smerciato a buon prezzo alla fiera del riuso. Meriterebbe un monumento il vecchio Ted, classico geniaccio minore della scena alternativa in perenne esilio da Hypopoli e dal suo noiosissimo circo musicale. Questo suo battesimo nella venerabile squadriglia Matador vale come sacrosanto riconoscimento per una carriera vissuta sempre ai margini ma senza sparare un solo colpo a vuoto, se non si conta l’imbarazzante pattume sperimentale dell’ormai remoto esordio solista. Ha una dote questo ragazzo, ed ha un fratello importante. Nella mia testa Ted Leo e Ben Folds sono gemelli nati a quattro anni di distanza l’uno dall’altro. Ben col pianoforte, Ted con l’elettrica, si sono imposti nei panni di due superlativi giostrai del pop: adorabili, talentuosi e ruffianissimi produttori di easy listening per una ridotta platea di sfigati come il sottoscritto, drogati di Smarties da almeno tre decadi e paurosamente aderenti alla bontà ordinaria del loro antidivismo impiegatizio. Rispetto ai tempi in cui il Nostro si dedicava alla biomusicologia, paiono innegabili quel tantino di approssimazione in più ed una mise espressiva alquanto sgualcita. Non necessariamente difetti. Laddove la scrittura lamenti qua e là un debito di ossigeno in termini di originalità, a garantire un adeguato galleggiamento sono più che sufficienti gli automatismi, andatura effervescente in testa. Le graziose sfuriate college rock anni ’90 sono sempre state il cavallo di battaglia per Leo, uno che a tutt’oggi sembra trovare più stimoli in un certame fuori tempo massimo con i Weezer o i Nada Surf che non nello stravolgimento ipocrita dei propri canoni, vezzo peraltro di gran moda ultimamente. Il suo sound ruspante si specchia anzi con assoluta fedeltà nei propri trascorsi, riposizionandosi sul paradigma della vecchia ‘Where Have All the Rude Boys Gone?’ e limitandosi ad inocularvi quel pizzico di pirotecnia chitarristica in più. In un marasma di enfatiche influenze power-pop convivono i calibri pesanti ed il cuore tenero dell’artista, l’isteria disciplinata ed il velluto blu, assortiti con la dovuta perizia per un pranzo a base di succulente frattaglie ipercaloriche. L’eco della voce di Jimmy Dean Bradfield e qualche analogia elettrica evocano curiosamente i Manic Street Preachers di una dozzina di anni fa, senza però l’aggravio grossolano di certi proclami: c’è un progressismo di fondo che è anche gradevole perché limitato all’ironia celata tra le righe, lontana dall’attivismo urlato in favore di telecamera. L’intelligenza di Ted Leo si apprezza soprattutto in questa sua volontà di confinare gli effetti speciali nella sola sfera musicale: come quando la sua grattugia si fa più tranchant e lui gioca a travestirsi da punk-rocker (‘The Stick’, ‘Gimme The Wire’) salvo rallentare alla prima occasione (‘Tubercoloids Arrive in Hop’) per accendere il bastoncino di incenso. Anche in un disco apparentemente leggero come questo non mancano un respiro più ampio (‘Last Days’) ed una miriade di spunti preziosi. E’ il segreto di chi sa colpire a più livelli e far pensare, oltre che intrattenere. Così anche i mattoni più duri possono aiutare a guarire, come ogni medicina che si rispetti. Questa di cui vi ho detto la trovate però solo ed esclusivamente nella farmacia di Ted Leo.

Stefano Ferreri

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