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Fenn O’Berg – In Stereo

Data di Uscita: 05/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Asylum
di Filippo Righetto

Geremy Rails. Paziente dell’I.S.S.S.M.. Istituto Superiore Statale di Sanità Mentale, sede di Trenton, New Jersey. Un elaborato ricamo per evitare di dire manicomio. Il soggetto soffre di una rara manifestazione di schizofrenia ebefrenica, la “psicosi della giovinezza”, nonostante l’età avanzata. Come ben sapete, è una patologia incurabile, degenerativa, che porta all’annientamento della personalità, ciononostante esistono delle procedure che, se attuate, possono in qualche modo rallentare il cammino verso l’annullamento. Naturalmente, data la scarsità di investimenti statali, con il termine “procedure” intendo psicofarmaci… psicofarmaci generali, somministrati indipendentemente dal tipo di patologia. Dopo 21 giorni dal suo ricovero, Geremy R. cominciò a dimostrare dei segni di… indipendenza, diciamo. Non si muoveva più a tentoni, pareva invece alla ricerca di qualcosa. Mi capitava sempre più spesso di vederlo inginocchiato davanti al televisore della sala ricreativa… stava li fermo, immobile, per ore, in una posa che nemmeno un fachiro indiano sopporterebbe con facilità. Ad occhi chiusi, con il viso a poco più di una ventina di centimetri dallo schermo, sembrava in ascolto di qualcosa… nonostante si sintonizzasse sempre su un canale morto, che non trasmetteva niente, se non quel monocorde, tedioso, gracchiare. Quando un inserviente o un altro paziente si avvicinava per cambiare canale, lui pacatamente si alzava, senza fatica alcuna, e sempre ad occhi chiusi ricominciava quella che, nel mio articolo pubblicato due mesi or sono, ho definito “ricerca sonora”. Questa “missione” lo portava vicino agli oggetti più disparati: stufette elettriche rigorosamente in funzione, dispositivi per il monitoraggio dell’attività cardiaca. Un giorno intrappolò una mosca all’interno di un bicchiere di plastica, e rimase per giorni e giorni in contemplazione acustica. Fu così lungimirante da bucare il bicchiere per impedire all’insetto di morire asfissiato! Questo mi insospettì, e ordinai immediatamente un’ispezione. Era impossibile che una persona che assumeva una dose così elevata di psicofarmaci potesse essere capace di un tale comportamento. Inspiegabilmente, la sua cella era in ordine, senza nessuna cavità dove avrebbe potuto nascondere alcunché. Durante il controllo, uno degli inservienti alzò il bicchiere che conteneva la mosca ormai da diversi giorni. La crisi isterica che colse Geremy R. fu, vi assicuro, la più violenta alla quale io abbia mai assistito. Ancor più strano, non era rivolta contro di noi, contro le persone all’interno della stanza, era più che altro un lamento straziante rivolto… al destino avverso, io credo. Fummo costretti a sedarlo, e negli esami che seguirono capimmo dove erano finiti gli psicofarmaci delle ultime due settimane. Geremy R. aveva inserito, per quindici giorni, per tre volte al giorno, delle pillole dal diametro di un paio di centimetri… all’interno del suo braccio sinistro. Lo so, è raccapricciante. Le infermiere interrogate hanno sostenuto che avevano attribuito il colore violaceo dell’arto alla costrizione della camicia di forza, e non se ne erano preoccupate. Il braccio gli fu amputato fino alla spalla. Venne riunita una commissione d’urgenza. Mi sforzai di far loro capire che non era possibile che Geremy R. soffrisse di una patologia parossistica, che non poteva, non poteva, essere trattato secondo le normali procedure, e che probabilmente non era neppure uno schizzato sociopatico come le cartelle cliniche sostenevano!
Ma erano altri tempi… e, come vi ho detto, i fondi erano esigui… Geremy R. non aveva parenti, amici, rimaneva comunque un individuo non indipendente, restituirlo alla società non era possibile…
Per evitare che il suo comportamento aizzasse gli altri pazienti, venne applicata la procedura…

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