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Archive for marzo, 2010

S – I’m Not As Good At It As You

D.d.U. 12/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ti ho comprata.. a scatola chiusa.

Filippo Righetto

Godspeed You! Black Emperor – Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven!

Data di Uscita: 09/08/2000

Godspeed / God’s Pee / God’s Peace
di Filippo Righetto

Sugli spalti di un modesto palazzetto di periferia… fu li che prese la sua decisione. Il Mondo doveva finire. Voltò le spalle ai rumori dell’agonismo, con la speranza di una visione migliore, ma i giochi d’ombra che il sole proiettava attraverso la balaustra arrugginita creavano una gabbia costringente, un limite creativo. (altro…)

M83 – Saturdays=Youth

Data di Uscita: 14/04/2008

Un breve ascolto, durante la lettura

7 a.m., dusty road:
I’m going to drive until it burns my bones
Crossing a dream with my old lost care
It’s smells brings the dead memories back.

(altro…)

Bonnie “Prince” Billy – I See A Darkness

Data di Uscita: 19/01/1999

Canzone alla nuova prole
di Lorenzo Righetto

Conoscevo il Dottor Rafin da lungo tempo; ricordo con precisione il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta. Io, giovane introverso e studioso, rimasi da subito ammaliato dai suoi modi urbani, il colore sgargiante del fazzoletto da taschino, il suo profilo austero e la spavalderia della sua barbetta ricurva. (altro…)

David Sylvian – Secrets Of The Beehive

Data di Uscita: 07/11/1987

Immaginate un disco che è come un quadro. Un quadro nato in seguito ad un periodo di tentazioni pittoriche sfogate da David Sylvian e i suoi Japan in quadretti dall’immaginario orientale con cui la band era riuscita a conquistarsi una posizione di tutto rispetto  nell’intricato universo della new wave. (altro…)

Paul Weller – Wild Wood

Data di Uscita: 10/09/1993

La trasposizione sonora definitiva di un genio totale della pop music britannica. Un genio che, come vuole la definizione, è sempre stato in grado di cavalcare le onde piuttosto che farsi travolgere. (altro…)

Tripping Daisy – Jesus Hits Like The Atom Bomb

Data di Uscita: 07/07/1998

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando uscì non fece alcun rumore, nonostante la palmetta della Island stampigliata sul dorso. Peccato o per fortuna, direbbe il fan. L’andar del tempo ne ha decretato un destino d’ombra che, letto oggi, con questi titoli di coda appena sfilati sullo schermo, fa quasi sorridere. (altro…)

Echo & The Bunnymen – Ocean Rain

Data di Uscita: 04/05/1984

Quattro ragazzi di Liverpool. Un album pop che rasenta la perfezione. Per quanto queste parole possano generare paragoni di primo acchito blasfemi, a venticinque anni dalla sua uscita “Ocean Rain” si conferma un viaggio straordinariamente avvincente. (altro…)

Zola Jesus – Stridulum (EP)

D.d.U. 29/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutte le sere te ne esci vestita di nero,con le labbra rosso acceso e il tuo colorito biancastro, entri nei locali dove senti i suoni che più ti piacciono. In cerca di incontri, di emozioni. Credimi sei bellissima, credi a me, ma quando alla fine della notte dici che è sempre più difficile innamorarsi ti spegni dietro alle tue tende nere.

Va tutto bene, ripeti dal tuo loculo dove di giorno nascondi la tua immensa bellezza pigiando tastiere sintetiche.

Alessandro Ferri

Jónsi – Go

Data di Uscita: 22/03/2010

Quando si svegliò, non riconobbe la stanza in cui si trovava. Addosso aveva ancora il maglione giallo, consumato sui gomiti e liso ai bordi, che non toglieva quasi mai. Uscì dalla stanza, illuminata a giorno, per trovarsi direttamente nella piazza principale di quella strana città. Le persone, avvolte in immacolati e complicati panneggi bianchi, camminavano senza parlare, a ritmo di quella stessa musica che anche lui ora sentiva provenire da chissà dove. Il torpore del sonno svaniva poco a poco e solo ora si accorgeva che gli oggetti non proiettavano ombre. Non c’era nemmeno il sole; la luce sembrava provenire direttamente dal marmo dei colonnati, dal selciato delle strade, dalle persone, da lui stesso. E quando incontrava qualcuno, l’unica comunicazione era un sorriso radioso, e un intensificarsi della lucentezza sua e del sorridente. Amava tutti, amava tutto. Era felice. Finalmente, interamente, eternamente. Si abituò in fretta anche alla tunica bianca, come se non avesse mai indossato altro. E così passarono i giorni, tutti uguali, in cui ogni ora era uguale all’altra: immobile e produttiva. Si accorse di conoscere tutto, di non avere dubbi. Parlare era inutile, sapeva come sapevano gli altri che per tutti era la stessa beatitudine, perfetta e sempre uguale a se stessa. La musica che si sentiva era celestiale, l’immagine sonora della natura e dell’armonia, della vita. Sentiva crescere qualcosa dentro di sé, che lo inquietava. Man mano, l’esigenza di esprimere il disagio divenne insopprimibile e dovette farlo: si mise a cantare. Alla prima nota capì senza che nessuno dicesse nulla che era finita: doveva andarsene, tornare da dov’era venuto, al maglione giallo. Scelse il suo nuovo demone, un’aquila enorme con una macchia gialla sulla fronte e si incarnò. Ritrovò le ombre, riconobbe il male. Iniziò il suo volo, cantando dei ricordi perduti e sbiaditi della città ideale, di nuovo in balia di pensieri circolari, sofferenze e dubbi, ma, di nuovo, libero.

Carlo Zambotti

Ted Leo & The Pharmacists – The Brutalist Bricks

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Primi giorni di primavera. Sull’agenda ho scribacchiato un paio di note appena: mettere a tacere una volta per tutte questa tosse ignobile e spezzare una lancia in favore di Ted Leo. Se appare indubbio che il signor Theodore Francis Leo e la sua improbabile accolita di Farmacisti non potranno aiutarmi in alcun modo ad avere ragione dei miei malanni, è altrettanto vero che una bella mano me l’hanno data comunque. In un mese che sta per sparire con la sua paginata dal calendario, portandosi via per sempre Mark Linkous ed Alex Chilton, il loro nuovo album si è rivelato una piccola quanto inattesa benedizione. Sarà facile quanto volete il luogo comune della musica come lenitivo, ma provate a dimostrare che non sia sincero. Con me almeno ha sempre dato buoni risultati, a patto che non cedessi alle lusinghe degli artisti apparentemente più in linea con il tenore luttuoso delle circostanze. Le sue nuove canzoni Ted le ha ribattezzate ‘Mattoni Brutali’, un po’ come quelli implacabili che Ignatz Mouse scagliava sulla testa dell’infatuatissima Krazy Kat. Immedesimandomi con il delizioso personaggio di Herriman, mi trovo ad ammettere che in questo periodo avevo giusto bisogno di qualche bernoccolo e di un multivitaminico corretto dalla mano malandrina di questo instancabile quarantenne. Sempre squillanti i pezzi di Ted Leo, sempre energetici come le barrette proteiche che sposano la frutta esotica al cacao con audacia strafottente: vocine, accelerazioni, ritmiche rombanti ed assoli colorati, tutto compattato in lucide popsongs e smerciato a buon prezzo alla fiera del riuso. Meriterebbe un monumento il vecchio Ted, classico geniaccio minore della scena alternativa in perenne esilio da Hypopoli e dal suo noiosissimo circo musicale. Questo suo battesimo nella venerabile squadriglia Matador vale come sacrosanto riconoscimento per una carriera vissuta sempre ai margini ma senza sparare un solo colpo a vuoto, se non si conta l’imbarazzante pattume sperimentale dell’ormai remoto esordio solista. Ha una dote questo ragazzo, ed ha un fratello importante. Nella mia testa Ted Leo e Ben Folds sono gemelli nati a quattro anni di distanza l’uno dall’altro. Ben col pianoforte, Ted con l’elettrica, si sono imposti nei panni di due superlativi giostrai del pop: adorabili, talentuosi e ruffianissimi produttori di easy listening per una ridotta platea di sfigati come il sottoscritto, drogati di Smarties da almeno tre decadi e paurosamente aderenti alla bontà ordinaria del loro antidivismo impiegatizio. Rispetto ai tempi in cui il Nostro si dedicava alla biomusicologia, paiono innegabili quel tantino di approssimazione in più ed una mise espressiva alquanto sgualcita. Non necessariamente difetti. Laddove la scrittura lamenti qua e là un debito di ossigeno in termini di originalità, a garantire un adeguato galleggiamento sono più che sufficienti gli automatismi, andatura effervescente in testa. Le graziose sfuriate college rock anni ’90 sono sempre state il cavallo di battaglia per Leo, uno che a tutt’oggi sembra trovare più stimoli in un certame fuori tempo massimo con i Weezer o i Nada Surf che non nello stravolgimento ipocrita dei propri canoni, vezzo peraltro di gran moda ultimamente. Il suo sound ruspante si specchia anzi con assoluta fedeltà nei propri trascorsi, riposizionandosi sul paradigma della vecchia ‘Where Have All the Rude Boys Gone?’ e limitandosi ad inocularvi quel pizzico di pirotecnia chitarristica in più. In un marasma di enfatiche influenze power-pop convivono i calibri pesanti ed il cuore tenero dell’artista, l’isteria disciplinata ed il velluto blu, assortiti con la dovuta perizia per un pranzo a base di succulente frattaglie ipercaloriche. L’eco della voce di Jimmy Dean Bradfield e qualche analogia elettrica evocano curiosamente i Manic Street Preachers di una dozzina di anni fa, senza però l’aggravio grossolano di certi proclami: c’è un progressismo di fondo che è anche gradevole perché limitato all’ironia celata tra le righe, lontana dall’attivismo urlato in favore di telecamera. L’intelligenza di Ted Leo si apprezza soprattutto in questa sua volontà di confinare gli effetti speciali nella sola sfera musicale: come quando la sua grattugia si fa più tranchant e lui gioca a travestirsi da punk-rocker (‘The Stick’, ‘Gimme The Wire’) salvo rallentare alla prima occasione (‘Tubercoloids Arrive in Hop’) per accendere il bastoncino di incenso. Anche in un disco apparentemente leggero come questo non mancano un respiro più ampio (‘Last Days’) ed una miriade di spunti preziosi. E’ il segreto di chi sa colpire a più livelli e far pensare, oltre che intrattenere. Così anche i mattoni più duri possono aiutare a guarire, come ogni medicina che si rispetti. Questa di cui vi ho detto la trovate però solo ed esclusivamente nella farmacia di Ted Leo.

Stefano Ferreri

Serena-Maneesh – No 2: Abyss In B Minor

Data di Uscita: 22/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Ancora una volta questo senso di vuoto.

Solo,

mi ritrovo immerso nel mio deserto. Quello che mi sono costruito.

Senza punti di riferimento si perde l’equilibrio. Non percepisco lo spazio.

Cado.

La colpa di chi è? Sai dirmelo?

Continuo a camminare gattoni nel nulla.

Riesco a sentire solo la rabbia che provo per la mia condizione, il mio stato di smarrimento, di cui non conosco la causa.

L’impotenza.

Avanzai senza una meta precisa,

solo bianco all’orizzonte finchè non intravidi un punto più scuro,

Decisi di proseguire, e la piccola traccia continuò ad ingrandirsi, ancora, e ancora.

Riuscii a distinguere un tavolo e due figure, due donne,

due donne anziane che prendevano il the.

Mi avvicinai.

“Buona sera” le salutai, anche se effettivamente non sapevo che ora fosse.

“Sapreste mica dirmi dove si arriva da quella parte?”

Non mi fu data alcuna risposta.

Le trovavo buffe nei loro abiti vittoriani, con il gran cappello ricco di piume, la pelle raggrinzita sul collo. Mi chiedevo se indossassero quelle ridicole mutande che terminano al ginocchio.

Una delle due tirò in dietro la terza sedia vuota.

Sembrava un invito..

Non so quanto tempo restai con loro a sorseggiare il buon the.

Mi alzai, ringraziai e proseguii per la mia ignota destinazione.

Sentivo di essere meno pesante.

Giulia Delli Santi

Gonjasufi – A Sufi And A Killer

Data di Uscita: 08/03/2010

Nella stanza regna un silenzio sacro.
E’ un tempio improvvisato in un vano di quello che fu l’hotel Gonjasufi, cinque stelle in rovina al limite orientale del deserto del Mojave. I locali dell’albergo sono stati occupati da rettili e volatili d’ogni sorta ma anche da sciamani, insegnanti di yoga e vagabondi. Si sono organizzati spartendosi ogni singolo spazio in modo inaspettatamente ordinato. Così passeggiando tra i corridoi ci si può imbattere nel “club rappettaro” della triade (sembra che si facciano chiamare “Gaslamp Killer”, “Flying Lotus” e “Mainframe”), nel regno sudicio degli Emù o ancora in quello zen di un certo “Steve Beckett”.
Ma a me loro non interessano, sono appena giunto al cuore pulsante dell’edificio, alla corte del predicatore Sumach Valentine. Un odore oppiaceo mi avvolge mentre alle orecchie arrivano fievoli melodie giamaicane. Alla destra del sacerdote ci sono alcuni anziani rugosi che balbettano sermoni hindu, alla sinistra dei dipinti raffiguranti gli “Spirit” in preghiera (ed una scritta “Twelve Dreams Of Dr. Sardonicus”).
Le quattro mura incrostate sono un’illusione, un posto nella mente, un miraggio tremolante di ricchezze perdute e riconquistate.

Tornando alla vicina Los Angeles con il mio catorcio a quattro ruote, vengo tentato dall’idea di trasferirmi al “Gonjasufi”, potrei organizzare un circolo di fumatori d’oppio oppure fare concorrenza ai barboni che fanno jazz nella stanza “303”.
Accendo il lettore cd e parte “A Sufi And A Killer”, il souvenir che mi hanno dato all’uscita del tempio.

Maurizio Narciso

Laura Marling – I Speak Because I Can

Data di Uscita: 22/03/2010

Potevi confondere il suo viso col cielo, terso e plumbeo, quando passava il pomeriggio coi piedi ciondolanti da quel muretto coperto di muschio. Intuire la durezza dei suoi pensieri nel broncio tempestoso, che si rovesciava negli occhi coperti di un patina liquida, era fin troppo facile. Ero appena arrivato in paese, di passaggio verso la cortina fiammeggiante di una Londra mai così vicina alle porte dell’Inferno. Smontai da cavallo nel crepuscolo incombente, il vapore che smottava copioso dal dorso dell’animale esausto. Incominciò a scendere una pioggia via via più insistente, ma lei rimase lì appollaiata, fino a che scomparve nella coltre vaporosa che mi spinse dentro una locanda deserta e umida.

Carovane e carovane di profughi fuggivano dal Tamigi, tinto di cremisi dalle fiamme, ma di là non passavano. Complice una leggera indisposizione, me ne stetti un giorno intero a girovagare per la stanza, ogni tanto fermandomi a osservare quel corpicino inzuppato, avvolto di bianco e macchiato di fango. Esplorai quella casa disabitata, in cui tutto era però al suo posto, immacolato e perfettamente disposto, come se gli occupanti fossero da poco usciti di fretta, lasciando tutto così com’era. La dispensa era piena. Mi decisi a restare, per cercare di decifrare il mistero di quella bizzarra apparizione. Tale era poichè, ogniqualvolta facevo per attraversare la mulattiera che ci separava, ella scompariva senza lasciare traccia.

La neve arrivò, senza che lei se ne curasse, che facesse un gesto per liberare i capelli dalle macchie gelide che le intrecciavano le ciocche. L’Inghilterra copriva con un manto abbacinante i propri peccati, sonnecchiando colpevolmente, febbricitante e derelitta, mentre il ghigno del demonio affollava miseri sogni di gloria. Non tentai più di raggiungerla, nè mi attardai a osservare l’immota espressione del volto di lei, grottescamente inginocchiato per scorgerla al di sotto della frangia.

Fu il primo raggio di sole della primavera a risvegliarci. Un movimento impercettibile del capo, una mano si volse, mostrandomi il palmo. Uscii con la circospezione che la mia profonda agitazione mi permise, barcollando come mesmerizzato. Mi guardava con occhi pieni di pietà, tentando di sorridere senza riuscirci. Tenendo lo sguardo fisso sul mio, allungò una mano verso i miei abiti sgualciti, sbottonando lentamente la camicia, senza che io potessi nemmeno accennare un movimento. Quando ebbe terminato, fece scorrere le dita sul mio petto, fermandosi all’altezza del cuore. Mentre accarezzava il forellino slabbrato apparso sotto lo sterno, la riconobbi, era lei, L.

Lorenzo Righetto

The Besnard Lakes – The Besnard Lakes Are The Roaring Night

Data di Uscita: 09/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

And this is what we call progress…
di Marco Caprani

“Sto scendendo Sam… e di brutto anche!”

Perché sento ancora l’eco dei pastori dei monti qui negli abissi?… Sarà forse nostalgia?…
Il mare è veramente scuro, non me ne ero mai accorto, è una fresca sensazione d’impotenza, ma sono al sicuro qui, il mio scafandro da palombaro mi proteggerà dalle bombe della guerra là fuori.
Sono matti quelli! Sparano al deserto… Un mare di fuoco!
Io preferisco scendere ancora, laggiù mi aspettano nuovi mondi.

The Lonely Moan…

Forse inizio ad avere un po’ di paura: non vedo più alcuna luce dalla superficie dell’acqua.
Io continuo a scendere.
Interferenze.
“Porca troia! Sam! Sam! Rispondi!!!….” – “Tzzzzzzzzzzzzzz tzzzzzzzzzzz…”

Affondo come un assolo tagliente di chitarra in quest’acqua sempre più densa. Cerco di resistere e di squarciare questo liquido: mi sembra di scavare tra carne e sangue ed i movimenti seppur decisi sono lenti.
Mi prendo una pausa dall’emozione e dal timore e cerco di pensare ad altro: mi sovvengono i racconti di mio padre sugli anni ’70… mi sembra di risentire i suoi dischi rock anche in quest’atmosfera surreale e densa… ciò mi crea calore e conforto.
Ormai, conviene farmi trasportare dai lenti flussi verso l’eterno, nel viaggio lucido verso la fine che mi riserva il mare… Come posso chiedere aiuto?

Ad un tratto gli occhi di una sirena mi si aprirono di fronte al vetro della maschera, erano ipnotici e bellissimi. Non c’eran parole, rumori soltanto di un canto leggero e lontano:

Wish I had your picture
Never been able to be true
So I wanted, I wanted
I wanted to help you
I wanted to
And I wanted to help you

Alzai gli occhi verso la superficie e vidi una grande ombra luminosa: quella di un uccello volare negli abissi: un Albatross… indescrivibile e divino.
Riguardai gli occhi della sirena:

You showed me so much
You showed me so much

Fenn O’Berg – In Stereo

Data di Uscita: 05/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Asylum
di Filippo Righetto

Geremy Rails. Paziente dell’I.S.S.S.M.. Istituto Superiore Statale di Sanità Mentale, sede di Trenton, New Jersey. Un elaborato ricamo per evitare di dire manicomio. Il soggetto soffre di una rara manifestazione di schizofrenia ebefrenica, la “psicosi della giovinezza”, nonostante l’età avanzata. Come ben sapete, è una patologia incurabile, degenerativa, che porta all’annientamento della personalità, ciononostante esistono delle procedure che, se attuate, possono in qualche modo rallentare il cammino verso l’annullamento. Naturalmente, data la scarsità di investimenti statali, con il termine “procedure” intendo psicofarmaci… psicofarmaci generali, somministrati indipendentemente dal tipo di patologia. Dopo 21 giorni dal suo ricovero, Geremy R. cominciò a dimostrare dei segni di… indipendenza, diciamo. Non si muoveva più a tentoni, pareva invece alla ricerca di qualcosa. Mi capitava sempre più spesso di vederlo inginocchiato davanti al televisore della sala ricreativa… stava li fermo, immobile, per ore, in una posa che nemmeno un fachiro indiano sopporterebbe con facilità. Ad occhi chiusi, con il viso a poco più di una ventina di centimetri dallo schermo, sembrava in ascolto di qualcosa… nonostante si sintonizzasse sempre su un canale morto, che non trasmetteva niente, se non quel monocorde, tedioso, gracchiare. Quando un inserviente o un altro paziente si avvicinava per cambiare canale, lui pacatamente si alzava, senza fatica alcuna, e sempre ad occhi chiusi ricominciava quella che, nel mio articolo pubblicato due mesi or sono, ho definito “ricerca sonora”. Questa “missione” lo portava vicino agli oggetti più disparati: stufette elettriche rigorosamente in funzione, dispositivi per il monitoraggio dell’attività cardiaca. Un giorno intrappolò una mosca all’interno di un bicchiere di plastica, e rimase per giorni e giorni in contemplazione acustica. Fu così lungimirante da bucare il bicchiere per impedire all’insetto di morire asfissiato! Questo mi insospettì, e ordinai immediatamente un’ispezione. Era impossibile che una persona che assumeva una dose così elevata di psicofarmaci potesse essere capace di un tale comportamento. Inspiegabilmente, la sua cella era in ordine, senza nessuna cavità dove avrebbe potuto nascondere alcunché. Durante il controllo, uno degli inservienti alzò il bicchiere che conteneva la mosca ormai da diversi giorni. La crisi isterica che colse Geremy R. fu, vi assicuro, la più violenta alla quale io abbia mai assistito. Ancor più strano, non era rivolta contro di noi, contro le persone all’interno della stanza, era più che altro un lamento straziante rivolto… al destino avverso, io credo. Fummo costretti a sedarlo, e negli esami che seguirono capimmo dove erano finiti gli psicofarmaci delle ultime due settimane. Geremy R. aveva inserito, per quindici giorni, per tre volte al giorno, delle pillole dal diametro di un paio di centimetri… all’interno del suo braccio sinistro. Lo so, è raccapricciante. Le infermiere interrogate hanno sostenuto che avevano attribuito il colore violaceo dell’arto alla costrizione della camicia di forza, e non se ne erano preoccupate. Il braccio gli fu amputato fino alla spalla. Venne riunita una commissione d’urgenza. Mi sforzai di far loro capire che non era possibile che Geremy R. soffrisse di una patologia parossistica, che non poteva, non poteva, essere trattato secondo le normali procedure, e che probabilmente non era neppure uno schizzato sociopatico come le cartelle cliniche sostenevano!
Ma erano altri tempi… e, come vi ho detto, i fondi erano esigui… Geremy R. non aveva parenti, amici, rimaneva comunque un individuo non indipendente, restituirlo alla società non era possibile…
Per evitare che il suo comportamento aizzasse gli altri pazienti, venne applicata la procedura…

Liars – Sisterworld

Data di Uscita: 08/03/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

PROUD EVOLUTION
di Gianfranco Costantiello

Un tempo, in un futuro non troppo lontano, migliaia e migliaia di spaventapasseri viventi occupavano la nostra terra. Pioveva sempre. Piogge acide e aria asfissiante. A parte questo era un’epoca non molto diversa dalla nostra, dove gli spaventapasseri viventi erano diventati la cosa più banale che ci fosse. Col tempo si erano evoluti e si erano raffinati. Avevano sviluppato la capacità di parlare e più importante ancora, la facoltà di ragionare. Ogni nuova ondata di spaventapasseri veniva massacrata dagli umani poiché rivedevano in loro l’eco di un comportamento passivo e conformista tipico dell’uomo moderno. Ma i pochi spaventapasseri sfuggiti al massacro erano riusciti a coalizzarsi e a trasmettere la loro intelligenza alle generazioni future grazie ad una sorta di attività di guerriglia clandestina nata dalla resistenza contro le violente e incessanti ostilità degli uomini.

Lo spaventapasseri scendeva lungo il pendio e diceva – Non è facile essere uno spaventapasseri. Ho l’impressione che gli umani non siano altro che una sola e unica persona, e non la amo troppo, questa persona. Provo a capirli, ma è difficile. Noi siamo l’unica reazione ad un universo immobile e sterile. Siamo l’unica reazione contro tutte le ingiustizie dell’impietosa maggioranza etero-fascista-legislativa! – la voce si fa sempre più cruda, gracchia – guarda qui! Rifiuti ovunque! Rifiuti a perdita d’occhio. Rifiuti che ingombrano l’ambiente e soffocano la natura. Scorie combustibili nucleari contenenti degli isotopi radioattivi che resteranno in attività per un migliaio di anni, o forse di più, infiltrandosi nella terra. Plastica! Plastica le cui molecole irreversibilmente unite raggiungono senza il minimo sforzo quell’immortalità che l’uomo può solo sognare. Le discariche! Le discariche sono i grande carnai del capitalismo avanzato. Le discariche, questo è il mio regno. Questa e la terra che erediteremo. Un giorno tutto questo sarà nostro! -.

Giunto a valle si fermò. Abbagliato dal raggio di sole spuntato dalle nuvole tenebrose e piangenti aggiunse – ho visto da quel pendio l’uomo arricchirsi, ho visto l’uomo orgoglioso del proprio progresso! Ma mi chiedo, siamo sicuri che l’uomo si sia evoluto? -.

La risposta fu un sibilo alle sue spalle. Una forbice nella nuca. Lo spaventapasseri cadde sul terreno fangoso e non si rialzò più.