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Quasi – American Gong

Data di Uscita: 23/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E nel vizio affoga, come fosse l’unica carta a disposizione del suo istinto ferito. E latra, disperandosi, e si lamenta con quella luna sempre così inesorabilmente insensibile. Il pianto ferino che chiude ‘American Gong’ vale come ammissione di una sconfitta, come rassegnazione ad un fallimento pieno e non più revocabile. La diversità non è proprio un valore aggiunto in questo clima da basso impero, la sincerità è merce priva di quotazione e si addice unicamente ai perdenti senza speranze, gli stessi che i Quasi celebrano con passione da più di quindici anni nei loro inarrivabili self portraits. Oggi i toni paiono irrimediabilmente esacerbati, la bella scrittura è stata corrotta dal veleno, anche l’ironia suona in parte compromessa. Ma la dignità e l’orgoglio no, si segnalano ardenti come non mai. Sam Coomes era amico fraterno di Elliott Smith. Da lui carpì quella sottile vena intimista, l’abito ideale per parlare degli altri scrivendo di sé. Raccontava favole senza morale. Alla tipica mitologia Yankee, lo stereotipo fasullo dell’uomo forte, preferiva quella tenera e personalissima dei ricordi infantili, legata ad un immaginario macabro o pauroso che ben si prestava ad immortalare in calchi metaforici le inquietudini contemporanee. Vampiri, fantasmi, automi, pirati, scheletri, troll e satanassi, adottati come innocui pretesti per illustrare agli amanti del rock alternativo la mediocrità di un mondo in rapido disfacimento, stretto tra le frenesie dell’omologazione ed un’infelicità a dir poco cronica. Con la pimpante ruvidezza di ‘R&B Transmogrification’, le folgoranti razioni di nichilismo tascabile del capolavoro ‘Featuring Birds’ e la giocosa fumisteria sonora di ‘Field Studies’, il duo più underestimated del sottobosco indipendente seppe plasmare nell’arco di soli tre anni un trittico di album stracolmi di idee ed immagini scintillanti. Poi qualcosa è cambiato nella testa di Sam. La scatola dei pastelli colorati è stata chiusa per sempre in un cassetto, la realtà schifosa si è rivelata in un tripudio di falsità e ipocrisie, richiedendo al musicista un repentino cambio di direzione ed un vestito nuovo, corazzato al punto giusto. Coomes ha continuato a fare egregiamente il suo mestiere, ma con un sorriso sempre più amaro stampigliato sul volto.‘The Sword of God’ ha sancito la svolta senza ritorno, inzavorrando tematiche, testi e melodie, e registrando una cattiveria di fondo fino ad allora inaudita. La fuga a precipizio verso l’oscurità profonda è proseguita con le sfuriate politiche ed il viscerale scetticismo di ‘Hot Shit’, con le surreali scorribande blues di ‘When The Going Gets Dark’ (titolo veramente emblematico), per poi approdare alla brutale disperazione di questo ‘American Gong’, sorta di ideale capolinea della ragione. Le nuove canzoni vi prendono forma a fatica affiorando da un groviglio di chitarre elettriche schiumanti, taglienti, rabbiose e quanto mai caotiche. Sam ha abbandonato il suo strumento feticcio – il Roxichord – dopo averlo suonato con sempre maggior ferocia nei dischi precedenti. Janet ha accantonato il sogno di preparare ricche fritture con il suo pentolame, accettando di buon grado la propria trasmutazione in martello pneumatico con annesso compressore diesel. Joanna è stata assoldata col solo intento di amplificare spigoli, rumore e confusione. Se prima non si rinunciava mai del tutto ad offrire scampoli dell’antica dolcezza, ora prevale un senso di squillante e generalizzato disgusto, con il garbo della satira aggiornato nella forma di una caustica ed isterica risata di scherno. Distacco, disincanto, rifiuto esasperato. Spiace dover registrare una frattura tanto profonda ma era il minimo che ci si potesse attendere da artisti così intelligenti e poco inclini al compromesso, in uno scenario delirante come quello attuale. Laissez les bon temps rouler, via ai festeggiamenti sotto questo cielo plumbeo, con il solo imperativo di mantenersi sempre sopra le righe mentre il vascello lentamente si inabissa. A guardar bene potrebbe essere proprio questa la più acuta delle risposte. Magari anche la più divertente, perché no?

Stefano Ferreri

2 Responses to “Quasi – American Gong”

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