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Archive for gennaio, 2010

Motorpsycho – Heavy Metal Fruit

Data di Uscita: 15/01/2010

Fuori piove.
Sono di fronte al calendario che segna 15-01-2010 e non mi importa granché del tempo atmosferico. Mi appresto a fare colazione con latte e biscotti d’ordinanza, sorrido al pensiero dell’ imminente acquisto, presso la mia discoteca di fiducia, dello “scuro” oggetto dei desideri.
Un lampo improvviso nella mia mente.

Vedilo.

Indossando i primi abiti che mi capitano a tiro, corro a lavarmi i denti: non rinuncio a canticchiare, nonostante il movimento delle setole impietose, il “Theme De Yo Yo” tratto dalla collaborazione “nell’acquario” tra i miei Beniamini e gli altri illustri norvegesi Jaga Jazzist.
Un altro lampo fa capolino (attraverso la voce di) Bent Sæther: “Questa è la cosa più pesante che abbiamo fatto in 15 anni di carriera!”.
Mi metto le scarpe, afferro l’ombrello ed il k-way ed affronto di corsa la lunga rampa di scale che mi separa dall’acquazzone invernale; “Now It’s Time To Skate” penso ad alta voce, e con un rapido balzo raggiungo l’esterno.
Piove meno, mi ritrovo a correre.
Ho sentito in anteprima il nuovo disco dei Motorpsycho ed è un frullato di hard rock, psichedelia e free jazz, ancora più dilatato e rumoroso del bianco 33 giri “Child Of The Future” uscito solamente qualche settimana fa. Mi compiaccio di non averlo ascoltato per intero, onore che spetta solamente alla copia originale del dischetto che tra non molto stringerò tra le mani.
Immerso in questi pensieri arrivo alla rivendita, ed al bancone principale (quello con le uscite del mese), fa bella figura di sé “Heavy Metal Fruit”! L’art-work mi rimanda al cielo stellato di “Doremi Fasol Latido” degli “Hawkwind” e non mi stupirei di trovare tra le note dell’ album più di un riferimento al loro “Space-rock”.
Ecco l’ennesima incursione, Loro sembrano sorridermi.

Vedilo.

Prima di arrivare alla cassa giro la confezione del cd e leggo i titoli delle canzoni: credo che oggi pomeriggio rimarrò in casa, ho un appuntamento con “Gulliver”!

Maurizio Narciso

The Magnetic Fields – Realism

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Quanto può essere dura la vita dei grandi songwriter, intrappolati anche loro malgrado tra le pagine patinate delle solite riviste di musica alternativa. Troppo comodo limitarsi a considerare gli allori tributati da qualche adepto entusiasta o le lisciate superficiali di una critica ad orologeria, non meno repentina nel gioco al massacro di quanto sappia esserlo nell’adulazione ruffiana. Prendiamo il caso eclatante di Mr. Stephin Merritt. Dubito che la sua vita d’artista si sia rivelata una passeggiata, in questi ultimi dieci anni. Quando partorisci un disco come ‘69 Love Songs’ non puoi tirare avanti come se nulla fosse, ignorando di aver lasciato ai posteri il documento che ti rappresenterà per sempre, come nient’altro al mondo. Arrivare sulla vetta porta con sé la contemplazione del proprio limite, nella consapevolezza che d’ora innanzi si avrà sempre un termine di paragone con cui confrontarsi ed essere confrontati, volenti o nolenti. Nella vicenda dei Magnetic Fields, l’ego smisurato dell’uomo solo al comando e la mole delle aspettative lasciate a gravare sulle sue misere spalle hanno esacerbato gli sviluppi di questo dato di fatto, sino all’inevitabile esito parossistico. Schiavo nella dipendenza dal riconoscimento del proprio genio, Merritt deve aver sofferto come un cane alla ricerca dell’idea giusta, meritandosi l’appellativo di “uomo più depresso del rock” con cui venne etichettato tempo fa dal grande Bob Mould. Persuaso della necessità che un’opera epocale vada replicata ad oltranza, l’infelice musicista si è affidato con forza all’autosuggestione, al mito di sé come maestro di concept, credendo che anche dietro il più pretestuoso degli spunti si potesse nascondere un capolavoro. Si sbagliava ovviamente, ma il fallimento non gli ha impedito di dare vita a dischi estremamente intriganti. Dopo aver rimasticato come bubblegum gli stereotipi del country e del noise, Stephin sceglie ora di apporre la propria firma pop anche su un universo sonoro tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. Per sua stessa ammissione ‘Realism’ è un album folk, per quanto l’incapacità cronica del suo autore a “tollerare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti consecutivi” sia sintomo di un approccio non ortodosso al genere. Tutto il mondo racchiuso in un LP caleidoscopico, con la menzogna gentile di un continuo sdoppiamento autoriale e la sorpresa reiterata dentro ogni brano. Il sound britannico di fine anni ’60, la tradizione che svolta verso il barocco, l’amore per le ampollosità più svenevoli ed anacronistiche. Dal suo magico cilindro Merritt tira fuori una buona dose di rimandi estetici e simbolici, oltre a ribadire la predilezione cabalistica per il numero 13 e confermare in toto la sua folle squadra delle meraviglie: la malìa è garantita come sempre dalle voci preziose di Claudia Gonson e Shirley Simms, non mancano le fisarmoniche di Daniel Handler alias Lemony Snicket, ed il John Woo che si cimenta con banjo e bouzouki è sempre e solo un omonimo del regista di Hong Kong. Come nei due lavori precedenti non c’è spazio per i synth, mentre è una novità l’esclusione radicale di percussioni e chitarre elettriche, se non si tiene conto delle tablas e degli spifferi di distorsione confinati sullo sfondo di ‘The Dada Polka’, a mo’ di ironica autocitazione da ‘Distortion’. Proprio quel disco e questa nuova operina erano nati nella testa di Stephin come solida coppia, le due facce di una stessa medaglia i cui titoli avrebbero dovuto essere ‘Vero’ e ‘Falso’, senza tuttavia precise indicazioni in merito all’effettivo abbinamento. L’ascolto di questo seducente gioiellino parla in ogni caso di una nuova finzione, naturalmente premeditata dal suo creatore. Se là si palesava la falsificazione di certi canoni rock, è innegabile che il “realismo” annunciato dal nuovo titolo non vada al di là dell’impiego di una vastissima gamma di strumenti unplugged, dunque “autentici”, mentre gli scenari evocati vengono sistematicamente filtrati dalla prospettiva deformante del fiabesco e di quella estenuata raffinatezza fuori moda tanto cara ai nostri poeti crepuscolari. Il santone dei Magnetic Fields si riaccredita dunque come inguaribile decadente, specie quando – spesso – sceglie di ripiegare sulle comodità del proprio classicismo oppure torna a vestire i panni del consumato cantastorie (vedi ‘Walk a Lonely Road’, per il suo adorabile omaggio a Leonard Cohen). ‘Better Things’ o ‘Everything Is One Big Christmas Tree’ rientrano agilmente tra le migliori paginette dell’easy listening merrittiano, memorabili per il retrogusto dolciastro e per quel candore un po’ inquietante che il leader della band di Boston ha sempre saputo dipingere con sommo talento. Dietro lo sfarzo degli orpelli e la squisitezza dei ninnoli, popsongs di classe come ‘You Must Be Out of Your Mind’ e ‘Always Already Gone’ tradiscono l’accentuato minimalismo di una scrittura che è tutta sostanza, con una polpa melodica a tal punto consistente da poter sostenere come per magia arrangiamenti tutt’altro che leggeri. Con la magnificenza triste delle nuove canzoni sembra affiorare per la prima volta un’ammissione di impotenza. I Don’t Know What To Say. “E’ insensato affidarmi speranze che si dimostreranno inutilmente riposte”, sembra dichiarare con lucidità il cantante, “se qualunque cosa io dica o faccia non verrò preso sul serio”. La voce del disincanto di un Merritt che torna a “non credere nel sole” lascia parole amare che smentiscono la delicatezza da ballerina nel carillon, l’eleganza delle finiture, la dolcezza di una trama tanto semplice e spensierata. Il presente è quello descritto negli ultimi versi della ballboyana ‘From a Sinking Boat’, con la più netta confusione che sembra imporsi in un clima di sconfinata disperazione prima di arrendersi alla meraviglia di una sola certezza, l’amore. In fin dei conti i Magnetic Fields non hanno mai smesso di farci sognare con la più celebre delle loro ossessioni.

Stefano Ferreri

Eels – End Times

Data di Uscita: 19/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vuoti sono gli occhi e scialbo è il cielo, ed è solo ora di pranzo qui in Virginia.

It’s not easy
Standing on my feet
These days

Fisso la tovaglia a quadrettoni rossi e continuo a mangiare questa bella pasta bollita senza sale:
“Dio Santo il SALE!”…
D’altronde non è colpa mia: il barattolo è vuoto… eh… se Lei ci fosse stata l’avrebbe ricomprato.
Questi spaghetti sono davvero viscidi e insipidi…
Quanto t’inganna questa pasta eh? Ti è venuta bene, è confezionata perfettamente, cotta al punto giusto nel piatto giusto… eppure quando la mangi ti fotte! E’ un’abitudine ormai, da quando Lei se n’è andata…
Bleah… ho piena coscienza di me, faccio schifo! Cazzo Mark ripigliati! Te lo compri il sale o no?…

In the beginning it was beautiful…

Carico in macchina il vecchio Apollo e vado via oggi, non c’è più nulla da fare qui.
“Siamo alle solite, oggi è calma piatta Apollo… dai che ci manca il sale, bisogna scendere in paese a comprarlo salta su!” La scusa sembra essere stata convincente…
Lo stomaco fa un po’ male, brontola, la mente s’inchioda al pensiero ed Euterpe s’è chiusa nel cesso in crisi.
La solita vita di merda di ieri, oggi e domani… un po’ come diceva il bravo Vic…

She locked herself in the bathroom again…

Accendiamo la radio va’… stanno passando un vecchio disco degli Eels, forse “Beautiful Freak”… Quanti ricordi mi sovvengono di Lei, ai tempi Lei c’era… viva la sua anima vibrava insieme alla mia. Tutto scorre… meglio cambiare stazione va’…

Mangio la strada velocemente tra le sterminate piantagioni di alberi di mele di questa collina, unici zuccheri per la vita dei suoi abitanti.
Forse voglio piangere, ma non mi sento depresso, perché so che ci sono anche altre persone che stanno piangendo…
Perché sono uscito di casa oggi? Per andare in città a cercare una donna o uno sprazzo di vita storpia? Sì forse là potrei… in qualche quartiere dove il disagio sociale si mescola con la bella gente. Ma non ne ho voglia e non è per questo che sono uscito! Io sono uscito per il sale vero Apollo?…

Freno. Davanti a me uno spiazzo su un’altura tra i boschi. Sotto, la natura: la grande madre…
Sopra: un albero e un uccellino su un ramo, unico testimone, unico giudice delle mie azioni…
Perfetto.
Sussurro un saluto ad Apollo stringendogli il muso tra le mani e lui scappa via scodinzolando, felice come una pasqua, l’avergli parlato negli occhi, l’ha rassicurato come una dose di morfina…
Neppure lui sa dove andare, cosa fare, ma ad ogni passo le sue zampe lasciano tracce nella fanghiglia umida.

I been your daddy for too long of a time
Need a little help, you know
Just once in a while
I need a mother
I’m sorry, but it’s true.

Qualcuno lo troverà sono sicuro.
Io per ora mi uccido.
Ma lentamente, sennò non m’annoio abbastanza anche in questo… il baratro davanti a me era bellissimo e libero… Have a nice day Mark!

The epitaph scratched upon my stone:
“Here lies a man who just wanna be alone”

Marco Caprani

Owen Pallet – Hearthland

Data di Uscita: 12/01/2010

Lysergic Acid Diethylamide
di Marco Masoli

“Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi”

Deglutisco. Un sussulto nell’etere. Nessun sapore, benché l’impressione sia quella di avvertire in un sol colpo tutti i sapori esistenti. Tutto e il contrario di tutto. Vampate di calore improvvise e geloni. Mi si accappona la pelle. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un vortice di colori ed animaletti sinuosi. Cavallucci marini di un arancione intenso si fanno largo tra le alghe per trascinarmi nel loro regno. Li seguo frettoloso fino al portone dorato. Si fermano sulla soglia e mi fanno cenno di entrare con un’aria spaventosamente affabile. Irrompo senza pensarci e crollo in un vortice apparentemente senza fine. Cado metro dopo metro sotto lo sguardo raccapricciante di enormi bambole di porcellana con un terribile ghigno stampato in volto. Grido parole di cui non conosco il significato e scorgo sui due lati del vortice due colonne di scale a chiocciola. Delle spirali verticali color indaco che si immergono verso il centro della terra. Un colpo sulla nuca mi travolge e mi ritrovo a correre verso il basso su scalini che scompaiono progressivamente. All’improvviso un tonfo ed una spianata verde di fronte ai miei occhi. I fili d’erba sono accarezzati dalle leggere lacrime lasciate dalla rugiada del mattino appena trascorso, il sole si mostra nella sua maestosità e delle mucche pezzate pascolano in lontananza. Delle note alle mie spalle ed un’intera banda di paese occupa a poco a poco la spianata guidata dall’incedere marziale dei rullanti. Mi ritrovo accerchiato. Il suono metallico dei piatti che si urtano mi perfora le orecchie. Il rumore diventa sempre più assordante, tanto che la terra comincia a tremare. Si aprono crepacci di forme ben definite. Forme geometriche. Scelgo un trapezio ed effettuo volontariamente il mio ingresso. Di nuovo giù, verso il basso, senza sosta. Un tuffo in un’acqua gelida color madreperla che lascia ustioni sulla pelle. Un portone dorato in lontananza. Navigo su chiavi di violino seguendo la corrente. Un torrente impetuoso che trascina verso il portone aumentando di volume fino a sfondarlo. Un esercito di colori, sensazioni e fotocopie distorte della realtà. Tachicardia. Un caleidoscopio di sapori, benché l’impressione sia quella di non avvertirne nessuno. Respiro affannoso. Un retrogusto acido, lisergico.

Whitefield Brothers – Earthology

Data di Uscita: 10/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

È stato così che li ho conosciuti… avevo appena lasciato il mio posto da lavapiatti  giù al locale di Charlie, vagavo per le strade di San Francisco. Camminavo da diverse ore, non sapevo esattamente dov’ero.
Avevo sempre con me l’armonica e suonavo quel pezzo che mi aveva insegnato l’uomo sul treno.
Una voce femminile dal balcone: “ehi ragazzo, ne sai altre come quella?”.
“Mi hanno insegnato solo questa.” risposi.
“Dai sali..” mi disse sorridendo.
Lo feci.
Una piccola stanza, pavimento in legno. Un vecchio pianoforte a muro, loro seduti in cerchio e il narghilè al centro. “Ragazzo, prendi.”, Marty mi passò uno spinello.
“Ti fai?” mi chiese Paul.
“Se ho soldi.”. Non ne avevo mai, ovviamente.
“E da dove vieni? Non hai l’accento di queste parti..”
Un abbondante tiro.. tossisco.. “dal New Jersey..”, restituisco lo spinello.
“E che ci fai qui a Los Angeles?”. Lui era molto più sicuro di me.
“Sono andato via di casa in cerca di fortuna..”
Lei, Toly, mi guardava..“come ti chiami, ragazzo?” mi chiese sorridendo con gli occhi gonfi di marijuana. “Benny..”
“Prendi Benny..”, me ne passa ancora una.

“Ma perché non metti su quel disco che mi piaceva?”
“Quello dei Whitefield Brothers?”
“Si..”
“… e poi?”
“E poi cominciò la mia “Summer of Love”..”
Mi trasferii da loro. Passavano le nostre giornate, tra live e droghe.
Ci facevamo per raggiungere una dimensione spirituale.. almeno questo era quello che amavamo dirci.. un buon motivo per farci, insomma.
Abbiamo preso qualunque cosa insieme. Una sostanza diversa a sera.. eravamo molto metodici in questo:
Hashish c’era il martedì, cocaina il mercoledì, venerdì era marijuana..
Ma il giorno che preferivamo in assoluto era il giovedì.
Tutti i giovedì ci riempivamo di LSD.. è stato sempre più o meno divertente.. ricordo perfettamente la prima volta. Successe qualche settimana dopo il primo incontro.. la radio passava un pezzo dei Jefferson Airplane..

“L’ha mai provato questo?”.  David mi passò una boccettina con un’etichetta colorata. C’era una pipetta contagocce all’interno.
“Non più di tre gocce” mi disse David ridendo.
Provai un’insolita sensazione.. come tra il malessere e l’euforia: apparivano d’avanti ai miei occhi, impreviste visioni estremamente reali. Ogni immagine era deformata, come i riflessi ameboidi negli specchi dei luna park… caddi in un delirio affascinante. In una sorta di trance a occhi chiusi. Era come se i suoni fossero trasferiti in una sensazione visiva, così che ogni suono, rumore, evocava un’immagine iridescente.

“E lei? Tory… mi avevi detto che c’era stato qualcosa tra voi,che ti piaceva parecchio..”
“Oh si… non immagini quanto.. era tutto quello che avevo sempre desiderato.. però lei non aveva il benché minimo interesse per il sottoscritto. Era troppo presa dalle sue esperienze “mistiche”..”
E la cosa andò peggiorando.. non riusciva più a far a meno di provare quelle sensazioni. Più andava avanti più voleva provarne di nuove..più forti.
Così l’ultima volta esagerò..

Lei aveva ancora il laccio emostatico sul braccio quando gli infermieri la portarono all’obitorio..

Giulia Delli Santi

Get Well Soon – Vexations

Data di Uscita: 25/01/2010

La notte arrivarono i corvi.
Sdraiato nel fango, il soldato d’istinto chiuse gli occhi più forte che poté e tentò di girare la testa verso il tronco del grande albero che lo sovrastava, ma il suo corpo non rispondeva più. Per tutto il giorno era rimasto così, ad ascoltare il frastuono della battaglia che si allontanava dal punto in cui era caduto, ferito da una granata esplosa troppo vicino. Sentiva la coscienza fluire via da lui insieme al sangue che sgorgava dalle ferite aperte: presentiva ormai il momento in cui i suoi occhi non avrebbero più visto.
Fu allora che si accorse delle piccole, danzanti luci bianche che volteggiavano sopra i soldati caduti e adesso percepiva chiaramente anche un suono dolce, come di campanelli scossi dal vento. Cercò di mettere a fuoco, di sconfiggere il delirio della febbre alta per chiarire il prodigio e fu allora che lo vide: un esercito di minuscole ballerine che piroettavano fra corvi e cadaveri. Arrivavano leggiadre dal cielo, e si piegavano su se stesse man mano che s’avvicinavano a terra, creando una pietosa coltre bianca e fresca, che copriva tutto. Anche il soldato si trovò presto sotto un freddo e scintillante manto bianco: mai aveva assistito a un tale spettacolo, e iniziò a piangere commosso, spaventato, esausto. Si accorse di gemere, invocando il nome del cane che era stato il più caro amico della sua infanzia e di colpo eccolo comparire, a leccargli il volto e scodinzolare. Avrebbe voluto carezzarlo, abbracciarlo, ma ogni movimento gli era precluso dalle fitte di dolore…
“Vai a lavarti le mani, soldato! E’ pronto in tavola!” disse di colpo la voce della mamma, dal piano di sotto.
“Arrivo!” gridò il soldato in risposta. Scattò in piedi, chiuse la finestra da cui la neve stava entrando e, seguito dal fedele compagno, si avviò a passo di marcia verso la cena.

Carlo Zambotti

These New Puritans – Hidden

Data di Uscita: 18/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sacrificio
di Filippo Righetto

Trovo che le vene superficiali siano… volgari. E’ già da qualche minuto che, sdraiato su uno scomodo divano, agito le mani tra i fumi dell’oppio… sinuosamente, come un serpente acquatico sulla superficie di un ruscello.
Queste non sono le mani di uno scrittore.
Di uno scaricatore di porto, forse, ma io maltratto coscienze.
Si dice che il moto del fumo sia totalmente… casuale. Imprevedibile. Lo sapevate? Questo si che posso capirlo, questo si.
Dio, la testa, la testa… niente, nemmeno premendomi i palmi contro le meningi, la sofferenza cessa. Che mani inutili… brutte, ed inutili. Gli occhi sono vispi invece, sbarrati. Come se in questa fatiscente oppieria ci fosse qualcosa da guardare. Solo qualche sporco indiano… qui tutti si chiamano allo stesso modo, qualcosa come Ajatashatru, Abhilash, o Abhinandan… e dovunque ti giri, vedi quell’ elefante deforme con 56 braccia.

“We Want War”

Di chi è questa voce? Chi… chi mi chiama?
Meglio alzarsi… è da tanto che non sento una lingua amica, non posso perderla.
Pavimento… instabile… muri… lucidi, cangianti… tende… soffocanti…

“We Want War”

Rumore di spade sguainate, corni che gridano…

“WE WANT WAR!”

Vi ho sentito fratelli, e risponderò, non temete.
Ma prima di entrare nel vostro regno, un regalo, per questa gente… si sono dimenticati dell’ importanza della vita, la danno per scontata, ci si sono abituati… una frase importante seguita da un gesto drammatico, per scuotere le coscienze, un’ultima volta.

“We should never get use to it… the life… we should never get use to it…”

Infine tre passi, la balaustra malandata, il balzo, e il vuoto mortale della strada sottostante.

Beach House – Teen Dream

Data di Uscita: 26/01/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Take care. Breve storia su  Victoria Legrand
di Gianfranco Costantiello

Restava immobile a fissare la luce che entrava dalla finestra. Passava tutti i giorni seduta con le mani appoggiate sul tavolo come un rapace appena atterrato nel suo nido. Fissava la finestra. La luce. Non parlava più. L’unica cosa che riusciva a fare era sorridere quando qualcuno le si avvicinava per invogliarla a parlare. Era in quella casa di cura da due mesi e quel giorno attendeva i suoi risultati clinici. Fu riconosciuta sana di mente e di fisico. La dottoressa la convocò nel suo studio e le propose di trascorrere un periodo di riposo e recupero nella sua casa in riva al mare in compagnia di un’infermiera personale. Preparò la sua valigia e poi si mise a fissare quella finestra. Sapeva che era l’ultima volta che poteva guardarla attraversata dalla luce. Presto il sole tramontò e si fece buio nella stanza. Quella notte dormì seduta con la testa sul tavolo e le mani sempre nella solita posizione. Al mattino le fu presentata l’infermiera e partirono. Quella casa, il completo isolamento ,la natura giovarono alla ragazza. Era felice e con l’infermiera si creò un forte legame anche se continuava a non parlare. La donna, invece, rivelò tutta la sua debolezza, la sua sofferenza, la sua triste infanzia, le sue delusioni d’amore, ma era felice perchè finalmente qualcuno l’ascoltava. Un pomeriggio andarono al faro poco distante dalla casa. Bevvero una bottiglia di vino, fumarono qualche sigaretta alla luce del tramonto, ma la ragazza non disse una parola. Restava immobile. Qualche volta sorrideva. L’infermiera invece parlava sempre del suo passato e le raccontò un segreto che l’opprimeva da anni – non volevo farlo ma lo feci – ripetevano quelle labbra scure per via del vino. La mattina seguente l’infermiera mise un disco trovato in una vecchia  credenza. Una copertina bianca con delle strane fantasie color sabbia. L’arpeggio della chitarra invase la stanza. La ragazza che stava dormendo si coprì le orecchie e la testa tirando su le lenzuola, ma presto con un movimento veloce si alzò in piedi e corse verso il giradischi. Rimase ferma ad ascoltare, quasi senza respirare. Una lacrima le scorreva lungo il viso e sussurrò – questa voce è… – e corse fuori nel giardino. L’infermiera la seguì urlando il suo nome per la prima volta – Victoria! –. La raggiunse in cima al faro. L’abbracciò e le disse – Hai parlato! Hai parlato! –. Le diede un bacio sulla bocca, indietreggiò e disse –  Mi prenderò cura di te -, la ragazza sorrise e si strinsero. Intanto la luce del mattino si offuscava nel grigio indifferente del cielo e le nuvole si stendevano come vertebre di un corpo morto, algido, senza tempo.