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(Top Five 2009) Carlo Zambotti

1. AA.VV. – Revolution In Sound

Data di Uscita: 16/04/2009

Dopo il concerto venne la pioggia. Iniziarono a cadere grosse gocce, distanti. Poi sentimmo quel boato e in un istante l’aria era sparita, sostituita dall’acqua. Il terriccio divenne instabile e fangoso. Poi un fulmine incendiò il palco, di colpo fiamme voraci avvolsero gli strumenti, che ancora non erano stati smontati. L’impianto era rimasto acceso e le chitarre, i bassi, gli archi, tutti emettevano strani suoni, torturati dal calore, e il loro gemito melodico si mescolava con le armonie di pioggia scrosciante. La gente a quel punto era terrorizzata, correva battendo i piedi, percuotendo il terreno. Si sentiva, poi, come un unico grande grido, costante e mutevole, ipnotico come un lamento di sirena abbandonata, di uomo, poi di donna, poi di bambino. Poco alla volta la scena divenne catastrofica: l’acqua aveva iniziato a salire, tanto che ormai ci si poteva sguazzare. Ci si doveva, anzi, nuotare:tutte le zone che emergevano dall’acqua erano incendiate, quindi l’unico scampo era nuotare, annaspare verso il nulla. Un po’ alla volta la gente iniziò a morire, affogando. Prima uno, poi l’altro, presto rimasero solo poche persone a lottare ancora, impossibilitate a scegliere fra l’acqua e il fuoco. C’era chi tentava di spegnere gli incendi di dimensioni più ridotte spruzzandoli con la pioggia caduta, ma ormai nessuno aveva la forza di continuare. Quando il temporale si placò, non rimaneva più niente e nessuno. Tutto era coperto dall’acqua, tutto era mare. Solo un’isola minuscola spuntava dal nuovo oceano, poco più di una collina con un albero in cima. Vicino alla poca terra, delle tavole di legno galleggiavano. Sulla riva, con i corpi per metà ancora immersi nell’acqua, un uomo e una donna, svenuti. Vicino a loro, una chitarra. Quando rinvennero, salirono in silenzio fino all’albero, per dare un’occhiata e scoprire eventuali altri superstiti o isole. Una volta raggiunto l’albero, questo si rivelò carico di frutta, rossa e invitante. All’orizzonte, solo acqua. La donna gridò all’improvviso: dall’albero un serpente la fissava. La donna fissò l’uomo. L’uomo fissò la chitarra. E iniziò a suonare.

Carlo Zambotti

2. Bill Callahan – Sometimes I Wish We Were An Eagle

Data di Uscita: 14-04-2009

Il tramonto entrava di sbieco dalla piccola finestra, riempiendo tutta la stanza di luce dorata. I raggi lambivano il bianco ingiallito dagli anni delle pareti, indugiavano sui panneggi del letto sfatto, su uno specchio impolverato, sugli scaffali carichi di libri, sugli attrezzi appesi con cura. L’uomo vestito di nero era seduto all’enorme tavolo, sul volto un’espressione beata, gli occhi chiusi, il respiro regolare. Qualcuno suonò alla porta, ma l’uomo non diede cenno di accorgersene, neppure si mosse. Il campanello insistette per qualche altro minuto, strillando impietoso, poi cadde il silenzio. Un soffio di vento sollevò piccoli vortici di polvere dagli innumerevoli cubetti di legno che riempivano il piano del tavolo e l’uomo aprì gli occhi, guardandosi le mani. Fra il pollice e l’indice della mano destra teneva una figura umana minuscola, vestita di nero. Si concentrò poi su quello che gli si presentava ingigantito attraverso la lente d’ingrandimento che stringeva nella mano sinistra: un letto disordinato occupava quasi metà di una stanza; i muri, se si eccettua il poco spazio occupato da uno specchio opaco, erano fitti di mensole traboccanti di oggetti e libri meticolosamente ordinati. Una piccola sedia malconcia era posta davanti al tavolo sul quale erano poggiati molti pezzettini di legno di forma cubica. L’uomo con infinita cautela appoggiò la figurina umana sulla sedia piccolissima, facendo molta attenzione a non ribaltarla. Raddrizzò la schiena, allargando le braccia per sciogliere la muscolatura. Si alzò dalla sedia, che traballò sulle gambe malferme. Aperto un cassetto, ne trasse un quadratino di legno e della colla con cui impregnò i quattro lati del quadrato. Prese la lente d’ingrandimento, controllò che tutto fosse come doveva essere nel modellino, fece combaciare i lati del quadrato con il colmo delle quattro piccole pareti e spinse con forza per far aderire la colla. Allineò il nuovo cubetto di legno agli altri e riprese il suo posto, al tavolo da lavoro.

Carlo Zambotti

3. Atlas Sound – Logos

Data di Uscita: 20/10/2009

Nero. La retina dell’occhio sinistro è la più lesta a riprendere le funzioni e a registrare il colore. Nero. Completamente nero. E’ tutto talmente buio che mi viene il dubbio di non essermi effettivamente svegliato. Resto immobile. Il movimento della palpebra destra chiarisce le mie perplessità. Come potrei sbattere le palpebre se non fossi sveglio? C’è qualcosa che non funziona. Scaccio i cattivi pensieri, mi rigiro goffo nella branda e cerco a tentoni l’interruttore della lampada, una fottuta abat-jour dell’anteguerra che, seppur logora, svolge ancora orgogliosamente le funzioni per cui è stata creata parecchi lustri orsono. Uno, due, tre tentativi. TAC. Sento distintamente il rumore dell’interruttore che si sposta ed aspetto la luce. Niente. Replico il movimento, ma nulla si modifica nell’ambiente circostante, o almeno…nulla che possa percepire. Continuo ad ingannare me stesso e vado avanti ad accendere e spegnere quella maledetta abat-jour per innumerevoli volte, illudendomi che il problema sia delle cose che mi circondano. Nero. Tutto nero. Mi sollevo di scatto puntando le braccia, completamente catturato dall’angoscia. Mi alzo, cado, mi risollevo, perdo l’equilibrio, ricado, mi trascino, impreco, urlo, piango. Non ci vedo. Sono io che ‘non funziono’. Cancello di colpo l’illusione nella quale mi piaceva immergermi fino a qualche minuto prima e crollo nella disperazione. Urlo. Urlo a perdifiato. E’ il terrore a guidare le mie azioni. Sono cieco. Non è possibile. Ieri sera guardavo il tramonto con Mahrou. Il sole sussurrava arrivederci al mondo e regalava gli ultimi suoi raggi a quegli occhioni verdi e grandi, che mi avevano fatto innamorare. Una notte. Una sola fottutissima notte e chissà quale disegno divino ha deciso che non devo più vedere tutto ciò, che quegli occhi verdi non possono più essere a mia disposizione, se non in un esecrabile cassetto della memoria. Piango. Piango a dirotto. Si perde la vista, ma non si perdono le lacrime. Una concessione beffarda, per consentire di piangere la propria condizione. Perdi la vista e, contemporaneamente, perdi tutto il resto, tutto ciò che eri abituato a vedere. Perdi il mondo che ti circonda.
Ho perso le forze e mi sento scoppiare. Non ho più riferimenti, sono disorientato. Mi lascio cadere sul pavimento. Penso di avere finito le lacrime e la voglia di vivere. Impreco. E’ una delle poche cose che mi son rimaste. La Parola, s’intende.
Mi sento scuotere d’improvviso. E’ Mahrou. Mi sveglio grondante di sudore, percependo delle note in dissolvenza. ‘Logos’.

Marco Masoli

4. Fuck Buttons – Tarot Sport

Data di Uscita: 12/10/2009

E’ arrivato la settimana scorsa. Da solo. Lo abbiamo tenuto d’occhio, abitiamo isolati e non si sa mai con chi puoi avere a che fare. Passa le giornate sull’amaca e divora un libro dopo l’altro. La sera sta in casa. Probabilmente legge anche di notte: forse sta studiando. Mi domando se dorma. E se mangi. Non è ancora venuto a presentarsi. C’è qualcosa di selvatico, scostante, respingente in lui. Ha sempre le cuffie stereo in testa. Avrà sì e no trent’anni. Mi domando se non stia aspettando qualcuno: nessuno passa così tanto tempo in solitudine nell’isolamento di questi boschi per scelta. Ormai è qui da tre settimane… E’ sempre più inquieto: ha preso a fare camminate verso le cime delle montagne. Avrà una meta? Decido di seguirlo, di capire. Mia moglie sta diventando assillante con questa storia. Eccolo, parte come al solito verso mezzogiorno, l’ora più calda! E’ come se volesse stordirsi di fatica. Lo lascio sparire nella boscaglia e parto all’inseguimento. Non è facile distinguerlo fra gli abeti imponenti e il fitto sottobosco. Cerco le sue tracce sul terreno, come i cacciatori. Procede spedito, una falcata nervosa, di bestia inseguita. Non si gode la passeggiata: vuole sfogarsi. Certo è strano. Mia moglie potrebbe avere ragione, potrebbe essere un tipo rabbioso, violento. Lo vedo stagliarsi in controluce, a sbalzo sul cielo terso e le nuvole che si inseguono – la sua furia non da cenno di placarsi: alza sbuffi di polvere dal terreno a ogni passo. Guarda dritto in avanti: è una sfida fra lui e il paesaggio. Il suo incedere ha un ritmo preciso, ma irregolare. Sembra danzare: ogni passo, una nota; ogni tratto di cammino, una battuta; ogni passeggiata, una sinfonia ruggente. Sono sicuro che ha con sé la musica, e che la ascolta a tutto volume. Non vuole pensare, chissà… Non riuscirò mai a raggiungerlo, però se continua a salire per di là può scendere solo dal bosco di betulle. Lo aspetto lì – dista solo pochi passi da dove mi trovo. Eccolo!
“Salve!” – dico.
Un ghigno di sbieco e nessun’altra risposta. Tira dritto. Almeno l’ho visto da vicino: alto, gambe lunghe, spalle strette, collo curvo in avanti, sguardo fiero con un qualcosa di chiuso, cupo, losco. Per niente tranquillizzante, ecco. Rientro a casa, scornato per l’energia sprecata. Mia moglie mi tormenta con domande a cui non so rispondere. Sempre più sospettosa, si piazza alla finestra a tenere d’occhio la situazione. Una vedetta perfetta: immobile per ore. Il ragazzo ha interrotto la sua routine e non sta leggendo, è in casa a combinare chissà cosa. Verso sera, mia moglie da l’allarme: sta imboccando il vialetto di casa nostra, con qualcosa in mano. Ha passato il cancello. Ecco che bussa. Apro, mia moglie nascosta dietro la porta semi-aperta.
“Buonasera.”
La sua voce è profonda ma tremula, stranamente emotiva. Gli occhi sono pozzi neri, lucidi di lacrime non piante. Un timido, ecco svelato il mistero!
“Mi scusi se oggi non mi sono fermato, ma quando ascolto musica è come se fossi in un’altra dimensione. Posso lasciarvi questo disco e questo biglietto? Se si presentasse qualcuno alla baita, dovreste per favore consegnarlo, altrimenti fatene quello che volete.”
“Nessun disturbo, vuole…”
“No, grazie – mi interrompe – ora devo partire. Grazie di nuovo!”
Guardo gli oggetti che ho tra le mani. Sul disco una scritta dice FUCK BUTTONS, Tarot Sport. Il biglietto è piegato in quattro e infilato nella custodia. Guardo mia moglie. Guardo il biglietto. Lo leggo.

“Ti ho aspettato tutta l’estate. Pensavo mi avresti raggiunto come mi avevi accennato. Pensavo di piacerti molto, come mi avevi detto. Ti ho creduto. Le parole gentili hanno un peso, sai, che è ricaduto sulle mie spalle. Ti ho avvertito che mi sarei innamorato di te. Se non era successo nella nostra settimana di idillio, è successo poi qui: hai brillato per la tua assenza e la solitudine che ho sperimentato ha pericolosamente amplificato le mie emozioni. Forse sono diventato pazzo. Ho ascoltato di continuo il tuo cd. E’ potente, monumentale, siderale. Enorme come queste montagne, ipnotico come le stelle, forte come il vento sulle cime degli alberi. E’ ironico che proprio la tua musica mi abbia fatto trovare la forza di reggere l’attesa indefinita, il vuoto. Ho passato tre settimane a darmi del sognatore, dell’idiota, dello stupido. Mi hai deluso, ma è colpa mia perché spero troppo facilmente: ho un cuore di cera in cui resta subito l’impronta. Se vorrai cercarmi, se vorrai almeno raccontarmi, io ci sarò. Sai dove trovarmi. Senza rancore, per sempre tuo, a modo mio.” Niente firma.

Carlo Zambotti

5. Sleep Whale – Houseboat

Data di Uscita: 10/11/2009

Era il novembre del 2009 quando un gruppo di amici venne da noi per una gita domenicale. Erano i primi autunni caldi, prima che le stagioni sparissero; era proprio quando il clima iniziò a cambiare sensibilmente e la gente era felice di quell’insperato rinvio dei primi freddi. Ricordo ancora il chiasso che fecero con quella loro macchina; il momento in cui stesero la tovaglia a scacchi sul prato e quando poi aprirono il cestino di vimini, pieno di leccornie. Ridevano e scherzavano mentre sbocconcellavano panini al prosciutto e si inebriavano con quel buon vino rosso, inseguendosi poi nel prato come bambini, rotolando e saltando come matti. La loro gioia sembrava non conoscere limiti. Poi, esausti e sazi delle loro corse, si sedettero sotto il vecchio melo e iniziarono a cantare e a suonare strumenti mai visti, dai suoni dolci, soavi. Ah, che musica! Era piena di sole, aria fresca, acqua scrosciante – fece cantare anche i passerotti, su nel loro nido! La cicala – quella sciocca – si mise a gridare più forte, sicura che qualcuno stesse cercando di rubarle la scena! Incantate, fermammo il raccolto per ascoltare, e ci fu perfino chi improvvisò dei balletti. Vedi? Ancora sorrido quando ripenso al senso di pace e serenità che mi invase allora. Non avevo mai provato niente di così bello, abituata com’ero a lavorare, lavorare, lavorare. Mi piacerebbe, prima che la mia vita finisca, poter ascoltare ancora qualcosa così, poter provare di nuovo quelle sensazioni… Comunque, figlia mia, questa briciola antica arriva proprio dai resti di quella scampagnata. E’ il tesoro della nostra famiglia, conservala per i tuoi discendenti. E quando regnerai sul nostro formicaio, ricordati che la cosa più importante non è il lavoro, non è il raccolto, ma è l’armonia, che rende più facili e felici tutte le cose, come quei quattro ragazzi ci hanno insegnato, tanto tempo fa.

Carlo Zambotti

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