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(Top Five 2009) Stefano Ferreri

1. Bill Callahan – Sometimes I Wish We Were An Eagle

Data di Uscita: 14/04/2009

Il tramonto entrava di sbieco dalla piccola finestra, riempiendo tutta la stanza di luce dorata. I raggi lambivano il bianco ingiallito dagli anni delle pareti, indugiavano sui panneggi del letto sfatto, su uno specchio impolverato, sugli scaffali carichi di libri, sugli attrezzi appesi con cura. L’uomo vestito di nero era seduto all’enorme tavolo, sul volto un’espressione beata, gli occhi chiusi, il respiro regolare. Qualcuno suonò alla porta, ma l’uomo non diede cenno di accorgersene, neppure si mosse. Il campanello insistette per qualche altro minuto, strillando impietoso, poi cadde il silenzio. Un soffio di vento sollevò piccoli vortici di polvere dagli innumerevoli cubetti di legno che riempivano il piano del tavolo e l’uomo aprì gli occhi, guardandosi le mani. Fra il pollice e l’indice della mano destra teneva una figura umana minuscola, vestita di nero. Si concentrò poi su quello che gli si presentava ingigantito attraverso la lente d’ingrandimento che stringeva nella mano sinistra: un letto disordinato occupava quasi metà di una stanza; i muri, se si eccettua il poco spazio occupato da uno specchio opaco, erano fitti di mensole traboccanti di oggetti e libri meticolosamente ordinati. Una piccola sedia malconcia era posta davanti al tavolo sul quale erano poggiati molti pezzettini di legno di forma cubica. L’uomo con infinita cautela appoggiò la figurina umana sulla sedia piccolissima, facendo molta attenzione a non ribaltarla. Raddrizzò la schiena, allargando le braccia per sciogliere la muscolatura. Si alzò dalla sedia, che traballò sulle gambe malferme. Aperto un cassetto, ne trasse un quadratino di legno e della colla con cui impregnò i quattro lati del quadrato. Prese la lente d’ingrandimento, controllò che tutto fosse come doveva essere nel modellino, fece combaciare i lati del quadrato con il colmo delle quattro piccole pareti e spinse con forza per far aderire la colla. Allineò il nuovo cubetto di legno agli altri e riprese il suo posto, al tavolo da lavoro.

Carlo Zambotti

2. Flaming Lips – Embryonic

Data di Uscita: 13/10/2009

“Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo, là dove ciò che da sempre mi sfugge dimora indisturbato”.
Ti ostinavi a chiamarla casa, anche quando le regole di quello scorrere si annullavano in una piena di lacerazioni e sconforto. Era casa tua, dopo tutto. Oggi è lontana. Nella calma piatta di una diversa Via Lattea, le tue sole preoccupazioni sono legate all’impotenza sfoggiata al cospetto del passato, alla consapevolezza tardiva di una fallibilità che nemmeno immaginavi come tuo bagaglio e che invece hai sempre portato cucita sul bavero, in bella vista. Peccato di presunzione, peccato originale: mai capito le reali proporzioni. Peccato e basta, ora che quella pagina è chiusa per sempre e il mistero insondabile galleggia privo di peso come la nebbia al di là di questi oblò virtuali. La musica ha intimato l’alt al pilota automatico della tua coscienza, ti ha ridestato dopo quindici (forse anche sedici) anni di sonno orgoglioso. Tra crepitii, lamelle elettriche e sfarfallanti allucinazioni, questo viaggio nella notte ti ha regalato l’inattesa rivendicazione di una distanza da te stesso, l’attore che scopri di non essere più. Ora è una crème brûlée psichedelica, filodiffusa con economia di dettagli e ritmata da un eterno singhiozzo. Ti fa compagnia in questo pasto mediocre, identico a tutti gli altri, mentre l’attenzione scivola sul vapore impalpabile del tuo faticoso sognare. La seduta di ieri ha segnato la svolta. Una dolce regressione sino alla culla, con le voci di chi ti ha amato trasformate da artificio in beneficio. I tuoi innocui incubi di un tempo lasciati a sfrigolare nello smacco di una proiezione incredibilmente rivelatrice, il tracciato nervoso intento a descrivere i palpiti di un’esistenza disciplinata, celata all’esterno, ma mai veramente pacificata. E poi la ragione nel ruolo di guida, la stessa che animò con traboccante meraviglia una precedente ribellione cosmica, nell’autunno di qualche anno fa. Una vera svolta la danza delle costellazioni, lo riconosci assestando un nuovo calcio al tuo scetticismo derelitto. Dirigi verso l’esterno lo sguardo. Strani lampi, strutture gassose ed aurore ingentiliscono la noia dei motori in carburazione, prima dello strappo supersonico. Ti sorprende il ricordo di un pomeriggio tra i platani, quello in cui ti dichiarasti. Una finzione in amore per ogni albero incontrato sul tuo cammino, un lungo viale di fronde urlanti e servili che la spinsero al tradimento in una moltitudine di false maschere. E’ per te che recitava questa parte, è per te che si è avvelenata. Fingi che le configurazioni celesti vivisezionate sui monitor siano le sue lacrime di quel giorno, e di quelli che vennero: l’esame interiore è un tormento, ma non può sbranarti se conservi almeno il pulviscolo dell’anima che ricevesti intatta. La direzione era questa, nessun dubbio. Non ti capaciti di come proprio tu possa averla persa, inappuntabile essere raziocinante. Per quel che vale, la puoi riprendere ora che sei tornato sui tuoi passi con la giusta umiltà. E’ come riemergere, lindo e lordato al tempo stesso, da un personalissimo inferno mentale. Guarda avanti, e tutto attorno a te. Un sogno finalmente libero ti attende alla fine della notte. Ecco, lo stai già vivendo.

Stefano Ferreri

3. Akron/Family – Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free

Data di Uscita: 05/05/2009

Che la musica degli Akron/Family sia strana è oramai un fatto assodato che travalica la sfera delle semplici opinioni personali. Tutto ciò che rivela una qualche forma di contatto con l’ombra creativa del signor Michael Gira non potrebbe essere altro che originale o problematico, in fondo. Il nuovissimo ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ ci conforta nel rinnovare il piacere dello spiazzamento. Se un ipotetico Magritte volesse prendersi la briga di tradurlo in forma pittorica, il titolo non potrebbe che essere “Questo non è un disco folk”. Ecco: verità e bugia costrette loro malgrado a recitare nella stessa mattonella assertiva. Il folk è innegabilmente la matrice, è il punto di partenza, la disciplina, la lingua madre. Ma non è proprio una novità che questa band si mostri insofferente ai dettami di un’educazione artistica (e sentimentale, perché no?) rigidamente impostata. Così il folk resta un’etichetta per chi si accontenta di una fugace istantanea, ché intanto gli Akron/Family si sono già spostati in un altro cortile con la loro euforica vitalità sonora. Anche termini come ‘psych’ o ‘freak’ lasciano il tempo che trovano: di psichedelia ce n’è, ma meno che altrove, e il fatto che questi ragazzi siano un tantino suonati non giustifica l’ennesimo appellativo fuori luogo. In questa scatola magica potete trovare un po’ tutti gli umori musicali della contemporaneità, sparpagliati senza organico costrutto ma con un’inclinazione armonica sorprendente. E’ un gran pasticcio, ma risulta credibile ed emozionante nonostante tutto. Non so cosa siate soliti chiedere voi ad un disco, ma per il sottoscritto quella di ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ è una risposta soddisfacente. E’ un gioco: non termina mai come è cominciato, e nel frattempo ha schiantato i vostri pallidi preconcetti come torri di stuzzicadenti. Tra neo-animismo e autismo, la visionarietà febbrile di ‘Everyone Is Guilty’ pare sconfessare l’inno all’amore universale che apriva il capolavoro precedente (‘Love Is Simple’), salvo rimangiarsi tutto alla prima occasione. L’arsura di ‘River’ solletica con l’illusione di un’ortodossia che resta sempre felicemente borderline. Stesso discorso per l’ossessivo monolite di ‘Creatures’, così concentrato sul proprio scurissimo beat marziale da lasciare al folk solo una coda di scaglie ed aculei. Tutto l’album è una collezione di tradimenti di quell’idea originaria, ritratti di emancipazione espressiva abbozzati con anarchica lucidità. Così il prog contemplativo e arcadico che apre ‘Gravelly Mountains of The Moon’ e va presto a farsi benedire nell’isteria di un fragoroso maelstrom elettrico. Così la festa indiavolata di ‘They Will Appear’, che preferisce una replica magari sbiadita della vecchia ‘Ed Is A Portal’ all’epifania evocata in apertura, nascosta in una trama di chitarra davvero allettante. Così il mantra irresistibile di ‘Sun Will Shine’, destinato a farsi rimpiazzare dall’ironia di un dialogo tra sax ubriachi e parodistici. Se gli spigoli di ‘MBF’ sono pura ribellione adolescenziale nei confronti dei tranquilli dischi di mamma e papà, anche il cristallo di ‘The Alps…’ è troppo splendente e mimetico per essere ciò che vuol sembrare con tutte le sue forze. E’ un tassello del mosaico anch’esso, dopo tutto. Questi sono solo lampi fotografici di un’attitudine che sempre (e comunque) è già al di là degli intenti prefissati. Ecco cosa rende gli Akron/Family tanto speciali. Ecco perché ha senso considerare il loro quinto LP un album “altro”. Poi certo, se proprio vi piace l’idea di folk, chiamiamolo “post folk” e non se ne parli più.

Stefano Ferreri

4. Mew No More Stories / Are Told Today / I’m Sorry / They Washed Away / No More Stories / The World Is Grey / I’m Tired / Let’s Wash Away

Data di Uscita: 06/09/2009

E’ novembre inoltrato. Domenica mattina. Copenaghen è avvolta nella neve e per le strade soffia un vento gelido. Il quartiere di Hellerup sembra disabitato. I rami degli alberi, ormai secchi, sono le uniche cose che ancora si muovono al richiamo della brezza e trasformano in realtà ciò che, per la disarmante immobilità, poteva tranquillamente  essere scambiato per un dipinto su tela. Il fumo dei camini forma una lieve coltre che sbiadisce un poco l’azzurro intenso del cielo danese ed è la prova schiacciante della presenza umana, opportunamente riparata al caldo delle proprie abitazioni. Jonas scende le scale con aria ancora addormentata, facendo cigolare lievemente il legno ormai logorato dal tempo e si dirige col suo passo un po’ dinoccolato verso la cucina. Non è ancora tempo di Kringle, la sua amata torta natalizia aromatizzata con il cardamomo e si dovrà quindi accontentare della solita Lagkage, rigorosamente con crema di mandorle. Sul tavolo c’è un libro per bambini, di quelli con tante figure colorate in copertina, probabilmente un regalo di mamma per il fratellino più piccolo. Dal caleidoscopio di figure e colori fa capolino la scritta Mew, probabilmente il buffo nome di un personaggio dei cartoni animati che van per la maggiore fra i bimbi dell’età di suo fratello. Accanto, la vecchia radio, sintonizzata sulle frequenze locali, emette leggermente gracchiante la voce sommessa dello speaker del consueto programma della mattina. Jonas non è solito prestarci molta attenzione, ma due parole familiari lo catturano all’istante. ‘New Terrain’ dice lo speaker. ‘New Terrain’ ripete la prima pagina del libro, mentre una spirale viola travolge tutti gli elementi circostanti. La spirale si traduce in musica dando vita ad uno spaziale mantra dalla struttura diabolica, con gli strumenti e la linea vocale che si rincorrono continuamente avanti ed indietro. Semplice coincidenza? Interviene di nuovo lo speaker. ‘Introducing Palace Players’. Con un po’ di timore Jonas gira la pagina. ‘Introducing Palace Players’ recita il libro. Questa volta le immagini e i toni si intrecciano seguendo linee spezzate e spigolose ed ancora una volta si palesa la concordanza con la controparte musicale. Chitarra, basso e tastiere disegnano ritmiche ruvide e sincopate che trovano sollievo soltanto nelle distensioni dettate dagli inserimenti vocali. Questa volta Jonas non perde tempo e gira nuovamente pagina. ‘Beach’. Un paesaggio disteso costruito sulle sfumature pastello del giallo e del verde. La voce alla radio gli fa ancora eco e la canzone si articola lungo melodie orecchiabili, delicatamente sporcate di elettronica. Lo stesso giochetto continua a ripetersi. Sul libro compaiono figure di fantasia e cartoni animati e, in risposta, le canzoni alla radio si fanno più pacate e sognanti, completamente destrutturate nella forma, come per magia(‘Silas The Magic Car’ e ‘Cartoons And Macrame Wounds’, i titoli in questione). Il ragazzo non smette di sfogliare il libro, ma le immagini sembrano perdere colore, a poco a poco, pagina per pagina. La penultima pagina è quasi un avvertimento. Una trama complessa, composta da molteplici figure e personaggi, lascia trasparire appena una scritta. ‘Sometimes Life Isn’t Easy’. Il brano si destreggia magistralmente fra disarmonie di stili e di generi, mischiando sax e synth e confondendo intro e outro. Jonas è completamente rapito. Gira ansioso l’ultima pagina e si ritrova di fronte un banale sfondo grigio con una scritta in bianco al centro: ‘No More Stories Are Told Today. I’m Sorry. They Washed Away. No More Stories, The World Is Grey. I’m Tired. Let’s Wash Away’. Un istante dopo lo speaker presenta la stessa frase come il curioso titolo dell’ultimo album dei Mew. Lo sguardo ritorna rapido sulla copertina. Non si trattava di un personaggio dei cartoni animati.

Marco Masoli

5. Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

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