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(Top Five 2009) Andrea D’Addato

1. Pontiak – Maker

Data di Uscita: 06/04/2009

“Erinnerung an meine Jugend im Gebirge”. Resta ancora da capire il perché della lingua tedesca, ma questo “ricordo della propria gioventù sulle montagne” sbandierato sul retro della minimale copertina di “Maker” denota un certo isolazionismo, magari compiaciuto, ma altrettanto sincero nel voler rivendicare le genuine radici di un trio di fratelli cresciuto tra i paesaggi rurali della Virginia. Un modo di concepire la vita (e la musica, ovviamente) che già qua e là si poteva avvertire nel curioso “Sun on sun” dello scorso anno, dove , tra degeneri elettrici e flirt con lo stoner emergevano quadri di un’America ora patria del blues (“White mice”, “Tell me about”), ora del folk evocato dal congedo acustico “The brush burned fast”, tenue ballata pastorale disegnata nel vento. Con “Maker” i Pontiak tornano sui loro passi, ma lo fanno con maggiore consapevolezza, fiduciosi dei propri mezzi , ma fieri della loro giovane età che li porta ad osare proprio sui terreni laddove “Sun on sun” si tratteneva con eccessiva timidezza. Una volontà di osare che appare chiara sin dall’apertura di “Laywayed”, un pugno nello stomaco fatto di chitarre ruggenti e tenebrose melodie circolari che come fantasmi infestano una struttura che definiremmo stoner, se nella nebbia non si captassero decine di influenze. Ma la modernità della proposta dei fratelli Carney sta nel saper riformulare le proprie passioni e plasmarle all’interno di un suono: “Bloodpride” annichilisce l’ascoltatore, costretto già al secondo pezzo a fare i conti con un brano strumentale violento e spettrale, al solito sorretto da chitarre lancinanti, ma ciononostante non si dimentica mai della sua spina dorsale shuffle blues con cui aprono le danze basso e batteria. Impressionante poi come, in questo caos elettrico che più viene frequentato e più si scopre non essere mai fine a sé stesso, si fanno strada gli elementi che consentono ad un disco di essere definito “grande”, ovvero le Canzoni. Perché solamente dei songwriters eccelsi possono creare piccole meraviglie come “Wild knife night fight” (quasi un divertissement nella sua breve durata, ma forte di un arrangiamento spaventoso dove un basso garage e un ritmo percussivo sostengono le sfuggenti melodie delle tre voci, ispirate come non mai) oppure “Aestival”, gioco di ombre in cui Nick Cave e David Gilmour si danno la mano. E se in “Seminal shining” si esplorano anfratti acustici in cui i Pontiak si fanno più docili senza perdere la voglia di evocare atmosfere oscure, nella title- track i tre si lasciano andare totalmente in una debordante jam session di quasi un quarto d’ora che rimanda dritta agli anni Settanta, ad una voglia di esprimersi liberamente con l’arte musicale e di uscire dagli schemi riuscendo comunque sempre a mantenere un’identità ben salda. Ecco allora cosa significava quel messaggio sulla copertina : un malinconico ritorno della memoria ad una libertà e ad un’ innocenza che la maturità può far riemergere solo tramite l’arte, e la musica dei Pontiak, così fuori dal tempo e allo stesso momento così consapevole dei cinquanta e passa anni attraversati dal rock, trasuda un desiderio incontrollabile di abbattere le barriere sempre più rigide che circondano la musica del nostro tempo attraverso un viaggio di quaranta minuti sicuramente tortuoso, ma non meno affascinante.

Andrea D’Addato

2. Phoenix – Wolfgang Amadeus Phoenix

Data di Uscita: 26/05/2009

C’è un che di malinconico nell’ascoltare Wolfgang Amadeus Phoenix a dicembre inoltrato. Le melodie estive di “Fences”, “Lasso”, “Girlfriend” appaiono ormai come un lontano ricordo arenato su una spiaggia lontana, ed è sorprendente come l’ideale colonna sonora di una vacanza si trasformi nell’istantanea di un tramonto sul mare, sui cui colori caldi ti ritrovi a fantasticare, mentre il vetro della tua finestra separa il tuo corpo e la tua pelle dal freddo scenario di una Milano innevata. Le atmosfere dilatate di “Love like a sunset” ,mantra elettronico in cui melodie Beatlesiane si perdono tra ambient à la Eno e french-touch, spingono la mente a valicare i confini di una città immobilizzata nel ghiaccio. Lo spazio coperto di neve è una grande pagina bianca su cui iniziano a materializzarsi colori che sembravano persi. Dei vertiginosi e spensierati saliscendi del singolo dell’anno, “Lisztomania”, ti ritrovi a valorizzare la fosca serenità dei toni minori su cui si adagiano le strofe, dei solari mid-tempos come “Countdown (sick for the big sun)” scorgi il cuore umano che batte incessante sotto un tappeto robotico. Così semplice, ballabile e catchy, “Wolfgang Amadeus Phoenix” nasconde il fascino sinistro della malinconia, come recita l’oscuro testo di “Girlfriend”, paradossalmente sistemato su una frizzante trama indie-rock : “Tired out, not a miracle in days; Deciders for the lonely; Deciders for the lonely  ; You try out for nothing then you drop dead ;  Not a miracle in years ; Leisure for the lonely; Whispering unnecessary unless you’re in”. Ti accorgi così che ciò che fa grande questo disco è la sua semplicità apparente. Le sue sfumature in chiaroscuro, difficilmente percepibili ad un primo ascolto, sono emblematiche nel mostrare la necessità di un gioco di luci e ombre che permette ad un’opera così fresca e spensierata di essere riscoperta e valorizzata anche a distanza di mesi dalla sua uscita, quando si fa specchio di un sentimento sospeso tra il debole ricordo di una calda estate e la glaciale tranquillità del presente.

Andrea D’Addato

3. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying
di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

4. Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

5. Eels – Hombre Lobo

Data di Uscita: 02/06/2009

Mark Oliver Everett e i suoi Eels sono in pieno Groundhog Day.
La notizia avvalora una convinzione diffusa e non certo nuova, che trova ora  piena conferma con l’uscita di ‘Hombre Lobo’, settimo album di studio per le anguille. La tendenza alla ripetizione per Mr.E è ormai quasi una patologia. E’ il classico limite dell’artista che smette di osare e gioca unicamente a conservare l’affetto dei fans, offrendo loro la cara vecchia pietanza che nessuno oserebbe mai mettere in discussione. Non lo facciamo certo noi che dell’allegra schiera facciamo parte dal primissimo momento, quando “Il” disco degli Eels venne proposto per la prima volta e ci entusiasmò. Volendo essere maligni potremmo sostenere che Everett ha nel suo bagaglio creativo una manciata di canzoni appena, e le ripropone con minime variazioni ad ogni giro di giostra. Fondamentalmente è proprio così. A fare la differenza è però un dettaglio non secondario: stiamo parlando di grandi canzoni. I primi tre album a marchio Eels sono stati per Mr.E la schietta affermazione della propria visione del mondo: un po’ingenua magari, fanciullesca, eppure sempre capace di mantenersi in una miracolosa condizione di equilibrio, una sospensione magica tra delicatezza onirica e dolente registrazione della realtà. E’ una qualità che Everett non ha mai perso per strada, sia chiaro. Solo che nei due episodi successivi ha scelto di rovesciare la prospettiva vestendo in antitesi i panni di una controfigura scontrosa, resistente agli urti più duri. Qui potremmo dilungarci elencando le innumerevoli batoste che il destino ha riservato al songwriter americano, ma finiremmo anche noi col diventare vittime di un inesorabile “giorno della marmotta dei recensori”, quasi inevitabile quando si scrive degli Eels. Lasciamo da parte la comoda tentazione romanzesca sulle vicissitudini del cantautore. Se con ‘Blinking Lights’ E era stato in grado di costruire il proprio monumentale capolavoro di ponderatezza autobiografica, ora quella stessa volontà di sintesi si fa più grossolana assumendo i contorni di una meccanica alternanza di umori. ‘Hombre Lobo’ gioca apertamente sui contrasti ma lo fa forse con un’eccessiva propensione alla teatralità e con una semplificazione del tratto troppo radicale, laddove il suo predecessore si presentava molto più sfumato e meglio amalgamato. L’impareggiabile arte degli Eels si avverte anche qui, intendiamoci, ma le forzature indeboliscono il risultato con un taglio caricaturale che è senz’altro voluto (Everett ha parlato di Jekyll e Hyde) ma non proprio felicissimo. In questa frenetica sagra dell’autocitazione, prende il sopravvento il lato più ruvido di Mr. E: i riff tagliati con l’accetta e gli urlacci di ‘Prizefighter’, ancor più del beat scuro e spigoloso di ‘Fresh Blood’, rimandano direttamente a ‘Souljacker’. Anche il pop sbracato ma abrasivo di ‘Lilac Breeze’, con le sue gommose coloriture di synth, viene da lì. Nella finzione torva di ‘Tremendous Dynamite’ è racchiusa l’essenza minacciosa di quel vecchio album e affoga il cuore di tenebra di Everett. Torna il ragazzo con la faccia da cane e la sua barba e anche più lunga di allora. Stavolta però manca il pretesto, gli attacchi idioti di un presidente guerrafondaio al dolcissimo ‘Daisies of the Galaxy’ sono in archivio da tempo. A salvarci sono i pezzi dai risvolti più candidi, magari nati con la riscoperta di quel delizioso classico della discografia Eels: la sua title track riesumata in ‘All The Beautiful Things’ (ma con le chitarrine di ‘Packing Blankets’); lo splendido stream of consciousness di ‘The Longing’, che osa innestare ‘Grace Kelly’s Blues’ su ‘If You See Natalie’; la trama di ‘In My Dreams’, che replica ‘Restraining Order Blues’ per via indiretta (passando per ‘Soy Bomb’); la delicata chiusa di ‘Ordinary Man’, quasi un reprise scarno e lento di ‘The Good Old Days’.
Alla fine siamo provati ma sazi. Un altro giorno della marmotta è passato.

Stefano Ferreri

One Response to “(Top Five 2009) Andrea D’Addato”

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