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(Top Five 2009) Andrea D’Avolio

1. Vic Chesnutt – At The Cut

Data di Uscita: 21/09/2009

Quando mi hai fatto visita la prima volta ero talmente sbronzo da non riuscire nemmeno a parlare, ma sono sicuro di averti riconosciuto. Con quel trucco pesante da battona mi osservavi tra le lamiere in quel fosso, ridevi al buio come una stronza e per farmela pagare più cara ti sei portata via solo metà del pacchetto. Mi hai regalato due ruote sotto il culo e la consapevolezza che tutte le notti avrei rivisto la tua brutta faccia. Col tempo mi ci sono abituato, sei arrivata anche a piacermi, non sapevi chi tormentare e puntuale venivi a farmi visita. Il mattino mi svegliavo e scrivevo di te, sei stata la mia fonte d’ispirazione, la mia ossessione, il mio desiderio e ciò da cui rifuggivo. Ho flirtato con te tutta la vita, neanche fossi una bella figa. Non sai quante volte ti ho aspettato davanti al portone di casa col cannone d’erba in bocca, ci saremmo divertiti ma tu continuavi a farti desiderare. Quando vedevo che ti davi a tutti soffrivo come un cane, cosa avevo io per non meritarti? D’accordo non sono mai stato un adone, ma d’altra parte non credo fosse la bellezza ciò che cercavi e dopotutto sei stata tu a ridurmi così. Insomma il mio è stato il più classico esempio d’amore non corrisposto, mi sentivo patetico nel desiderare qualcosa che mi faceva pena ma comunque non potevo avere, volevo che tu fossi libera di scegliermi e allo stesso tempo mi sentivo una merda per non riuscire a conquistarti. Ora mi sono rotto i coglioni, hai tirato troppo la corda, non voglio più vederti né sentirti, parto, qua lascio tanti amici ma penso di poter fare a meno di loro. Tutto quello che avrei voluto da te me lo sono preso, non venirmi più a cercare. Fanculo.

Andrea D’Avolio

2. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying
di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

3. The Antlers – Hospice

Data di Uscita: 03/03/2009

Eclisse
di Lorenzo Righetto

Only through the deepest blackness, there you will find the brighter glow.

Così poco era cambiato, quel piccolo villaggio, da quando suo padre se n’era andato, cacciato a male parole dai vecchi canuti che dettavano legge in quel luogo dimenticato da Dio. Non prima di averlo obbligato, col decreto emesso dall’impercettibile smorfia che solo di rado increspava i loro volti di cera, a compiere un ultimo giro del paese, in mezzo alle fatiscenti stamberghe dai mattoni sbriciolati dal sole e crepati dall’incedere di bizzarre erbacce felciformi. Nella calura e nel silenzio del mezzogiorno, aveva sostenuto, solo, gli sguardi di sdegno che penetravano come liquame gli anfratti di quelle casette di un piano, sghembe sul terriccio informe. Sua madre non seppe mai dirgli il motivo di quell’editto, ma il suo volto assumeva un’espressione sgomenta, ogniqualvolta l’argomento tornava alla luce. Da quando ella aveva perso la parola, il bambino non aveva più modo di scoprire cosa si celasse dietro a quel segreto. Di una sola cosa si sentiva certo: che il segreto di suo padre avesse in qualche modo a che fare con l’Eclissi. I segreti vanno sempre a braccetto. L’Eclissi… Nessuno poteva vedere l’Eclissi. Ogni imposta sbarrata, ogni chiavistello serrato, pregate forte in silenzio.

Il bambino si alzò, mentre un giorno come gli altri spandeva la sua luce giallastra, che appiattiva il villaggio in una ripetizione sempre identica a sé stessa. Un sottile lamento si insinuava gelidamente: l’unico suono emesso da sua madre nel corso di un anno. Ella, al centro del letto matrimoniale, sembrava rimpicciolirsi sempre di più, affondando lentamente, il volto emaciato, gli occhi spalancati fissi sul soffitto. Non di rado lo tormentava nei suoi sogni. Indicò, da sotto le lenzuola, la finestra, che, già socchiusa, lasciava filtrare luce e polvere mischiate in un foglio di carta. Docilmente, il bambino procedette ma, prima di andarsene, si fermò a fissare negli occhi sua madre, nonostante ne fosse terrorizzato. Sempre umidi e lattiginosi come quelli di un anfibio, gli occhi di sua madre restituirono il suo sguardo, sorprendentemente, non con la consueta luce supplichevole, ma con una rigida determinazione proveniente da un’ormai sbiadita versione di sé. In silenzio, il bambino la abbandonò: finì di chiudere tutte le imposte, poi si avvicinò titubante alla porta di casa, dai cui infissi penetravano stilettate abbacinanti del primo sole. Quanto tempo per decidersi ad afferrare la maniglia vacillante … Ma nessuno avrebbe avuto l’ardire di uscire di casa per fermarlo! Camminare, solo, mentre gli sguardi degli spenti compaesani lo maledicevano silenziosamente attraverso le crepe di quelle case incartapecorite…

La collina, l’albero, luoghi di disperata e inebriante solitudine lo attendevano: e finalmente la misteriosa Eclissi! La campagna pareva immersa, sepolta in un’inusuale fissità: solamente un distante, sordo ronzio pareva popolare il desolato paesaggio. Non restava che aspettare, disteso tra le spesse radici di quell’albero che era la sua compagnia per interminabili pomeriggi. Un’insopprimibile sonnolenza si impadroniva lentamente delle sue membra, costringendolo ad afflosciarsi via via, a lasciarsi andare al ruvido abbraccio di lunghe, spesse radici.

Quando riaprì gli occhi, gli parve che interi eoni fossero trascorsi, in quell’ombra fragrante: tanto tempo era passato, che si dimenticò persino che aprire gli occhi per vedere l’Eclissi può costare la vista. E, infatti, un insostenibile bagliore lo accolse, una luce gelida che sembrava ricoprire ogni cosa di una patina baluginante. Si alzò in piedi a fatica, mentre, a poco a poco, le forme riprendevano i loro contorni abituali.

Nuovi, bizzarri astri, disseminati ordinatamente nel cielo, di forma talmente perfetta da confessare apertamente la propria provenienza ultraterrena, diffondevano senza organi visibili, ma per propria vibrazione, un suono argenteo, e in esso il mondo pareva crogiolarsi.

I Cilindri D’Oro nutrivano la Terra. Forse fu… meglio per tutti, se quel bambino perse il senno: vagò per tutta la vita, cercando di rincorrere l’Eclissi, senza trovarla mai più.

4. The Rural Alberta Advantage – Hometowns

Data di Uscita: 15/07/2009

Gli Specchi dell’Anima
di Filippo Righetto

“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Certe volte mi domando come abbia fatto il genere umano ad aver raggiunto un tale grado di demenza. Non parlo di concetti soggettivi, non sono così sciocco da pretendere di discernere tra il giusto e lo sbagliato. Però qui manca la consapevolezza, l’essere coscienti dei propri errori.
Il Progresso, checché se ne dica, si è arrestato, impantanato nella poltiglia limacciosa di una realtà priva di ambizioni. I pochi che si ricordano della grandiosità del Passato, e che cercano di esserne all’altezza, sono schiacciati e derisi da quella massa tumorale che è diventata la nostra apatica società. Un tempo, la forza di volontà di un singolo era capace di tenere insieme Imperi maestosi, dalle dimensioni sconfinate. Le rivoluzioni scientifiche erano capaci di stravolgere completamente il modo di vivere degli uomini nel giro di pochi mesi. Un bambino con una canna in mano, la lacrima pronta a sgorgare per la tensione, impegnato in uno dei tanti stupidi giochi che si possono trovare in un luna park, e il padre che lo incita urlando, completamente dimentico dell’assurdità della situazione. Questo vedono i miei occhi adesso. E provo rabbia. Abbandono quella scena infelice, alla ricerca di qualcosa che possa risollevarmi. Lo sfondo che mi si presenta è quello del classico parco giochi di provincia: una misera serie di baracconi sempre uguali da vent’anni, ammassati uno dietro l’altro a ridosso di una strada polverosa, nessuna via secondaria, qui la monotonia e la mediocrità son di rigore. Camminare immerso in queste decadenti costruzioni non mi aiuta, non mi dà risposte. Immerso nei miei pensieri, non mi accorgo della deviazione che prendo, quasi inconsciamente, e che mi porta d’innanzi ad uno strano spettacolo. Specchi. Molti, di media grandezza, mi circondano. Chiudo gli occhi, aspettando che il disturbo passi. Il mio corpo non si muove, eppure sento che mi sto avvicinando a loro. Quelle superfici apparentemente così fredde irradiano invece un tiepido calore, che porta con se degli aromi e dei rumori familiari. Mi decido ad aprire gli occhi. Il mio cervello impiega qualche secondo a comprendere quello che invece il mio cuore ha subito intuito. Hometown. Casa, casa, casa, sono a casa, questa è casa mia cazzo. Quanta pace dimenticata, quante speranze svanite, quante attese deluse…cado sulle ginocchia, mi è impossibile arrestare le lacrime, ma non me ne vergogno. Un riflesso attira la mia attenzione, mi muovo strisciando, mangiando la terra, cercandone il contatto, unendomi ad essa, dimentico delle spine che straziano la mia carne e del miscuglio polveroso nei miei polmoni che mi impedisce di respirare, accettando tutto con gioia. Avvicino l’oggetto ai miei occhi, e la copertina di “In The Aeroplane Over The Sea” mi sorride di rimando. Neutral Milk Hotel.
“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Ci sono solo io. E gli Specchi dell’Anima.

5. Dirty Projectors – Bitte Orca

Data di Uscita: 09/06/2009

Riflessioni della caffettiera
di Andrea D’Avolio

A chi non è mai capitato di ustionarsi  il palmo della mano?
Probabilmente è una “sciagura” che ha colpito tutti. Il metodo classico è quello d’impugnare la caffettiera incandescente, appoggiata sul fornello ingannevolmente spento, ma sono certo che sia ferro da stiro che tostapane, abbiano fatto altrettante vittime.
La terapia per una pronta guarigione è sostanzialmente una sola: cospargere con la crema adatta l’ustione e applicare un bendaggio.
Terminata la degenza e rimossi gli accorgimenti necessari la parte isolata risulta essere ipersensibile.
La sensazione che si prova è la quinta essenza del tatto, la barriera minima che il corpo umano innalza tra il suo interno e l’esterno, la forma più pura di conoscenza sensibile che si possa esperire.
L’artista convive con questa condizione di fortissima empatia cosmica e proprio qui pone le basi per il processo d’astrazione e di trascendenza della realtà, che lo distingue dal normodotato.
Oggi, la società in cui viviamo, più che mai legata alla contingenza, ha notevolmente affievolito lo scarto tra queste due categorie di persone, provocando un deserto culturale. Le principali conseguenze di ciò sono il grave ridimensionamento e, l’ancora più triste, regolare omologazione, che l’idea di “bello” ha conosciuto.
In una simile condizione, quando trovo un barlume di quell’attitudine artistica che possiede la “fondamentale velleità” d’innalzarsi dall’ordinario, trascendere il sensibile, diversificarsi dal conosciuto e creare una propria traccia estetica, me ne innamoro pazzamente. Bitte Orca, a suo modo, è un po’ tutto questo.
I Dirty Projectors hanno certamente partorito un disco non convenzionale, sia nella forma che nel contenuto, coraggioso nelle scelte stilistiche e ambizioso nel modo di collocarsi nel panorama indipendente. Sebbene non sia il grimaldello che apra definitivamente le gabbie della fantasia e dia il via alla rivoluzione musicale, è una perfetta anteprima di quello che dovrebbe essere l’intento di molte bands, che nonostante dicano di non essere legate alle logiche dell’universo mainstream, di fatto ne sono parte integrante.

2 Responses to “(Top Five 2009) Andrea D’Avolio”

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