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Archive for dicembre, 2009

(Top Five 2009) Filippo Righetto

1. Maudlin Of The Well – Part The Second

Data di Uscita: 14-05-2009

Il Vagabondo Delle Stelle

di Filippo Righetto

Mi chiamo Darrell Standing, e non sono né un pazzo né un essere stravagante. Ho passato gli ultimi cinque anni della mia vita in cella d’isolamento nel carcere di San Quentin. Omicidio preterintenzionale. Balle. Giustizia, la chiamo io. Non ricordo il nome della persona che dicono io abbia ucciso. Lo strabordante mondo che un tempo mi circondava è stato schiacciato in questo cubicolo malsano, costretto dentro una camicia di forza le cui cinghie sono la mia stessa rabbia. Ottantasette mattonelle. Non ci ho dato dei nomi, non ci parlo, non sono un fottuto demente. Le ho contate, all’inizio, per mantenere viva una minima scintilla di umanità. Ora, non mi interessa, marcirò qui dentro, in questa segreta. O almeno così credevo. La svolta, se così può essere definita, ha un’identità: Toby Driver. Il mio vicino di cella, la mia salvezza, la mia speranza. Fuori era la mente e il cuore dei Maudlin of the Well, qui è ancora la mente e il cuore dei Maudlin of the Well. Lui la chiama  Trascendenza Sintetica. Una qualità di disciplina tantrica che mira alla morte del corpo, e alla consolidazione dello spirito. Un viaggio extracorporeo, attraverso epoche, barriere fisiche, ostacoli umani. Piccola morte, così ho cominciato a chiamarla. Per mezzo di un meccanismo di autoipnosi ho tentato di risalire ai miei io precedenti tornando indietro nel tempo. In parte ci sono riuscito, ma ho sperimentato solo un flusso di visioni che si sovrapponevano senza coerenza e continuità temporale. Per Toby la questione è totalmente diversa, lui riesce a vivere perfino il presente. La sua momentanea “costrizione” fisica non lo infastidisce minimamente. Ridendo, si è rammaricato di non potermi regalare una copia di Part the Second, avrei capito subito, mi ha detto. Le mie orecchie non udiranno mai una nota di quest’opera, ma io credo di aver compreso in ogni caso. Credo di aver compreso il perché i GY!BE erano considerati dei maestri. Non avevano timore di osare. Credo di aver compreso il concetto di avant-garde. Sperimentare, fondere sonorità dissimili: acustica orchestrale, progressive, metal. Credo di aver compreso, inoltre, che il post rock è più un’attitudine che un’etichetta. Credo di aver compreso che Part the Second è infuso di questi concetti. Perché io sono un Vagabondo delle Stelle, e ho conosciuto l’ambizione degli uomini.
E ora concludo. Non posso fare altro che ripeterlo: la morte non esiste, la vita è spirito, e lo spirito non può morire. Solo lo spirito, nella sua ascesa verso la luce, resiste e continua a crescere su se stesso in virtù di successive e infinite incarnazioni. Che cosa sarò quando tornerò a vivere? Chissà. Chissà..

2. Port Royal – Dying In Time

Data di Uscita: 02/10/2009

Competence is not a Justification

di Filippo Righetto

13 Luglio, ore 15.46

Ho litigato ancora con Giulia, per delle stronzate, come al solito… è la terza volta questa settimana… si inventa delle storie assurde, continuamente… la sua immaturità ha trasformato  le nostre conversazioni in dei salassi estenuanti… credo sia il suo modo per dirmi che mi ama. Non prenderà bene la mia decisione di lasciarla, ma non ho altra scelta… sapevo fin dall’inizio che non sarebbe durata, ma si sa, l’amore fa agire come sciocchi…

20 Luglio, ore 21.32

Una notizia orribile! Ettore è morto… l’ho scoperto dal giornale questa mattina, hanno trovato il suo corpo in macchina, dicono abbia commesso suicidio… ho vagabondato senza meta tutto il giorno, trascinando con fatica le rumorose catene aggrovigliate intorno al mio petto, ai loro estremi una disperazione che mai avrei pensato di provare, ascoltando le composizioni che senza il contributo di Ettore non sarebbero mai nate… credo sia stato il miglior modo per onorarlo.

22 Luglio, ore 17.08

Sono appena tornato dal funerale… speravo che la presa delle catene si sarebbe affievolita col tempo, ma mi sbagliavo… il loro rumore sta diventanto insopportabile, mi sveglio urlando nel cuore della notte con quel suono metallico e maledetto che rimbomba nelle mie orecchie… è come se volessero impedirmi di continuare la mia vita… ho visto gli altri membri dei Port Royal alla cerimonia, ma non ce l’ho fatta ad avvicinarmi per porgergli le mie condoglianze… dietro Attilio ho notato una donna dai capelli corvini piangere sommessamente… her grief was quiet,she knelt with her head bowing, face hiding beneath her long black hair that hung, so appropriately, like a shawl, weeping for the loss, or maybe for herself…mi sono informato, ho scoperto che si chiama Anya. Anya Sehnsucht.

24 Luglio, ore 9.07

Sono andato a casa di Anya quest’oggi… mi sono lasciato guidare dalla catene, combatterle è da stupidi… è una donna distinta, anzi, una ragazza poco più che ventenne, invecchiata prematuramente. Il disagio per l’evidenza del suo malessere interiore è palpabile, per questo non produco parole di conforto, non voglio aumentare il suo imbarazzo. Ha delle rughe leggere intorno alla bocca, come di una persona avvezza al sorriso, un’abitudine che deve aver perso di recente visto che nel nostro breve colloquio è rimasta impassibile ai miei tentativi di farla ridere. Vive in una casa troppo grande per le sue necessità, e quando, con innocenza, le ho chiesto se la condividesse con qualcuno, sono rimasto spiazzato dalla sua reazione. La tazzina in porcellana bianca con decorazioni floreali ancora accostata alle labbra ha reso la sua voce cavernosa e inquietante. “No… se ne vada.”. L’ho accontentata, nonostante le catene ruggissero in disapprovazione.

4 Agosto, ore 11.30

Credo di stare impazzendo… ho ricevuto l’ultimo disco dei Port Royal, “Dying in Time”, e tremo al pensiero che i miei timori si concretizzino. Troppe coincidenze che si sovrappongono in una spirale delirante… emergono sempre nuovi dettagli, e strato dopo strato solo un fatto sembra certo: Ettore sapeva. Era in pericolo. Morire in tempo…ma in tempo per che cosa? E le canzoni, dio le canzoni, racchiudono un messaggio che non riesco a decifrare… molte sono costruite secondo gli schemi del loro vecchio brano “Anya Sehnsucht”, come stile prossimo ai Labradford, e io sono sicuro che Ettore fosse il più vicino a queste sonorità… perlomeno più di Attilio, che non ha mai nascosto la sua vocazione dance… devo tornare da Anya, è lei la chiave, lei deve sapere…

5 Agosto, ore 8.52

Anya è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, ha tentato di dare fuoco a casa sua, e ha aggredito chi cercava di salvarla… sono entrato nella camera dalle pareti imbottite… ho parlato, per ore, ma non credo capisse che qualcuno stava cercando di entrare in contatto con lei, e nel caso contrario fingeva molto bene… nemmeno io so cosa mi leghi a lei, la conosco appena, eppure… infine disperato le ho preso la testa tra le mani, i miei palmi a circondarle le guance, con le dita che si allungano fino alle sue tempie. Ho guardato nei suoi occhi, ma lei non ha restituito il mio sguardo, fissava qualcosa di indistinto oltre la mia spalla sinistra. Questo non mi ha impedito di capire che niente è rimasto di lei, i suoi occhi riflettevano i colori del mondo, solo perché non avevano più niente da mostrare. Non ho resistito, e sono scoppiato in lacrime.

11 Agosto, ore 1.52

Le catene non mi perseguitano più ormai, e questo mi lascia intuire che forse sono infine giunto alla verità… la folgorazione è arrivata dopo aver ascoltato più e più volte il loro ultimo lavoro… le dilatazioni meditative che li contraddistinguevano sono il sacrificio rituale richiesto dal Dio Autechre, tumulti elettronici mai sperimentati prima la ricompensa. Ci deve essere dell’altro, ma non ho più molto tempo, lui sa… o si, lui sa… sono stato incauto nella mia ricerca… e ora sta venendo per me… it doesn’t matter,I’ll welcome him, he’ll find me in my alcove, jumping and whirling, tears streaming down my beard, listening to The Photoshopped Prince.

3. Long Distance Calling – Avoid The Light

Data di Uscita: 24/04/2009

L’uomo che voleva spararsi al buco da dove escono le lacrime
di Filippo Righetto

“Hi sweety, do you seek llllove?”

Stolta puttana.
Istrionica forma dalle lunghe ciglia.
Il tuo sconsiderato uso delle consonanti è secondo solo alla tua spropositata obesità. Ma mi hai fatto sorridere, quindi non ti ucciderò.
Non rientri negli standard.
Luridi scribacchini, mi dipingete come un mostro, fottuti ipocriti, le nostre mani sono le stesse: sangue nero contro sangue rosso. Ma non posso punirvi.
Non rientrate negli standard.
Un assassino seriale… no, un consumatore! Un pervertito, belva sadica… no, un cliente! Insoddisfatto per giunta. Stanco di farsi fregare… ovunque. Passato ad un livello superiore: tendini muscoli nervi.
Andate, andate… con i vostri scontrini del cazzo, a lamentarvi, d’innanzi a quei tavoli immacolati, a spiegare, ad implorare, sotterrate pure la vostra dignità. Nessun rimborso per me. Io rendo indietro quello che non mi soddisfa. Prostitute, animali, ragazzini… rimandati al mittente, da me!
Ho aperto il menù, vado direttamente alla sezione carne. Questa sera mi andavano… boccoli d’oro ben curati… labbra scarlatte perennemente schiuse in un lieve invito tentatore… capezzoli fini rosa… e una vestaglia, stesso colore della sua bocca, si… ma non, NON, trasparente!
Ti ho trovata, subito, eri perfetta. Un sogno. Hai detto che avevi una bellissima sottoveste vermiglia bene ornata. Ero colpito, nel profondo… confesso: infastidito. Chè mi ero ripromesso di smettere di uccidere, una volta trovata una mercanzia soddisfacente. E se avessi concluso la mia brillante carriera, cosa avrei fatto con queste mani?
Rientravi negli standard.
Hai iniziato il tuo spettacolino, cortese donnicciola dalle ristrette prospettive… ma sei scivolata sulla lasciva zozzura del tuo ambiente. Uno svolazzo indistinto, schiena d’avorio che appare la dove la stoffa si interrompe per lasciare spazio ad un ricamo… trasparente. Squarcio indisponente. Il contratto è reciso. Ti sei avvicinata a me strisciando, mentre io ridacchiavo sobriamente con  la testa abbassata… mi hai appoggiato una mano sul ginocchio. Poi sei svenuta. Per via delle mie mani che ti stringevano il collo, o per il ghigno animalesco stampato sul mio volto.
Peccato… c’era un raffinato candelabro nell’ingresso, probabilmente l’unica cosa di valore che quella zoccola possedeva… non mi sarebbe dispiaciuto usarlo per spaccarle quella sua stupida testolina.
La delusione è forte… “non ho ancora finito questa sera” rifletto… me ne serve ancora…
Intanto vediamo di arrivare a Melbor Street.
E poi vediamo come va.

4. The RAah Project – Score

Data di Uscita: 20/10/2009

Take your scariest idea and define it inside me
confine it inside my agoraphobic remedy to
open spaces are just places where I am and I am sand
and I am just a man and I am just standing on the edge of you
and you on the edge of all that I believe
and we just drift out to sea
just drift out to sea…

Viaggia curiosa nel castello immerso tra le foglie dove la pietra è fredda come i tuoi segreti.
Con i tuoi piedi scalzi non farai rumore.
Spalanca con vigore il massiccio portone!
Accolta da un attore Raccolta per compassione Sconvolta dal dolore.

whatever you need, it doesn’t seem to be me as I am incomplete

Quel buffo individuo dai modi teatrali e dal sorriso enigmatico ti accoglierà cantando accompagnato da un’orchestra!

when it’s so real you see it there in front of your eyes but everything you know is just a trick of the light

Nulla sembra reale, la miriade di specchi rende il tutto ingannevole, l’ampio salone affollato da persone mascherate potrebbe tranquillamente essere vuoto.
Circondata da commedianti sorridenti che ti lasciano passare con solerzia, la loro cortesia ti metterà in allarme… sono come una massa divoratrice che attende con impazienza e lussuria l’esecuzione di un Conte.
Ma il Nobile si ripara dietro ad una tenda, e ti osserva con rimpianto. Le liquide conseguenze del suo agire scorrono lungo il suo viso.

I face my world of tragedy staring down your lovers gaze, I never change, I just grow older and taste my own pain

E quando la folla rilascerà la sua presa, Lui si rivelerà a te.
Non implorerà il perdono che non sei disposta a concedergli.
Meriti di meglio.
Si limiterà ad osservarti mentre entri nel giardino con il tuo incedere sinuoso.

because everything you do should be covered up in stars

Filippo Righetto

5. Bat For Lashes – Two Suns

Data di Uscita: 06/04/2009

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.

(G.Leopardi – Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)

Sole, lune, pianeti, rivoluzioni astrali, traiettorie sghembe e disegnate nel silenzio siderale del cosmo. Centro dell’Universo, la Trimurti un po’ freak di Brighton, Bat For Lashes il Creatore, Natasha Khan il Conservatore, Pearl, l’alter-ego demoniaco dai biondi capelli, la Distruttrice. Figure divine con aspetti differenti riconducibili allo stesso ed unico Dio, che parla attraverso le parole, le iperboli, le odi sciamaniche criptate di Two Suns. Non era facile dare un seguito al pluripremiato Fur And Gold, l’esordio del 2007 che le permise l’entrata a corte di sua maestà Thom Yorke, ma Natasha, fragile figlia dei fiori avvolta in piume, gioielli, pelli, riesce perfino a superarsi. Two Suns perde l’impalpabilità dell’esordio, nuove scosse elettroniche lo attraversano senza rischiare mai il sovradosaggio: il ponte gettato tra i due Mondi, il Vecchio ed il Nuovo, passa attraverso la cover di ‘A Forest’ dei Cure, pubblicata nell’album tributo ‘Perfect As Cats’. Nato tra le polveri sabbiose della California, Two Suns raccoglie la sacralità dei Dead Can Dance, la combina con le surreali visioni di Björk, la impreziosisce con i leggeri tocchi di piano di Tori Amos, le increspature vocali di Henriette Sennenvaldt (la meravigliosa voce degli Under Byen), le palpitazioni sintetiche degli anni ottanta, mantenendo però un aplomb tutto inglese. Non rimane difficile immaginare la piccola Pearl effettuare una danza della pioggia al chiaro di luna intonando ‘Daniel’, primo singolo estratto, o vederla aggirarsi tra le rive di un fiume, a piedi scalzi, sulle atmosfere notturne di ‘Moon & Moon’. Il disco si divide equamente tra sobrie ballate e incantesimi elettronici, senza rischiare mai la vera schizofrenia. ‘Glass’, una ninna nanna dal sapore celtico, sfodera un arrangiamento memorabile, preludio di un lavoro che è un pout pourri di generi. ‘Sleep Alone’, con le sue sonorità pellerossa, è brano tipicamente Bat For Lashes. Natasha si cimenta inoltre, con risultati più che buoni, nel gospel folk di ‘Peace Of Mind’, ma è nella combinazione di elementi differenti che scaturisce il talento compositivo della Khan: emblematico ‘Two Planets’, dove confluiscono percussioni, legni, beat, clap hands, in un rincorrersi continuo tra vocalizzi alla Björk e distorsioni alla Knife.  Il lavoro si chiude con la sepolcrale ‘The Big Sleep’, cantata in duetto con Scott Walker in vena di lirismi alla Antony, per un brano che Tim Burton avrebbe amato inserire nei titoli di coda di Nightmare Before Christmas, se solo avesse temporalmente potuto. Two Suns si conferma dunque opera fascinosa e magica, dall’accessibilità non facile ma anzi, di lettura piuttosto impegnativa. Le sofisticatezze pop emergono ascolto dopo ascolto, e si rivelano agli orecchi attenti in una successione incessante anche al centesimo passaggio. Ma di premere il dito sul tasto play non se ne ha mai abbastanza.

Paolo Coccettini

(Top Five 2009) Lorenzo Righetto

1. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying

di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

2. The Antlers – Hospice

Data di Uscita: 03/03/2009

Eclisse
di Lorenzo Righetto

Only through the deepest blackness, there you will find the brighter glow.

Così poco era cambiato, quel piccolo villaggio, da quando suo padre se n’era andato, cacciato a male parole dai vecchi canuti che dettavano legge in quel luogo dimenticato da Dio. Non prima di averlo obbligato, col decreto emesso dall’impercettibile smorfia che solo di rado increspava i loro volti di cera, a compiere un ultimo giro del paese, in mezzo alle fatiscenti stamberghe dai mattoni sbriciolati dal sole e crepati dall’incedere di bizzarre erbacce felciformi. Nella calura e nel silenzio del mezzogiorno, aveva sostenuto, solo, gli sguardi di sdegno che penetravano come liquame gli anfratti di quelle casette di un piano, sghembe sul terriccio informe. Sua madre non seppe mai dirgli il motivo di quell’editto, ma il suo volto assumeva un’espressione sgomenta, ogniqualvolta l’argomento tornava alla luce. Da quando ella aveva perso la parola, il bambino non aveva più modo di scoprire cosa si celasse dietro a quel segreto. Di una sola cosa si sentiva certo: che il segreto di suo padre avesse in qualche modo a che fare con l’Eclissi. I segreti vanno sempre a braccetto. L’Eclissi… Nessuno poteva vedere l’Eclissi. Ogni imposta sbarrata, ogni chiavistello serrato, pregate forte in silenzio.

Il bambino si alzò, mentre un giorno come gli altri spandeva la sua luce giallastra, che appiattiva il villaggio in una ripetizione sempre identica a sé stessa. Un sottile lamento si insinuava gelidamente: l’unico suono emesso da sua madre nel corso di un anno. Ella, al centro del letto matrimoniale, sembrava rimpicciolirsi sempre di più, affondando lentamente, il volto emaciato, gli occhi spalancati fissi sul soffitto. Non di rado lo tormentava nei suoi sogni. Indicò, da sotto le lenzuola, la finestra, che, già socchiusa, lasciava filtrare luce e polvere mischiate in un foglio di carta. Docilmente, il bambino procedette ma, prima di andarsene, si fermò a fissare negli occhi sua madre, nonostante ne fosse terrorizzato. Sempre umidi e lattiginosi come quelli di un anfibio, gli occhi di sua madre restituirono il suo sguardo, sorprendentemente, non con la consueta luce supplichevole, ma con una rigida determinazione proveniente da un’ormai sbiadita versione di sé. In silenzio, il bambino la abbandonò: finì di chiudere tutte le imposte, poi si avvicinò titubante alla porta di casa, dai cui infissi penetravano stilettate abbacinanti del primo sole. Quanto tempo per decidersi ad afferrare la maniglia vacillante … Ma nessuno avrebbe avuto l’ardire di uscire di casa per fermarlo! Camminare, solo, mentre gli sguardi degli spenti compaesani lo maledicevano silenziosamente attraverso le crepe di quelle case incartapecorite…

La collina, l’albero, luoghi di disperata e inebriante solitudine lo attendevano: e finalmente la misteriosa Eclissi! La campagna pareva immersa, sepolta in un’inusuale fissità: solamente un distante, sordo ronzio pareva popolare il desolato paesaggio. Non restava che aspettare, disteso tra le spesse radici di quell’albero che era la sua compagnia per interminabili pomeriggi. Un’insopprimibile sonnolenza si impadroniva lentamente delle sue membra, costringendolo ad afflosciarsi via via, a lasciarsi andare al ruvido abbraccio di lunghe, spesse radici.

Quando riaprì gli occhi, gli parve che interi eoni fossero trascorsi, in quell’ombra fragrante: tanto tempo era passato, che si dimenticò persino che aprire gli occhi per vedere l’Eclissi può costare la vista. E, infatti, un insostenibile bagliore lo accolse, una luce gelida che sembrava ricoprire ogni cosa di una patina baluginante. Si alzò in piedi a fatica, mentre, a poco a poco, le forme riprendevano i loro contorni abituali.

Nuovi, bizzarri astri, disseminati ordinatamente nel cielo, di forma talmente perfetta da confessare apertamente la propria provenienza ultraterrena, diffondevano senza organi visibili, ma per propria vibrazione, un suono argenteo, e in esso il mondo pareva crogiolarsi.

I Cilindri D’Oro nutrivano la Terra. Forse fu… meglio per tutti, se quel bambino perse il senno: vagò per tutta la vita, cercando di rincorrere l’Eclissi, senza trovarla mai più.

3. Antony And The Johnsons – The Crying Light

Data di Uscita: 20/10/2009

Another World
di Lorenzo Righetto

All’inizio c’è solo un disco, bianco e abbacinante, almeno quanto è nero, e vuoto, lo sfondo. Poi un punto, di dimensioni e movimenti quasi impercettibili, comincia ad attraversarlo, come un minuscolo glaucoma semovente. Come un organismo microbico alla ricerca disperata di una via d’uscita da quella vischiosa superficie, si muove arrancando penosamente: l’energia va immagazzinata per i lunghi salti nel buio. E’ lo spettacolo, miserrimo, di millenni di civiltà.

Quella goccia di liquido Alpha, un concentrato nutritivo che rappresenta il fabbisogno alimentare di qualche settimana, cadendo, interruppe un silenzio di durata comparabile a quella del progresso tecnologico e scientifico che era stato necessario per sintetizzarla. Cadendo, innescò un processo inarrestabile – banalmente, il Risveglio. Fluidi vitali iniziarono a colorare la miriade di tubicini che parevano chiudersi su sé stessi in un bozzolo, a formare un grottesco millepiedi, mentre il sistema di monitoraggio ronzava e squittiva periodicamente.

Sviluppare al meglio le tecniche di ibernazione era sembrata la soluzione più ovvia. Purtroppo, cose come la curvatura dello spazio, mezzi fantasiosi come le droghe che permettono di dislocare oggetti per le galassie, poco possono fare se non una storia avvincente: nella realtà, esiste la materia, l’energia, e ciò che le lega. Tutto questo permetteva di costruire solo cose lente – molto lente. Inutile anche costruire arche colossali, per salvare il maggior numero di persone, sapendo che ogni singola nave aveva probabilità minime anche solo di oltrepassare i confini del sistema solare: meglio averne tante, piccole e col minor numero possibile di meccanismi che si potessero inceppare. Ogni nave avrebbe portato con sé solo un carico che fosse necessario e sufficiente alla perpetuazione della specie, e allo stesso tempo il meno ingombrante possibile: l’intero patrimonio genetico umano.

Quella nave, di quel centinaio di migliaia che era partito dalla Terra, era l’unica a non essersi inabissata nei gorghi neri e freddi dello spazio vuoto. Grottesco, che l’unico a sopravvivere fosse un essere asessuato e indefinibile come quello. Tuttavia, era tra gli esperti di genetica che si erano trovati ad avere la precedenza per accedere ai programmi di addestramento. Il suo Risveglio cominciò non appena i sensori della nave segnalarono la presenza di un pianeta abitabile: il meccanismo era così poco perfezionato che a migliaia si trovarono a morire nel mezzo del vuoto immenso che separa ciò che, al confronto, non è più di semplice pulviscolo. Eppure là un pianeta c’era, azzurro e screziato del bianco delle nuvole, una riproduzione commovente del pianeta natale.

H. passava intere giornate, immerso nella luce bluastra che si rifletteva dal globo sotto di lui: lo fissava, lo immaginava, lo beveva. Non poteva dormire, nel figurarsi la bellezza primigenia, incontaminata di quel luogo, lo sconvolgeva pensare al peso delle sue azioni. La sua specie si trovava nel collo di bottiglia più stretto della sua breve storia, ma l’universo avrebbe al massimo battuto le palpebre, quando l’ultimo residuo di civiltà umana lo avesse abbandonato. Non poteva smettere di pensarlo: sarebbe stato così facile staccarsi dall’orbita, e scomparire lentamente nel buio… Quel pianeta, limpido e sorridente, avrebbe brillato fino a scomparire, solo per lui, ancora seduto nella cabina di pilotaggio, in lento e inesorabile allontamento. Perché pensare che la razza umana sarebbe risorta con presupposti più giusti?

Ma H. non aveva coraggio. Meccanicamente, si preparava secondo le disposizioni, le sue capacità mentali all’apice della lucidità e dell’acume (non mancavano, sulla nave, droghe adatte al compito). Verificava il corretto funzionamento dei motori, calcolava e ricalcolava la rotta di avvicinamento, addirittura faceva ginnastica per ripristinare la coordinazione nei movimenti. Tutto era pronto, ormai, per l’Approdo. Bastava premere il tasto di avvio della procedura di ignizione dei motori – un lampo improvviso investì H., scaraventandolo a terra, inerte, e impotente.

Da dove proveniva, quella luce, tanto forte da stordire? Nei giorni seguenti, mentre la nave si allontanava inesorabilmente, perso il combustibile e, con esso, l’unica occasione di invertire la rotta, H. si interrogò a lungo. Probabilmente era stato quello stesso pianeta a ripudiarlo, accecandolo. Rigettata come un organo alieno maldestramente impiantato, intanto, la Nave fluttuava inerte sempre più lontano. Nelle giornate passate a rimirare la superficie, luminosa e ribollente di vita, del pianeta, un solo pensiero affollava la mente di H.: non avrebbe più visto qualcosa crescere.

4. Balmorhea – All Is Wild, All Is Silent

Data di Uscita: 10/03/2009

Settler
di Lorenzo Righetto

How much time have you spent here, breathing ash and dust in the ruins of your broken spirit, I will never forget how you dismissed that sparkle of light that crowned your blonde hair, you were there…! Let me breath, one moment, let me breath…

I WILL CATCH YOU!

It was me. I stumbled down, to rest unconscious on the ground of grayish sand. And now here I am, coughing blood and dust at dawn, while vultures laugh in the sky. Just let me lay down another bit, will you? There’s always time to be running. In any case, it’s impossible to see anything, through these thick, fluctuating fog. Looks like the damn Gates of Hell.

He’s fucking THERE.

I cursed as loud as I could, trying to overcome the unbearable slashes of pain ascending my spine. I must have had the most desperate look: a film of dirt covering every single inch of me, bloodshot eyes lighted by the maddest look, long hair and beard, salivating like a rabid hound… I ran so hard that I didn’t even notice a stream was flowing in front of me, so I splashed in with all my equipment, but I kept going, moving my arms and trying to stay afloat. I knew I would have run until I would simply faint without a sound. And so I did, with the sound of distant laughter somewhere ahead of me. I wasn’t eating at all, I just had a few swallows before starting running again.
I didn’t even remember the last time I wasn’t up and running through those clouds of vapour, which was so white it almost hurt my eyes. But I wasn’t so dejected by the fact that I couldn’t see anything, because I could feel it. My muscles contracted even before my mind realized it was close, jesting at my very existence. I was the prey, but I knew that only in a remote corner of my brain. My survival instinct had decided to convince me that I was stronger and smarter: if not, I would have succumbed much time earlier.
One day, I reached the border of that immense plateau: beneath me, a seething mass of white gas swirled and danced. I knew there was no bottom there… A vision suppressed my senses: I was on the border of a windswept rock, emerging, black and slowly crumbling, from a silent sea. The thought almost overcame my mind, and I stumbled backward, trying to restore my balance, both physically and mentally.
I was alone, and hunted. I turned my back and ran, just ran, sometimes screaming, sometimes crying, until I fell, down, in that inexpressible embrace…

5. The Rural Alberta Advantage – Hometowns

Data di Uscita: 15/07/2009

Gli Specchi dell’Anima
di Filippo Righetto

“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Certe volte mi domando come abbia fatto il genere umano ad aver raggiunto un tale grado di demenza. Non parlo di concetti soggettivi, non sono così sciocco da pretendere di discernere tra il giusto e lo sbagliato. Però qui manca la consapevolezza, l’essere coscienti dei propri errori.
Il Progresso, checché se ne dica, si è arrestato, impantanato nella poltiglia limacciosa di una realtà priva di ambizioni. I pochi che si ricordano della grandiosità del Passato, e che cercano di esserne all’altezza, sono schiacciati e derisi da quella massa tumorale che è diventata la nostra apatica società. Un tempo, la forza di volontà di un singolo era capace di tenere insieme Imperi maestosi, dalle dimensioni sconfinate. Le rivoluzioni scientifiche erano capaci di stravolgere completamente il modo di vivere degli uomini nel giro di pochi mesi. Un bambino con una canna in mano, la lacrima pronta a sgorgare per la tensione, impegnato in uno dei tanti stupidi giochi che si possono trovare in un luna park, e il padre che lo incita urlando, completamente dimentico dell’assurdità della situazione. Questo vedono i miei occhi adesso. E provo rabbia. Abbandono quella scena infelice, alla ricerca di qualcosa che possa risollevarmi. Lo sfondo che mi si presenta è quello del classico parco giochi di provincia: una misera serie di baracconi sempre uguali da vent’anni, ammassati uno dietro l’altro a ridosso di una strada polverosa, nessuna via secondaria, qui la monotonia e la mediocrità son di rigore. Camminare immerso in queste decadenti costruzioni non mi aiuta, non mi dà risposte. Immerso nei miei pensieri, non mi accorgo della deviazione che prendo, quasi inconsciamente, e che mi porta d’innanzi ad uno strano spettacolo. Specchi. Molti, di media grandezza, mi circondano. Chiudo gli occhi, aspettando che il disturbo passi. Il mio corpo non si muove, eppure sento che mi sto avvicinando a loro. Quelle superfici apparentemente così fredde irradiano invece un tiepido calore, che porta con se degli aromi e dei rumori familiari. Mi decido ad aprire gli occhi. Il mio cervello impiega qualche secondo a comprendere quello che invece il mio cuore ha subito intuito. Hometown. Casa, casa, casa, sono a casa, questa è casa mia cazzo. Quanta pace dimenticata, quante speranze svanite, quante attese deluse…cado sulle ginocchia, mi è impossibile arrestare le lacrime, ma non me ne vergogno. Un riflesso attira la mia attenzione, mi muovo strisciando, mangiando la terra, cercandone il contatto, unendomi ad essa, dimentico delle spine che straziano la mia carne e del miscuglio polveroso nei miei polmoni che mi impedisce di respirare, accettando tutto con gioia. Avvicino l’oggetto ai miei occhi, e la copertina di “In The Aeroplane Over The Sea” mi sorride di rimando. Neutral Milk Hotel.
“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Ci sono solo io. E gli Specchi dell’Anima.

(Top five 2009) Gianfranco Costantiello

1. Mi And L’Au – Good Morning Jokers

Data di Uscita: 15/06/2009

Mi and l’autre monde di spettrale bellezza
di Gianfranco Costantiello

Occhi velati dal buio. Chiazze nere in mantelli di vampiri, a testa in giù, sorridono. La musica si nasconde oltre il muro e lì al centro della stanza tu corri con in mano una scatola rossa: ci hai riposto il tuo cuore, Suzanne? Adesso che i tuoi amici sono andati via tu corri e corri fissando la tua scatola. Diecimila facce tempestose nella notte dicono che è l’ora di giocare. Immobile e supino osservo il letto fluttuare nel vortice lunare: piroette lungo una scia argentata riflessa dalla finestra. Diecimila notti come spettrali luci rosse e tu che vieni e vai danzando e sorridendo come una bambina. Diecimila luoghi sparsi come uccelli nel cielo: è tempo di volare, eh? Verso boschi finlandesi. Diecimila facce tempestose nella notte dicono che è tempo di pregare. Si ergono templi immensi. Diecimila giocatori tempestosi nella notte dicono che è tempo di giocare e tu vai e vieni sorridendo e danzando come la sua bambina. Dov’è Mr. Cohen, Suzanne? Ha costruito questi dieci regni di infinita grandezza per poi fuggire via e abbandonarti. Sulla mia sinistra le stelle, sulla mia destra i dieci regni che s’infuocano con le luci tutte intorno. Brillerai nell’ombra del serpente non disperare troveremo il tuo autore. Le rose crescono su  questo davanzale e non esitare a prendere un petalo. Danza sulla mia pelle. La tua tristezza bagna il mio cuscino e ci poso il viso. Adesso ti sento. I raggi del giorno si fanno avanti lontano. Ti mostri più rilassata in questi ultimi istanti, posi la scatola sul bordo del letto e ti mostri sempre più trasparente alla luce che irrompe. Quando posi le labbra sulle mie rimango sospeso con gli occhi chiusi. È il nostro addio. Torni da lui, nella sua chitarra, nelle sue corde (vocali), nella sua testa. Ci rivedremo mai?
I raggi del sole investono la stanza, i miei occhi sono aperti. Mi muovo lentamente. Non ci sono più facce, vampiri, uccelli, giocatori, non c’è più Suzanne. Sul bordo del letto vedo la scatola rossa. Stupito la prendo e la apro. Un biglietto all’interno recita: DESTINAZIONE PROSSIMO SOGNO con accanto uno spazio bianco e in basso sulla destra GOOD MORNING JOCKER.
Da quel giorno entrai a far parte della compagnia dei jockers, i giocatori, i devoti figli di Mercurio, coloro che potevano scegliere magici e piacevoli sogni in cui avventurarsi ogni notte.
Un’ombra e dei passi. Suzanne sei tu?

2. Broadcast And The Focus Group – Investigate Witch Cults Of The Radio Age

Data di Uscita: 26/10/2009

Lo sbarco della radio in un villaggio del mondo
di Gianfranco Costantiello

In un villaggio del mondo un giorno fu ritrovato un cesto nel torrente. Le donne che andavano ogni mattina a raccogliere dell’acqua utile alle faccende domestiche presero questo cesto che galleggiava vicino a un piccolo scoglio. Avvolto in delle fasce bianche di lana c’era un bimbo con degli occhi vispi e grossi pieni di vita che sorrideva. Sorprese presero il piccolo fagotto tra le loro braccia e cominciarono ad abbracciarlo a sorridergli, a baciarlo. Una delle donne vide nel cesto uno strano oggetto, un oggetto misterioso che non aveva mai visto prima. Quasi allarmata si allontanò e pregò le sue compagne di starne lontano. Riposero il bambino nel cesto e lo condussero dal capo villaggio. Questi accolse benevolmente il bimbo levandolo al cielo, baciandolo e stringendolo con le sue enormi e forti mani. Lo battezzò con la stessa acqua del torrente che l’aveva traghettato sino al paese e gli fu dato il nome di Barrett. Venne adorato come un dio e fu giurato che un giorno avrebbe preso il suo posto nel villaggio. Per lo strano oggetto, invece, fu fatto chiamare l’uomo delle scienze, un uomo dalla lunga e folta barba bianca con una vistosa gobba che passava tutto il suo tempo curvo sui libri a studiare. Era l’unico uomo colto del villaggio e veniva interpellato per questi eventi straordinari. L’uomo dopo essersi chinato con una grossa lente sull’aggeggio cominciò a manovrare le varie manopole e a premere pulsanti. All’inizio solo un fruscio poi dei suoni indistinti, una melodia, una musica invase ogni angolo del villaggio del mondo. La gente cominciò a ondeggiare, a muoversi e a danzare. Altri più scettici, che erano rinchiusi nelle case, uscirono e raggiunsero la piazza che non era mai stata così piena di gente festante. Da quella notte l’uomo delle scienze diventò l’uomo addetto allo strano aggeggio che fu chiamato radio e si organizzarono infinite feste a basa di mescalina. Il villaggio era felice e si ornava di fiori colorati e luci lisergiche ogni notte. Il capo villaggio nel pieno dell’ebbrezza promise ai suoi cittadini di far costruire l’apparecchio per ogni famiglia e così fece. Toccarono mesi e mesi di duro lavoro all’uomo delle scienze ma alla fine furono costruite ventitrè meravigliose nuove radio sulla base del modello ritrovato nel cesto. Una mattina ogni famiglia al risveglio trovò nel proprio giardino una radio e fu così che si diffuse questo sbalorditivo apparecchio nel villaggio del mondo.

3. A Sunny Day In Glasgow – Ashes Grammar

Data di Uscita: 15/09/2009

Lettera di un appassionato introverso
di Gianfranco Costantiello

Quell’anno la crisi economica aveva ridotto in miseria molta gente della città che aveva perso il lavoro. Ovunque si andasse si vedevano le saracinesche dei negozi chiuse. Regnava la povertà. Anche la famosa strega bianca che prevedeva il futuro dei cittadini aveva parecchie difficoltà fino a quando ridotta sul lastrico non potè più permettersi l’affitto della villa settecentesca dove alloggiava da anni. Così una mattina decise di prendere il treno delle 5:15 e partì. Era il treno della perdizione. Un biglietto di sola andata verso l’orizzonte. Portò con se una valigia e qualche altro oggetto dal quale non si separava mai. In quel posto lontano s’inventò un nuovo lavoro, quello di dipingere le nuvole, delle nuvole diverse, più belle e colorate rispetto alle solite nuvole che si potevano ammirare in cielo. Le dipingeva con il suo sangue bianco,che si colorava a contatto con l’aria. Alcuni dicevano di averla sentita cantare al mattino e che cantava la sua serenità , quella serenità che le mancava da troppi anni da quando il suo caro amato morì. Infatti si narrava che fosse diventata una strega dopo la morte del suo fidanzato che chiamava affettuosamente l’appassionato introverso. L’amava troppo. Ma lui era troppo timido e debole per vivere in questo mondo meschino che si spense tra le sue braccia. Lei una fanciulla incantevole dai capelli neri e dagli occhi di cristallo si trasformò in una strega bianca dal dolore. Alcuni hanno un bel ricordo della strega altri la disprezzano e raccontano che durante le rare giornate di sole a Glasgow la strega faccia di tutto per coprire il sole con nuvole e nuvole per infondere la sua infinita tristezza negli abitanti. Altri dicono che sia proprio lei buona e brava a creare splendide nuvole che decorano il cielo, ma che non intralciano il percorso dei raggi solari, da regalare un altro giorno di sole a Glasgow.
Adesso non so se voi vogliate credere all’esistenza di una strega bianca cattiva o una strega bianca buona, ma quello che vi posso dire è che io l’ho conosciuto e amata.

A Raffaella, la strega bianca

4. Wild Beasts – Two Dancers

Data di Uscita: 03/08/2009

La danza delle bestie selvagge
di Gianfranco Costantiello

Erano un gruppo di amici spocchiosi che gironzolavano per la città con le loro nuove scarpe brillanti all’ultimo grido ma che nessuno aveva ancora il coraggio di indossare. Loro si invece, non avevano timore di nulla nemmeno di dare fuoco a un cassonetto della spazzatura o di camminare su delle auto parcheggiate lungo il viale della città. Li chiamavano le bestie selvagge e mai un nome fu più azzeccato. Ogni sera erano lungo il fiume dopo aver saccheggiato un negozio di alimentari. Bevevano alcolici. Ballavano, si sentivano stupidi, ma erano felici e s’abbracciavano. Avevano dei genitori, delle ottime famiglie, le solite famiglie per bene: padre avvocato, madre segretaria che stavano tutto il giorno fuori e che quando rientravano da lavoro non avevano nemmeno il tempo di guardare in faccia i loro figli. Magari appartenevano a famiglie più modeste, figli di semplici operai, genitori apprensivi che volevano tutto il loro bene e che soprattutto credevano di conoscere i loro figli. Invece come tutti i genitori di questo mondo non li conoscevano affatto. Le bestie a casa non parlavano mai o se parlavano era per chiedere dei soldi. Rientravano solo per dormirci e mangiarci e raramente lavarsi. Si comportavano tutti alla stessa maniera era come se seguissero lo stesso credo a cui non potevano sottrarsi. A scuola ci andavano e riuscivano a passare ogni anno per il rotto della cuffia. Ogni pomeriggio s’incontravano molto presto nel parco della città. Una chitarra, una bottiglia di jack, un paio di ragazze da maltrattare per un paio d’ore. Erano dei misogini convinti almeno credevano di esserlo per aver letto qualche frase su qualche libro di “letteratura”. Dicevano che le donne erano macchine per fare figli e che non servivano ad altro. Se le scopavano e le cacciavano via. Per questo le maltrattavano, ma tornavano perché erano dei  fighi. Poi vennero le prime esperienze con la droga: lo spinello,la keta, l’md e poi l’acido. Facevano dei veri e propri test come se vivessero negli anni 60 e l’lsd fosse legale o come se non sapessero dei danni che procuravano al cervello quelle sostanze. Poi l’idea di mettere su una band un po’ Smiths,un po’ roxy music col falsetto e si suonava in giro per la città e per la regione con il sogno di sfondare, di diventare ricchi magari, di andare anche all’estero. Incisero il primo album e poi il secondo che fu acclamatissimo dalla critica e dal pubblico e furono travolti da un grande successo. Alla fine le bestie selvagge diventavano sempre più un po’ umane. Ognuno aspettando che la propria puttana, come chiamavano loro le ragazze, rientrasse a casa nella notte gelida magari nella nebbia. Anzi no. Non avevano perso il gusto di danzare sulle loro lingue.

5. Emptyset – Emptyset

Data di Uscita: 10/11/2009

Scenario Orwelliano ai tempi del Burialismo
di Gianfranco Costantiello

Polvere negli occhi. Mi trovo sul sedile posteriore di un’auto. Percorre una strada sterrata e lascia dietro di se una grande nube di polvere. Alla guida un uomo, al suo fianco una ragazza. Non riesco a vedere i loro volti. Una sua mano scivola tra le gambe della ragazza. Spaventata ed eccitata scosta la mano. Le loro bocche si muovono: parlano. Frasi incomprensibili coperte dal rumore assordante dell’auto. 180-190-200 km/h, un lungo rettilineo. Guardo dal finestrino: i contorni degli alberi si sciolgono sul bianco delle villette a schiera e nel grigio del cielo. Pesto qualcosa. Allungo la mano. È un ombrello. Ho un ombrello nero tra le mani. Voglio colpire l’uomo, un colpo secco alla tempia. Ho paura, una paura fottuta. Non voglio attirare l’attenzione dei viandanti sul ciglio della strada. La sua mano scivola tra le gambe della ragazza. Mastico saliva e polvere. Lo colpisco. L’auto sbanda, nessuna frenata e finisce contro un albero. L’urto è violento. Violentissimo. Scendo dall’auto. La ragazza apre la portiera, sopra c’è una scritta rossa che risalta sul nero pece della vettura: EMPTYSET-psicopolizia. La gente si avvicina. C’è chi chiama rinforzi a telefono. “zzzz – zzz- zzz” una cam istallata su un palo elettrico zoomma su di me. La ragazza mi afferra per una mano. Corriamo per i campi. La lascio fare strada anche se non so chi sia, mi fido. Questo posto non è la mia città, è la prima volta che vedo queste case, questi campi, questa gente. Dove sono? La testa! Mi accascio. Mi rialzo. Mi volto: non c’è l’auto, non c’è l’albero, non c’è la strada. Guardo in avanti e la ragazza è scomparsa. Anzi no, c’è una figura in lontananza. La figura diventa l’uomo dell’auto. Sanguina dalla testa. Mi guarda, muove le labbra, dice qualcosa. Ingoia saliva e sangue. Adesso sorride come un invasato con gli occhi al cielo. Un’enorme rete sonora si muove nel cielo. Eclissa il sole, soffia il vento, sposta le nuvole proiettando onde di bassi, saette metalliche. L’uomo continua a gesticolare e a muoversi. Balla. Non sta fermo. Cerco di resistere, mi oppongo. Cado a terra frastornato. Striscio. Grido. Scavo. Sputo. Piango. Soffoco.
Un sussulto. Un dolore mi squarcia il corpo. Riapro gli occhi. Si, sono sveglio, sento puzza di fumo di sigaro. Un fascio di luce, un tavolo e un uomo. Questi si avvicina e riesco solo a vedere sulla sua giacca nera uno stemma stampato sul petto: EMPTYSET.

(Top Five 2009) Carlo Zambotti

1. AA.VV. – Revolution In Sound

Data di Uscita: 16/04/2009

Dopo il concerto venne la pioggia. Iniziarono a cadere grosse gocce, distanti. Poi sentimmo quel boato e in un istante l’aria era sparita, sostituita dall’acqua. Il terriccio divenne instabile e fangoso. Poi un fulmine incendiò il palco, di colpo fiamme voraci avvolsero gli strumenti, che ancora non erano stati smontati. L’impianto era rimasto acceso e le chitarre, i bassi, gli archi, tutti emettevano strani suoni, torturati dal calore, e il loro gemito melodico si mescolava con le armonie di pioggia scrosciante. La gente a quel punto era terrorizzata, correva battendo i piedi, percuotendo il terreno. Si sentiva, poi, come un unico grande grido, costante e mutevole, ipnotico come un lamento di sirena abbandonata, di uomo, poi di donna, poi di bambino. Poco alla volta la scena divenne catastrofica: l’acqua aveva iniziato a salire, tanto che ormai ci si poteva sguazzare. Ci si doveva, anzi, nuotare:tutte le zone che emergevano dall’acqua erano incendiate, quindi l’unico scampo era nuotare, annaspare verso il nulla. Un po’ alla volta la gente iniziò a morire, affogando. Prima uno, poi l’altro, presto rimasero solo poche persone a lottare ancora, impossibilitate a scegliere fra l’acqua e il fuoco. C’era chi tentava di spegnere gli incendi di dimensioni più ridotte spruzzandoli con la pioggia caduta, ma ormai nessuno aveva la forza di continuare. Quando il temporale si placò, non rimaneva più niente e nessuno. Tutto era coperto dall’acqua, tutto era mare. Solo un’isola minuscola spuntava dal nuovo oceano, poco più di una collina con un albero in cima. Vicino alla poca terra, delle tavole di legno galleggiavano. Sulla riva, con i corpi per metà ancora immersi nell’acqua, un uomo e una donna, svenuti. Vicino a loro, una chitarra. Quando rinvennero, salirono in silenzio fino all’albero, per dare un’occhiata e scoprire eventuali altri superstiti o isole. Una volta raggiunto l’albero, questo si rivelò carico di frutta, rossa e invitante. All’orizzonte, solo acqua. La donna gridò all’improvviso: dall’albero un serpente la fissava. La donna fissò l’uomo. L’uomo fissò la chitarra. E iniziò a suonare.

Carlo Zambotti

2. Bill Callahan – Sometimes I Wish We Were An Eagle

Data di Uscita: 14-04-2009

Il tramonto entrava di sbieco dalla piccola finestra, riempiendo tutta la stanza di luce dorata. I raggi lambivano il bianco ingiallito dagli anni delle pareti, indugiavano sui panneggi del letto sfatto, su uno specchio impolverato, sugli scaffali carichi di libri, sugli attrezzi appesi con cura. L’uomo vestito di nero era seduto all’enorme tavolo, sul volto un’espressione beata, gli occhi chiusi, il respiro regolare. Qualcuno suonò alla porta, ma l’uomo non diede cenno di accorgersene, neppure si mosse. Il campanello insistette per qualche altro minuto, strillando impietoso, poi cadde il silenzio. Un soffio di vento sollevò piccoli vortici di polvere dagli innumerevoli cubetti di legno che riempivano il piano del tavolo e l’uomo aprì gli occhi, guardandosi le mani. Fra il pollice e l’indice della mano destra teneva una figura umana minuscola, vestita di nero. Si concentrò poi su quello che gli si presentava ingigantito attraverso la lente d’ingrandimento che stringeva nella mano sinistra: un letto disordinato occupava quasi metà di una stanza; i muri, se si eccettua il poco spazio occupato da uno specchio opaco, erano fitti di mensole traboccanti di oggetti e libri meticolosamente ordinati. Una piccola sedia malconcia era posta davanti al tavolo sul quale erano poggiati molti pezzettini di legno di forma cubica. L’uomo con infinita cautela appoggiò la figurina umana sulla sedia piccolissima, facendo molta attenzione a non ribaltarla. Raddrizzò la schiena, allargando le braccia per sciogliere la muscolatura. Si alzò dalla sedia, che traballò sulle gambe malferme. Aperto un cassetto, ne trasse un quadratino di legno e della colla con cui impregnò i quattro lati del quadrato. Prese la lente d’ingrandimento, controllò che tutto fosse come doveva essere nel modellino, fece combaciare i lati del quadrato con il colmo delle quattro piccole pareti e spinse con forza per far aderire la colla. Allineò il nuovo cubetto di legno agli altri e riprese il suo posto, al tavolo da lavoro.

Carlo Zambotti

3. Atlas Sound – Logos

Data di Uscita: 20/10/2009

Nero. La retina dell’occhio sinistro è la più lesta a riprendere le funzioni e a registrare il colore. Nero. Completamente nero. E’ tutto talmente buio che mi viene il dubbio di non essermi effettivamente svegliato. Resto immobile. Il movimento della palpebra destra chiarisce le mie perplessità. Come potrei sbattere le palpebre se non fossi sveglio? C’è qualcosa che non funziona. Scaccio i cattivi pensieri, mi rigiro goffo nella branda e cerco a tentoni l’interruttore della lampada, una fottuta abat-jour dell’anteguerra che, seppur logora, svolge ancora orgogliosamente le funzioni per cui è stata creata parecchi lustri orsono. Uno, due, tre tentativi. TAC. Sento distintamente il rumore dell’interruttore che si sposta ed aspetto la luce. Niente. Replico il movimento, ma nulla si modifica nell’ambiente circostante, o almeno…nulla che possa percepire. Continuo ad ingannare me stesso e vado avanti ad accendere e spegnere quella maledetta abat-jour per innumerevoli volte, illudendomi che il problema sia delle cose che mi circondano. Nero. Tutto nero. Mi sollevo di scatto puntando le braccia, completamente catturato dall’angoscia. Mi alzo, cado, mi risollevo, perdo l’equilibrio, ricado, mi trascino, impreco, urlo, piango. Non ci vedo. Sono io che ‘non funziono’. Cancello di colpo l’illusione nella quale mi piaceva immergermi fino a qualche minuto prima e crollo nella disperazione. Urlo. Urlo a perdifiato. E’ il terrore a guidare le mie azioni. Sono cieco. Non è possibile. Ieri sera guardavo il tramonto con Mahrou. Il sole sussurrava arrivederci al mondo e regalava gli ultimi suoi raggi a quegli occhioni verdi e grandi, che mi avevano fatto innamorare. Una notte. Una sola fottutissima notte e chissà quale disegno divino ha deciso che non devo più vedere tutto ciò, che quegli occhi verdi non possono più essere a mia disposizione, se non in un esecrabile cassetto della memoria. Piango. Piango a dirotto. Si perde la vista, ma non si perdono le lacrime. Una concessione beffarda, per consentire di piangere la propria condizione. Perdi la vista e, contemporaneamente, perdi tutto il resto, tutto ciò che eri abituato a vedere. Perdi il mondo che ti circonda.
Ho perso le forze e mi sento scoppiare. Non ho più riferimenti, sono disorientato. Mi lascio cadere sul pavimento. Penso di avere finito le lacrime e la voglia di vivere. Impreco. E’ una delle poche cose che mi son rimaste. La Parola, s’intende.
Mi sento scuotere d’improvviso. E’ Mahrou. Mi sveglio grondante di sudore, percependo delle note in dissolvenza. ‘Logos’.

Marco Masoli

4. Fuck Buttons – Tarot Sport

Data di Uscita: 12/10/2009

E’ arrivato la settimana scorsa. Da solo. Lo abbiamo tenuto d’occhio, abitiamo isolati e non si sa mai con chi puoi avere a che fare. Passa le giornate sull’amaca e divora un libro dopo l’altro. La sera sta in casa. Probabilmente legge anche di notte: forse sta studiando. Mi domando se dorma. E se mangi. Non è ancora venuto a presentarsi. C’è qualcosa di selvatico, scostante, respingente in lui. Ha sempre le cuffie stereo in testa. Avrà sì e no trent’anni. Mi domando se non stia aspettando qualcuno: nessuno passa così tanto tempo in solitudine nell’isolamento di questi boschi per scelta. Ormai è qui da tre settimane… E’ sempre più inquieto: ha preso a fare camminate verso le cime delle montagne. Avrà una meta? Decido di seguirlo, di capire. Mia moglie sta diventando assillante con questa storia. Eccolo, parte come al solito verso mezzogiorno, l’ora più calda! E’ come se volesse stordirsi di fatica. Lo lascio sparire nella boscaglia e parto all’inseguimento. Non è facile distinguerlo fra gli abeti imponenti e il fitto sottobosco. Cerco le sue tracce sul terreno, come i cacciatori. Procede spedito, una falcata nervosa, di bestia inseguita. Non si gode la passeggiata: vuole sfogarsi. Certo è strano. Mia moglie potrebbe avere ragione, potrebbe essere un tipo rabbioso, violento. Lo vedo stagliarsi in controluce, a sbalzo sul cielo terso e le nuvole che si inseguono – la sua furia non da cenno di placarsi: alza sbuffi di polvere dal terreno a ogni passo. Guarda dritto in avanti: è una sfida fra lui e il paesaggio. Il suo incedere ha un ritmo preciso, ma irregolare. Sembra danzare: ogni passo, una nota; ogni tratto di cammino, una battuta; ogni passeggiata, una sinfonia ruggente. Sono sicuro che ha con sé la musica, e che la ascolta a tutto volume. Non vuole pensare, chissà… Non riuscirò mai a raggiungerlo, però se continua a salire per di là può scendere solo dal bosco di betulle. Lo aspetto lì – dista solo pochi passi da dove mi trovo. Eccolo!
“Salve!” – dico.
Un ghigno di sbieco e nessun’altra risposta. Tira dritto. Almeno l’ho visto da vicino: alto, gambe lunghe, spalle strette, collo curvo in avanti, sguardo fiero con un qualcosa di chiuso, cupo, losco. Per niente tranquillizzante, ecco. Rientro a casa, scornato per l’energia sprecata. Mia moglie mi tormenta con domande a cui non so rispondere. Sempre più sospettosa, si piazza alla finestra a tenere d’occhio la situazione. Una vedetta perfetta: immobile per ore. Il ragazzo ha interrotto la sua routine e non sta leggendo, è in casa a combinare chissà cosa. Verso sera, mia moglie da l’allarme: sta imboccando il vialetto di casa nostra, con qualcosa in mano. Ha passato il cancello. Ecco che bussa. Apro, mia moglie nascosta dietro la porta semi-aperta.
“Buonasera.”
La sua voce è profonda ma tremula, stranamente emotiva. Gli occhi sono pozzi neri, lucidi di lacrime non piante. Un timido, ecco svelato il mistero!
“Mi scusi se oggi non mi sono fermato, ma quando ascolto musica è come se fossi in un’altra dimensione. Posso lasciarvi questo disco e questo biglietto? Se si presentasse qualcuno alla baita, dovreste per favore consegnarlo, altrimenti fatene quello che volete.”
“Nessun disturbo, vuole…”
“No, grazie – mi interrompe – ora devo partire. Grazie di nuovo!”
Guardo gli oggetti che ho tra le mani. Sul disco una scritta dice FUCK BUTTONS, Tarot Sport. Il biglietto è piegato in quattro e infilato nella custodia. Guardo mia moglie. Guardo il biglietto. Lo leggo.

“Ti ho aspettato tutta l’estate. Pensavo mi avresti raggiunto come mi avevi accennato. Pensavo di piacerti molto, come mi avevi detto. Ti ho creduto. Le parole gentili hanno un peso, sai, che è ricaduto sulle mie spalle. Ti ho avvertito che mi sarei innamorato di te. Se non era successo nella nostra settimana di idillio, è successo poi qui: hai brillato per la tua assenza e la solitudine che ho sperimentato ha pericolosamente amplificato le mie emozioni. Forse sono diventato pazzo. Ho ascoltato di continuo il tuo cd. E’ potente, monumentale, siderale. Enorme come queste montagne, ipnotico come le stelle, forte come il vento sulle cime degli alberi. E’ ironico che proprio la tua musica mi abbia fatto trovare la forza di reggere l’attesa indefinita, il vuoto. Ho passato tre settimane a darmi del sognatore, dell’idiota, dello stupido. Mi hai deluso, ma è colpa mia perché spero troppo facilmente: ho un cuore di cera in cui resta subito l’impronta. Se vorrai cercarmi, se vorrai almeno raccontarmi, io ci sarò. Sai dove trovarmi. Senza rancore, per sempre tuo, a modo mio.” Niente firma.

Carlo Zambotti

5. Sleep Whale – Houseboat

Data di Uscita: 10/11/2009

Era il novembre del 2009 quando un gruppo di amici venne da noi per una gita domenicale. Erano i primi autunni caldi, prima che le stagioni sparissero; era proprio quando il clima iniziò a cambiare sensibilmente e la gente era felice di quell’insperato rinvio dei primi freddi. Ricordo ancora il chiasso che fecero con quella loro macchina; il momento in cui stesero la tovaglia a scacchi sul prato e quando poi aprirono il cestino di vimini, pieno di leccornie. Ridevano e scherzavano mentre sbocconcellavano panini al prosciutto e si inebriavano con quel buon vino rosso, inseguendosi poi nel prato come bambini, rotolando e saltando come matti. La loro gioia sembrava non conoscere limiti. Poi, esausti e sazi delle loro corse, si sedettero sotto il vecchio melo e iniziarono a cantare e a suonare strumenti mai visti, dai suoni dolci, soavi. Ah, che musica! Era piena di sole, aria fresca, acqua scrosciante – fece cantare anche i passerotti, su nel loro nido! La cicala – quella sciocca – si mise a gridare più forte, sicura che qualcuno stesse cercando di rubarle la scena! Incantate, fermammo il raccolto per ascoltare, e ci fu perfino chi improvvisò dei balletti. Vedi? Ancora sorrido quando ripenso al senso di pace e serenità che mi invase allora. Non avevo mai provato niente di così bello, abituata com’ero a lavorare, lavorare, lavorare. Mi piacerebbe, prima che la mia vita finisca, poter ascoltare ancora qualcosa così, poter provare di nuovo quelle sensazioni… Comunque, figlia mia, questa briciola antica arriva proprio dai resti di quella scampagnata. E’ il tesoro della nostra famiglia, conservala per i tuoi discendenti. E quando regnerai sul nostro formicaio, ricordati che la cosa più importante non è il lavoro, non è il raccolto, ma è l’armonia, che rende più facili e felici tutte le cose, come quei quattro ragazzi ci hanno insegnato, tanto tempo fa.

Carlo Zambotti

(Top Five 2009) Giulia Delli Santi

1. Arms and Sleepers – Matador

Data di Uscita: 17/11/2009

Giuro, è l’ultima volta.
Tiro su la zip della mia muta. Poso in acqua le bombole.
Indosso la maschera, il gav, l’erogatore.
Scendiamo.
Non credo esista una sensazione paragonabile
a quella che si prova quando t’immergi completamente
nel fluido e nonostante la mancanza di ossigeno,
respiri.
Abbandonato il chiasso, basta infilare la testa
sott’acqua perché un altro universo si spalanchi.
Sai cosa vuol dire essere avvolti dal tutto?..o dal nulla?
Scendiamo.
La pressione aumenta..mi esplodono le tempie.
Perché sono qui?  Giuro, è l’ultima volta.
Prenderò il necessario e costruirò quella casa
che desideri sotto il grande albero.
Scendiamo.
Ora non vedo altro che blu profondo.
Ancora qualche metro..il basamento.
Trovato l’assetto, andiamo avanti. Non è il caleidoscopio di colori che aspettavo, solo un triste sepolcro.
Non un pesce, non una pianta. Tutto ucciso dalle esalazioni acide.
Eccola. La chiamavamo MATADOR. Credevamo nulla potesse piegare una simile imponenza.
Gigante di ferro. Una fila di cannoni per ogni lato. Sul ponte due torrette una a poppa, una a prua.
Una delle più grosse navi corazzate, ora vestigia di guerra coperta da uno strato di foglie morte.
Posidonia oceanica. Mi stanca.
Cimitero per la follia umana. Mi prostra.
Entro attraverso il buco che mi porta direttamente alla sala comandi, mi si apre d’avanti uno scenario agghiacciante. Il pannello di controllo è esploso. Del capitano e di tutto l’equipaggio di sala non rimangono che volti gonfi e cianotici sul soffitto.
Dovrei avere più rispetto per chi non può difendersi dalla mia presenza, ma proseguo attraverso la porta sfondata. Vedo solo qualche alga che ondeggia a tempo di corrente.
Il corridoio stretto, mi porta direttamente ai dormitori. Non è rimasto nulla di quel tempo.
Solo pesanti letti in metallo, ormai completamente arrugginiti, e qualcosa che ricorda delle scatole di legno.
Mi avvicino all’angolo. Quello una volta era il mio posto. Ricordo bene cos’è successo quella notte. La più fredda  della mia vita. Io ero qui..
Il primo boato. La sirena suonava, la luce arancione lampeggiava, ora plastica infranta. Io, come gli altri, imbracciavo il mio fucile però non riuscivamo ad aprire la porta e l’acqua continuava ad entrare dalle fessure che si creavano tra le pareti. Sentivo un odore pungente.
Poi un’altra detonazione che ha smantellato la seconda porta. In pochi secondi siamo stati sommersi dall’acqua che ci bruciava. Qualcuno è stato risucchiato fuori, io spinto sul soffitto. E ti pensavo.

So if you please I’ll build you a boat. We can sail the seven seas.
And if you please I’ll take you out of the atmosphere in a spaceship.
And if you please I’ll take you out of the atmosphere that I built. For you.

Ora sollevo gli occhi e vedo ancora il tappeto di uomini che dormono. i miei compagni. e poi io, nel mio angolo.
hai mai creduto ai fantasmi?

Giulia Delli Santi

2. Mop Mop – Kiss Of Kali

Data di Uscita: 24/11/2009

“Just Imagine a place that doesn’t exist  where you can have a drink and dance till’ dawn.
Imagine a small keyboard, soft lights a hip place. Beyond you a round table…You are right there. All the rest stop gettin’ high with music, confused by the madness.
Close your eyes for a while and try to imagine the whole thing.
I did it, and I’m glad I did the result of the kiss of Kalì”

Andrea Benini  –  The Round Table

14  Febbraio  2929

Entro nel solito bar, lo speak-easy più frequentato di Chicago. I presenti mi guardano per un attimo preoccupati. Sbottono l’ impermeabile e tolgo il cappello che non consentiva la completa visione del mio volto.
“Sono solo io”. Meredith,  la procace cassiera, mi sorride ancora.
Come tutte le sere, il mio posto al banco è libero. Mi siedo. “Al.. il solito”. Prende la piccola chiave che ha legata al collo e apre la cassa nascosta sotto il bancone. Ne tira fuori una bottiglia di ottimo Single Barrel. Mi posa il bicchiere di fronte e versa. “Doppio”.
Mi guardo intorno.
“che brutte facce..”
“lo so..cosa ti aspettavi da un simile provvedimento” risponde Al mentre lucida i suoi bicchieri “..la situazione sta precipitando. Siamo braccati dalla Police, dalle gang rivali.. Se arriva una soffiata siamo nella merda. Non torcerebbero un pelo a Sonny Leone. Pur volendo non ci riuscirebbero..”.
Sto per mugugnare qualcosa quando un forte applauso esplode in sala. I Mop Mop prendono in mano i loro strumenti e un eloquente riff di clarinetto lascia spazio alla sua entrata:
Louise “ le Tumulte Noir”. Non c’è sera che non venga qui per vederla ballare.
Le percussioni danno via al suo show. Accendo una sigaretta e mi siedo comodo.
Striscia serpente sinuoso, accarezza il contrabbasso, si pone al centro del palco e da le spalle al pubblico. Gira la testa, guarda il soffitto, in posa da Dea. Ora gli uomini seduti, li seduce con un bacio.
Ebano, si agita in maniera così piacevolmente scomposta eppure elegante. È come un treno che non sa fermarsi.
Ammicca, ci chiama:

“The tip taps of my heels
beat to the sound of his drum,
’Come and get me soldier
Annie’s got your gun’
his house was approaching
His bed was a must
Into his bedroom, bring on the lust.
Time for this soldier to obey my commands,
Engulfed by his heat,
Sex was the plan
’Man down! Man down!’ he yells,
Straight shot down my high”

I presenti non rispondono, solo per non interrompere la meraviglia del suo dimenarsi. Catatonici la guardiamo mentre si lascia corteggiare, provocandoci col suo velo rosso.

“are you ok?”

La porta del bar viene sbattuta rumorosamente e una sventagliata di Tommy gun irrompe in sala.
I presenti rispondono con i loro Chicago-Typewriter convinti di non sapere il perché del blitz. È una strage.
Non vedo più Al.
Scivolo verso il palco.
Le grida delle signore. C’è chi si fa scudo col piccolo tavolo.
I musicisti sono tutti a terra, gli strumenti distrutti. In una pozza di sangue sento gemere la ballerina.
Sussurra:

“I’m searching for my way, baby. I’m taking my time.
I’m gonna break the chain that your love is arrange with me.
This is my pray ‘cause I wanna be free. This is my pray ‘cause I wanna leave…
And I  think that your world is crazy.. I’m going to break your heart that still beat so hard for me.
when you look at me, so deeply, baby..  I’d  like to kiss your lips one more time.
when the sunset tonight, oh, how dark it will be.”

Applausi.
Buio.

Giulia Delli Santi

3. Patrick Watson – Wooden Arms

Data di Uscita: 28/04/2009

Quali errori abbiamo commesso l’ultima volta?
Quella mattina mi svegliai a Pechino. Le sue braccia su di me. Preparai la mia borsa, salutai con un bacio lei che ancora dormiva e andai via.
Chiusi la porta e ascoltai fuori..Non sopportavo più quel rumore.
Continuai a camminare a lungo per la 69 Chardonnay. Avevo bisogno di arrivare al di la delle mie domande, ma mi persi durante il viaggio. Come se fossi caduto dalle nuvole, se avessi venduto pezzi della mia mente. Per ritrovare te, dovevo cercare me stesso.
“So we dug ourselves a hole and planted all our skin like a seed in the ground to grow again”.
Vidi il fiume. Corsi fino alla riva e mi specchiai, Narciso. Riconobbi l’uomo che si perse nel grande blu opaco, inghiottito dalle luci lampeggianti. Per paura di affogare mi tirai su. Sono così vecchi i nostri cuori?
Accetterei consulenze.
Mi dicevi che un grande uccello in una piccola gabbia, avrebbe cantato una canzone che parla della solitudine di noi uomini laminati nelle città. Come faccio ad uscirne vivo?
“I wish I’d be in your wooden arms that swallowed me into a thousand dreams and help me close my woolen eyes that weep just like a willow tree”.
Continuo a camminare per la mia strada. Sono le dodici e un quarto mi giro e vedo gli uomini nei loro abiti neri con le loro piccole gabbie in mano. I grandi uccelli entrano e le canzoni iniziano:
“A man swimming with sharks in his glass, can’t find his way, convinced to the empty space, a traveling salesman fills in the gaps. He sells him the tools to measure into the dark. A need divine selling the distance between us and sky”

Quella mattina mi svegliai a Pechino. Le sue braccia di legno mi stringono. Il suo volto mi scalda il cuore.

Giulia Delli Santi

4. Califone – All My Friends Are Funeral Singers

Data di Uscita: 06/10/2009

Giving Away The Bride
di Lorenzo Righetto

Tieni su la testa. Non sopporto chi dorme mentre guido. E’ un cazzo di viaggio di nozze. Hai bevuto… Così tanto che ho dovuto trascinarti in macchina, e buttarti sul sedile come un sacco di merda. Senti un po’: passami la cartina, mi sono perso. Niente da fare, eh…?!? Dormi pure, ok, è il nostro fottuto viaggio di nozze. Cosa c’è di meglio se non guidare a caso per le campagne dell’Illinois, per rilassarsi. Che tempaccio, piove da mesi. Neanche un posto per fermarsi a pisciare senza bagnarsi fino al midollo. E quindi ti sei vomitata addosso, sul bel vestitino bianco che ti ha comprato tua madre… Forse dovrei ricomporti, sembra che ti abbia rapito o che so io. Sei fredda come quella volta che finisti nel fiume su in Quebec, ma perché devi metterti a bere in quel modo, anche nel giorno del nostro cazzo di matrimonio… Ecco, mettiti la mia giacca. Dio Santo! Mi ammazzerai, un giorno o l’altro. Non ci vedo neanche tanto bene, adesso che ci penso, devo essere stanco. Meglio accostare qui, non si vede un cazzo, guarda che pioggia…
Devo aver dormito molto poco, sei ancora lì che ronfi. Non ho mai capito come fai a restare addormentata per giorni interi, io dormo poche ore e mi sento fresco come una rosa… Si riparte, allora, dobbiamo ancora vedere un abitante di questo Paese del cazzo. Meglio così, meglio così, non credere che mi importi, sai. Io e te e basta, l’ho sempre detto. Non mi serve altro, davvero. Solo un bagno, in questo momento, farebbe comodo… Lo sai che scherzo, amore. Possibile che non si capisca neanche se è giorno e notte, in questo fottuto merdaio? Piove e piove e piove da quando ho memoria, checcazzo… Ok, calma, calma, va bene, tutto bene, chi dice il contrario. Credo di avere le idee più chiare su quale direzione seguire, qui devo esserci passato, quella volta con Tim… Fottuto pazzo, lui, te l’ho mai detto? Naaaa… Ce ne sarebbero da raccontare. Ne abbiamo di tempo, vecchia mia, dormi finchè puoi.
Mi fermo un attimo, scusa eh, la vescica sta per rompere gli argini… Resta lì, spero di non bagnarmi troppo, ti dà fastidio la puzza, poi. Che fottuta bettola, woof! Questi non ricevono un cliente da qualche mese, te lo dico io. Senti vecchio, ce l’avete il cesso almeno, qui? Ta-ta-tatà ta-ta-tatà… E’ solo pisciando che mi esce la vena musicale, a me. E si riparte, ancora ‘ste secchiate, merda! Eccomi di ritorno, cara, il tuo maritino dopo una giornata di duro lavoro… Dio, come sei fredda, ancora. Forse è il caso che ti svegli, non vorrei che ti fossi presa un accidenti. Dai su non voglio prenderti a sberle, vecchia mia, collabora un po’…
Eri morta da un bel pezzo. Ma questo viaggetto lo finiremo, cazzo se lo finiremo!

5. Sleeping States – In The Gardens Of The North

Data di Uscita: 17/08/2009

“Mi amavi anche tu Jane? Quando eravamo giovani…ti ricordi? Mi amavi, Jane?”. Parole che rimbombano all’interno della vasta camera dei ricordi del vecchio Crawford. Il tempo ha svuotato gli scaffali, lasciando nient’altro che polvere a regnare sulle mensole, e la frase che il vecchio Crawford non ha il coraggio di pronunciare riecheggia libera, incontrastata, malevola. Solo una piccola scatola di legno, semplice, con i cardini di bronzo, resiste da oramai sessantatrè anni. All’interno, una foto di un’altra epoca.

Un giovane, moro e gracilino, poco più che maggiorenne, abbraccia la sua fidanzata. Ai suoi occhi, lei è un angelo sceso dal cielo, mentre per il resto del mondo è una ragazza dai boccoli biondo cenere con i denti troppo sporgenti. Fred Crawford ha lavorato duro per costruire questa serata. Sa benissimo di non essere stato originale o brillante, del resto non lo è mai stato, le cose importanti nella vita sono altre, si è sempre detto. Ha chiamato per l’occasione un quintetto pop di Bristol, su consiglio di un suo caro amico. Solo lui, la sua bella, e questi cinque estranei. La musica comincia a diffondersi, note placide e sognanti si uniscono ad un’ atmosfera nostalgica per creare un’ armonia che niente sembra poter distruggere. I due ragazzi ballano abbracciati, con quella timidezza che contraddistingue una relazione appena iniziata, fatta di tentativi, imbarazzi, e timori. Lui sogna una vita sobria, con il suo biondo amore. Lei sogna una vita imprevedibile, con il suo biondo amore.

“Mi amavi, Jane?”

Il barattolo arancione rimbalza sul pavimento per tre volte, vuoto, ultima scintilla di vita testimone di una frase dolorosamente attesa e finalmente pronunciata.

Filippo Righetto

(Top Five 2009) Stefano Ferreri

1. Bill Callahan – Sometimes I Wish We Were An Eagle

Data di Uscita: 14/04/2009

Il tramonto entrava di sbieco dalla piccola finestra, riempiendo tutta la stanza di luce dorata. I raggi lambivano il bianco ingiallito dagli anni delle pareti, indugiavano sui panneggi del letto sfatto, su uno specchio impolverato, sugli scaffali carichi di libri, sugli attrezzi appesi con cura. L’uomo vestito di nero era seduto all’enorme tavolo, sul volto un’espressione beata, gli occhi chiusi, il respiro regolare. Qualcuno suonò alla porta, ma l’uomo non diede cenno di accorgersene, neppure si mosse. Il campanello insistette per qualche altro minuto, strillando impietoso, poi cadde il silenzio. Un soffio di vento sollevò piccoli vortici di polvere dagli innumerevoli cubetti di legno che riempivano il piano del tavolo e l’uomo aprì gli occhi, guardandosi le mani. Fra il pollice e l’indice della mano destra teneva una figura umana minuscola, vestita di nero. Si concentrò poi su quello che gli si presentava ingigantito attraverso la lente d’ingrandimento che stringeva nella mano sinistra: un letto disordinato occupava quasi metà di una stanza; i muri, se si eccettua il poco spazio occupato da uno specchio opaco, erano fitti di mensole traboccanti di oggetti e libri meticolosamente ordinati. Una piccola sedia malconcia era posta davanti al tavolo sul quale erano poggiati molti pezzettini di legno di forma cubica. L’uomo con infinita cautela appoggiò la figurina umana sulla sedia piccolissima, facendo molta attenzione a non ribaltarla. Raddrizzò la schiena, allargando le braccia per sciogliere la muscolatura. Si alzò dalla sedia, che traballò sulle gambe malferme. Aperto un cassetto, ne trasse un quadratino di legno e della colla con cui impregnò i quattro lati del quadrato. Prese la lente d’ingrandimento, controllò che tutto fosse come doveva essere nel modellino, fece combaciare i lati del quadrato con il colmo delle quattro piccole pareti e spinse con forza per far aderire la colla. Allineò il nuovo cubetto di legno agli altri e riprese il suo posto, al tavolo da lavoro.

Carlo Zambotti

2. Flaming Lips – Embryonic

Data di Uscita: 13/10/2009

“Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo, là dove ciò che da sempre mi sfugge dimora indisturbato”.
Ti ostinavi a chiamarla casa, anche quando le regole di quello scorrere si annullavano in una piena di lacerazioni e sconforto. Era casa tua, dopo tutto. Oggi è lontana. Nella calma piatta di una diversa Via Lattea, le tue sole preoccupazioni sono legate all’impotenza sfoggiata al cospetto del passato, alla consapevolezza tardiva di una fallibilità che nemmeno immaginavi come tuo bagaglio e che invece hai sempre portato cucita sul bavero, in bella vista. Peccato di presunzione, peccato originale: mai capito le reali proporzioni. Peccato e basta, ora che quella pagina è chiusa per sempre e il mistero insondabile galleggia privo di peso come la nebbia al di là di questi oblò virtuali. La musica ha intimato l’alt al pilota automatico della tua coscienza, ti ha ridestato dopo quindici (forse anche sedici) anni di sonno orgoglioso. Tra crepitii, lamelle elettriche e sfarfallanti allucinazioni, questo viaggio nella notte ti ha regalato l’inattesa rivendicazione di una distanza da te stesso, l’attore che scopri di non essere più. Ora è una crème brûlée psichedelica, filodiffusa con economia di dettagli e ritmata da un eterno singhiozzo. Ti fa compagnia in questo pasto mediocre, identico a tutti gli altri, mentre l’attenzione scivola sul vapore impalpabile del tuo faticoso sognare. La seduta di ieri ha segnato la svolta. Una dolce regressione sino alla culla, con le voci di chi ti ha amato trasformate da artificio in beneficio. I tuoi innocui incubi di un tempo lasciati a sfrigolare nello smacco di una proiezione incredibilmente rivelatrice, il tracciato nervoso intento a descrivere i palpiti di un’esistenza disciplinata, celata all’esterno, ma mai veramente pacificata. E poi la ragione nel ruolo di guida, la stessa che animò con traboccante meraviglia una precedente ribellione cosmica, nell’autunno di qualche anno fa. Una vera svolta la danza delle costellazioni, lo riconosci assestando un nuovo calcio al tuo scetticismo derelitto. Dirigi verso l’esterno lo sguardo. Strani lampi, strutture gassose ed aurore ingentiliscono la noia dei motori in carburazione, prima dello strappo supersonico. Ti sorprende il ricordo di un pomeriggio tra i platani, quello in cui ti dichiarasti. Una finzione in amore per ogni albero incontrato sul tuo cammino, un lungo viale di fronde urlanti e servili che la spinsero al tradimento in una moltitudine di false maschere. E’ per te che recitava questa parte, è per te che si è avvelenata. Fingi che le configurazioni celesti vivisezionate sui monitor siano le sue lacrime di quel giorno, e di quelli che vennero: l’esame interiore è un tormento, ma non può sbranarti se conservi almeno il pulviscolo dell’anima che ricevesti intatta. La direzione era questa, nessun dubbio. Non ti capaciti di come proprio tu possa averla persa, inappuntabile essere raziocinante. Per quel che vale, la puoi riprendere ora che sei tornato sui tuoi passi con la giusta umiltà. E’ come riemergere, lindo e lordato al tempo stesso, da un personalissimo inferno mentale. Guarda avanti, e tutto attorno a te. Un sogno finalmente libero ti attende alla fine della notte. Ecco, lo stai già vivendo.

Stefano Ferreri

3. Akron/Family – Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free

Data di Uscita: 05/05/2009

Che la musica degli Akron/Family sia strana è oramai un fatto assodato che travalica la sfera delle semplici opinioni personali. Tutto ciò che rivela una qualche forma di contatto con l’ombra creativa del signor Michael Gira non potrebbe essere altro che originale o problematico, in fondo. Il nuovissimo ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ ci conforta nel rinnovare il piacere dello spiazzamento. Se un ipotetico Magritte volesse prendersi la briga di tradurlo in forma pittorica, il titolo non potrebbe che essere “Questo non è un disco folk”. Ecco: verità e bugia costrette loro malgrado a recitare nella stessa mattonella assertiva. Il folk è innegabilmente la matrice, è il punto di partenza, la disciplina, la lingua madre. Ma non è proprio una novità che questa band si mostri insofferente ai dettami di un’educazione artistica (e sentimentale, perché no?) rigidamente impostata. Così il folk resta un’etichetta per chi si accontenta di una fugace istantanea, ché intanto gli Akron/Family si sono già spostati in un altro cortile con la loro euforica vitalità sonora. Anche termini come ‘psych’ o ‘freak’ lasciano il tempo che trovano: di psichedelia ce n’è, ma meno che altrove, e il fatto che questi ragazzi siano un tantino suonati non giustifica l’ennesimo appellativo fuori luogo. In questa scatola magica potete trovare un po’ tutti gli umori musicali della contemporaneità, sparpagliati senza organico costrutto ma con un’inclinazione armonica sorprendente. E’ un gran pasticcio, ma risulta credibile ed emozionante nonostante tutto. Non so cosa siate soliti chiedere voi ad un disco, ma per il sottoscritto quella di ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ è una risposta soddisfacente. E’ un gioco: non termina mai come è cominciato, e nel frattempo ha schiantato i vostri pallidi preconcetti come torri di stuzzicadenti. Tra neo-animismo e autismo, la visionarietà febbrile di ‘Everyone Is Guilty’ pare sconfessare l’inno all’amore universale che apriva il capolavoro precedente (‘Love Is Simple’), salvo rimangiarsi tutto alla prima occasione. L’arsura di ‘River’ solletica con l’illusione di un’ortodossia che resta sempre felicemente borderline. Stesso discorso per l’ossessivo monolite di ‘Creatures’, così concentrato sul proprio scurissimo beat marziale da lasciare al folk solo una coda di scaglie ed aculei. Tutto l’album è una collezione di tradimenti di quell’idea originaria, ritratti di emancipazione espressiva abbozzati con anarchica lucidità. Così il prog contemplativo e arcadico che apre ‘Gravelly Mountains of The Moon’ e va presto a farsi benedire nell’isteria di un fragoroso maelstrom elettrico. Così la festa indiavolata di ‘They Will Appear’, che preferisce una replica magari sbiadita della vecchia ‘Ed Is A Portal’ all’epifania evocata in apertura, nascosta in una trama di chitarra davvero allettante. Così il mantra irresistibile di ‘Sun Will Shine’, destinato a farsi rimpiazzare dall’ironia di un dialogo tra sax ubriachi e parodistici. Se gli spigoli di ‘MBF’ sono pura ribellione adolescenziale nei confronti dei tranquilli dischi di mamma e papà, anche il cristallo di ‘The Alps…’ è troppo splendente e mimetico per essere ciò che vuol sembrare con tutte le sue forze. E’ un tassello del mosaico anch’esso, dopo tutto. Questi sono solo lampi fotografici di un’attitudine che sempre (e comunque) è già al di là degli intenti prefissati. Ecco cosa rende gli Akron/Family tanto speciali. Ecco perché ha senso considerare il loro quinto LP un album “altro”. Poi certo, se proprio vi piace l’idea di folk, chiamiamolo “post folk” e non se ne parli più.

Stefano Ferreri

4. Mew No More Stories / Are Told Today / I’m Sorry / They Washed Away / No More Stories / The World Is Grey / I’m Tired / Let’s Wash Away

Data di Uscita: 06/09/2009

E’ novembre inoltrato. Domenica mattina. Copenaghen è avvolta nella neve e per le strade soffia un vento gelido. Il quartiere di Hellerup sembra disabitato. I rami degli alberi, ormai secchi, sono le uniche cose che ancora si muovono al richiamo della brezza e trasformano in realtà ciò che, per la disarmante immobilità, poteva tranquillamente  essere scambiato per un dipinto su tela. Il fumo dei camini forma una lieve coltre che sbiadisce un poco l’azzurro intenso del cielo danese ed è la prova schiacciante della presenza umana, opportunamente riparata al caldo delle proprie abitazioni. Jonas scende le scale con aria ancora addormentata, facendo cigolare lievemente il legno ormai logorato dal tempo e si dirige col suo passo un po’ dinoccolato verso la cucina. Non è ancora tempo di Kringle, la sua amata torta natalizia aromatizzata con il cardamomo e si dovrà quindi accontentare della solita Lagkage, rigorosamente con crema di mandorle. Sul tavolo c’è un libro per bambini, di quelli con tante figure colorate in copertina, probabilmente un regalo di mamma per il fratellino più piccolo. Dal caleidoscopio di figure e colori fa capolino la scritta Mew, probabilmente il buffo nome di un personaggio dei cartoni animati che van per la maggiore fra i bimbi dell’età di suo fratello. Accanto, la vecchia radio, sintonizzata sulle frequenze locali, emette leggermente gracchiante la voce sommessa dello speaker del consueto programma della mattina. Jonas non è solito prestarci molta attenzione, ma due parole familiari lo catturano all’istante. ‘New Terrain’ dice lo speaker. ‘New Terrain’ ripete la prima pagina del libro, mentre una spirale viola travolge tutti gli elementi circostanti. La spirale si traduce in musica dando vita ad uno spaziale mantra dalla struttura diabolica, con gli strumenti e la linea vocale che si rincorrono continuamente avanti ed indietro. Semplice coincidenza? Interviene di nuovo lo speaker. ‘Introducing Palace Players’. Con un po’ di timore Jonas gira la pagina. ‘Introducing Palace Players’ recita il libro. Questa volta le immagini e i toni si intrecciano seguendo linee spezzate e spigolose ed ancora una volta si palesa la concordanza con la controparte musicale. Chitarra, basso e tastiere disegnano ritmiche ruvide e sincopate che trovano sollievo soltanto nelle distensioni dettate dagli inserimenti vocali. Questa volta Jonas non perde tempo e gira nuovamente pagina. ‘Beach’. Un paesaggio disteso costruito sulle sfumature pastello del giallo e del verde. La voce alla radio gli fa ancora eco e la canzone si articola lungo melodie orecchiabili, delicatamente sporcate di elettronica. Lo stesso giochetto continua a ripetersi. Sul libro compaiono figure di fantasia e cartoni animati e, in risposta, le canzoni alla radio si fanno più pacate e sognanti, completamente destrutturate nella forma, come per magia(‘Silas The Magic Car’ e ‘Cartoons And Macrame Wounds’, i titoli in questione). Il ragazzo non smette di sfogliare il libro, ma le immagini sembrano perdere colore, a poco a poco, pagina per pagina. La penultima pagina è quasi un avvertimento. Una trama complessa, composta da molteplici figure e personaggi, lascia trasparire appena una scritta. ‘Sometimes Life Isn’t Easy’. Il brano si destreggia magistralmente fra disarmonie di stili e di generi, mischiando sax e synth e confondendo intro e outro. Jonas è completamente rapito. Gira ansioso l’ultima pagina e si ritrova di fronte un banale sfondo grigio con una scritta in bianco al centro: ‘No More Stories Are Told Today. I’m Sorry. They Washed Away. No More Stories, The World Is Grey. I’m Tired. Let’s Wash Away’. Un istante dopo lo speaker presenta la stessa frase come il curioso titolo dell’ultimo album dei Mew. Lo sguardo ritorna rapido sulla copertina. Non si trattava di un personaggio dei cartoni animati.

Marco Masoli

5. Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

(Top Five 2009) Marco Masoli

1. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying
di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

2. Mew No More Stories / Are Told Today / I’m Sorry / They Washed Away / No More Stories / The World Is Grey / I’m Tired / Let’s Wash Away

Data di Uscita: 06/09/2009

E’ novembre inoltrato. Domenica mattina. Copenaghen è avvolta nella neve e per le strade soffia un vento gelido. Il quartiere di Hellerup sembra disabitato. I rami degli alberi, ormai secchi, sono le uniche cose che ancora si muovono al richiamo della brezza e trasformano in realtà ciò che, per la disarmante immobilità, poteva tranquillamente  essere scambiato per un dipinto su tela. Il fumo dei camini forma una lieve coltre che sbiadisce un poco l’azzurro intenso del cielo danese ed è la prova schiacciante della presenza umana, opportunamente riparata al caldo delle proprie abitazioni. Jonas scende le scale con aria ancora addormentata, facendo cigolare lievemente il legno ormai logorato dal tempo e si dirige col suo passo un po’ dinoccolato verso la cucina. Non è ancora tempo di Kringle, la sua amata torta natalizia aromatizzata con il cardamomo e si dovrà quindi accontentare della solita Lagkage, rigorosamente con crema di mandorle. Sul tavolo c’è un libro per bambini, di quelli con tante figure colorate in copertina, probabilmente un regalo di mamma per il fratellino più piccolo. Dal caleidoscopio di figure e colori fa capolino la scritta Mew, probabilmente il buffo nome di un personaggio dei cartoni animati che van per la maggiore fra i bimbi dell’età di suo fratello. Accanto, la vecchia radio, sintonizzata sulle frequenze locali, emette leggermente gracchiante la voce sommessa dello speaker del consueto programma della mattina. Jonas non è solito prestarci molta attenzione, ma due parole familiari lo catturano all’istante. ‘New Terrain’ dice lo speaker. ‘New Terrain’ ripete la prima pagina del libro, mentre una spirale viola travolge tutti gli elementi circostanti. La spirale si traduce in musica dando vita ad uno spaziale mantra dalla struttura diabolica, con gli strumenti e la linea vocale che si rincorrono continuamente avanti ed indietro. Semplice coincidenza? Interviene di nuovo lo speaker. ‘Introducing Palace Players’. Con un po’ di timore Jonas gira la pagina. ‘Introducing Palace Players’ recita il libro. Questa volta le immagini e i toni si intrecciano seguendo linee spezzate e spigolose ed ancora una volta si palesa la concordanza con la controparte musicale. Chitarra, basso e tastiere disegnano ritmiche ruvide e sincopate che trovano sollievo soltanto nelle distensioni dettate dagli inserimenti vocali. Questa volta Jonas non perde tempo e gira nuovamente pagina. ‘Beach’. Un paesaggio disteso costruito sulle sfumature pastello del giallo e del verde. La voce alla radio gli fa ancora eco e la canzone si articola lungo melodie orecchiabili, delicatamente sporcate di elettronica. Lo stesso giochetto continua a ripetersi. Sul libro compaiono figure di fantasia e cartoni animati e, in risposta, le canzoni alla radio si fanno più pacate e sognanti, completamente destrutturate nella forma, come per magia(‘Silas The Magic Car’ e ‘Cartoons And Macrame Wounds’, i titoli in questione). Il ragazzo non smette di sfogliare il libro, ma le immagini sembrano perdere colore, a poco a poco, pagina per pagina. La penultima pagina è quasi un avvertimento. Una trama complessa, composta da molteplici figure e personaggi, lascia trasparire appena una scritta. ‘Sometimes Life Isn’t Easy’. Il brano si destreggia magistralmente fra disarmonie di stili e di generi, mischiando sax e synth e confondendo intro e outro. Jonas è completamente rapito. Gira ansioso l’ultima pagina e si ritrova di fronte un banale sfondo grigio con una scritta in bianco al centro: ‘No More Stories Are Told Today. I’m Sorry. They Washed Away. No More Stories, The World Is Grey. I’m Tired. Let’s Wash Away’. Un istante dopo lo speaker presenta la stessa frase come il curioso titolo dell’ultimo album dei Mew. Lo sguardo ritorna rapido sulla copertina. Non si trattava di un personaggio dei cartoni animati.

Marco Masoli

3. Other Lives – Other Lives

Data di Uscita: 31/03/2009

Ricordo quel prato. Lo ricordo come se fosse oggi. Un mare d’erba sconfinato ed incolto che rompeva gli equilibri della campagna, così scapigliato ed irriverente fra le ordinate fila dei campi di grano. Circa due chilometri dal villaggio, uno spazio che ricoprivo a piedi, con passo rapido, in una decina di minuti. Mi ci recavo da fanciullo, quando percepivo la necessità di riprendere in mano la mia vita, quando mi sentivo burattino di me stesso, costantemente occupato a vivere le vite degli altri e mai la mia. C’era un vecchio cascinale disabitato e diroccato in quel prato. Era diventato la mia seconda casa oramai. Mi sdraiavo su una scricchiolante asse di legno che sporgeva furtiva dalla parete e mi sembrava di poter fermare il tempo. Viaggiavo con la fantasia al di là della smisurata distesa d’erba immaginando universi paralleli e distorcendo completamente la realtà che il mio corpo si ritrovava sistematicamente costretto ad abitare. In quanto sognatore ero fermamente convinto che prima o poi sarei in qualche modo riuscito a rifuggere le catene che mi attanagliavano l’animo, solamente continuando ad immaginare l’Altrove. In un tardo pomeriggio d’autunno, di quelli in cui i paesaggi si trasformano in delicate tele impressioniste dai colori vibranti, mentre percorrevo il consueto percorso verso il prato, incrociai sulla mia strada un vecchio che avanzava faticosamente a passo lento e claudicante nella direzione opposta alla mia. Mi fece un cenno con la mano, vistosamente raggrinzita e deformata dal tempo, come per dirmi di fermare la mia corsa e starlo ad ascoltare. Mi avvicinai, non senza timore e reticenza, sbalordito e leggermente infastidito per la presenza di un’altra forma di vita all’interno di quelle distese, da sempre disabitate ed abbandonate e, per questo, così meravigliose. Mi squadrò da capo a piedi, con quegli occhi di ghiaccio così penetranti che sembravano volermi spogliare l’anima e sussurrò: “Stanno arrivando, andiamo”. Mi prese la mano ed incominciò a trascinarmi nella direzione del cascinale. Non volevo cedere in questo modo ai deliri di un vecchio sconosciuto che, per quanto mi riguardava, poteva essere un pazzo qualunque, ma la stretta delle sue mani era forte come una tenaglia ed il mio tentativo di liberarmi dalla morsa risultava completamente inefficace. Era come tentare di spostare una montagna. Anche quel passo che, poco tempo addietro, mi sembrava claudicante ed affaticato era ora fermo e deciso come quello di un fiero soldato nel pieno delle forze e la velocità con cui procedeva era paragonabile a qualcosa di soprannaturale, tant’è che ormai fluttuavo quasi con i piedi a pochi centimetri dal terreno. Arrivammo al cascinale che il sole salutava ormai il mondo da dietro le colline ed un’aria gelida mi sferzava il volto. Non ebbi neanche il tempo di chiedere spiegazioni aggiuntive che fummo invasi da una luce accecante, come se milioni di riflettori venissero puntati verso di noi da una distanza di pochi centimetri. Pochi attimi. Di nuovo la voce del vecchio: “E’ lui. Prendetelo”. Non ebbi il tempo di opporre nessun tipo di resistenza né di far luce su ciò che stava succedendo. Other Lives. L’Altrove. Quel luogo da cui ora sto osservando il prato della mia infanzia con una punta di malinconia.

Marco Masoli

4. Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

5. Atlas Sound – Logos

Data di Uscita: 20/10/2009

Nero. La retina dell’occhio sinistro è la più lesta a riprendere le funzioni e a registrare il colore. Nero. Completamente nero. E’ tutto talmente buio che mi viene il dubbio di non essermi effettivamente svegliato. Resto immobile. Il movimento della palpebra destra chiarisce le mie perplessità. Come potrei sbattere le palpebre se non fossi sveglio? C’è qualcosa che non funziona. Scaccio i cattivi pensieri, mi rigiro goffo nella branda e cerco a tentoni l’interruttore della lampada, una fottuta abat-jour dell’anteguerra che, seppur logora, svolge ancora orgogliosamente le funzioni per cui è stata creata parecchi lustri orsono. Uno, due, tre tentativi. TAC. Sento distintamente il rumore dell’interruttore che si sposta ed aspetto la luce. Niente. Replico il movimento, ma nulla si modifica nell’ambiente circostante, o almeno…nulla che possa percepire. Continuo ad ingannare me stesso e vado avanti ad accendere e spegnere quella maledetta abat-jour per innumerevoli volte, illudendomi che il problema sia delle cose che mi circondano. Nero. Tutto nero. Mi sollevo di scatto puntando le braccia, completamente catturato dall’angoscia. Mi alzo, cado, mi risollevo, perdo l’equilibrio, ricado, mi trascino, impreco, urlo, piango. Non ci vedo. Sono io che ‘non funziono’. Cancello di colpo l’illusione nella quale mi piaceva immergermi fino a qualche minuto prima e crollo nella disperazione. Urlo. Urlo a perdifiato. E’ il terrore a guidare le mie azioni. Sono cieco. Non è possibile. Ieri sera guardavo il tramonto con Mahrou. Il sole sussurrava arrivederci al mondo e regalava gli ultimi suoi raggi a quegli occhioni verdi e grandi, che mi avevano fatto innamorare. Una notte. Una sola fottutissima notte e chissà quale disegno divino ha deciso che non devo più vedere tutto ciò, che quegli occhi verdi non possono più essere a mia disposizione, se non in un esecrabile cassetto della memoria. Piango. Piango a dirotto. Si perde la vista, ma non si perdono le lacrime. Una concessione beffarda, per consentire di piangere la propria condizione. Perdi la vista e, contemporaneamente, perdi tutto il resto, tutto ciò che eri abituato a vedere. Perdi il mondo che ti circonda.
Ho perso le forze e mi sento scoppiare. Non ho più riferimenti, sono disorientato. Mi lascio cadere sul pavimento. Penso di avere finito le lacrime e la voglia di vivere. Impreco. E’ una delle poche cose che mi son rimaste. La Parola, s’intende.
Mi sento scuotere d’improvviso. E’ Mahrou. Mi sveglio grondante di sudore, percependo delle note in dissolvenza. ‘Logos’.

Marco Masoli

(Top Five 2009) Andrea D’Addato

1. Pontiak – Maker

Data di Uscita: 06/04/2009

“Erinnerung an meine Jugend im Gebirge”. Resta ancora da capire il perché della lingua tedesca, ma questo “ricordo della propria gioventù sulle montagne” sbandierato sul retro della minimale copertina di “Maker” denota un certo isolazionismo, magari compiaciuto, ma altrettanto sincero nel voler rivendicare le genuine radici di un trio di fratelli cresciuto tra i paesaggi rurali della Virginia. Un modo di concepire la vita (e la musica, ovviamente) che già qua e là si poteva avvertire nel curioso “Sun on sun” dello scorso anno, dove , tra degeneri elettrici e flirt con lo stoner emergevano quadri di un’America ora patria del blues (“White mice”, “Tell me about”), ora del folk evocato dal congedo acustico “The brush burned fast”, tenue ballata pastorale disegnata nel vento. Con “Maker” i Pontiak tornano sui loro passi, ma lo fanno con maggiore consapevolezza, fiduciosi dei propri mezzi , ma fieri della loro giovane età che li porta ad osare proprio sui terreni laddove “Sun on sun” si tratteneva con eccessiva timidezza. Una volontà di osare che appare chiara sin dall’apertura di “Laywayed”, un pugno nello stomaco fatto di chitarre ruggenti e tenebrose melodie circolari che come fantasmi infestano una struttura che definiremmo stoner, se nella nebbia non si captassero decine di influenze. Ma la modernità della proposta dei fratelli Carney sta nel saper riformulare le proprie passioni e plasmarle all’interno di un suono: “Bloodpride” annichilisce l’ascoltatore, costretto già al secondo pezzo a fare i conti con un brano strumentale violento e spettrale, al solito sorretto da chitarre lancinanti, ma ciononostante non si dimentica mai della sua spina dorsale shuffle blues con cui aprono le danze basso e batteria. Impressionante poi come, in questo caos elettrico che più viene frequentato e più si scopre non essere mai fine a sé stesso, si fanno strada gli elementi che consentono ad un disco di essere definito “grande”, ovvero le Canzoni. Perché solamente dei songwriters eccelsi possono creare piccole meraviglie come “Wild knife night fight” (quasi un divertissement nella sua breve durata, ma forte di un arrangiamento spaventoso dove un basso garage e un ritmo percussivo sostengono le sfuggenti melodie delle tre voci, ispirate come non mai) oppure “Aestival”, gioco di ombre in cui Nick Cave e David Gilmour si danno la mano. E se in “Seminal shining” si esplorano anfratti acustici in cui i Pontiak si fanno più docili senza perdere la voglia di evocare atmosfere oscure, nella title- track i tre si lasciano andare totalmente in una debordante jam session di quasi un quarto d’ora che rimanda dritta agli anni Settanta, ad una voglia di esprimersi liberamente con l’arte musicale e di uscire dagli schemi riuscendo comunque sempre a mantenere un’identità ben salda. Ecco allora cosa significava quel messaggio sulla copertina : un malinconico ritorno della memoria ad una libertà e ad un’ innocenza che la maturità può far riemergere solo tramite l’arte, e la musica dei Pontiak, così fuori dal tempo e allo stesso momento così consapevole dei cinquanta e passa anni attraversati dal rock, trasuda un desiderio incontrollabile di abbattere le barriere sempre più rigide che circondano la musica del nostro tempo attraverso un viaggio di quaranta minuti sicuramente tortuoso, ma non meno affascinante.

Andrea D’Addato

2. Phoenix – Wolfgang Amadeus Phoenix

Data di Uscita: 26/05/2009

C’è un che di malinconico nell’ascoltare Wolfgang Amadeus Phoenix a dicembre inoltrato. Le melodie estive di “Fences”, “Lasso”, “Girlfriend” appaiono ormai come un lontano ricordo arenato su una spiaggia lontana, ed è sorprendente come l’ideale colonna sonora di una vacanza si trasformi nell’istantanea di un tramonto sul mare, sui cui colori caldi ti ritrovi a fantasticare, mentre il vetro della tua finestra separa il tuo corpo e la tua pelle dal freddo scenario di una Milano innevata. Le atmosfere dilatate di “Love like a sunset” ,mantra elettronico in cui melodie Beatlesiane si perdono tra ambient à la Eno e french-touch, spingono la mente a valicare i confini di una città immobilizzata nel ghiaccio. Lo spazio coperto di neve è una grande pagina bianca su cui iniziano a materializzarsi colori che sembravano persi. Dei vertiginosi e spensierati saliscendi del singolo dell’anno, “Lisztomania”, ti ritrovi a valorizzare la fosca serenità dei toni minori su cui si adagiano le strofe, dei solari mid-tempos come “Countdown (sick for the big sun)” scorgi il cuore umano che batte incessante sotto un tappeto robotico. Così semplice, ballabile e catchy, “Wolfgang Amadeus Phoenix” nasconde il fascino sinistro della malinconia, come recita l’oscuro testo di “Girlfriend”, paradossalmente sistemato su una frizzante trama indie-rock : “Tired out, not a miracle in days; Deciders for the lonely; Deciders for the lonely  ; You try out for nothing then you drop dead ;  Not a miracle in years ; Leisure for the lonely; Whispering unnecessary unless you’re in”. Ti accorgi così che ciò che fa grande questo disco è la sua semplicità apparente. Le sue sfumature in chiaroscuro, difficilmente percepibili ad un primo ascolto, sono emblematiche nel mostrare la necessità di un gioco di luci e ombre che permette ad un’opera così fresca e spensierata di essere riscoperta e valorizzata anche a distanza di mesi dalla sua uscita, quando si fa specchio di un sentimento sospeso tra il debole ricordo di una calda estate e la glaciale tranquillità del presente.

Andrea D’Addato

3. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying
di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

4. Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

5. Eels – Hombre Lobo

Data di Uscita: 02/06/2009

Mark Oliver Everett e i suoi Eels sono in pieno Groundhog Day.
La notizia avvalora una convinzione diffusa e non certo nuova, che trova ora  piena conferma con l’uscita di ‘Hombre Lobo’, settimo album di studio per le anguille. La tendenza alla ripetizione per Mr.E è ormai quasi una patologia. E’ il classico limite dell’artista che smette di osare e gioca unicamente a conservare l’affetto dei fans, offrendo loro la cara vecchia pietanza che nessuno oserebbe mai mettere in discussione. Non lo facciamo certo noi che dell’allegra schiera facciamo parte dal primissimo momento, quando “Il” disco degli Eels venne proposto per la prima volta e ci entusiasmò. Volendo essere maligni potremmo sostenere che Everett ha nel suo bagaglio creativo una manciata di canzoni appena, e le ripropone con minime variazioni ad ogni giro di giostra. Fondamentalmente è proprio così. A fare la differenza è però un dettaglio non secondario: stiamo parlando di grandi canzoni. I primi tre album a marchio Eels sono stati per Mr.E la schietta affermazione della propria visione del mondo: un po’ingenua magari, fanciullesca, eppure sempre capace di mantenersi in una miracolosa condizione di equilibrio, una sospensione magica tra delicatezza onirica e dolente registrazione della realtà. E’ una qualità che Everett non ha mai perso per strada, sia chiaro. Solo che nei due episodi successivi ha scelto di rovesciare la prospettiva vestendo in antitesi i panni di una controfigura scontrosa, resistente agli urti più duri. Qui potremmo dilungarci elencando le innumerevoli batoste che il destino ha riservato al songwriter americano, ma finiremmo anche noi col diventare vittime di un inesorabile “giorno della marmotta dei recensori”, quasi inevitabile quando si scrive degli Eels. Lasciamo da parte la comoda tentazione romanzesca sulle vicissitudini del cantautore. Se con ‘Blinking Lights’ E era stato in grado di costruire il proprio monumentale capolavoro di ponderatezza autobiografica, ora quella stessa volontà di sintesi si fa più grossolana assumendo i contorni di una meccanica alternanza di umori. ‘Hombre Lobo’ gioca apertamente sui contrasti ma lo fa forse con un’eccessiva propensione alla teatralità e con una semplificazione del tratto troppo radicale, laddove il suo predecessore si presentava molto più sfumato e meglio amalgamato. L’impareggiabile arte degli Eels si avverte anche qui, intendiamoci, ma le forzature indeboliscono il risultato con un taglio caricaturale che è senz’altro voluto (Everett ha parlato di Jekyll e Hyde) ma non proprio felicissimo. In questa frenetica sagra dell’autocitazione, prende il sopravvento il lato più ruvido di Mr. E: i riff tagliati con l’accetta e gli urlacci di ‘Prizefighter’, ancor più del beat scuro e spigoloso di ‘Fresh Blood’, rimandano direttamente a ‘Souljacker’. Anche il pop sbracato ma abrasivo di ‘Lilac Breeze’, con le sue gommose coloriture di synth, viene da lì. Nella finzione torva di ‘Tremendous Dynamite’ è racchiusa l’essenza minacciosa di quel vecchio album e affoga il cuore di tenebra di Everett. Torna il ragazzo con la faccia da cane e la sua barba e anche più lunga di allora. Stavolta però manca il pretesto, gli attacchi idioti di un presidente guerrafondaio al dolcissimo ‘Daisies of the Galaxy’ sono in archivio da tempo. A salvarci sono i pezzi dai risvolti più candidi, magari nati con la riscoperta di quel delizioso classico della discografia Eels: la sua title track riesumata in ‘All The Beautiful Things’ (ma con le chitarrine di ‘Packing Blankets’); lo splendido stream of consciousness di ‘The Longing’, che osa innestare ‘Grace Kelly’s Blues’ su ‘If You See Natalie’; la trama di ‘In My Dreams’, che replica ‘Restraining Order Blues’ per via indiretta (passando per ‘Soy Bomb’); la delicata chiusa di ‘Ordinary Man’, quasi un reprise scarno e lento di ‘The Good Old Days’.
Alla fine siamo provati ma sazi. Un altro giorno della marmotta è passato.

Stefano Ferreri

(Top Five 2009) Andrea D’Avolio

1. Vic Chesnutt – At The Cut

Data di Uscita: 21/09/2009

Quando mi hai fatto visita la prima volta ero talmente sbronzo da non riuscire nemmeno a parlare, ma sono sicuro di averti riconosciuto. Con quel trucco pesante da battona mi osservavi tra le lamiere in quel fosso, ridevi al buio come una stronza e per farmela pagare più cara ti sei portata via solo metà del pacchetto. Mi hai regalato due ruote sotto il culo e la consapevolezza che tutte le notti avrei rivisto la tua brutta faccia. Col tempo mi ci sono abituato, sei arrivata anche a piacermi, non sapevi chi tormentare e puntuale venivi a farmi visita. Il mattino mi svegliavo e scrivevo di te, sei stata la mia fonte d’ispirazione, la mia ossessione, il mio desiderio e ciò da cui rifuggivo. Ho flirtato con te tutta la vita, neanche fossi una bella figa. Non sai quante volte ti ho aspettato davanti al portone di casa col cannone d’erba in bocca, ci saremmo divertiti ma tu continuavi a farti desiderare. Quando vedevo che ti davi a tutti soffrivo come un cane, cosa avevo io per non meritarti? D’accordo non sono mai stato un adone, ma d’altra parte non credo fosse la bellezza ciò che cercavi e dopotutto sei stata tu a ridurmi così. Insomma il mio è stato il più classico esempio d’amore non corrisposto, mi sentivo patetico nel desiderare qualcosa che mi faceva pena ma comunque non potevo avere, volevo che tu fossi libera di scegliermi e allo stesso tempo mi sentivo una merda per non riuscire a conquistarti. Ora mi sono rotto i coglioni, hai tirato troppo la corda, non voglio più vederti né sentirti, parto, qua lascio tanti amici ma penso di poter fare a meno di loro. Tutto quello che avrei voluto da te me lo sono preso, non venirmi più a cercare. Fanculo.

Andrea D’Avolio

2. Sunset Rubdown – Dragon Slayer

Data di Uscita: 23/06/2009

A Dream Of Dragon Slaying
di Lorenzo Righetto

Wait for her at dawn, when the sky is a basalt plate, reflecting in a sea of mercury. Stand still in the fragile breeze, merely touching your relentless waves of red hair. Wrap yourself in your iridescent, patchy robe, and brood deeply about possible futures. Adjust your golden gunbelt to your chest, as it could shield your withering heart. Then a tiny black point will spring out of the horizon: raise your head high, a sparkle in your eyes, and watch it grow like a blur devouring your retina. Low she plunders, adamantium scales barely touching the waves, water exploding outwards as the Sea God was welcoming her as his prodigal daughter. Red, as the surface of the sun will be in a million years, as the heart of the most innocent virgin is, as your hair is. You will coldly observe, from a distance, the anger nested in her muscles, tense to a spasm, the longing dripping from her fangs, and your eyes will meet hers for a second. She will see that her breath, which can melt through mountains and dry lakes in a sigh, would be as dangerous as the spit of a raped woman… and she will miss her first assault, by a maiden’s hair. Refrain from rejoicing: thoughts of deeper and bloodier violence will fill her mind with renewed rage. Just whet her appetite: a few peeving blows will do, forcing her to a screaming circling flight. Then wait as you see her jump upwards, reaching out of the atmosphere… just wait for her majestic descent. An image will be sculpted into the universe: a long, reptilish figure clipped onto the disc of the sun, vertically descending upon a little, pathetic human. The following instant, the spur of rock you were standing upon will be gone in a cloud of dust, and you will be inside her. There, you’ll only have to eat. She will wander about the endless skies, crushing peaks with her sheer weight and melting entire cities with her gastric juice, mad at her own stupidity and powerlessness. A placid stream, apple trees blooming… While she lays, heavily breathing, on a bed of golden wheat, the first scarab emerges between her unmoving fangs. Then they are swarming along with her corrupted humors, with the steam from her nose, with the tears from her eyes. They converge to a little spot, between the roots of a huge, ancient tree. There they patiently accumulate, one upon each other, until a human form reveals itself. Then, you will be born again. You’ll be standing beside her, contemplating the agony in her eye with deep, natural pleasure. A never ending lust, the old curse… the curse of the Dragon Slayer.

3. The Antlers – Hospice

Data di Uscita: 03/03/2009

Eclisse
di Lorenzo Righetto

Only through the deepest blackness, there you will find the brighter glow.

Così poco era cambiato, quel piccolo villaggio, da quando suo padre se n’era andato, cacciato a male parole dai vecchi canuti che dettavano legge in quel luogo dimenticato da Dio. Non prima di averlo obbligato, col decreto emesso dall’impercettibile smorfia che solo di rado increspava i loro volti di cera, a compiere un ultimo giro del paese, in mezzo alle fatiscenti stamberghe dai mattoni sbriciolati dal sole e crepati dall’incedere di bizzarre erbacce felciformi. Nella calura e nel silenzio del mezzogiorno, aveva sostenuto, solo, gli sguardi di sdegno che penetravano come liquame gli anfratti di quelle casette di un piano, sghembe sul terriccio informe. Sua madre non seppe mai dirgli il motivo di quell’editto, ma il suo volto assumeva un’espressione sgomenta, ogniqualvolta l’argomento tornava alla luce. Da quando ella aveva perso la parola, il bambino non aveva più modo di scoprire cosa si celasse dietro a quel segreto. Di una sola cosa si sentiva certo: che il segreto di suo padre avesse in qualche modo a che fare con l’Eclissi. I segreti vanno sempre a braccetto. L’Eclissi… Nessuno poteva vedere l’Eclissi. Ogni imposta sbarrata, ogni chiavistello serrato, pregate forte in silenzio.

Il bambino si alzò, mentre un giorno come gli altri spandeva la sua luce giallastra, che appiattiva il villaggio in una ripetizione sempre identica a sé stessa. Un sottile lamento si insinuava gelidamente: l’unico suono emesso da sua madre nel corso di un anno. Ella, al centro del letto matrimoniale, sembrava rimpicciolirsi sempre di più, affondando lentamente, il volto emaciato, gli occhi spalancati fissi sul soffitto. Non di rado lo tormentava nei suoi sogni. Indicò, da sotto le lenzuola, la finestra, che, già socchiusa, lasciava filtrare luce e polvere mischiate in un foglio di carta. Docilmente, il bambino procedette ma, prima di andarsene, si fermò a fissare negli occhi sua madre, nonostante ne fosse terrorizzato. Sempre umidi e lattiginosi come quelli di un anfibio, gli occhi di sua madre restituirono il suo sguardo, sorprendentemente, non con la consueta luce supplichevole, ma con una rigida determinazione proveniente da un’ormai sbiadita versione di sé. In silenzio, il bambino la abbandonò: finì di chiudere tutte le imposte, poi si avvicinò titubante alla porta di casa, dai cui infissi penetravano stilettate abbacinanti del primo sole. Quanto tempo per decidersi ad afferrare la maniglia vacillante … Ma nessuno avrebbe avuto l’ardire di uscire di casa per fermarlo! Camminare, solo, mentre gli sguardi degli spenti compaesani lo maledicevano silenziosamente attraverso le crepe di quelle case incartapecorite…

La collina, l’albero, luoghi di disperata e inebriante solitudine lo attendevano: e finalmente la misteriosa Eclissi! La campagna pareva immersa, sepolta in un’inusuale fissità: solamente un distante, sordo ronzio pareva popolare il desolato paesaggio. Non restava che aspettare, disteso tra le spesse radici di quell’albero che era la sua compagnia per interminabili pomeriggi. Un’insopprimibile sonnolenza si impadroniva lentamente delle sue membra, costringendolo ad afflosciarsi via via, a lasciarsi andare al ruvido abbraccio di lunghe, spesse radici.

Quando riaprì gli occhi, gli parve che interi eoni fossero trascorsi, in quell’ombra fragrante: tanto tempo era passato, che si dimenticò persino che aprire gli occhi per vedere l’Eclissi può costare la vista. E, infatti, un insostenibile bagliore lo accolse, una luce gelida che sembrava ricoprire ogni cosa di una patina baluginante. Si alzò in piedi a fatica, mentre, a poco a poco, le forme riprendevano i loro contorni abituali.

Nuovi, bizzarri astri, disseminati ordinatamente nel cielo, di forma talmente perfetta da confessare apertamente la propria provenienza ultraterrena, diffondevano senza organi visibili, ma per propria vibrazione, un suono argenteo, e in esso il mondo pareva crogiolarsi.

I Cilindri D’Oro nutrivano la Terra. Forse fu… meglio per tutti, se quel bambino perse il senno: vagò per tutta la vita, cercando di rincorrere l’Eclissi, senza trovarla mai più.

4. The Rural Alberta Advantage – Hometowns

Data di Uscita: 15/07/2009

Gli Specchi dell’Anima
di Filippo Righetto

“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Certe volte mi domando come abbia fatto il genere umano ad aver raggiunto un tale grado di demenza. Non parlo di concetti soggettivi, non sono così sciocco da pretendere di discernere tra il giusto e lo sbagliato. Però qui manca la consapevolezza, l’essere coscienti dei propri errori.
Il Progresso, checché se ne dica, si è arrestato, impantanato nella poltiglia limacciosa di una realtà priva di ambizioni. I pochi che si ricordano della grandiosità del Passato, e che cercano di esserne all’altezza, sono schiacciati e derisi da quella massa tumorale che è diventata la nostra apatica società. Un tempo, la forza di volontà di un singolo era capace di tenere insieme Imperi maestosi, dalle dimensioni sconfinate. Le rivoluzioni scientifiche erano capaci di stravolgere completamente il modo di vivere degli uomini nel giro di pochi mesi. Un bambino con una canna in mano, la lacrima pronta a sgorgare per la tensione, impegnato in uno dei tanti stupidi giochi che si possono trovare in un luna park, e il padre che lo incita urlando, completamente dimentico dell’assurdità della situazione. Questo vedono i miei occhi adesso. E provo rabbia. Abbandono quella scena infelice, alla ricerca di qualcosa che possa risollevarmi. Lo sfondo che mi si presenta è quello del classico parco giochi di provincia: una misera serie di baracconi sempre uguali da vent’anni, ammassati uno dietro l’altro a ridosso di una strada polverosa, nessuna via secondaria, qui la monotonia e la mediocrità son di rigore. Camminare immerso in queste decadenti costruzioni non mi aiuta, non mi dà risposte. Immerso nei miei pensieri, non mi accorgo della deviazione che prendo, quasi inconsciamente, e che mi porta d’innanzi ad uno strano spettacolo. Specchi. Molti, di media grandezza, mi circondano. Chiudo gli occhi, aspettando che il disturbo passi. Il mio corpo non si muove, eppure sento che mi sto avvicinando a loro. Quelle superfici apparentemente così fredde irradiano invece un tiepido calore, che porta con se degli aromi e dei rumori familiari. Mi decido ad aprire gli occhi. Il mio cervello impiega qualche secondo a comprendere quello che invece il mio cuore ha subito intuito. Hometown. Casa, casa, casa, sono a casa, questa è casa mia cazzo. Quanta pace dimenticata, quante speranze svanite, quante attese deluse…cado sulle ginocchia, mi è impossibile arrestare le lacrime, ma non me ne vergogno. Un riflesso attira la mia attenzione, mi muovo strisciando, mangiando la terra, cercandone il contatto, unendomi ad essa, dimentico delle spine che straziano la mia carne e del miscuglio polveroso nei miei polmoni che mi impedisce di respirare, accettando tutto con gioia. Avvicino l’oggetto ai miei occhi, e la copertina di “In The Aeroplane Over The Sea” mi sorride di rimando. Neutral Milk Hotel.
“Mira a quello grosso cazzo! Quello grosso quello grosso!”.
Ci sono solo io. E gli Specchi dell’Anima.

5. Dirty Projectors – Bitte Orca

Data di Uscita: 09/06/2009

Riflessioni della caffettiera
di Andrea D’Avolio

A chi non è mai capitato di ustionarsi  il palmo della mano?
Probabilmente è una “sciagura” che ha colpito tutti. Il metodo classico è quello d’impugnare la caffettiera incandescente, appoggiata sul fornello ingannevolmente spento, ma sono certo che sia ferro da stiro che tostapane, abbiano fatto altrettante vittime.
La terapia per una pronta guarigione è sostanzialmente una sola: cospargere con la crema adatta l’ustione e applicare un bendaggio.
Terminata la degenza e rimossi gli accorgimenti necessari la parte isolata risulta essere ipersensibile.
La sensazione che si prova è la quinta essenza del tatto, la barriera minima che il corpo umano innalza tra il suo interno e l’esterno, la forma più pura di conoscenza sensibile che si possa esperire.
L’artista convive con questa condizione di fortissima empatia cosmica e proprio qui pone le basi per il processo d’astrazione e di trascendenza della realtà, che lo distingue dal normodotato.
Oggi, la società in cui viviamo, più che mai legata alla contingenza, ha notevolmente affievolito lo scarto tra queste due categorie di persone, provocando un deserto culturale. Le principali conseguenze di ciò sono il grave ridimensionamento e, l’ancora più triste, regolare omologazione, che l’idea di “bello” ha conosciuto.
In una simile condizione, quando trovo un barlume di quell’attitudine artistica che possiede la “fondamentale velleità” d’innalzarsi dall’ordinario, trascendere il sensibile, diversificarsi dal conosciuto e creare una propria traccia estetica, me ne innamoro pazzamente. Bitte Orca, a suo modo, è un po’ tutto questo.
I Dirty Projectors hanno certamente partorito un disco non convenzionale, sia nella forma che nel contenuto, coraggioso nelle scelte stilistiche e ambizioso nel modo di collocarsi nel panorama indipendente. Sebbene non sia il grimaldello che apra definitivamente le gabbie della fantasia e dia il via alla rivoluzione musicale, è una perfetta anteprima di quello che dovrebbe essere l’intento di molte bands, che nonostante dicano di non essere legate alle logiche dell’universo mainstream, di fatto ne sono parte integrante.