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Archive for novembre, 2009

Brazos – Phosphorescent Blues

Data di Uscita: 10/11/2009

We Understand Each Other
di Lorenzo Righetto

I said I was going to look for you in the grassland beyond the mountains, where you spread your wings in the early morning dew, spinning around your relentless waves of auburn hair. Yes, I said that. And I mean to do it. I will run like a mad hound at you, howling to the fauna of little rodents, and do all that things that young lovers do when they can think of nothing else except their beloved ones. You will spring out of the stream, while I’m struggling to stand on a staggering path. A nymph, a spray of light, Water itself… HA!

We will dance… Or, rather, you will hold me, like a mother, while I’m sobbing and crying, overwhelmed by such golden beauty flowing into me. I see your face, and I wonder where you live, where you hide, where you dream. What are your dreams like? Are you chased through the dark, in endless, menacing woods? Do you wake up in the middle of the night, in a cold sweat, terrified by the rustling of leaves? That was me, losing my sleep in a lousy shack, down there where Death peeks at you in street corners. Don’t frown at me, Woman, you don’t know what real life looks like.

Come with me, we will have kids and raise them like a pack of wolves, so that they will run upon the whole Earth, tearing and slashing. All pretty, little monsters, they’ll be. And we will stand on the greatest of heights, king and queen of thousands of wasted lives. There was a time when I thought we could live in peace, immersed in the violent stream of daily meanness: no, we must part from that, we have to if we are to survive.

And you must come with me. We understand each other.

We understand each other.
We understand each other.

What a beautiful day, to rest here in the fragrant breeze. Let all disappear in this whitish haze, I will find you when silence shatters.

Lymbyc Systym – Shutter Release

Data di Uscita: 03/11/2009

Neuropatia
di Filippo Righetto

“Senza memoria la vita non è vita…la nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza essa non siamo nulla…”

Luis Buñuel

Quando. Quand’è stata l’ultima volta che hai sentito qualcosa? Dall’alto della tua moralità, hai ancora sensazioni? Dolore? Rabbia, frustrazione, incomprensione? Quando hai deciso di trattare le emozioni come un cespo di erbacce indesiderate, di sradicarle dal tuo vivere, e di infliggerti un’esistenza da soggetto razionale?

Scappa…

Perdonami, per la mia avventatezza, per il mio rifiuto dell’ignoranza. Ho impiegato metà della mia invidiabile vita a confezionare il mio dono, dimenticando che non esistono persone troppo cattive per questo mondo, solo troppo buone, come te. Allo stesso modo di uno specchio nelle mani di un abile artigiano la mente umana ha aperto i suoi segreti, un luogo dapprima impenetrabile improvvisamente vulnerabile, un oggetto così prezioso ridotto ad una volgare macchina… ed un uomo con piena conoscenza del suo funzionamento ne diventa automaticamente il padrone.

Scappa… con me amore mio.

Non attenderò che un vendicatore mi rubi la mia essenza. Ho visto troppe persone private della consapevolezza di esistere, la prerogativa più elementare, banale, insita nell’animo di qualsiasi bestia. Avere delle speranze, ma non sapere il loro significato, o come conquistarle… non essere più coscienti del mondo circostante, dimentichi dell’importanza di vivere, con solo i ricordi di una vita interrotta a tormentarti. Un fantasma, non più un uomo.
Mi ricorderò chi sono quando mi risveglierò domani? Avrò ancora le mie memorie, i miei gesti, i miei sogni? Riconoscerò la tua liscia schiena?

Scappa… con me amore mio, i rituali strumentali dei Lymbyc Systym mi impediranno di dimenticarmi della fragranza del tuo sorriso.

Sleep Whale – Houseboat

Data di Uscita: 10/11/2009

Era il novembre del 2009 quando un gruppo di amici venne da noi per una gita domenicale. Erano i primi autunni caldi, prima che le stagioni sparissero; era proprio quando il clima iniziò a cambiare sensibilmente e la gente era felice di quell’insperato rinvio dei primi freddi. Ricordo ancora il chiasso che fecero con quella loro macchina; il momento in cui stesero la tovaglia a scacchi sul prato e quando poi aprirono il cestino di vimini, pieno di leccornie. Ridevano e scherzavano mentre sbocconcellavano panini al prosciutto e si inebriavano con quel buon vino rosso, inseguendosi poi nel prato come bambini, rotolando e saltando come matti. La loro gioia sembrava non conoscere limiti. Poi, esausti e sazi delle loro corse, si sedettero sotto il vecchio melo e iniziarono a cantare e a suonare strumenti mai visti, dai suoni dolci, soavi. Ah, che musica! Era piena di sole, aria fresca, acqua scrosciante – fece cantare anche i passerotti, su nel loro nido! La cicala – quella sciocca – si mise a gridare più forte, sicura che qualcuno stesse cercando di rubarle la scena! Incantate, fermammo il raccolto per ascoltare, e ci fu perfino chi improvvisò dei balletti. Vedi? Ancora sorrido quando ripenso al senso di pace e serenità che mi invase allora. Non avevo mai provato niente di così bello, abituata com’ero a lavorare, lavorare, lavorare. Mi piacerebbe, prima che la mia vita finisca, poter ascoltare ancora qualcosa così, poter provare di nuovo quelle sensazioni… Comunque, figlia mia, questa briciola antica arriva proprio dai resti di quella scampagnata. E’ il tesoro della nostra famiglia, conservala per i tuoi discendenti. E quando regnerai sul nostro formicaio, ricordati che la cosa più importante non è il lavoro, non è il raccolto, ma è l’armonia, che rende più facili e felici tutte le cose, come quei quattro ragazzi ci hanno insegnato, tanto tempo fa.

Carlo Zambotti

Emptyset – Emptyset

Data di Uscita: 10/11/2009

Scenario Orwelliano ai tempi del Burialismo
di Gianfranco Costantiello

Polvere negli occhi. Mi trovo sul sedile posteriore di un’auto. Percorre una strada sterrata e lascia dietro di se una grande nube di polvere. Alla guida un uomo, al suo fianco una ragazza. Non riesco a vedere i loro volti. Una sua mano scivola tra le gambe della ragazza. Spaventata ed eccitata scosta la mano. Le loro bocche si muovono: parlano. Frasi incomprensibili coperte dal rumore assordante dell’auto. 180-190-200 km/h, un lungo rettilineo. Guardo dal finestrino: i contorni degli alberi si sciolgono sul bianco delle villette a schiera e nel grigio del cielo. Pesto qualcosa. Allungo la mano. È un ombrello. Ho un ombrello nero tra le mani. Voglio colpire l’uomo, un colpo secco alla tempia. Ho paura, una paura fottuta. Non voglio attirare l’attenzione dei viandanti sul ciglio della strada. La sua mano scivola tra le gambe della ragazza. Mastico saliva e polvere. Lo colpisco. L’auto sbanda, nessuna frenata e finisce contro un albero. L’urto è violento. Violentissimo. Scendo dall’auto. La ragazza apre la portiera, sopra c’è una scritta rossa che risalta sul nero pece della vettura: EMPTYSET-psicopolizia. La gente si avvicina. C’è chi chiama rinforzi a telefono. “zzzz – zzz- zzz” una cam istallata su un palo elettrico zoomma su di me. La ragazza mi afferra per una mano. Corriamo per i campi. La lascio fare strada anche se non so chi sia, mi fido. Questo posto non è la mia città, è la prima volta che vedo queste case, questi campi, questa gente. Dove sono? La testa! Mi accascio. Mi rialzo. Mi volto: non c’è l’auto, non c’è l’albero, non c’è la strada. Guardo in avanti e la ragazza è scomparsa. Anzi no, c’è una figura in lontananza. La figura diventa l’uomo dell’auto. Sanguina dalla testa. Mi guarda, muove le labbra, dice qualcosa. Ingoia saliva e sangue. Adesso sorride come un invasato con gli occhi al cielo. Un’enorme rete sonora si muove nel cielo. Eclissa il sole, soffia il vento, sposta le nuvole proiettando onde di bassi, saette metalliche. L’uomo continua a gesticolare e a muoversi. Balla. Non sta fermo. Cerco di resistere, mi oppongo. Cado a terra frastornato. Striscio. Grido. Scavo. Sputo. Piango. Soffoco.
Un sussulto. Un dolore mi squarcia il corpo. Riapro gli occhi. Si, sono sveglio, sento puzza di fumo di sigaro. Un fascio di luce, un tavolo e un uomo. Questi si avvicina e riesco solo a vedere sulla sua giacca nera uno stemma stampato sul petto: EMPTYSET.

Fredrik – Trilogi

Data di Uscita: 10/11/2009

Riconciliazione
di Marco Masoli

Un fruscio in lontananza. Rami e foglie, ancora madidi di pioggia per il diluvio tardo pomeridiano, sembrano obbedire ad un ordine superiore prestandosi, senza opporre particolare resistenza, ad essere percossi e calpestati. Due piedi scalzi procedono rapidi tra le fronde, talvolta accennando una corsa, talvolta arrestandosi quasi di colpo. I graffi e le ferite sono i diretti testimoni dei chilometri percorsi. Hai oramai imparato a rifuggere il dolore e a non badare alla fatica, lo chiamano istinto di sopravvivenza. Sono due giorni che corri a perdifiato per i boschi e non sono ancora riusciti a catturarti, per restituirti a forza da dove eri partito. Avevi giurato sulla tua stessa vita che là dentro non saresti più tornato. Non sei pazzo come ti hanno sempre voluto far credere. Ma ora li senti vicini, senti il loro fiato sul collo e sai bene che non c’è ancora molta strada che puoi affrontare al riparo delle braccia dolci e protettive degli alberi circostanti. Ancora un paio di chilometri e l’immensa e placida distesa del lago Vänern riempirà quasi completamente l’orizzonte. Non è la prima volta che ti ritrovi a raggiungere di corsa le sue rive e, fortunatamente, eri sempre riuscito a seminarli in tempo. Questa volta però non si staccano, senti i loro passi che ti rincorrono, non ti danno tregua, non puoi fermarti. Imprechi contro te stesso e contro il tuo corpo, incapace di produrre lo sforzo necessario per frapporre una distanza considerevole fra te e loro. Rimane poco tempo per prendere una decisione. L’avevi giurato sulla tua stessa vita. E’ il momento di affrontare le acque, se vuoi tentare di seminarli. Là dove i pochi rami rimasti spezzano la luna in aggraziati fasci di luce, che si specchiano vanesi sulla sua superficie. Non perdi tempo e ti getti nel lago, sostituendo le braccia alle gambe per continuare la tua corsa. L’acqua è gelida e percepisci immediatamente una sensazione di intorpidimento, che non ti impedisce tuttavia di proseguire ad ampie bracciate. Li senti, ti stanno tallonando, non ti vogliono lasciare in pace. Sei ormai lontano dalla riva ed intorno a te non vedi altro che l’acqua ed il lieve moto ondoso provocato dai tuoi movimenti a passo di marcia. L’intorpidimento si è, nel frattempo, trasformato in dolore. Hai il primo cedimento, ti rendi conto che probabilmente non ce la puoi fare. Preso dall’agitazione, decidi di aumentare la velocità e l’ampiezza dei movimenti, ben sapendo che tutto ciò potrà solo peggiorare, a breve, la tua condizione. Ma non vuoi mollare. Non vorresti mollare. Piangi e le salate secrezioni dei tuoi occhi verdi vanno ad intaccare l’immutabile purezza delle acque dolci di Vänern. Non decidi di fermarti, ma è il tuo corpo che cessa di funzionare. Giri la testa di scatto sapendoti ormai braccato, ma anche nella direzione inversa vedi solo acqua. Nessuna traccia dei maledetti inseguitori. Niente di niente. Rivolgi il volto alla luna, che ti restituisce uno sguardo compassionevole. Gli inseguitori erano ancora una volta banali ritratti della tua mente. Ora è troppo tardi per rimediare, ma le tue labbra leggermente increspate ad abbozzare un sorriso, costituiscono la prova evidente di una serenità finalmente raggiunta. Quella che avevi provato ad inseguire per tutta la tua vita.

Arms and Sleepers – Matador

Data di Uscita: 17/11/2009

Giuro, è l’ultima volta.
Tiro su la zip della mia muta. Poso in acqua le bombole.
Indosso la maschera, il gav, l’erogatore.
Scendiamo.
Non credo esista una sensazione paragonabile
a quella che si prova quando t’immergi completamente
nel fluido e nonostante la mancanza di ossigeno,
respiri.
Abbandonato il chiasso, basta infilare la testa
sott’acqua perché un altro universo si spalanchi.
Sai cosa vuol dire essere avvolti dal tutto?..o dal nulla?
Scendiamo.
La pressione aumenta..mi esplodono le tempie.
Perché sono qui?  Giuro, è l’ultima volta.
Prenderò il necessario e costruirò quella casa
che desideri sotto il grande albero.
Scendiamo.
Ora non vedo altro che blu profondo.
Ancora qualche metro..il basamento.
Trovato l’assetto, andiamo avanti. Non è il caleidoscopio di colori che aspettavo, solo un triste sepolcro.
Non un pesce, non una pianta. Tutto ucciso dalle esalazioni acide.
Eccola. La chiamavamo MATADOR. Credevamo nulla potesse piegare una simile imponenza.
Gigante di ferro. Una fila di cannoni per ogni lato. Sul ponte due torrette una a poppa, una a prua.
Una delle più grosse navi corazzate, ora vestigia di guerra coperta da uno strato di foglie morte.
Posidonia oceanica. Mi stanca.
Cimitero per la follia umana. Mi prostra.
Entro attraverso il buco che mi porta direttamente alla sala comandi, mi si apre d’avanti uno scenario agghiacciante. Il pannello di controllo è esploso. Del capitano e di tutto l’equipaggio di sala non rimangono che volti gonfi e cianotici sul soffitto.
Dovrei avere più rispetto per chi non può difendersi dalla mia presenza, ma proseguo attraverso la porta sfondata. Vedo solo qualche alga che ondeggia a tempo di corrente.
Il corridoio stretto, mi porta direttamente ai dormitori. Non è rimasto nulla di quel tempo.
Solo pesanti letti in metallo, ormai completamente arrugginiti, e qualcosa che ricorda delle scatole di legno.
Mi avvicino all’angolo. Quello una volta era il mio posto. Ricordo bene cos’è successo quella notte. La più fredda  della mia vita. Io ero qui..
Il primo boato. La sirena suonava, la luce arancione lampeggiava, ora plastica infranta. Io, come gli altri, imbracciavo il mio fucile però non riuscivamo ad aprire la porta e l’acqua continuava ad entrare dalle fessure che si creavano tra le pareti. Sentivo un odore pungente.
Poi un’altra detonazione che ha smantellato la seconda porta. In pochi secondi siamo stati sommersi dall’acqua che ci bruciava. Qualcuno è stato risucchiato fuori, io spinto sul soffitto. E ti pensavo.

So if you please I’ll build you a boat. We can sail the seven seas.
And if you please I’ll take you out of the atmosphere in a spaceship.
And if you please I’ll take you out of the atmosphere that I built. For you.

Ora sollevo gli occhi e vedo ancora il tappeto di uomini che dormono. i miei compagni. e poi io, nel mio angolo.
hai mai creduto ai fantasmi?

Giulia Delli Santi

The King Khan & BBQ Show – Invisible Girl

Data di Uscita: 03/11/2009

Quella della droga è stata geniale. Nel manuale del freak postmoderno di Arish Khan, libro quarto capitolo settimo – ‘Ruffianate ben calibrate’ – la sceneggiatura dell’episodio si poteva apprezzare con dovizia di particolari e in discreto anticipo sui tempi. Era menzionato l’Indiana invece che il Kentucky ma tutto il resto si è rivelato preciso sin nel più marginale dei dettagli, compresi le sostanze illecite, la licenza di guida non in regola e l’ammontare esatto delle cauzioni versate. Un paio di concerti in meno, ma vuoi mettere con la pubblicità da cattivi maestri conquistata ad un prezzo irrisorio? Difficile architettare una miglior promozione per il nuovo album del duo più sbalestrato in circolazione, il terzo presentato con l’attuale ragione sociale. Che questi due romanzi ambulanti sappiano il fatto loro è oramai fuori discussione. A seguirli con spensierata bonarietà può capitare facilmente di entusiasmarsi, mentre pretendere di interpretarne le gesta non vale molto più di un labbro rotto. Certo “seguirli” è impresa buona solo per le intenzioni. King Khan non lo trovi mai dove l’hai lasciato. Shrines, Almighty Defenders, Genius, Ciaoculos: una tale quantità di progetti paralleli da far invidia anche a Wild Billy Childish, lasciando a Jack White la palma del miserabile pivello. Mark Sultan ha mutuato dal sovrano la medesima schizofrenia, limitandone il raggio d’azione agli insulsi pseudonimi adottati dal vivo. Quando ancora militavano nella loro primissima band – le Merde Spaziali – King e BBQ si concessero alle cronache per la tendenza a prodursi in esibizioni tanto fulminee quanto deliranti, immancabilmente chiuse con scazzottate e lanci d’ortaggi. Messi alla porta da tutti i locali di Montreal, s’imbarcarono in un tour europeo chiusosi poi con lo scioglimento e con la scelta di piantare le tende in Germania. Dopo dieci anni la devianza musicale non si è riassorbita, ma King Khan ed il suo fidato gregario hanno imparato a disciplinarne le incontinenze assecondando il proprio insano amore per il passato. Qualora non abbiate la più pallida idea di che razza di musica possano suonare due mentecatti di tale risma ma vi vada ugualmente di approfondire, sappiate che quanto sin qui scritto è verità immacolata e ‘Invisible Girl’ fa al caso vostro. Svenevolezze e idiozia, citazioni a raffica e griffe personalissima, psichedelia scarmigliata, pop inacidito e ruvidezze garage assortite: la coloratissima miscela frullata e servita senza troppi fronzoli alla mensa dei revivalisti anonimi è una bomba kitsch ipercalorica. Dodici canzoni che saccheggiano un repertorio di stili morti e sepolti e sfrecciano esuberanti, come le testoline di bambola rattoppate nella voliera toracica del più sciroccato dei tossici.

Stefano Ferreri

Tricky Meets South Rakkas Crew – Tricky Meets South Rakkas Crew

Data di Uscita: 30/11/2009

Original Meltin’ Pot
di Paolo Rossi

L’autunno a Bristol è grigio, asfissiante, umido. Sfiancante. Come ogni autunno che si rispetti oltremanica d’altronde.
La nebbia fra le navi ormeggiate dondola densa come il fumo della ganja.
Mark Stewart coi Pop Group prima e coi Maffia poi: fine ’70s.
Fine ’80s: si consolida la cultura del sound system e alcune posse (v. Wild Bunch) divengono l’anima vibrante di un movimento che vede la cittadina portuale come il fulcro ideale perché avvenga una fusione fra la sapienza indigena e quella degli immigrati di area giamaicana e non solo.
Massive Attack, Portishead, Tricky.
La sperimentazione non conosce ostacoli, alimentata dal thc.
Roni Size e i ritmi irrequieti della drum’n’bass.
Si arriva al giro di boa del nuovo millennio: l’interazione e la comunicazione fra gli umani sono sempre più ridotte all’osso.
La drum’n’bass rallenta, acquista in cupezza e in reverberi e delay. Frasi spezzate si adagiano su beats taglienti. Le frequenze non sono mai state così basse…
Pinch, Appleblim, Peverlist.
Tricky è sempre stato un dritto.
Massive Attack e Portishead sono oramai relegabili all’immaginario piccolo borghese; la drum’n’bass è vintage. La dubstep sembra già aver dato il massimo e ora strizza l’occhio ad house music e minimal techno.
Tricky però rimane sempre la voce fuori dal coro. Si serve di tutte le sonorità bristoliane fin qui citate ma senza essere mai troppo pretenzioso.
Giusto, genuino, che è la cosa più importante.
In questo album la collaborazione con la crew originaria della Florida sa di sole. Sole che arde sull’asfalto e che accelera la crescita della marijuana.
Sole che porta in dono sempre nuova luce di cui solo pochi sanno servirsi.
‘It’s a concrete jungle/even in a town’.