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Archive for ottobre, 2009

Port Royal – Dying In Time

Data di Uscita: 02/10/2009

Competence is not a justification
di Filippo Righetto

13 Luglio, ore 15.46

Ho litigato ancora con Giulia, per delle stronzate, come al solito… è la terza volta questa settimana… si inventa delle storie assurde, continuamente… la sua immaturità ha trasformato  le nostre conversazioni in dei salassi estenuanti… credo sia il suo modo per dirmi che mi ama. Non prenderà bene la mia decisione di lasciarla, ma non ho altra scelta… sapevo fin dall’inizio che non sarebbe durata, ma si sa, l’amore fa agire come sciocchi…

20 Luglio, ore 21.32

Una notizia orribile! Ettore è morto… l’ho scoperto dal giornale questa mattina, hanno trovato il suo corpo in macchina, dicono abbia commesso suicidio… ho vagabondato senza meta tutto il giorno, trascinando con fatica le rumorose catene aggrovigliate intorno al mio petto, ai loro estremi una disperazione che mai avrei pensato di provare, ascoltando le composizioni che senza il contributo di Ettore non sarebbero mai nate… credo sia stato il miglior modo per onorarlo.

22 Luglio, ore 17.08

Sono appena tornato dal funerale… speravo che la presa delle catene si sarebbe affievolita col tempo, ma mi sbagliavo… il loro rumore sta diventanto insopportabile, mi sveglio urlando nel cuore della notte con quel suono metallico e maledetto che rimbomba nelle mie orecchie… è come se volessero impedirmi di continuare la mia vita… ho visto gli altri membri dei Port Royal alla cerimonia, ma non ce l’ho fatta ad avvicinarmi per porgergli le mie condoglianze… dietro Attilio ho notato una donna dai capelli corvini piangere sommessamente… her grief was quiet,she knelt with her head bowing, face hiding beneath her long black hair that hung, so appropriately, like a shawl, weeping for the loss, or maybe for herself…mi sono informato, ho scoperto che si chiama Anya. Anya Sehnsucht.

24 Luglio, ore 9.07

Sono andato a casa di Anya quest’oggi… mi sono lasciato guidare dalla catene, combatterle è da stupidi… è una donna distinta, anzi, una ragazza poco più che ventenne, invecchiata prematuramente. Il disagio per l’evidenza del suo malessere interiore è palpabile, per questo non produco parole di conforto, non voglio aumentare il suo imbarazzo. Ha delle rughe leggere intorno alla bocca, come di una persona avvezza al sorriso, un’abitudine che deve aver perso di recente visto che nel nostro breve colloquio è rimasta impassibile ai miei tentativi di farla ridere. Vive in una casa troppo grande per le sue necessità, e quando, con innocenza, le ho chiesto se la condividesse con qualcuno, sono rimasto spiazzato dalla sua reazione. La tazzina in porcellana bianca con decorazioni floreali ancora accostata alle labbra ha reso la sua voce cavernosa e inquietante. “No… se ne vada.”. L’ho accontentata, nonostante le catene ruggissero in disapprovazione.

4 Agosto, ore 11.30

Credo di stare impazzendo… ho ricevuto l’ultimo disco dei Port Royal, “Dying in Time”, e tremo al pensiero che i miei timori si concretizzino. Troppe coincidenze che si sovrappongono in una spirale delirante… emergono sempre nuovi dettagli, e strato dopo strato solo un fatto sembra certo: Ettore sapeva. Era in pericolo. Morire in tempo…ma in tempo per che cosa? E le canzoni, dio le canzoni, racchiudono un messaggio che non riesco a decifrare… molte sono costruite secondo gli schemi del loro vecchio brano “Anya Sehnsucht”, come stile prossimo ai Labradford, e io sono sicuro che Ettore fosse il più vicino a queste sonorità… perlomeno più di Attilio, che non ha mai nascosto la sua vocazione dance… devo tornare da Anya, è lei la chiave, lei deve sapere…

5 Agosto, ore 8.52

Anya è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, ha tentato di dare fuoco a casa sua, e ha aggredito chi cercava di salvarla… sono entrato nella camera dalle pareti imbottite… ho parlato, per ore, ma non credo capisse che qualcuno stava cercando di entrare in contatto con lei, e nel caso contrario fingeva molto bene… nemmeno io so cosa mi leghi a lei, la conosco appena, eppure… infine disperato le ho preso la testa tra le mani, i miei palmi a circondarle le guance, con le dita che si allungano fino alle sue tempie. Ho guardato nei suoi occhi, ma lei non ha restituito il mio sguardo, fissava qualcosa di indistinto oltre la mia spalla sinistra. Questo non mi ha impedito di capire che niente è rimasto di lei, i suoi occhi riflettevano i colori del mondo, solo perché non avevano più niente da mostrare. Non ho resistito, e sono scoppiato in lacrime.

11 Agosto, ore 1.52

Le catene non mi perseguitano più ormai, e questo mi lascia intuire che forse sono infine giunto alla verità… la folgorazione è arrivata dopo aver ascoltato più e più volte il loro ultimo lavoro… le dilatazioni meditative che li contraddistinguevano sono il sacrificio rituale richiesto dal Dio Autechre, tumulti elettronici mai sperimentati prima la ricompensa. Ci deve essere dell’altro, ma non ho più molto tempo, lui sa… o si, lui sa… sono stato incauto nella mia ricerca… e ora sta venendo per me… it doesn’t matter,I’ll welcome him, he’ll find me in my alcove, jumping and whirling, tears streaming down my beard, listening to The Photoshopped Prince.

Califone – All My Friends Are Funeral Singers

Data di Uscita: 06/10/2009

Giving Away The Bride
di Lorenzo Righetto

Tieni su la testa. Non sopporto chi dorme mentre guido. E’ un cazzo di viaggio di nozze. Hai bevuto… Così tanto che ho dovuto trascinarti in macchina, e buttarti sul sedile come un sacco di merda. Senti un po’: passami la cartina, mi sono perso. Niente da fare, eh…?!? Dormi pure, ok, è il nostro fottuto viaggio di nozze. Cosa c’è di meglio se non guidare a caso per le campagne dell’Illinois, per rilassarsi. Che tempaccio, piove da mesi. Neanche un posto per fermarsi a pisciare senza bagnarsi fino al midollo. E quindi ti sei vomitata addosso, sul bel vestitino bianco che ti ha comprato tua madre… Forse dovrei ricomporti, sembra che ti abbia rapito o che so io. Sei fredda come quella volta che finisti nel fiume su in Quebec, ma perché devi metterti a bere in quel modo, anche nel giorno del nostro cazzo di matrimonio… Ecco, mettiti la mia giacca. Dio Santo! Mi ammazzerai, un giorno o l’altro. Non ci vedo neanche tanto bene, adesso che ci penso, devo essere stanco. Meglio accostare qui, non si vede un cazzo, guarda che pioggia…
Devo aver dormito molto poco, sei ancora lì che ronfi. Non ho mai capito come fai a restare addormentata per giorni interi, io dormo poche ore e mi sento fresco come una rosa… Si riparte, allora, dobbiamo ancora vedere un abitante di questo Paese del cazzo. Meglio così, meglio così, non credere che mi importi, sai. Io e te e basta, l’ho sempre detto. Non mi serve altro, davvero. Solo un bagno, in questo momento, farebbe comodo… Lo sai che scherzo, amore. Possibile che non si capisca neanche se è giorno e notte, in questo fottuto merdaio? Piove e piove e piove da quando ho memoria, checcazzo… Ok, calma, calma, va bene, tutto bene, chi dice il contrario. Credo di avere le idee più chiare su quale direzione seguire, qui devo esserci passato, quella volta con Tim… Fottuto pazzo, lui, te l’ho mai detto? Naaaa… Ce ne sarebbero da raccontare. Ne abbiamo di tempo, vecchia mia, dormi finchè puoi.
Mi fermo un attimo, scusa eh, la vescica sta per rompere gli argini… Resta lì, spero di non bagnarmi troppo, ti dà fastidio la puzza, poi. Che fottuta bettola, woof! Questi non ricevono un cliente da qualche mese, te lo dico io. Senti vecchio, ce l’avete il cesso almeno, qui? Ta-ta-tatà ta-ta-tatà… E’ solo pisciando che mi esce la vena musicale, a me. E si riparte, ancora ‘ste secchiate, merda! Eccomi di ritorno, cara, il tuo maritino dopo una giornata di duro lavoro… Dio, come sei fredda, ancora. Forse è il caso che ti svegli, non vorrei che ti fossi presa un accidenti. Dai su non voglio prenderti a sberle, vecchia mia, collabora un po’…
Eri morta da un bel pezzo. Ma questo viaggetto lo finiremo, cazzo se lo finiremo!

Atlas Sound – Logos

Data di Uscita: 20/10/2009

Nero. La retina dell’occhio sinistro è la più lesta a riprendere le funzioni e a registrare il colore. Nero. Completamente nero. E’ tutto talmente buio che mi viene il dubbio di non essermi effettivamente svegliato. Resto immobile. Il movimento della palpebra destra chiarisce le mie perplessità. Come potrei sbattere le palpebre se non fossi sveglio? C’è qualcosa che non funziona. Scaccio i cattivi pensieri, mi rigiro goffo nella branda e cerco a tentoni l’interruttore della lampada, una fottuta abat-jour dell’anteguerra che, seppur logora, svolge ancora orgogliosamente le funzioni per cui è stata creata parecchi lustri orsono. Uno, due, tre tentativi. TAC. Sento distintamente il rumore dell’interruttore che si sposta ed aspetto la luce. Niente. Replico il movimento, ma nulla si modifica nell’ambiente circostante, o almeno…nulla che possa percepire. Continuo ad ingannare me stesso e vado avanti ad accendere e spegnere quella maledetta abat-jour per innumerevoli volte, illudendomi che il problema sia delle cose che mi circondano. Nero. Tutto nero. Mi sollevo di scatto puntando le braccia, completamente catturato dall’angoscia. Mi alzo, cado, mi risollevo, perdo l’equilibrio, ricado, mi trascino, impreco, urlo, piango. Non ci vedo. Sono io che ‘non funziono’. Cancello di colpo l’illusione nella quale mi piaceva immergermi fino a qualche minuto prima e crollo nella disperazione. Urlo. Urlo a perdifiato. E’ il terrore a guidare le mie azioni. Sono cieco. Non è possibile. Ieri sera guardavo il tramonto con Mahrou. Il sole sussurrava arrivederci al mondo e regalava gli ultimi suoi raggi a quegli occhioni verdi e grandi, che mi avevano fatto innamorare. Una notte. Una sola fottutissima notte e chissà quale disegno divino ha deciso che non devo più vedere tutto ciò, che quegli occhi verdi non possono più essere a mia disposizione, se non in un esecrabile cassetto della memoria. Piango. Piango a dirotto. Si perde la vista, ma non si perdono le lacrime. Una concessione beffarda, per consentire di piangere la propria condizione. Perdi la vista e, contemporaneamente, perdi tutto il resto, tutto ciò che eri abituato a vedere. Perdi il mondo che ti circonda.
Ho perso le forze e mi sento scoppiare. Non ho più riferimenti, sono disorientato. Mi lascio cadere sul pavimento. Penso di avere finito le lacrime e la voglia di vivere. Impreco. E’ una delle poche cose che mi son rimaste. La Parola, s’intende.
Mi sento scuotere d’improvviso. E’ Mahrou. Mi sveglio grondante di sudore, percependo delle note in dissolvenza. ‘Logos’.

Marco Masoli

Port O’ Brien – Threadbare

Data di Uscita: 06/10/2009

Un signore di mezza età  ha fumato due sigarette nell’ultima mezz’ora. Un minuto per accenderne ognuna, il resto per ingoiarle.
Mastica coi movimenti misurati della mandibola, disegnando mondi dalla forma circolare che cominciano dalla destra. Un mondo più piccolo dentro uno più piccolo. Il cuore del mondo più piccolo di tutti è grande quanto una casa, con le tavole di legno grosso a supportarne le porte e la carta da parati investita di inchiostri scuri e colori ad acquerello.
Il signore di mezza età  fa due colpi di tosse e spende due secondi a dire Cristo.
Signor Cristo. ‘Cri – Sto’ ha il corpo che gli fa male, e si uccide in trentatrè anni. E’ diviso in due sulla croce, in parti uguali distribuite su ambo i lati; la mano sinistra a sinistra, quella destra a destra.
Ha imparato a dire il suo nome in mezzo secolo di storia, pare; un quarto per cercare di dirlo, ed un altro per dirlo come Dio comanda. Non un tempo cortissimo, se conti che ha fumato dal tubo di scappatoio della sua autovettura da quando aveva soli sei anni. Oggi, l’uomo si agita a ritroso mentre mastica in bocca le due sigarette nello stesso momento, no? Si muove come un furfante, che mi fa pena nel vedere giocare col suo Ego, ridotto in polpette per il brodo e servito alla piazza nella sua porzione più generosa con le brache calate sulle caviglie. La tazza fuma di brodo. Ha fumato il suo ego a cinque minuti da San Francisco, il signore di mezza età, così come Cristo fumava sulla croce trentanni dopo la culla a Betlemme. Il suo corpo, fumava. Fumava di santa ragione, con la piazza a guardare l’idiota che diventava freddo dalla paura.
Ha ingurgitato le travi della lunghezza di una sigaretta in un sol boccone nei quattro minuti di uno spettacolo fulminante. Ha mangiato le chitarre e l’orchestrina, il campanile della chiesa. Suo fratello, la settima generazione addietro e lo Spirito Santo. Di santa ragione, la ragione di un uomo stupido, prima che di un buffone. Le chitarre a bruciargli gli occhi, sminuzzate in piccole razioni fumanti di cui indovinare le sembianze quando si sposano in aria, al matrimonio di milioni di commensali e di sultani prodigiosi.
L’uomo si beveva il cervello di fronte alla piazza, mentre piegava le gambe con le mutande nella bella vista delle signore della città. Kurt Cobain ha le guance rosse a flirtare col complessino all’ospizio, un suono che non ho mai sentito. Ha mangiato le case ambulanti e i carri armati, i bambini e il giubileo. Un Papa bellissimo bruciato dal cancro. L’uomo, la sua vergine. Il battesimo e il banchetto nel vigneto colorato.
Lui, intanto, alza la mano per invitare i commensali alla sua cena, ingoia le due sigarette e porge alla folla le due corde dalla bocca, con gli occhi gonfi di sangue.
Conto due minuti, al terzo lo avvicino. Cammino piano e respiro piano. Sono sovraeccitato per l’invito al banchetto, stasera. Piano piano piano. Io sono l’agnello di Dio, io tolgo i peccati dal Mondo. La mia strada è sul mondo che arriva a te, e tre e due e uno.
Faccio due volte per battere contro l’accendino prima di fare fuoco sulla marionetta del cazzo e poi rendere l’ultimo omaggio al secondo Cristo, per ben due volte, ognuna per ogni parte. Incendio la miccia, le do fuoco da sinistra a destra; al quarantesimo minuto ho ucciso Cristo in uno spettacolo pirotecnico micidiale, perchè l’uomo morisse tra le stelle e sulla campagna, questa volta.

Tonino Cervino

Fuck Buttons – Tarot Sport

Data di Uscita: 12/10/2009

E’ arrivato la settimana scorsa. Da solo. Lo abbiamo tenuto d’occhio, abitiamo isolati e non si sa mai con chi puoi avere a che fare. Passa le giornate sull’amaca e divora un libro dopo l’altro. La sera sta in casa. Probabilmente legge anche di notte: forse sta studiando. Mi domando se dorma. E se mangi. Non è ancora venuto a presentarsi. C’è qualcosa di selvatico, scostante, respingente in lui. Ha sempre le cuffie stereo in testa. Avrà sì e no trent’anni. Mi domando se non stia aspettando qualcuno: nessuno passa così tanto tempo in solitudine nell’isolamento di questi boschi per scelta. Ormai è qui da tre settimane… E’ sempre più inquieto: ha preso a fare camminate verso le cime delle montagne. Avrà una meta? Decido di seguirlo, di capire. Mia moglie sta diventando assillante con questa storia. Eccolo, parte come al solito verso mezzogiorno, l’ora più calda! E’ come se volesse stordirsi di fatica. Lo lascio sparire nella boscaglia e parto all’inseguimento. Non è facile distinguerlo fra gli abeti imponenti e il fitto sottobosco. Cerco le sue tracce sul terreno, come i cacciatori. Procede spedito, una falcata nervosa, di bestia inseguita. Non si gode la passeggiata: vuole sfogarsi. Certo è strano. Mia moglie potrebbe avere ragione, potrebbe essere un tipo rabbioso, violento. Lo vedo stagliarsi in controluce, a sbalzo sul cielo terso e le nuvole che si inseguono – la sua furia non da cenno di placarsi: alza sbuffi di polvere dal terreno a ogni passo. Guarda dritto in avanti: è una sfida fra lui e il paesaggio. Il suo incedere ha un ritmo preciso, ma irregolare. Sembra danzare: ogni passo, una nota; ogni tratto di cammino, una battuta; ogni passeggiata, una sinfonia ruggente. Sono sicuro che ha con sé la musica, e che la ascolta a tutto volume. Non vuole pensare, chissà… Non riuscirò mai a raggiungerlo, però se continua a salire per di là può scendere solo dal bosco di betulle. Lo aspetto lì – dista solo pochi passi da dove mi trovo. Eccolo!
“Salve!” – dico.
Un ghigno di sbieco e nessun’altra risposta. Tira dritto. Almeno l’ho visto da vicino: alto, gambe lunghe, spalle strette, collo curvo in avanti, sguardo fiero con un qualcosa di chiuso, cupo, losco. Per niente tranquillizzante, ecco. Rientro a casa, scornato per l’energia sprecata. Mia moglie mi tormenta con domande a cui non so rispondere. Sempre più sospettosa, si piazza alla finestra a tenere d’occhio la situazione. Una vedetta perfetta: immobile per ore. Il ragazzo ha interrotto la sua routine e non sta leggendo, è in casa a combinare chissà cosa. Verso sera, mia moglie da l’allarme: sta imboccando il vialetto di casa nostra, con qualcosa in mano. Ha passato il cancello. Ecco che bussa. Apro, mia moglie nascosta dietro la porta semi-aperta.
“Buonasera.”
La sua voce è profonda ma tremula, stranamente emotiva. Gli occhi sono pozzi neri, lucidi di lacrime non piante. Un timido, ecco svelato il mistero!
“Mi scusi se oggi non mi sono fermato, ma quando ascolto musica è come se fossi in un’altra dimensione. Posso lasciarvi questo disco e questo biglietto? Se si presentasse qualcuno alla baita, dovreste per favore consegnarlo, altrimenti fatene quello che volete.”
“Nessun disturbo, vuole…”
“No, grazie – mi interrompe – ora devo partire. Grazie di nuovo!”
Guardo gli oggetti che ho tra le mani. Sul disco una scritta dice FUCK BUTTONS, Tarot Sport. Il biglietto è piegato in quattro e infilato nella custodia. Guardo mia moglie. Guardo il biglietto. Lo leggo.
“Ti ho aspettato tutta l’estate. Pensavo mi avresti raggiunto come mi avevi accennato. Pensavo di piacerti molto, come mi avevi detto. Ti ho creduto. Le parole gentili hanno un peso, sai, che è ricaduto sulle mie spalle. Ti ho avvertito che mi sarei innamorato di te. Se non era successo nella nostra settimana di idillio, è successo poi qui: hai brillato per la tua assenza e la solitudine che ho sperimentato ha pericolosamente amplificato le mie emozioni. Forse sono diventato pazzo. Ho ascoltato di continuo il tuo cd. E’ potente, monumentale, siderale. Enorme come queste montagne, ipnotico come le stelle, forte come il vento sulle cime degli alberi. E’ ironico che proprio la tua musica mi abbia fatto trovare la forza di reggere l’attesa indefinita, il vuoto. Ho passato tre settimane a darmi del sognatore, dell’idiota, dello stupido. Mi hai deluso, ma è colpa mia perché spero troppo facilmente: ho un cuore di cera in cui resta subito l’impronta. Se vorrai cercarmi, se vorrai almeno raccontarmi, io ci sarò. Sai dove trovarmi. Senza rancore, per sempre tuo, a modo mio.” Niente firma.

Carlo Zambotti

Kings Of Convenience – Declaration Of Dependence

Data di Uscita: 05/10/2009

Tre giorni di pioggia incessante. Mia madre prepara una porzione di zucchine grigliate per l’anziana maestra dell’asilo. E’ il suo compleanno ed è sola. Riempie la sua solitudine facendosi cucire vestiti su vestiti da mia madre. Vestiti che non indossa poiché non esce mai. Sta sempre a casa, uno sgabuzzino adiacente all’asilo.
M’infilo il cappotto, prendo l’ombrello e scendo per le scale. Sono per strada, raggiungo l’angolo della via e vi svolto. Ancora marciapiede, strisce pedonali, marciapiede e il citofono mezzo scassato.

“Chi è ?” domanda una voce rauca.
“Sono il figlio della sarta” urlo.

Un suono elettronico prolungato. Spingo il cancello cigolante. Calpesto il selciato del cortile evitando fango e pozzanghere. Tre gradini, il portone socchiuso e oltre un mondo di schizzi, disegni e scarabocchi sulle pareti, alberi finti con finte castagne, giostre e giostrine, giocattoli sparsi qua e là per il pavimento e i bambini che mi guardano stupiti con i loro simpatici grembiulini.

“E tu chi sei?” incuriosita mi si avvicina una bambina.
“Sono il figlio della sarta”
“Quale sarta?”
“La sarta”
“Ah! La sar… ti va di giocare con me?” mi invita indicandomi la sua bambola.
“Dopo magari” la rassicuro avanzando lungo il corridoio.

In fondo, sull’uscio della porticina mi aspetta l’anziana maestra.

“Come sei diventato!” strombazza.
“Eh già” balbetto un po’ imbarazzato.
“Mia madre ci ha già messo del peperoncino, quindi non aggiungerci dell’altro”  le suggerisco ma sembra non avermi ascoltato quasi ipnotizzata dal mio volto.
“Eri così piccolo” afferma mentre quasi s’inchina ringraziandomi del pranzo.
“Vieni vieni… su” mi prende per mano e mi conduce in giro per l’asilo. Apre una porta.
“Ti ricordi… questa era la tua aula”
“Certo che me la ricordo, maestra. Non è cambiato nulla, c’è persino lo stesso odore”
“Guarda quella barchetta, la facesti tu… è ancora appesa li”

Era ancora aggrappata ad un timido strato di intonaco oramai paglierino e sgretolato.
Apre l’armadio nell’angolo e incomincia a rovistare tra i cartelloni colorati e altri meno colorati e vi tira fuori delle foto.

“Andavi pazzo per l’argilla!” mormora mostrandomi una mia foto.
“Oh guarda fuori!”
“Ha smesso di piovere finalmente! E c’è anche l’arcobaleno!” meravigliata come una bambina, il suo sguardo si perde fuori dalla finestra.
I suoi occhi si colorano, brillano. Sorride. E’ felice.
Dei rumori giungono dalla strada vuota. La strada che ripercorro per tornare a casa. Adesso anche i miei occhi brillano guardando il sole che fa capolino tra le nuvole e l’arcobaleno.

Gianfranco Costantiello

Grant-Lee Phillips – Little Moon

Data di Uscita: 13/10/2009

Un breve ascolto, durante la lettura

Quindici anni fa Grant-Lee Phillips era un fuoriclasse. A guardarlo in modo sommario non si sarebbe detto: di origini native americane, bassino, strano, con l’aria perennemente incazzata. La solita superficialità della critica in anni di vacche assai grasse fece il resto. Lo vidi in concerto nel febbraio ’95 ed entrò in agilità nelle mie grazie. Di spalla ai R.E.M. nel tour di Monster, lui ed i suoi compagni portavano in giro ‘Mighty Joe Moon’, il capolavoro. Grant-Lee aveva una stoffa pazzesca, un magnetismo degno del suo mentore in quella fortunata stagione. Come spesso capita tuttavia, il valore è affiorato sì, ma retrospettivamente. Oggi di una band miracolosa come i Grant Lee Buffalo si avverte la mancanza, oggi che il rock delle radici è una barzelletta mal raccontata. All’epoca, però, al mercato nero degli ‘Stipels’ un Ed Kowalczyk  era forse quotato cinque Grant-Lee Phillips. ‘Throwing Copper’ vendette quasi dieci milioni di copie nei soli Stati Uniti e qui in Italia spararono tutti e cinque i suoi singoloni in heavy rotation. Non era male, soprattutto col senno di poi, ma Ed sapeva di non valere granché come autore. Puzzava di bieco opportunismo e di pallida arte imitatoria ma ricevette tante benedizioni per quella pirotecnia così mainstream… Per liquidare i Buffalo si disse invece che facessero troppo poco casino. Il che, ovviamente, era non soltanto riduttivo ma anche assolutamente falso. Ricordo la recensione di ‘Copperopolis’ su Musica!: “mai stati portati per il rumore, ma qui abbassano ulteriormente il volume”. Infami scribacchini. Per quanto Grant-Lee non fosse uno che si scoraggiava, insistette con il suo ostinato progetto ancora per poco: un album di pop bandistico ammiccante ma alquanto fiacco, ‘Jubilee’, decretò la resa. Tornò presto in una veste da indipendente autentico, senza i guizzi nervosi della sua vecchia band ma con la garanzia di una voce che non ha mai smesso di incantare. Dischi ben scritti ed asserviti a questa dote vera, gradevolissimi bozzetti di cantautorato nostalgico, disegnati con cura da un perdente di classe. Un’ultima accelerazione creativa (‘Mobilize’) ed almeno una chicca memorabile, la raccolta di cover di celeberrime perle alternative degli anni ’80 (‘Nineteeneighties’). Con onestà è oggi lui stesso a raccontarci di essere invecchiato (‘Older Now’). Ha recitato in televisione nella serie Gilmore Girls interpretando la parte del trovatore – un romantico rubacuori – che pare essergli rimasta disgraziatamente cucita addosso. ‘Little Moon’ è un disco piacevole e dignitoso per quanto molto lontano dagli esordi scapigliati degli Shiva Burlesque e dalla perfezione americana dei Grant Lee Buffalo. Momenti di croccante easy listening condotti con buon mestiere (‘Good Morning Happiness’) si alternano agli aromi seducenti delle ballate in chiaroscuro che a Grant-Lee sono sempre riuscite magnificamente (si vergogni chi non ricorda ‘Mockingbirds’ o ‘The Bridge’), con il consumato cantastorie impegnato a destreggiarsi con qualche numero gigione per compensare i fisiologici cali d’ispirazione. Non ci inganna, ma l’illusione di un ritorno ai bei tempi resta un brillante diversivo per chi ne accolga le regole. I passaggi convincenti (‘Nightbirds’, ‘Violet’, la title track) non mancano, la veste umile non inficia la prova di stile e come cantante Phillips si rivela ancora eccellente per versatilità e trasporto. Paradossale che la canzone in cui con più forza si avverte il respiro dei Buffalo epici, quelli di ‘Fuzzy’, sia ‘One Morning’, forse la più dylaniana che Grant-Lee abbia mai scritto. Oppure no. E’ segno di quella naturale propensione al desueto, al fuori tempo massimo, in cui si cela il cuore malinconico di un artista da sempre innamorato del proprio autunno.

Stefano Ferreri

Mumford And Sons – Sigh No More

Data di Uscita: 05/10/2009

Lui: “Sai cosa pensavo?” dice guardando fuori dal finestrino sul quale ritmicamente si deposita la condensa del suo respiro.

Lei: “No, non sono il tuo analista. E’ tutto il giorno che hai la faccia da cane bastonato, t’avevo detto che ci saremmo visti con i miei amici per gli auguri, avresti potuto rasarti quei baffi da siciliano.” S’irrigidisce leggermente sul sedile e continua a guidare, l’acquazzone è molto potente e le spazzole logore dei tergicristalli emettono un rumore fastidiosissimo.

Lui: “Pensavo che è quasi un anno che stiamo insieme e sarebbe ora che tu la smettessi di recitare la parte.” Continua a guardare fuori e il tono della sua voce non ha nessuna inflessione.

Lei: “Ah bene, una cosa leggera. Tu pensi che stia recitando la parte da un anno? Ma come ti vengono certe idee? Lo sai che sei proprio uno stronzo, vero?” Si capisce che non vorrebbe approfondire ulteriormente l’argomento, non in questo frangente per lo meno.

Lui: “D’altra parte ci sei abituata, no? E’ il tuo mestiere fingere…” Gira finalmente la testa e la gurda con occhi spenti. I suoi capelli ricci sono per metà arruffati e per metà appiattiti dal finestrino. Il suo viso è imberbe tranne per quei baffetti adolescenziali, veramente inguardabili.

Lei: “E’ la vigilia di Natale e tu vuoi litigare, ti rendi conto che non posso fare finta di niente? Mi stai tirando l’ennesima coltellata.” Per un momento distoglie lo sguardo dalla strada e lo fissa, dai suoi occhi traspare più delusione che rabbia. E’ bellissima: porta un berretto con il pon pon di lana verde, lo stesso colore dei suoi occhi. I suoi lunghi capelli castani profumano di viola e il viso è talmente pallido da farla assomigliare ad una bambola di porcellana. La tensione traspare dalle piccole contrazioni delle mani con cui tiene il volante.

Lui: “Ti sto dicendo quello che penso, nè più, nè meno, essere sincero per me è un’esigenza.” Nell’apatia più totale finge di aver la facoltà di razionalizzare.

Lei: “Tu sei proprio uno stronzo e io mi sono rotta i coglioni di te e delle tue paranoie da psicopatico. Due mesi fa, dopo aver fatto l’amore, mi hai fatto sentire una merda dicendomi che non vedevi un futuro insieme a me, che non eri pronto per impegnarti seriamente, adesso te ne vieni fuori con quest’altra cazzata. Te lo dico io qual è il tuo problema: non stai bene con te stesso, sei un vigliacco e devi sempre scaricare le responsabilità addosso agli altri. Non te ne accorgi, cazzo? Non sei nemmeno capace di lasciarmi?” Gli occhi si fanno lucidi e la voce le si rompe per il magone. Per lei è una sconfitta soprattutto capire di aver investito tempo e sentimenti con la persona sbagliata.

Lui: “Non posso lasciarti, sei senza dubbio la persona migliore che mi sia mai stata vicino.” Ne è veramente convinto ma la sua deficienza d’animo non gli permette di avere accanto a sè una donna migliore.

Lei: “Ed è così che tratti la persona migliore che ti sia mai stata vicino? Vaffanculo, dici solo un sacco di stronzate. Tu non ne hai le palle e allora te lo faccio io questo piacere, ognuno per la sua strada. Non ho più tempo da perdere con te!” La sua sofferenza nel pronunciare questa frase è visibile. Lui invece è quasi sollevato di essere di nuovo solo con la sua mediocrità.

Lui: “Accosta, io scendo qua. Buon Natale.” Scende tira sulla testa il cappuccio del parka e con il suo regalo in mano s’incammina verso casa. Le sue guance sono bagnate ma non è pioggia. E’ l’ennesima presa di coscienza della sua sterilità sentimentale.

Andrea D’Avolio