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Archive for settembre, 2009

Giardini Di Mirò – Il Fuoco

Data di Uscita: 04/09/2009

Ash
di Filippo Righetto

Capitolo Uno. La Favilla

Stringe tra le mani inesperte un taccuino in pelle marrone finemente intarsiato, un lavoro di pregio, probabilmente rubato in una qualche abbazia francese. Ha risposto, lesto ed eccitato, all’invito dal nome “La sonorizzazione del film “Il Fuoco”, di Giovanni Pastrone ed ispirato al romanzo di d’Annunzio, da parte dei Giardini di Mirò”. Incomprensibile. Non meritevole di ulteriori approfondimenti o delucidazioni. Condotto per mano dalla sua ben nota superficialità, raggiunse l’Auditorium di Milano il 24 maggio. Con il taccuino.

“C’è un coniglio grigio che mi sta fissando.”
“Dove?”
“La.”
“Non lo vedo.”
“Segui il mio dito, sotto l’arco,  a sinistra di quella gibbosità in legno. Vedi?”
“E’ una crepa, non è un coniglio.”
“No no è un coniglio guarda meglio.”
“Tu sei scemo.”
“Ti dico di si, guarda come mi fissa.”
“Attaccato per la schiena a quasi 80 metri di altezza?”
“Precisamente.”
“Tu sei scemo.”

Non convinto, instaurerà una sfida di sguardi con l’altezzoso animaletto. Vincerà il coniglio.
Non userà il taccuino in pelle marrone finemente intarsiato.

Capitolo Due. La Vampa

Lei. La Poetessa Illustre. Aristocratica immaturità. Il capo cinto da piume bianche e grigie e il trucco nero pesante, una matrona grottesca dalle mani artigliate che ispira uno sgradevole senso di inquietudine.
Lui. Il Pittore Ignoto. Talento inconcludente, cuore ingenuo, attore sfortunato. In cerca di poesia.

“Bruciami…bruciami, bruciami, bruciami l’anima”
“Mamma, sono felice, volo verso il sogno…”

La passione, l’ispirazione, il dipinto dell’amata, l’esposizione, il successo, la fuga dell’amata, la disperazione.
La pazzia.

Capitolo Tre. La Cenere

Shoegaze caleidoscopico, mutevole, capace di definire i più disparati frangenti. Musica animata in sostituzione delle parole come la filosofia post-rock insegna, che dona una sorta di preveggenza mistica: una rete malinconica tiene insieme il racconto fin dal principio, che non lascia stupiti di fronte al tragico epilogo. Suoni atipici vanno a descrivere atmosfere troppo spesso standardizzate, distorsioni noise danno un risalto schizofrenico alla passione che brucia ogni cosa, e riff taglienti denunciano il sentimento frutto di immaturità e nato dal capriccio.


Owen – New Leaves

Data di Uscita: 22/09/2009

Mani
di Lorenzo Righetto

Mi sono alzato presto, mi sembra il minimo, in un giorno speciale. Il mio più bel vestito appeso all’anta dell’armadio: è l’unico che hai, trattalo bene, devi ricordarti dove sta, lì sull’anta dell’armadio. Apro d’un fiato la finestra, bagnandomi di luce: i primi rumori del mattino mi accarezzano la pelle. Molte cose non so più fare, ma almeno mi ricordo come ci si risveglia. Cosa porto al collo… Il taccuino! La piantina della casa, e per prima cosa si va in bagno. Un volto vagamente familiare, segnato da qualcosa, una vecchia ferita, una botta sorda sulla nuca, e poi buio. Sono stanco di pensare, non mi va di sforzarmi di ricordare, ma non ho una bella cera, bisogna ammetterlo. Che fare?!? Il solito giro, che altro… Non devo agitarmi: meglio che mi metta la camicia, abbottonarla mi fa sentire meglio. Esci, dai: imbocca tremante quell’unica rampa, ripida, verso un ignoto che hai attraversato per mille identici giorni. Ingobbito, sfreccio il più vicino possibile ai muri, lo sguardo perso che fissa un luogo distante, oltre l’eterea cortina delle cose. Tutto sembra così… nuovo, e decrepito allo stesso tempo. Cammina , cammina, cammina, corri, corri… corri. Rosso! I miei istinti sono a posto, se non altro. Polmoni in fiamme, chissà da quanto tempo sto correndo, mi tocco il petto, devo tenerci dentro il cuore, che vuole uscire… il taccuino! Sfoglia, sfoglia, sfoglia… Alberi, Parco delle Magnolie, ci sono io seduto su una panchina con la testa fra le mani. Guardati in giro. E’ proprio dall’altra parte della strada: gente come te, ma diversa, più bassa, senza quegli orribili peli sulla faccia, che non sai più come togliere, spingono strani carrellini miagolanti… Incamminati dietro a loro, ecco una panchina. Aggrappati, legno, quello è legno, ci si siede girati dall’altra parte.

Capire, capire, capire, niente.

Non piangere, stupido, non si piange. Nascondi la faccia. Niente da fare, il taccuino non serve più, non è mai servito a niente. Buttalo.

Passi, passi, passi, sono io che cammino…?

Il profumo di una voce. E’ la Tua mano.

Yo La Tengo – Popular Songs

Data di Uscita: 08/09/2009

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho conosciuto Ira e Georgia una sera di qualche anno fa, durante il tour di ‘Summer Sun’. Eravamo in piena stagione dello squalo e mi rapirono per la seconda volta. Incontrarli al banchetto del merchandising prima del concerto fu alquanto strano. C’era chi chiedeva loro qualche impressione sulla città, chi si premurava di avanzare una o due richieste per l’esibizione imminente, quindi arrivai io. Scambiammo quattro chiacchiere su cose insignificanti e furono deliziosi. Mi feci autografare i due cuori sul booklet di ‘I Can Hear The Heart Beating As One’ e quella fu per me una specie di consacrazione del legame evocato nel titolo. Il concerto che venne fu strepitoso, anche se la ‘Stockholm Syndrome’ di cui fui vittima ha avuto la sua parte nel mio giudizio. Persone semplici e meravigliose i Kaplan, antidivi per eccellenza al di là di un vissuto non privo di dettagli incredibili (lui critico musicale saltato sul palco quasi per caso, lei figlia di una coppia di cartoonist da premio oscar). La loro natura genuina, quell’aver come congelato i lineamenti di un’umiltà autentica, mai simulata, ha fatto sì che gli Yo La Tengo non siano mai veramente cambiati e che, di conseguenza, non sia mai venuto meno l’apprezzamento del loro pubblico e della critica. Inevitabile, quando hai alle spalle una serie di capolavori e ti ostini a sfornare album talmente poliedrici da non sembrare il frutto del lavoro di tre sole persone. Senza ironia il gruppo di Hoboken sarebbe durato una stagione e poi via, nel dimenticatoio del rock alternativo di fine anni ’80, a far gioire un ristretto manipolo di collezionisti maniaci. Non è così che doveva andare. Ira e Georgia proprio come Thurston e Kim, per millecinquecento motivi e per nostra fortuna. Oggi festeggiano le nozze d’argento nella band con uno sconfinato atto d’amore nei confronti della popular music a stelle e strisce, tanto più geniale se si considera che loro popular non sono mai stati. E allora via col compito in classe: nove esercizi a svolgimento libero, spaziando dalla freschezza sixties al modernariato kitsch-pop, dal minimalismo beat narcotico alle cromature elettriche in odore di psichedelia. Esercizi di stile – si dirà – che rischiano di tradursi in mere operazioni accademiche. Niente affatto. Gli Yo La Tengo non dimenticano il garbo, né il colore. Affogano le loro popular songs in una pozza strabordante di synth, organetti e violini, ma non stuccano. Affascinano perché divertono e si divertono. Saccheggiano quasi cinquant’anni di musica americana ma sempre guardandosi allo specchio, riciclando con instancabile brio trucchi ed atmosfere dai loro dischi in assoluto più notturni (‘And Then Nothing Turned Itself Inside-out’ e ‘Summer Sun’) mirabilmente virati in tonalità pop per l’occasione. Con la chiusura di ‘All Your Secrets’, sorta di quieta e zuccherosa ‘Little Eyesrevisited, qualcuno potrebbe obiettare che queste canzoni indubbiamente calligrafiche manchino dell’urgenza e dell’epicità degli Yo La Tengo classici. L’appunto è corretto ma va considerato che l’album è solo a metà. Con i tre lunghissimi brani conclusivi Ira e compagni rovesciano la prospettiva della gradevole e mimetica opera a tema per perdersi tra le mille frange del loro credo estetico ed emozionale, con una più autentica e personale declinazione del concetto di “popolare” applicato alla musica. Una viscerale trascrizione d’umori, ora nella forma del mantra avvolgente che sembra provenire dal fascinoso forziere di ‘Painful’, ora come sinuoso extra della sperimentazione sonora “acquatica” operata in ‘The Sounds of the Sounds of Science’, ora come fulgido trionfo della ratio nel disordine di un’eterna tempesta noise. A volte per suonare popolari occorre semplicemente essere se stessi.

Stefano Ferreri

Mew No More Stories / Are Told Today / I’m Sorry / They Washed Away / No More Stories / The World Is Grey / I’m Tired / Let’s Wash Away

Data di Uscita: 06/09/2009

E’ novembre inoltrato. Domenica mattina. Copenaghen è avvolta nella neve e per le strade soffia un vento gelido. Il quartiere di Hellerup sembra disabitato. I rami degli alberi, ormai secchi, sono le uniche cose che ancora si muovono al richiamo della brezza e trasformano in realtà ciò che, per la disarmante immobilità, poteva tranquillamente  essere scambiato per un dipinto su tela. Il fumo dei camini forma una lieve coltre che sbiadisce un poco l’azzurro intenso del cielo danese ed è la prova schiacciante della presenza umana, opportunamente riparata al caldo delle proprie abitazioni. Jonas scende le scale con aria ancora addormentata, facendo cigolare lievemente il legno ormai logorato dal tempo e si dirige col suo passo un po’ dinoccolato verso la cucina. Non è ancora tempo di Kringle, la sua amata torta natalizia aromatizzata con il cardamomo e si dovrà quindi accontentare della solita Lagkage, rigorosamente con crema di mandorle. Sul tavolo c’è un libro per bambini, di quelli con tante figure colorate in copertina, probabilmente un regalo di mamma per il fratellino più piccolo. Dal caleidoscopio di figure e colori fa capolino la scritta Mew, probabilmente il buffo nome di un personaggio dei cartoni animati che van per la maggiore fra i bimbi dell’età di suo fratello. Accanto, la vecchia radio, sintonizzata sulle frequenze locali, emette leggermente gracchiante la voce sommessa dello speaker del consueto programma della mattina. Jonas non è solito prestarci molta attenzione, ma due parole familiari lo catturano all’istante. ‘New Terrain’ dice lo speaker. ‘New Terrain’ ripete la prima pagina del libro, mentre una spirale viola travolge tutti gli elementi circostanti. La spirale si traduce in musica dando vita ad uno spaziale mantra dalla struttura diabolica, con gli strumenti e la linea vocale che si rincorrono continuamente avanti ed indietro. Semplice coincidenza? Interviene di nuovo lo speaker. ‘Introducing Palace Players’. Con un po’ di timore Jonas gira la pagina. ‘Introducing Palace Players’ recita il libro. Questa volta le immagini e i toni si intrecciano seguendo linee spezzate e spigolose ed ancora una volta si palesa la concordanza con la controparte musicale. Chitarra, basso e tastiere disegnano ritmiche ruvide e sincopate che trovano sollievo soltanto nelle distensioni dettate dagli inserimenti vocali. Questa volta Jonas non perde tempo e gira nuovamente pagina. ‘Beach’. Un paesaggio disteso costruito sulle sfumature pastello del giallo e del verde. La voce alla radio gli fa ancora eco e la canzone si articola lungo melodie orecchiabili, delicatamente sporcate di elettronica. Lo stesso giochetto continua a ripetersi. Sul libro compaiono figure di fantasia e cartoni animati e, in risposta, le canzoni alla radio si fanno più pacate e sognanti, completamente destrutturate nella forma, come per magia(‘Silas The Magic Car’ e ‘Cartoons And Macrame Wounds’, i titoli in questione). Il ragazzo non smette di sfogliare il libro, ma le immagini sembrano perdere colore, a poco a poco, pagina per pagina. La penultima pagina è quasi un avvertimento. Una trama complessa, composta da molteplici figure e personaggi, lascia trasparire appena una scritta. ‘Sometimes Life Isn’t Easy’. Il brano si destreggia magistralmente fra disarmonie di stili e di generi, mischiando sax e synth e confondendo intro e outro. Jonas è completamente rapito. Gira ansioso l’ultima pagina e si ritrova di fronte un banale sfondo grigio con una scritta in bianco al centro: ‘No More Stories Are Told Today. I’m Sorry. They Washed Away. No More Stories, The World Is Grey. I’m Tired. Let’s Wash Away’. Un istante dopo lo speaker presenta la stessa frase come il curioso titolo dell’ultimo album dei Mew. Lo sguardo ritorna rapido sulla copertina. Non si trattava di un personaggio dei cartoni animati.

Marco Masoli

David Bazan – Curse Your Branches

Data di Uscita: 01/09/2009

Quando manca ancora qualche minuto alle nove, il mezzo chilometro di asfalto che separa casa mia dalla parrocchia, fatta eccezione per un gatto obeso che mi disgusta leccandosi i genitali, è deserto. Entro spingendo il pesante portone in legno che si richiude rumorosamente alle mie spalle. La funzione non è ancora iniziata e il mio ingresso scomposto attira l’attenzione di molti. Imbarazzato, chino il capo e cerco un posto per sedermi. Le panche centrali sono completamente occupate da ultrasessantenni, fortunatamente trovo una sedia libera in posizione defilata e nonostante una colonna m’impalli completamente la visuale dell’altare, le poche ore di sonno che ho sulle spalle sono insufficienti a mantenermi eretto a lungo. Senza dubbio sono il più giovane tra i presenti e questo mi suscita immediatamente un quesito: è la maturità spirituale che si raggiunge con l’avanzare degli anni o l’avvicinarsi del capolinea che spinge gli anziani ad affollare le chiese anche nei giorni feriali? Consapevole della mia latente indole da paraculo che la vecchiaia potrebbe palesare, non mi sento di escludere a priori una decisa sterzata verso il misticismo, quando sentirò che il mio tempo sta per scadere. Infatti, dovessero aver ragione i cattolici riguardo all’aldilà, con un impegno moderato mi garantirei, in eterno, una buona sistemazione. So che a rigor di logica ed in base ad un calcolo probabilistico, le migliaia di confessioni hanno tutte la stessa percentuale di custodire la verità riguardo alla salvezza dell’anima ma la vedrei comunque come una considerevole operazione di abbattimento del rischio. Il sacerdote che celebra la funzione, in tutta onestà, esprime idee lineari e condivisibili, sebbene il concetto di “mistero della fede“, ad una mente empirica e materiale come la mia, sia per ora di difficile assorbimento. Mi sembra invece che il punto debole di tutta la faccenda non stia tanto nell‘incondizionata fiducia richiesta, quanto nella mancanza di contraddittorio. Il confronto, non la didattica, dovrebbe essere alla base di ogni profonda convinzione. Mi affascina comunque constatare come la religione sia l’elemento più interclassista possibile, dall’imprenditore all’operaio, dal miliardario allo squattrinato, dall’erudito all’analfabeta, sono tutti lì per farsi indicare la strada giusta da percorrere. Non c’è nulla da fare, l’insicurezza è propria della natura umana e ognuno, a suo modo, si augura di aver riposto le proprie speranze nel modo giusto.

Andrea D’ Avolio