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James Yorkston & The Big Eyes Family Players – Folk Songs

Data di Uscita: 10/08/2009

Agosto. Mi chiedi un disco per l’estate, di quelli che sappiano farla franca contro l’arsura delle giornate spese mestamente nella città svuotata. Vincere l’eterna partita contro la noia, per giunta fuori stagione ed in campo avverso, è una pretesa mica da ridere. Un po’ come la richiesta. Comodo promuovere un appello se poi nemmeno specifichi di quale estate e intorno a quali parametri di calura stiamo ragionando. In ogni caso io un titolo lo avrei eccome, anche se è forse il più improbabile in assoluto tra tutti quelli a disposizione. Nulla può ingannare il caldo come la freschezza garantita da uno spiazzamento, quindi andiamo col paradosso: una rivisitazione di traditional prevalentemente irlandesi operata con rigore e disciplina british da un ragazzotto scozzese che sogna gli States meno glamour ed azzimati. Il suo nome è James Yorkston, non è più un emergente anche se il botto deve ancora farlo. Promettente ragazzo, James, sempre attento alle lezioni di musica a scuola. Il suo nuovo album lo ha intitolato ‘Folk Songs’ senza troppa fantasia, e già mi immagino l’orticaria per chi il genere lo detesta a qualsiasi latitudine e temperatura, anche quando fuori fa un freddo becco e le chitarre acustiche si rivelano particolarmente preziose per scaldare cuore e spirito. Diamine se siamo lontani dalle feste di synth ribalzanti, dai frizzi & lazzi del pop barocco, dalle ariosità twee, dall’aria condizionata (ma viziata) di certa folktronica oggi tanto di moda o dall’indiepop delle camerette svedesi. Sono suoni puri, sostanziali, ma fanno il loro effetto. Sarà il respiro antico da filastrocche musicate d’altri tempi, sarà la relativa sorpresa nella convivenza pazza con i Japandroids ad appena una frazione di rotella sull’Ipod. Ricordano gli alberi pavesati di germogli. Una meraviglia bucolica come ‘Hills of Greenmoor’ trasmette un tale senso di pace da confinare l’ascoltatore in una terra sospesa. La delicatezza di certe fragranze ammalia perché non lascia il lezzo infido della maniera: così la ‘Just As The Tide Was Flowing’ di Yorkston non ha poi molto da invidiare a quella che Natalie Merchant omaggiò quasi venticinque anni fa nel secondo album dei 10.000 Maniacs, guidata dalla mano sapiente di Joe Boyd. Viene in mente proprio il grande produttore statunitense assaporando la veste essenziale e pulitissima di queste versioni. La loro aura di poetica indefinitezza, il loro andare piacevolmente senza meta, rende a sorpresa molto agevole l’ascolto, laddove di solito si sarebbe legittimati a temere prove ben più ostiche. Anche la discreta varietà di soluzioni è una nota di merito da accreditare al bardo del Fife, capace di spaziare dal piglio rullante della ballata di soldati galiziana (‘Pandeirada De Entrimo’) allo sguardo introspettivo e denso di sfumature drakiane (‘Little Musgrave’), dalle corse frenetiche con piano e violini (‘Low Down In The Broom’) ai curiosi innesti irish in quadretti quasi western (‘Mary Connaught & James O’Donnell’). Il risultato del suo appassionato tributo è un estemporaneo compendio sulle diverse conformazioni della musica folk, archiviate in questa piccola raccolta di superbi esercizi di stile. Istantanee emotive, bozzetti umorali tratteggiati nel solco dei giovanissimi maestri suoi conterranei, Alasdair Roberts e King Creosote. Come per i modelli non si lesina con i momenti di freschezza autenticamente reidratante, aprendo oasi di slancio floreale (‘Rufford Park Poachers’) o depurando del cinismo la propria sincera meraviglia, come per gli ultimi Ballboy (‘I Went To Visit The Roses’). Un disco per l’estate mi chiedevi? Eccolo.

Stefano Ferreri

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