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J Dilla – Dillanthology Vol. 2

Data di Uscita: 18/06/2009

C’è qualcosa di strano in tutta questa attenzione di ritorno sulla figura di Dilla. Di innaturale. Sì perché è difficile trovare qualcuno meno incline alle (auto)celebrazioni del compianto Jay. Schivo, timido, un talento mostrato con discrezione ma anche con grande generosità. Personaggi così non si trovano tutti i giorni nel mondo hip hop. Ecco perché il coro di cordoglio (sincero senza dubbio) e commossa ammirazione da parte di gente come Erykah Badu o Pharrell, insomma imbarazza un po’.
Se poi ci mettiamo tutte le uscite di compilation, raccolte, tributi degli ultimi due anni (tra cui si inserisce anche l’omaggio del compagno Madlib nei volumi  5 e 6 della sua serie Beat Konducta, questo davvero lodevole però) il passo dal ricordo allo sfruttamento commerciale diventa breve. E a pensare male non si fa un grosso peccato in questo caso. L’impressione infatti è che si stiano svuotando tutti i cassetti  in una sommaria corsa  all’ ultimo nastro a dispetto della qualità reale delle selezioni. Bisogna anche considerare che Dilla, instancabile fino a quando la malattia glielo ha permesso, ha lasciato in eredità una quantità considerevole di tracce, incise a suo nome o sotto moniker  diversi. Non è difficile quindi trovarlo nei credits dei migliori lavori del periodo. Manna dal cielo per i discografici alla caccia di ristampe veloci.
Il progetto della Rapster si colloca in questo contesto, ma la cura e la scelta del materiale  sono encomiabili. Due antologie. La prima dedicata ai pezzi prodotti per altri, mentre la seconda, forse la più interessante, raccoglie una decina di remix. Nessuna chicca, tutte collaborazioni abbastanza consolidate (The Pharcyde, Mos Def, Slum Village) ma utili come ingresso facilitato nel sound di J. La mano infatti è evidente, il solito stile umido e scuro come una notte d’estate. Beat che disegnano skyline. Suoni  metropolitani ma allo stesso tempo fuori dalla città e dalle sue ansie, la guardano dall’ alto, pacificati. Capace della duplice impresa di svecchiare i De La Soul (‘Stakes Is High’) e ingentilire Busta Rhymes (‘Whoo Ha’) rallentandone il classico ritmo ansiogeno. Particolarmente prezioso poi l’ incontro con Four Tet, sulla carta il più improbabile per la distanza tra le parti, che si concretizza in una ‘As Serious As Your Life’ sorretta dalla profondità di un basso di velluto. La ‘Eve’ di Spacek sboccia al rallentatore sotto l’effetto anestetizzante di un soul oppiaceo, mentre ‘Sitting On Chrome’ è un giochino di campionatore perfettamente calibrato.
Cinquanta minuti che bruciano in fretta.  Ma il solco è stato già tracciato. La speranza è che la musica black guardi a Dilla come modello e non solo come icona da ricordare, anche perché qualcuno dovrà pur continuare questo percorso interrotto davvero troppo presto.

Iuri Accogli

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