monthlymusic.it

Wilco – Wilco (The Album)

Data di Uscita: 30/06/2009

Jeff Tweedy è sempre stato un artista imprevedibile. Di quelli che creano rapporti controversi con le tendenze del momento. Di quelli il cui modo di raccontarsi diventa un modo di rappresentare la vita, senza fronzoli, con semplicità. La stessa che, quando è sinonimo di capacità di arrivare direttamente all’anima, fa di un uomo un artista.. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi degli Uncle Tupelo, quando con Jay Farrar il Nostro aveva dato il la alla diffusione del fenomeno alt-country, ornando il punk e il garage rock di suoni da America pastorale negli anni in cui gli States erano teatro dell’ondata del grunge. La musica di Jeff Tweedy ha sempre toccato i cuori degli alternativi che non seguono mode alternative. Da un monumentale compendio di rock a stelle e strisce quale “Being There” alle commistioni di rock n’ roll e pop “alieno” dei capolavori assoluti “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born”, passando per il magniloquente canzoniere beatlesiano “Summerteeth”, Tweedy e suoi Wilco hanno sempre mischiato le carte piuttosto che distribuirle in maniera canonica, ponendosi però come filo conduttore un songwriting schietto, semplice, diretto, in cui i curati arrangiamenti di una band superba risultano essere solo la ciliegina sulla torta in una soluzione musicale che permette al cervello di entrare in funzione solo dopo che è stato chiamato in causa il cuore. Non cambia la sostanza nell’ultima incarnazione dei Wilco: nel 2007 “Sky Blue Sky” ci aveva mostrato una band in grado di gestire perfettamente la propria maturità artistica, tra highway desolate, inflessioni seventies e ispirazioni melodiche debitrici ai Fab Four, ingredienti che, se pur arricchiti con qualche strizzata d’occhio al passato del gruppo (“Being There”, “Summerteeth”) risultano fondamentali anche in questo nuovo capitolo, ideale prosecuzione del precedente lavoro. “Wilco (The Album)“, fin dalla sua gestazione, crea un ponte fra le radici musicali della band di Chicago e la sua consueta propensione all’”alterità”, registrato di getto in Nuova Zelanda, ma affidato alla produzione di Jim Scott, già dietro il mixer di “Sky Blue Sky”, “Being There” e di un altro capolavoro del rock americano contemporaneo come “Strangers Almanac” dei Whiskeytown. La prima metà del lavoro, nella sua varietà, è da capogiro: “Wilco The Song”, giocosa ed ironica, apre le danze nel segno del rock n’roll, lontana dalle ballate stranianti che introducevano a “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born”, e già al primo ascolto si stampa in testa,fino all’arrivo di una gemma come “Deeper Down”, leggera come una foglia trasportata dal vento, inscritta in un quadro acustico incorniciato dal violino e dalla magica sei corde di Nels Cline. E’ solo la prima di una sequenza di ballate da brividi sparse lungo il cammino. Delicatissimo il duetto con Feist in stile Belle and Sebastian , ritratto d’amore tratteggiato con la solita spontaneità (“You and I , we might be strangers. However close we get sometimes, it’s like we never met”, laddove il sometimes è trafitto da un oscuro passaggio in tono minore..), la stessa con cui prendono forma un utopico incontro tra John Lennon e The Band in “Country Disappeared” e un’opera d’arte come “Solitarie”,sublime mosaico folk- pop in cui l’acustica di Tweedy è contrappuntata dal dolce Hammond di Mikael Jorgensen. I Wilco si muovono con classe cristallina tra southern rock e melodie squisitamente sixties (In “Sonny Feeling” la galoppante slide di Cline conduce ad un chorus dove la band sembra aver condiviso lo studio con Brian Wilson), facendo sì che si possa perdonare una caduta di tono come “You Never Know”, che passa un po’ in secondo piano rispetto al resto del lavoro. I veri assi nella manica vengono giocati però in terza e quarta posizione. “Bull Black Nova” è un brano ossessivo à la “Spiders (Kidsmoke)”, sul cui scheletro funk delineato dal basso si muovono stridenti intrecci chitarristici e un’interpretazione vocale viscerale. Un momento splendido che fa il paio con la precedente “One Wing”, in cui un docile incipit si trasforma pian piano in un finale deflagrante dove le chitarre in corto circuito di Nels Cline e Pat Sansone fanno da contraltare ad una linea vocale da lacrime, musicando un climax emotivo struggente (“One wing will never ever fly, neither yours, nor mine. I feel we can only wave goodbye…”). A livello di sonorità questi due brani chiudono magistralmente un poker iniziale che vede convivere in armonia il rock n’ roll tout court, le tentazioni pop à la “Summerteeth”, le ossessioni sinistre di “A Ghost Is Born” e la consapevolezza di “Sky Blue Sky”. Jeff Tweedy, si sa, è un artista imprevedibile, ma qui, consapevole del fatto di non poter più riscrivere certe pagine monumentali che ormai appartengono al passato, ha scelto di puntare su composizioni che, se da una parte ad un’attenta analisi svelano l’intero microcosmo della band, dall’altra sono spogliate dalle sperimentazioni sonore per lasciare spazio unicamente alla loro straordinaria essenza, l’unico elemento rimasto immutato nel corso degli anni, ma guarda caso proprio quello che ha trasformato le canzoni dei Wilco nella colonna sonora della nostra vita.

Andrea D’Addato

Comments are closed.