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Akron/Family – Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free

Data di Uscita: 05/05/2009

Che la musica degli Akron/Family sia strana è oramai un fatto assodato che travalica la sfera delle semplici opinioni personali. Tutto ciò che rivela una qualche forma di contatto con l’ombra creativa del signor Michael Gira non potrebbe essere altro che originale o problematico, in fondo. Il nuovissimo ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ ci conforta nel rinnovare il piacere dello spiazzamento. Se un ipotetico Magritte volesse prendersi la briga di tradurlo in forma pittorica, il titolo non potrebbe che essere “Questo non è un disco folk”. Ecco: verità e bugia costrette loro malgrado a recitare nella stessa mattonella assertiva. Il folk è innegabilmente la matrice, è il punto di partenza, la disciplina, la lingua madre. Ma non è proprio una novità che questa band si mostri insofferente ai dettami di un’educazione artistica (e sentimentale, perché no?) rigidamente impostata. Così il folk resta un’etichetta per chi si accontenta di una fugace istantanea, ché intanto gli Akron/Family si sono già spostati in un altro cortile con la loro euforica vitalità sonora. Anche termini come ‘psych’ o ‘freak’ lasciano il tempo che trovano: di psichedelia ce n’è, ma meno che altrove, e il fatto che questi ragazzi siano un tantino suonati non giustifica l’ennesimo appellativo fuori luogo. In questa scatola magica potete trovare un po’ tutti gli umori musicali della contemporaneità, sparpagliati senza organico costrutto ma con un’inclinazione armonica sorprendente. E’ un gran pasticcio, ma risulta credibile ed emozionante nonostante tutto. Non so cosa siate soliti chiedere voi ad un disco, ma per il sottoscritto quella di ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ è una risposta soddisfacente. E’ un gioco: non termina mai come è cominciato, e nel frattempo ha schiantato i vostri pallidi preconcetti come torri di stuzzicadenti. Tra neo-animismo e autismo, la visionarietà febbrile di ‘Everyone Is Guilty’ pare sconfessare l’inno all’amore universale che apriva il capolavoro precedente (‘Love Is Simple’), salvo rimangiarsi tutto alla prima occasione. L’arsura di ‘River’ solletica con l’illusione di un’ortodossia che resta sempre felicemente borderline. Stesso discorso per l’ossessivo monolite di ‘Creatures’, così concentrato sul proprio scurissimo beat marziale da lasciare al folk solo una coda di scaglie ed aculei. Tutto l’album è una collezione di tradimenti di quell’idea originaria, ritratti di emancipazione espressiva abbozzati con anarchica lucidità. Così il prog contemplativo e arcadico che apre ‘Gravelly Mountains of The Moon’ e va presto a farsi benedire nell’isteria di un fragoroso maelstrom elettrico. Così la festa indiavolata di ‘They Will Appear’, che preferisce una replica magari sbiadita della vecchia ‘Ed Is A Portal’ all’epifania evocata in apertura, nascosta in una trama di chitarra davvero allettante. Così il mantra irresistibile di ‘Sun Will Shine’, destinato a farsi rimpiazzare dall’ironia di un dialogo tra sax ubriachi e parodistici. Se gli spigoli di ‘MBF’ sono pura ribellione adolescenziale nei confronti dei tranquilli dischi di mamma e papà, anche il cristallo di ‘The Alps…’ è troppo splendente e mimetico per essere ciò che vuol sembrare con tutte le sue forze. E’ un tassello del mosaico anch’esso, dopo tutto. Questi sono solo lampi fotografici di un’attitudine che sempre (e comunque) è già al di là degli intenti prefissati. Ecco cosa rende gli Akron/Family tanto speciali. Ecco perché ha senso considerare il loro quinto LP un album “altro”. Poi certo, se proprio vi piace l’idea di folk, chiamiamolo “post folk” e non se ne parli più.

Stefano Ferreri

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