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Archive for maggio, 2009

Maudlin of the Well – Part the Second

Data di Uscita: 14/05/2009

Il Vagabondo delle Stelle
di Filippo Righetto

Mi chiamo Darrell Standing, e non sono né un pazzo né un essere stravagante. Ho passato gli ultimi cinque anni della mia vita in cella d’isolamento nel carcere di San Quentin. Omicidio preterintenzionale. Balle. Giustizia, la chiamo io. Non ricordo il nome della persona che dicono io abbia ucciso. Lo strabordante mondo che un tempo mi circondava è stato schiacciato in questo cubicolo malsano, costretto dentro una camicia di forza le cui cinghie sono la mia stessa rabbia. Ottantasette mattonelle. Non ci ho dato dei nomi, non ci parlo, non sono un fottuto demente. Le ho contate, all’inizio, per mantenere viva una minima scintilla di umanità. Ora, non mi interessa, marcirò qui dentro, in questa segreta. O almeno così credevo. La svolta, se così può essere definita, ha un’identità: Toby Driver. Il mio vicino di cella, la mia salvezza, la mia speranza. Fuori era la mente e il cuore dei Maudlin of the Well, qui è ancora la mente e il cuore dei Maudlin of the Well. Lui la chiama Trascendenza Sintetica. Una qualità di disciplina tantrica che mira alla morte del corpo, e alla consolidazione dello spirito. Un viaggio extracorporeo, attraverso epoche, barriere fisiche, ostacoli umani. Piccola morte, così ho cominciato a chiamarla. Per mezzo di un meccanismo di autoipnosi ho tentato di risalire ai miei io precedenti tornando indietro nel tempo. In parte ci sono riuscito, ma ho sperimentato solo un flusso di visioni che si sovrapponevano senza coerenza e continuità temporale. Per Toby la questione è totalmente diversa, lui riesce a vivere perfino il presente. La sua momentanea “costrizione” fisica non lo infastidisce minimamente. Ridendo, si è rammaricato di non potermi regalare una copia di Part the Second, avrei capito subito, mi ha detto. Le mie orecchie non udiranno mai una nota di quest’opera, ma io credo di aver compreso in ogni caso. Credo di aver compreso il perché i GY!BE erano considerati dei maestri. Non avevano timore di osare. Credo di aver compreso il concetto di avant-garde. Sperimentare, fondere sonorità dissimili: acustica orchestrale, progressive, metal. Credo di aver compreso, inoltre, che il post rock è più un’attitudine che un’etichetta. Credo di aver compreso che Part the Second è infuso di questi concetti. Perché io sono un Vagabondo delle Stelle, e ho conosciuto l’ambizione degli uomini.
E ora concludo. Non posso fare altro che ripeterlo: la morte non esiste, la vita è spirito, e lo spirito non può morire. Solo lo spirito, nella sua ascesa verso la luce, resiste e continua a crescere su se stesso in virtù di successive e infinite incarnazioni. Che cosa sarò quando tornerò a vivere? Chissà. Chissà..

St. Vincent – Actor

Data di Uscita: 05/05/2009

Il sogno di Andersen
di Lorenzo Righetto

The Dryad rejoiced in her life, and rejoiced in the sunshine, and the singing of the birds; but she was most rejoiced at human voices; she understood the language of men as well as she understood that of animals.

The Dryad, Hans Christian Andersen

Hai comprato una palla di vetro. Tu… comprare un oggetto senza alcuna utilità, senza valore estetico, con i pochi spiccioli che tieni in tasca per il giornale sportivo? Ha! Eppure essa osservava te, dalla vetrina del ferrivecchi. Una vecchia canzone ti avvolse, portata dal vento. Vecchia, nuova… era solo un accordo, un battito, subito dissolto dal frastuono cittadino.
La tua ventiquattrore ha un piccolo rigonfiamento. Dentro c’è una palla di vetro, chissà come c’è finita. Cleptomania, o shopping compulsivo: difficile tenere traccia delle proprie piccole, micragnose manie. Cosa puoi farne di una palla di vetro, senza un intarsio, una sfumatura, un riflesso? La appoggi senza troppa cura sul mobile ai piedi del letto, lasciandola rotolare in mezzo alle tue scartoffie, penoso e raffazzonato tentativo di scrivere. Ma di cosa può scrivere uno che nella vita fa l’impiegato, che, quando fa il bucato, sembra un impiegato, che anche in pigiama sembra un impiegato?
La notte sogni. Quando è stata l’ultima volta che hai sognato? Non sai dirlo. E che sogni: luci di colori visti solo nei mosaici delle moschee di Istanbul, fiamme pleistoceniche che accendono fenici sgargianti come i gioielli del Topkapi, tremiti impercettibili che penetrano nelle viscere della Terra fino a scuotere la casa di Efesto. Sei confuso, ma andare in ufficio con la cravatta mal annodata e la camicia non del tutto abbottonata ti dà un segreto, caldo piacere. Con un certo timore riesci anche a riavvicinarti alle tue cartacce: le culli con la coscienza della loro pochezza, della loro risibile vanità.
Non stavi sognando. Quella piccola palla di vetro… S’accende di mille giochi luminescenti, la notte, si popola delle più bizzarre creature, provenienti da abissi sottomarini, esplode di caroselli pirotecnici per le strade di città gigantiche. Ma è solo la superficie… C’è un cuore dorato, un organismo impalpabile che si dibatte per acquisire una forma compiuta…umana. Come nella vecchia fiaba: la driade, ammaliata dalla vita mondana, dalle umane gesta, baratta la sua immortalità per un giorno d’umanità. Forse le basta l’intercessione di un piccolo, grigio individuo, le basta l’attenzione di un uomo qualsiasi, come te.
Passi le notti ad osservare, ascoltare, sentire… finchè di te rimane un involucro spento, un fantasma emaciato, mentre davanti a te scorrono meravigliose storie d’amore, in eleganti città fuori dal tempo. La driade ha un volto, ora, splendido quanto innaturale, immacolato e saggio. La musica non suona più: ti accontenti di fissare, attraverso le lacrime, la driade cingersi di infiniti veli cangianti. Un sorriso ti increspa le labbra, e per un attimo condividete la stessa espressione di inerme stupore…
Luce. Dentro di te c’è sempre più luce, fuori è sempre più buio.

Passion Pit – Manners

Data di Uscita: 18/05/2009

Provato dalla fatica e col fiato mozzato. Hai l’electro nel cuore e l’emozione negli arti,che tu muovi con destrezza per arrivare al nuovo spettacolo in città. Un carrozzone colorato di giallo che sembra una corona imperiale di dimensioni mostruose. Giallo come un faraone e bello come il sole. Il fantoccio di un cartone animato in pitch colour architettato con ingegno sulla misura di un uomo, le cui vene sono l’anima, che gli attraversa il corpo come un’autostrada all’ennesima potenza. I polmoni, invece, ne sono il ritmo, che consola il tuo respiro come un utero materno. Uno e due e tre, e dopo uno un altro, e così via. Tutta la strada fino a qui, che hai corso da casa tua tutta d’un fiato, con l’emozione nel petto. I cori ti accompagnano, li senti cantare. Ti dicono cose bellissime, in una maniera sopraffine.
Questo posto sa di ghetto popolare e del colorante di una bubble gum, dove senti a volume alterato la musica della radio dallo stereo boombox, ricoperto della gloria del patchwork sulla sua superficie. Ti abbaglia a tratti dalla maglietta fino alla gomma sotto alle scarpe, come le luci strobo nella pista da ballo al fine settimana. Sei Tony Manero, o una sua versione appena più gentile. Con l’electro nel cuore, e l’emozione negli arti. Sei il primo signore a questo Mondo. Sei l’ultimo neonato e il primo vecchio. Sei l’amore per la tua donna, la donna più bella sulla faccia della Terra. Sei un folle con le scarpe di gomma e i capelli rosso pastello, e questo è il tuo momento, non prima nè dopo. Cintura in vita e la musica in corpo che ti suona come un diavolo. Sei il rock’n roll e sei suo fratello. Con il sangue all’ennesima potenza, mentre ci canti una canzone, tu e la tua gente, col respiro pesante per la corsa da casa.
Nelle tue gambe c’è la musica di una intera comune di signori forsennati, che ti cantano una canzone mentre battono a terra con la punta del piede. Così fai tu, come fanno loro, li guidi te stesso. Li porti a ballare come Tony Manero, mentre tieni in mano la tua pinta di birra, con le loro canzoni nella gambe quasi fossero i tuoi pantaloni.
Ne vogliamo un’altra. Una ancora, fatene un’altra. Ho corso fino a qui da casa mia per sentire questa arte, e che mi vibri nella pancia come nella testa. E uno e due e tre, ci siamo. Sono il padre di voi tutti, sono la vostra canzone. Il tuo Dio con addosso un cardigan e i capelli sugli occhi. Non smettere di muoverti e rimetti il disco, piuttosto, voglio sentirne ancora un’altra mentre tiro verso casa.

Tonino Cervino

Grizzly Bear – Veckatimest

Data di Uscita: 26/05/2009

Genere: Isola. Area: 0.0675 km². Tempo di percorrenza a piedi da parte a parte: circa 1 minuto. Stato: Massachusetts. Completamente disabitata. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del luogo, che stenta ad apparire anche nelle più dettagliate cartine geografiche degli Stati Uniti. Nel freddo autunno dello scorso anno quattro ragazzi decisero di affittare un cottage da quelle parti, nei pressi di Cape Cod per la precisione, pochi chilometri a nord dell’isola. Non era, evidentemente, una gita di piacere, dato che i giovani si presentarono carichi di strumenti e diedero vita ad una sessione di registrazioni incessante. Vennero travolti dalla magia del territorio. La voce del porto trasportata dal vento, il suono sommesso della risacca in lontananza, il crepitio delle fiamme nel camino, il frusciare sinistro delle fronde degli alberi. Tutto sembrava al proprio posto e tutto appariva in completa simbiosi con le creazioni sonore dei ragazzi che suonarono giorno e notte per dare sfogo all’eccessiva creatività che l’atmosfera di quelle lande trasmetteva loro quasi per osmosi. Ah, dicevamo dei ragazzi per l’appunto. Vengono da Brooklyn, si fanno chiamare Grizzly Bear e, nella circostanza raccontata poco fa, erano nel pieno delle registrazioni del loro ultimo disco. Veckatimest. Il nome, quantomeno esotico ed evocativo, sembra voler sottolineare la singolarità del disco. L’Orso Grizzly pare aver deciso di fare sul serio questa volta. Nessuna pietà. Dodici suggestioni color pastello l’una in fila all’altra, in bilico fra le armonie vocali dei Fleet Foxes e le trame ultraterrene tipicamente disegnate da quegli istrioni degli Animal Collective. E’ un disco straordinariamente complesso, ricolmo di suoni e di sfumature che emergono magari solo al quinto o sesto ascolto. ‘Dory’ e ‘Two Weeks’ ad esempio sono gemme pop d’altri tempi sostenute da un’euforia di armonie vocali(dirette e curate da Nico Muhly, lo stesso di ‘The Crying Light’ di Antony per intenderci e certamente non un novellino dell’ambiente), la prima costruita attorno ad un lieve ed ipnotico arpeggio acustico, mentre la seconda attorno ad un pianoforte saltellante. Se alle fondamenta pop delle linee vocali si aggiungono fitti intrecci di strumenti dalle sonorità prettamente folk otteniamo invece ‘Fine For Now’ e, sulla falsariga, il dialogo ritmato fra chitarra e basso acustici nell’iniziale ‘Southern Point’, certifica il pezzo come manifesto di un caratteristico folk-rock spruzzato di psichedelia. Non mancano gli echi dei Radiohead nella malinconica ballata ‘Foreground’, mentre la bellissima ‘Ready, Able’ fa l’occhiolino alle divagazioni progressive più introspettive di scuola Wolf Parade. E se la seppur accuratissima suite orchestrale ‘I Live With You’ può risultare un attimino appesantita e stancante, ci pensano le chitarre un po’ a là Wilco di ‘While You Wait For The Others’ a risvegliare il tutto e a riportare il disco sui binari che gli competono. Binari che molto probabilmente potrebbero un giorno darci una mano a raggiungere anche noi le coste di Veckatimest. Un po’ per curiosità e un po’ perché, in fondo, quelle coste ci appaiono ormai assai familiari.

Marco Masoli

Akron/Family – Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free

Data di Uscita: 05/05/2009

Che la musica degli Akron/Family sia strana è oramai un fatto assodato che travalica la sfera delle semplici opinioni personali. Tutto ciò che rivela una qualche forma di contatto con l’ombra creativa del signor Michael Gira non potrebbe essere altro che originale o problematico, in fondo. Il nuovissimo ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ ci conforta nel rinnovare il piacere dello spiazzamento. Se un ipotetico Magritte volesse prendersi la briga di tradurlo in forma pittorica, il titolo non potrebbe che essere “Questo non è un disco folk”. Ecco: verità e bugia costrette loro malgrado a recitare nella stessa mattonella assertiva. Il folk è innegabilmente la matrice, è il punto di partenza, la disciplina, la lingua madre. Ma non è proprio una novità che questa band si mostri insofferente ai dettami di un’educazione artistica (e sentimentale, perché no?) rigidamente impostata. Così il folk resta un’etichetta per chi si accontenta di una fugace istantanea, ché intanto gli Akron/Family si sono già spostati in un altro cortile con la loro euforica vitalità sonora. Anche termini come ‘psych’ o ‘freak’ lasciano il tempo che trovano: di psichedelia ce n’è, ma meno che altrove, e il fatto che questi ragazzi siano un tantino suonati non giustifica l’ennesimo appellativo fuori luogo. In questa scatola magica potete trovare un po’ tutti gli umori musicali della contemporaneità, sparpagliati senza organico costrutto ma con un’inclinazione armonica sorprendente. E’ un gran pasticcio, ma risulta credibile ed emozionante nonostante tutto. Non so cosa siate soliti chiedere voi ad un disco, ma per il sottoscritto quella di ‘Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free’ è una risposta soddisfacente. E’ un gioco: non termina mai come è cominciato, e nel frattempo ha schiantato i vostri pallidi preconcetti come torri di stuzzicadenti. Tra neo-animismo e autismo, la visionarietà febbrile di ‘Everyone Is Guilty’ pare sconfessare l’inno all’amore universale che apriva il capolavoro precedente (‘Love Is Simple’), salvo rimangiarsi tutto alla prima occasione. L’arsura di ‘River’ solletica con l’illusione di un’ortodossia che resta sempre felicemente borderline. Stesso discorso per l’ossessivo monolite di ‘Creatures’, così concentrato sul proprio scurissimo beat marziale da lasciare al folk solo una coda di scaglie ed aculei. Tutto l’album è una collezione di tradimenti di quell’idea originaria, ritratti di emancipazione espressiva abbozzati con anarchica lucidità. Così il prog contemplativo e arcadico che apre ‘Gravelly Mountains of The Moon’ e va presto a farsi benedire nell’isteria di un fragoroso maelstrom elettrico. Così la festa indiavolata di ‘They Will Appear’, che preferisce una replica magari sbiadita della vecchia ‘Ed Is A Portal’ all’epifania evocata in apertura, nascosta in una trama di chitarra davvero allettante. Così il mantra irresistibile di ‘Sun Will Shine’, destinato a farsi rimpiazzare dall’ironia di un dialogo tra sax ubriachi e parodistici. Se gli spigoli di ‘MBF’ sono pura ribellione adolescenziale nei confronti dei tranquilli dischi di mamma e papà, anche il cristallo di ‘The Alps…’ è troppo splendente e mimetico per essere ciò che vuol sembrare con tutte le sue forze. E’ un tassello del mosaico anch’esso, dopo tutto. Questi sono solo lampi fotografici di un’attitudine che sempre (e comunque) è già al di là degli intenti prefissati. Ecco cosa rende gli Akron/Family tanto speciali. Ecco perché ha senso considerare il loro quinto LP un album “altro”. Poi certo, se proprio vi piace l’idea di folk, chiamiamolo “post folk” e non se ne parli più.

Stefano Ferreri

Burial / Four Tet – Moth / Wolf Cub

Data di Uscita: 01/05/2009

“Coin Flip”
di Andrea D’Avolio

Dannazione, io sia stramaledetto!
Eccomi qua, un’altra volta seduto a questo fottutissimo tavolo.
Un milione di volte mi sono chiesto come cinque assi in legno possano esercitare su di me un tale magnetismo e solo ora mentre fisso le mie fiches, capisco quanto la risposta sia palese.

E’ tutta colpa del panno verde che ne ricopre la superficie superiore. Il verde è sempre stato il mio colore preferito e le sue influenze cromoterapiche trovano in me un recettore particolarmente sensibile; per questo al tavolo da gioco mi sento perfettamente rilassato, calmo e concentrato.
Rilancio pre-flop, con coppia di jack, più che legittimamente e tutto mi aspetterei, tranne che il chip leader, due posizioni dopo, metta tutto il cucuzzaro nel piatto.
Ho poco più della metà delle sue fiches, questo vuol dire che in caso di sconfitta tornerei a casa bello alleggerito e oltretutto i due fanti che ho in mano, con quei baffetti spocchiosi, sembra mi guardino poco convinti delle loro potenzialità.
Chino la testa, appena gli occhi incontrano il verde del tessuto il battito cardiaco si regolarizza, dandomi la certezza di essergli davanti nelle le percentuali di vittoria.

Call

Alzandomi dalla sedia giro la mia coppia sperando di scorgere in lui un qualsiasi segnale di sconforto, che purtroppo non arriva, tanto basta ad abbassarmi di diversi gradi la temperatura del sangue che smette di scorrere nelle vene.
Il porco mostra asso-kappa e mi si chiarisce la sua tranquillità: è un coin flip.
Chiamatelo come volete: testa o croce, 50 e 50, la realtà è che io ho il punto, lui no e abbiamo le stesse possibilità di portare a casa.
Dannata moneta!

Lo split Burial/Four Tet è il caso atipico di coin flip: due tracce da 9 minuti registrate sui due lati del medesimo vinile. Qui l’alea è zero, la metà perdente non è contemplata, indipendentemente da come cada la moneta, è vittoria!
E’ dub da lacrime agli occhi, puro come acqua sorgiva, vitale come un seno materno, fresco come una camicia di lino, ipnotico più di qualsiasi cazzutissima spirale.

Cinque carte da girare, inspiro, mi risiedo e fisso il tavolo.
Il verde mi scongela il sangue che tornare a circolare e i due tipi coi baffetti ora mi sembra abbiano occhi più gagliardi…

GO JACKS, GO JACKS!