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The Veils – Sun Gangs

Data di Uscita: 06/04/2009

Guida turistica della Nuova Zelanda. Capitolo su Auckland. Paragrafo riguardante il piccolo sobborgo di Devonport. “There are 3 pubs in Devonport” recita l’ultima riga. Sorrido. Sembra trasparire una nota di orgoglio da quelle sei parole in successione. Come a dire “ci sono ben tre pub nella nostra cittadina”, mica cazzi. Finn Andrews mi guarda di sottecchi, si sistema il cappello scuro a tesa larga e sembra annuire con il capo, come a confermare la mia impressione. Lui in quel posto ci è cresciuto. Tutta l’adolescenza, la prima chitarra, i primi concerti in giro per i tre pubs, per non scontentar nessuno ed appagar se stesso. Fino ai sedici anni, momento in cui il richiamo della grande metropoli che gli aveva dato i natali, ma dalla quale era stato subito inconsapevolmente separato non ha preso il sopravvento. Londra. “There are not only 3 pubs in London”. L’atmosfera londinese è tutt’altro che familiare, ma Andrews si porta appresso un bagaglio ricolmo di talento e dell’umile fierezza dei concittadini neozelandesi di cui sopra. Lieto fine.  The Veils. La sua band, il suo progetto e le sue poesie. Quel ‘mad little world’ di cui aveva sempre sognato di far parte sin da quando, da bambino, era entrato in contatto con gli amici del padre(anch’egli musicista, nonché uno dei membri fondatori degli XTC), tali David Bowie e Brian Eno, era forse diventato realtà. Ebbene, son passati sei anni e due dischi(‘The Runaway Found’ del 2004 e ‘Nux Vomica’ del 2006) da quel giorno ed il giovane Finn sembra ancora volerci dire qualcosa. ‘Sun Gangs’. Terzo capitolo. La formula è la medesima dei due precedenti, ma si sente che gli anni passano e la band ha acquisito una certa consapevolezza nei propri mezzi, tale da consentire una maggior naturalezza nell’esecuzione. Suonano belli tranquilli e rilassati i ragazzi e, per di più, lo fanno con una discreta classe. Quell’eleganza un po’ cupa e ‘maledetta’, che non si acquisisce solo leggendo Baudelaire, come ci vuole far credere il buon Bianconi, ma che descriverei più come vera e propria ‘attitudine’. La capacità innata di scrivere alternativamente splendide ballate tetre(‘Sun Gangs’, ‘It Hits Deep’ e ‘Larkspur’, quest’ultima condita da derivazioni psichedeliche), canzoni rock nel senso più puro del termine(le bellissime ‘Sit Down By The Fire’ e ‘The Letter’) e bizzarre sperimentazioni (la schizofrenia ‘quasi-punk’ di ‘Killed By The Boom’ e l’amara leggerezza del pianoforte saltellante su cui è costruita ‘The House She Lived In’), mantenendo, di costante, un approccio maledettamente raffinato. Quasi chic oserei dire. Chic come il cappello a tesa larga, la giacchetta un po’ sgualcita, lo sguardo che parla e quella voce che penetra nelle ossa e le attraversa da parte a parte senza chiedere il permesso al proprietario. Chic come Finn Andrews, quindi.

Marco Masoli

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