monthlymusic.it

Pontiak – Maker

Data di Uscita: 06/04/2009

“Erinnerung an meine Jugend im Gebirge”. Resta ancora da capire il perché della lingua tedesca, ma questo “ricordo della propria gioventù sulle montagne” sbandierato sul retro della minimale copertina di “Maker” denota un certo isolazionismo, magari compiaciuto, ma altrettanto sincero nel voler rivendicare le genuine radici di un trio di fratelli cresciuto tra i paesaggi rurali della Virginia. Un modo di concepire la vita (e la musica, ovviamente) che già qua e là si poteva avvertire nel curioso “Sun on sun” dello scorso anno, dove , tra degeneri elettrici e flirt con lo stoner emergevano quadri di un’America ora patria del blues (“White mice”, “Tell me about”), ora del folk evocato dal congedo acustico “The brush burned fast”, tenue ballata pastorale disegnata nel vento. Con “Maker” i Pontiak tornano sui loro passi, ma lo fanno con maggiore consapevolezza, fiduciosi dei propri mezzi , ma fieri della loro giovane età che li porta ad osare proprio sui terreni laddove “Sun on sun” si tratteneva con eccessiva timidezza. Una volontà di osare che appare chiara sin dall’apertura di “Laywayed”, un pugno nello stomaco fatto di chitarre ruggenti e tenebrose melodie circolari che come fantasmi infestano una struttura che definiremmo stoner, se nella nebbia non si captassero decine di influenze. Ma la modernità della proposta dei fratelli Carney sta nel saper riformulare le proprie passioni e plasmarle all’interno di un suono: “Bloodpride” annichilisce l’ascoltatore, costretto già al secondo pezzo a fare i conti con un brano strumentale violento e spettrale, al solito sorretto da chitarre lancinanti, ma ciononostante non si dimentica mai della sua spina dorsale shuffle blues con cui aprono le danze basso e batteria. Impressionante poi come, in questo caos elettrico che più viene frequentato e più si scopre non essere mai fine a sé stesso, si fanno strada gli elementi che consentono ad un disco di essere definito “grande”, ovvero le Canzoni. Perché solamente dei songwriters eccelsi possono creare piccole meraviglie come “Wild knife night fight” (quasi un divertissement nella sua breve durata, ma forte di un arrangiamento spaventoso dove un basso garage e un ritmo percussivo sostengono le sfuggenti melodie delle tre voci, ispirate come non mai) oppure “Aestival”, gioco di ombre in cui Nick Cave e David Gilmour si danno la mano. E se in “Seminal shining” si esplorano anfratti acustici in cui i Pontiak si fanno più docili senza perdere la voglia di evocare atmosfere oscure, nella title- track i tre si lasciano andare totalmente in una debordante jam session di quasi un quarto d’ora che rimanda dritta agli anni Settanta, ad una voglia di esprimersi liberamente con l’arte musicale e di uscire dagli schemi riuscendo comunque sempre a mantenere un’identità ben salda. Ecco allora cosa significava quel messaggio sulla copertina : un malinconico ritorno della memoria ad una libertà e ad un’ innocenza che la maturità può far riemergere solo tramite l’arte, e la musica dei Pontiak, così fuori dal tempo e allo stesso momento così consapevole dei cinquanta e passa anni attraversati dal rock, trasuda un desiderio incontrollabile di abbattere le barriere sempre più rigide che circondano la musica del nostro tempo attraverso un viaggio di quaranta minuti sicuramente tortuoso, ma non meno affascinante.

Andrea D’Addato

One Response to “Pontiak – Maker”

  1. Bid-Ninja…

    […]just below, are some totally unrelated sites to ours, however, they are definitely worth checking out[…]…