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Archive for aprile, 2009

Super Furry Animals – Dark Days/Light Years

Data di Uscita: 13/04/2009

Edmonton, capitale della provincia canadese di Alberta, e sede del centro commerciale più grande del mondo. Si prospetta una giornata di svaghi. Magari riuscirai a parlare con quella cameriera di Western Maul che tanto ti piace. Sul 38-b due ragazzi più grandi discutevano di qualcosa, “musica” forse. “Secondo me se David Thomas fosse nato negli anni ’80 ora canterebbe allo stesso modo”. Crazy Naked Girls. L’altro non sembrava aver gradito il paragone. Entri, non c’è niente di diverso rispetto all’ultima volta. Forse la melodia, ma non ci capisci granché. “Ah, un ottimo esempio di experimental soft funky”. Moped Eyes. Acceleri il passo, quei due tizi ti inquietano. Sono le 15, e sei giusto in tempo per la parata del terzo piano. Festoni colorati si accavallano a formare compagini complesse, vivaci palloncini annebbiano il senso della vista, mentre l’aria è resa irrespirabile da una moltitudine di coriandoli svolazzanti. Fai in tempo ad intravedere quello che ha tutta l’aria di essere uno straniero, tedesco a giudicare dalla lingua, tarchiato, con un vistoso paio di baffi prussiani, le guance di un rosso acceso, ed un cilindro nero dal precario equilibrio sul capo. Quando non è impegnato a dire qualcosa di incomprensibile al microfono, improvvisa un’improbabile marcia sul posto, agitando le braccia. Si diverte come un matto. Tutti si divertono come dei matti. Inaugural Trams. Ti fai largo tra la calca, sei già stremato, ti siedi su una panchina. Nella vetrina d’innanzi a te c’è un monitor lcd da 32 pollici, stanno trasmettendo quel programma di musica “strana”. Ascolti parole che per te non hanno significato, melodic shoegaze, mah, ciononostante la tua attenzione è catturata dal video, dove quattro “panzoni” dalla folta barba e vestiti da, stenti a crederlo, ninfee, si producono in un coretto mellifluo, che la tua mentalità da provincialotto ti impedisce di capire. La scritta Cardiff In The Sun compare, seguita da Super Furry Animals. Quel primitivo impulso chiamato curiosità ti porta ad alzarti, e a dirigerti verso il negozio di dischi all’angolo. Ripensi a quel che disse il professore di Biologia un paio di giorni or sono, “Dalla complessità biologica dell’uomo deriva anche la sua supremazia”, chi lo sa, potrebbe essere un concetto applicabile anche a questi Animali Super Pelosi. Varchi la soglia di Yellow Stereo, ma non sei mai stato bravo a trovare il disco che volevi, il che ti costringe a rivolgerti al primo ragazzo con la canonica pettorina gialla che incontri. Sfortuna vuole che sia lo stesso tizio del 38-b. “Ti consiglio di saltare Helium Hearts, White Socks/Flip Flops, Where Do You Wanna Go?  Lliwiau Llachar, a meno che tu non sia interessato ad una strana modernizzazione del classico happy pop proprio dei sixties. Hai sentito l’ultimo degli Animal Collective? E’ stato veramente un’ottima annata per la neo-psychedelia..senza contare i  Grizzly Bear, è stato un ottimo periodo anche per gli animali, ahahaha!”. Lo odi. Ma almeno sei convinto che, ripetendo ciò che hai appena sentito, potrai far colpo sulla ragazza dai capelli rossi di Western Maul.

Filippo Righetto

Camera Obscura – My Maudlin Career

Data di Uscita: 20-04-2009

Mezzo pieno o mezzo vuoto? Osservi il bicchiere di limonata fresca prima di lanciarti nel primo sorso e la domanda è quasi inevitabile. Tutta questione di angolazioni, come spesso capita. Il colore è brillante, le bollicine sfrizzano ed è un piacere seguirle fino in cima, però ti chiedi lecitamente se basterà quest’umile bevanda a calmare la tua sete maledetta. Comincia a fare caldo, serve un rimedio adeguato. Alla fine ti lanci e la ritrovi. Buonissima, niente da dire, ma identica a come te la ricordavi. Sulla bottiglietta c’era scritto “Nuova Formula” e invece è sempre la stessa bibita. La assapori meglio, il gusto è quello, non si scappa. Il sapore non è cambiato, non ti si offre certo l’agognata rivoluzione sensoriale, ma forse è meglio così.
My Maudlin Career’ come lenitivo funziona in maniera analoga. Non inventa nulla di nuovo. Non sposta di un millimetro le tue impressioni su una band che ti ha già regalato tante soddisfazioni in passato e lascia che gradevoli reminescenze affiorino e ti concedano la tiepida euforia del dejà vu. Non ricodifica le formule classiche dell’indie-pop da cameretta e non si arrischia azzardando soluzioni un tantino meno scontate. Incassa con ammirevole indifferenza i sorpassi di tante uscite recenti e non, dall’ultimo Lekman fino ai Pains of Being Pure at Heart, per non citare l’ennesima infornata di nuove sensazioni Made in Sweden. Nonostante questo, si sorseggia con estremo piacere. I Camera Obscura sembrano tirare il fiato dopo il meraviglioso autoritratto di ‘Underachievers, Please Try Harder‘ e la pirotecnia pop di ‘Let’s Get Out of This Country‘, ma il loro giocare al risparmio è un’arte che ancora in pochi possono permettersi con eguale credibilità. Una band col pilota automatico e tuttavia sempre in grado di infettare col suo fascino irresistibile, specie se ascoltata ad alto volume. In apertura c’è il singolo catchy che è poi lo stesso delle altre volte con un titolo nuovo, eppure ci ricaschi e ti lasci sottilmente abbindolare. A quel punto hai già in tasca un prestigioso invito per il mercatino delle seducenti melodie usate, con materiale ripescato per intero dal vecchio repertorio ed abilmente reinventato per l’occasione: ‘Swans‘ è una versione lustrini e organetti di ‘I Love My Jean‘, di cui imita il ritmo pedissequamente, battuta per battuta; la title track tira il freno a ‘If Looks Could Kill‘ e la occulta con teneri sonagli, ma è un travestimento talmente ingenuo da far simpatia; la chiusura di ‘Honey in the Sun‘ replica senza imbarazzi il clima festoso e spumeggiante di ‘Lloyd, I’m Ready To Be Heartbroken‘ mentre ‘Other Towns & Cities‘ cita ‘Country Mile‘ in modo semplicemente strepitoso. Si percepisce ovunque con evidenza la volontà di spingere all’estremo la propria naturale inclinazione all’umor nostalgico: ‘Careless Love‘ è un autentico monumento alla malinconia, leggero ma struggente. Infine c’è la voce di Tracyanne, ma la sua magia è talmente palese che nemmeno ti sorprende più. Ripetersi non è certo il massimo per un gruppo musicale ma è una pecca che si può perdonare se la qualità è questa. Un po’ come per la cara vecchia limonata: la formula è inalterata e forse il piacere sta tutto lì. Ora che ricomincia a fare caldo, chi potrebbe sostenere che non è esattamente quel che ci vuole?

Stefano Ferreri

Vuk – The Plains

Data di Uscita: 22/04/2009

Estrapolazione
di Lorenzo Righetto

“The Plains esplora paesaggi virtuali, reconditi, giardini, carnevali, funerali e territori sottomarini, alimentati da sogni, meditazioni, memorie e Spaghetti-western”.

E’ una fortuna che di questo disco ci siano arrivate due sole tracce. In primo luogo, perché la loro bellezza ci permette di alimentare il mito della strega finlandese Vuk, di ammantarla dell’oscuro fascino di una bestia non ancora domata, tremenda e bellissima, che vorremmo ma non possiamo avvicinare. Inoltre, ci permette (ancora) di osservare il suo lavoro con il distacco necessario, prima di cadere inebetiti al suo cospetto. C’è da chiedersi se abbia senso parlare di un disco (e per di più sostenere che sia il migliore del mese!) conoscendo soltanto due tracce: per due punti passano un’infinità di funzioni, delle più bizzarre. E’ altrettanto vero che per due punti passa una e una sola retta. I punti che abbiamo fanno intuire, per chiarezza d’intenti, se non altro, che ci si trovi in questo caso… Comunque sia, ha senso proseguire solo in quel modo. C’è qualcosa, portato dai venti del Nord, che proviene da un punto non ben individuato della sconfinata foresta finlandese, che arriva fino a noi. Immagini sconnesse che si fanno via via più definite… Abbarbicata sullo scranno dell’organista in una cappella sepolta nel muschio, Vuk scaglia la sua voce elegante ma ferma: il pentacolo incandescente davanti all’altare evoca con forza lo spirito di Nick Cave. Preghiere ataviche di religioni dimenticate incorniciano desolate distese dell’anima, violentata dalle fiammate inquietanti di una voce ultraterrena. Melodie rubate da musicisti ambulanti dell’Europa devastata dalla peste, untori strappati alla vita terrena di remoti villaggi ungheresi per un’immortale esistenza di schiavitù. “Col mio grammofono, e periscopio”… Attraverso le note, Vuk spia ciò che si agita nel profondo dell’ascoltatore, attraendolo con forza verso freddi abissi di oblio, in cui echeggiano le grida e i lamenti di milioni di anime.

“Col mio grammofono, e periscopio”…

“Col mio grammofono, e periscopio”…

“Col mio grammofono, e periscopio”…

Lei è qui.

Apes & Androids – Nights of the Week

Data di Uscita: 20-04-2009

“Nights of the Week” è l’ultimo singolo degli Apes & Androids, terzo estratto dal cd di esordio dello scorso anno, Blood Moon.

Venti anni fa avevo cinque anni e camminavo come un bamboccio. Stringevo la mano di mio padre e battevo i piedi a terra, nella convinzione che non avrei lasciato quel posto per niente al mondo. Quel posto era una maratona di compari pittoreschi che si arrabattavano negli innumerevoli costumi fluorescenti, incitati dagli inni nazionali che riverberavano negli altoparlanti. Li rincorrevo con lo sguardo, e non avrei offerto un cenno di resa che fosse uno. L’Italia quell’anno si classificò terza, e tornammo a casa con le lacrime negli occhi. Io con il loro medesimo rammarico.
Gli Apes & Androids mi riportano alla mente il folklore dei miei connazionali venti anni fa, che si muovevano come soldati in marcia col loro Paese nel cuore. Duo newyorkese con imponente seguito live nell’ultima scena club d’oltreoceano. I visi colorati dal maquillage, e le movenze di un idolo pop, la band strizza l’occhio al Bowie prima maniera nel mimare un cabaret felliniano glorioso ed energico durante i suoi spettacoli, giocati grossomodo tutti in casa, fino ad ora. Nientedimeno, arrivano in Europa questo mese, e solo due settimane fa il Regno Unito ha potuto assistere ad uno degli atti più considerevoli della nuova stagione. Una maratona festiva micidiale prestata alla new wave in chiave moderna.
Ti portano a ballare, e lo fanno a modo. Potrei contare sulle dita di una mano quelle band dell’ultima ora che siano riuscite a farlo con lo stesso garbo. La loro musica è demenziale e prodigiosa, e ti lascia inerme di fronte a melodie spregiudicate.
Indietro di venti anni da oggi, facevo la strada di casa insieme a mio padre pensando alla festa per il pallone di calcio. La mia città non era mai stata tanto bella e la guardavo a bocca aperta con un’espressione di stupore. Quando la musica parte non c’è verso di fermarla, ti muove i piedi a scalciare da mezzo campo come uno di quei giocatori sullo schermo. Un passo ed un altro ed uno ancora. Adesso, se vi stavate chiedendo se fosse o meno l’ora di lasciare la pista io suggerisco di aspettare. Questi ragazzi non hanno che appena cominciato.

Tonino Cervino

The Veils – Sun Gangs

Data di Uscita: 06/04/2009

Guida turistica della Nuova Zelanda. Capitolo su Auckland. Paragrafo riguardante il piccolo sobborgo di Devonport. “There are 3 pubs in Devonport” recita l’ultima riga. Sorrido. Sembra trasparire una nota di orgoglio da quelle sei parole in successione. Come a dire “ci sono ben tre pub nella nostra cittadina”, mica cazzi. Finn Andrews mi guarda di sottecchi, si sistema il cappello scuro a tesa larga e sembra annuire con il capo, come a confermare la mia impressione. Lui in quel posto ci è cresciuto. Tutta l’adolescenza, la prima chitarra, i primi concerti in giro per i tre pubs, per non scontentar nessuno ed appagar se stesso. Fino ai sedici anni, momento in cui il richiamo della grande metropoli che gli aveva dato i natali, ma dalla quale era stato subito inconsapevolmente separato non ha preso il sopravvento. Londra. “There are not only 3 pubs in London”. L’atmosfera londinese è tutt’altro che familiare, ma Andrews si porta appresso un bagaglio ricolmo di talento e dell’umile fierezza dei concittadini neozelandesi di cui sopra. Lieto fine.  The Veils. La sua band, il suo progetto e le sue poesie. Quel ‘mad little world’ di cui aveva sempre sognato di far parte sin da quando, da bambino, era entrato in contatto con gli amici del padre(anch’egli musicista, nonché uno dei membri fondatori degli XTC), tali David Bowie e Brian Eno, era forse diventato realtà. Ebbene, son passati sei anni e due dischi(‘The Runaway Found’ del 2004 e ‘Nux Vomica’ del 2006) da quel giorno ed il giovane Finn sembra ancora volerci dire qualcosa. ‘Sun Gangs’. Terzo capitolo. La formula è la medesima dei due precedenti, ma si sente che gli anni passano e la band ha acquisito una certa consapevolezza nei propri mezzi, tale da consentire una maggior naturalezza nell’esecuzione. Suonano belli tranquilli e rilassati i ragazzi e, per di più, lo fanno con una discreta classe. Quell’eleganza un po’ cupa e ‘maledetta’, che non si acquisisce solo leggendo Baudelaire, come ci vuole far credere il buon Bianconi, ma che descriverei più come vera e propria ‘attitudine’. La capacità innata di scrivere alternativamente splendide ballate tetre(‘Sun Gangs’, ‘It Hits Deep’ e ‘Larkspur’, quest’ultima condita da derivazioni psichedeliche), canzoni rock nel senso più puro del termine(le bellissime ‘Sit Down By The Fire’ e ‘The Letter’) e bizzarre sperimentazioni (la schizofrenia ‘quasi-punk’ di ‘Killed By The Boom’ e l’amara leggerezza del pianoforte saltellante su cui è costruita ‘The House She Lived In’), mantenendo, di costante, un approccio maledettamente raffinato. Quasi chic oserei dire. Chic come il cappello a tesa larga, la giacchetta un po’ sgualcita, lo sguardo che parla e quella voce che penetra nelle ossa e le attraversa da parte a parte senza chiedere il permesso al proprietario. Chic come Finn Andrews, quindi.

Marco Masoli

Prefuse 73 – Everything She Touched Turned Ampexian

Data di Uscita: 14/04/2009

Esistono dischi che sembrano chiavi. Dischi che aprono porte, che mettono in contatto ambienti e generi differenti. Herren ne ha fatti almeno un paio ma ‘Everything She Touched Turned Ampexian’ non è uno di questi, diciamolo subito. I capolavori stanno altrove e ‘One Word Extinguisher’ rimarrà probabilmente un colosso insuperabile. Ma anche se le aspettative non sono più altissime niente ci impedisce di provare una discreta curiosità per le nuove uscite di Prefuse (e sono numerose, non è uno che si risparmia). Ed è un piacere riscontrare che lo stato di forma è buono, forse il migliore da qualche anno a questa parte. Il materiale è abbondante, mette in fila 29 pezzi brevi, pochi dei quali oltre i 3 minuti; piccoli ninnoli e divertimenti estemporanei, che potrebbero funzionare allo stesso modo se accoppiati a due a due. Niente di nuovo o quasi. I cambiamenti sono un paio: la durata dei brani (e l’abbiamo detto) e il metodo di registrazione (e ce lo dice il titolo). E’ stato infatti usato un Ampex analogico. La sensazione è quella di continuità coi lavori precedenti, cha a tratti può sembrare una ripetizione esasperante (ma in fondo anche il loop è un’ arte), ma è in realtà frutto dell’ adesione ad un progetto, o meglio una missione, tra i più innovativi sia nell’ ambito elettronico che in quello hip hop. E accusare Guillermo di non voler rischiare  avrebbe davvero poco senso.
E’ musica a gocce la sua, elementi afro ed etnici vaporizzati e resi leggeri come un’ indigestione di elio. Echi dei bassi profondi di Flying Lotus e del Madlib più drogato, breakbeat lucidissimi si alternano a pause ambient e battiti hi-tech da soul del IV millennio.
Giocando col binomio tradizione-futuro, qui ci sono pochi dubbi, siamo fortemente sbilanciati sul secondo. La carica e l’irruenza dell’ hip hop sono sedate da massicce dosi di morfina, rimangono in lontananza giusto per far vedere da dove si è partiti, ma sono ormai superate. Le viscere insomma sono state tradotte in codice binario.
E’ un esercizio utile notare come un altro disco tra i più  interessanti di questa primavera segua un procedimento opposto alla disumanizzazione tecnologia di Herren. L’ottimo ‘Ecce Beast’ dei due Kill The Vultures infatti è interamente proiettato sul passato, riporta il rap alle origini, avvicinandolo agli altri generi storicamente neri, grazie all’ abuso di campionamenti jazz e blues. Due percorsi divergenti ma efficaci per due album diversamente integralisti.
E volendo sintetizzare il tutto con uno slogan da pubblicità della Nike, potremmo dire: Non importa se vai avanti o torni indietro, l’importante è non rimanere fermi.

Iuri Accogli

Bat for Lashes – Two Suns

Data di Uscita: 06/04/2009

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.

(G.Leopardi – Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)

Sole, lune, pianeti, rivoluzioni astrali, traiettorie sghembe e disegnate nel silenzio siderale del cosmo. Centro dell’Universo, la Trimurti un po’ freak di Brighton, Bat For Lashes il Creatore, Natasha Khan il Conservatore, Pearl, l’alter-ego demoniaco dai biondi capelli, la Distruttrice. Figure divine con aspetti differenti riconducibili allo stesso ed unico Dio, che parla attraverso le parole, le iperboli, le odi sciamaniche criptate di Two Suns. Non era facile dare un seguito al pluripremiato Fur And Gold, l’esordio del 2007 che le permise l’entrata a corte di sua maestà Thom Yorke, ma Natasha, fragile figlia dei fiori avvolta in piume, gioielli, pelli, riesce perfino a superarsi. Two Suns perde l’impalpabilità dell’esordio, nuove scosse elettroniche lo attraversano senza rischiare mai il sovradosaggio: il ponte gettato tra i due Mondi, il Vecchio ed il Nuovo, passa attraverso la cover di ‘A Forest’ dei Cure, pubblicata nell’album tributo ‘Perfect As Cats’. Nato tra le polveri sabbiose della California, Two Suns raccoglie la sacralità dei Dead Can Dance, la combina con le surreali visioni di Björk, la impreziosisce con i leggeri tocchi di piano di Tori Amos, le increspature vocali di Henriette Sennenvaldt (la meravigliosa voce degli Under Byen), le palpitazioni sintetiche degli anni ottanta, mantenendo però un aplomb tutto inglese. Non rimane difficile immaginare la piccola Pearl effettuare una danza della pioggia al chiaro di luna intonando ‘Daniel’, primo singolo estratto, o vederla aggirarsi tra le rive di un fiume, a piedi scalzi, sulle atmosfere notturne di ‘Moon & Moon’. Il disco si divide equamente tra sobrie ballate e incantesimi elettronici, senza rischiare mai la vera schizofrenia. ‘Glass’, una ninna nanna dal sapore celtico, sfodera un arrangiamento memorabile, preludio di un lavoro che è un pout pourri di generi. ‘Sleep Alone’, con le sue sonorità pellerossa, è brano tipicamente Bat For Lashes. Natasha si cimenta inoltre, con risultati più che buoni, nel gospel folk di ‘Peace Of Mind’, ma è nella combinazione di elementi differenti che scaturisce il talento compositivo della Khan: emblematico ‘Two Planets’, dove confluiscono percussioni, legni, beat, clap hands, in un rincorrersi continuo tra vocalizzi alla Björk e distorsioni alla Knife.  Il lavoro si chiude con la sepolcrale ‘The Big Sleep’, cantata in duetto con Scott Walker in vena di lirismi alla Antony, per un brano che Tim Burton avrebbe amato inserire nei titoli di coda di Nightmare Before Christmas, se solo avesse temporalmente potuto. Two Suns si conferma dunque opera fascinosa e magica, dall’accessibilità non facile ma anzi, di lettura piuttosto impegnativa. Le sofisticatezze pop emergono ascolto dopo ascolto, e si rivelano agli orecchi attenti in una successione incessante anche al centesimo passaggio. Ma di premere il dito sul tasto play non se ne ha mai abbastanza.

Paolo Coccettini

Willie Nile – House of a Thousand Guitars

Data di Uscita: 14/04/2009

Le immagini scorrono veloci, obbedendo fedelmente alla meccanica pressione del mio indice destro sul mouse. Gli occhi immobili fissano un punto indefinito al centro dello schermo da 17 inches.
La vista è altrove, la mente sfocata. Meglio: la vista è sfocata, la mente altrove.
A stento riconosco la baia di Frisco, il cielo è di un azzurro innaturale, sembra non ci siano nuvole nell’arco di migliaia di chilometri. Meraviglioso.
Mi desto.
La sequenza continua.
L.A.-Venice Beach, skater, surfisti, spiaggia infinita ed energumeni unti come carne alla griglia che sollevano enormi dischi d’acciaio sdraiati su una panca che pare troppo fragile per sorreggerli. Indimenticabile.
Las Vegas, più pacchiana di una collana d’oro su un petto villoso, i casinò, le puttane, 25° centigradi dentro, 50° fuori. Deglutisco e mi sembra di sentire ancora le tonsille infiammate.
Prendo un aereo, lascio la west coast, atterro a NYC.
Cambia l’ora, cambia il mondo, non cambia la bandiera.
La moltitudine di cinesi che si esercitano nel tai-chi la domenica mattina a Columbus Park mi fa capire che gli americani in realtà non esistono. All’imbrunire passeggio sulla Brooklin Heights Promenade, su una panchina un uomo legge un libro alla sua donna che gli sta seduta sulle gambe e lo ascolta innamorata. La sua voce scandisce bene le parole: il moto pachidermico dell’Hudson, lo scroscio degli alberi mossi dal vento e una luce rosso fuoco che si fa spazio tra i grattacieli suggellano l’istante. Stringo la reflex tra le mani, levo il copri obiettivo, inquadro, metto a fuoco ma non scatto. Questa la tengo per me.
A voi invece lascio “House of a Thousand Guitars”, il disco di Willie Nile, che mi ha riportato alla mente questo splendido viaggio.
Ascoltare e partire.

Andrea D’Avolio

Pontiak – Maker

Data di Uscita: 06/04/2009

“Erinnerung an meine Jugend im Gebirge”. Resta ancora da capire il perché della lingua tedesca, ma questo “ricordo della propria gioventù sulle montagne” sbandierato sul retro della minimale copertina di “Maker” denota un certo isolazionismo, magari compiaciuto, ma altrettanto sincero nel voler rivendicare le genuine radici di un trio di fratelli cresciuto tra i paesaggi rurali della Virginia. Un modo di concepire la vita (e la musica, ovviamente) che già qua e là si poteva avvertire nel curioso “Sun on sun” dello scorso anno, dove , tra degeneri elettrici e flirt con lo stoner emergevano quadri di un’America ora patria del blues (“White mice”, “Tell me about”), ora del folk evocato dal congedo acustico “The brush burned fast”, tenue ballata pastorale disegnata nel vento. Con “Maker” i Pontiak tornano sui loro passi, ma lo fanno con maggiore consapevolezza, fiduciosi dei propri mezzi , ma fieri della loro giovane età che li porta ad osare proprio sui terreni laddove “Sun on sun” si tratteneva con eccessiva timidezza. Una volontà di osare che appare chiara sin dall’apertura di “Laywayed”, un pugno nello stomaco fatto di chitarre ruggenti e tenebrose melodie circolari che come fantasmi infestano una struttura che definiremmo stoner, se nella nebbia non si captassero decine di influenze. Ma la modernità della proposta dei fratelli Carney sta nel saper riformulare le proprie passioni e plasmarle all’interno di un suono: “Bloodpride” annichilisce l’ascoltatore, costretto già al secondo pezzo a fare i conti con un brano strumentale violento e spettrale, al solito sorretto da chitarre lancinanti, ma ciononostante non si dimentica mai della sua spina dorsale shuffle blues con cui aprono le danze basso e batteria. Impressionante poi come, in questo caos elettrico che più viene frequentato e più si scopre non essere mai fine a sé stesso, si fanno strada gli elementi che consentono ad un disco di essere definito “grande”, ovvero le Canzoni. Perché solamente dei songwriters eccelsi possono creare piccole meraviglie come “Wild knife night fight” (quasi un divertissement nella sua breve durata, ma forte di un arrangiamento spaventoso dove un basso garage e un ritmo percussivo sostengono le sfuggenti melodie delle tre voci, ispirate come non mai) oppure “Aestival”, gioco di ombre in cui Nick Cave e David Gilmour si danno la mano. E se in “Seminal shining” si esplorano anfratti acustici in cui i Pontiak si fanno più docili senza perdere la voglia di evocare atmosfere oscure, nella title- track i tre si lasciano andare totalmente in una debordante jam session di quasi un quarto d’ora che rimanda dritta agli anni Settanta, ad una voglia di esprimersi liberamente con l’arte musicale e di uscire dagli schemi riuscendo comunque sempre a mantenere un’identità ben salda. Ecco allora cosa significava quel messaggio sulla copertina : un malinconico ritorno della memoria ad una libertà e ad un’ innocenza che la maturità può far riemergere solo tramite l’arte, e la musica dei Pontiak, così fuori dal tempo e allo stesso momento così consapevole dei cinquanta e passa anni attraversati dal rock, trasuda un desiderio incontrollabile di abbattere le barriere sempre più rigide che circondano la musica del nostro tempo attraverso un viaggio di quaranta minuti sicuramente tortuoso, ma non meno affascinante.

Andrea D’Addato