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Neko Case – Middle Cyclone

Data di Uscita: 03/03/2009

Ci sono album che si presentano con un tale margine di vantaggio rispetto alla media delle uscite discografiche da legittimare seri controlli antidoping per chi li ha creati. Ci sono album che sembrano arrivare proprio al momento giusto, con canzoni che paiono legate da una forza misteriosa al periodo esatto in cui si affrancano dal loro autore per donarsi a chiunque le voglia far proprie, diventando di fatto una perfetta celebrazione dell’hic et nunc dell’ascoltatore in quella particolare stagione. ‘Middle Cyclone’ di Neko Case rientra miracolosamente in entrambe queste categorie e lo fa con una nonchalance che sarebbe fin fastidiosa, non venisse da una fuoriclasse assoluta come lei. Non è la solita operina barbosissima che ha i suoi primi detrattori negli immancabili ammiratori di facciata, quelli che devono parlar bene quasi per contratto di certe cantanti folk statunitensi e non arrivano a concedere loro nemmeno un paio di corse sul lettore: per la serie “parlerò bene di te ma non pretendere che ti ascolti”.
Neko Case non è mai stata una delle innumerevoli tediose donzelle con la chitarra, destinate in partenza a durare l’espace d’un matin prima di eclissarsi giustamente nella pozza del silenzio. Eliminando quel “tediose” e volendo far di cio che resta un album di vivaci figurine, Neko Case sarebbe il luccicante scudetto della squadra campione. Questo valeva ieri e vale oggi, a maggior ragione. Neko si è stancata dei superbi bozzetti country-folk e di un’idea musicale che ha portato a coincidere con la sua stessa immagine.
Adesso tocca al colore invadere e saturare ogni spazio. Giusto un accenno di incanto fiabesco, come nelle giocolerie circensi che chiudono ‘The Pharaohs’ e suonano come una piccola enclave misophoniana nel disco. Una spruzzata di folk come te l’aspetti da lei, ma per godere della quale devi arrivare a ‘Vengeance is Sleeping’, traccia numero cinque. Per il resto una piena di pop sontuoso, arrangiamenti curati e rutilanti (ma non frastornanti), contrappunti corali, innesti elettrici, carillon, gingilli e sonagli vari, ed un’ultima mezzora affidata all’intenso frinire dei grilli del Vermont. Si saluta così il ritorno della primavera, intossicati da un suono morbido ed arioso. Una festa di piazza in compagnia di sodali pazzeschi (Howe Gelb, M.Ward, The Sadies), con la voce di Neko che è una continua benedizione e rende unico e imprevedibile ogni singolo brano. Tutt’altro scenario è evocato nei testi, dove si incontrano più spigoli che sulla carrozzeria della Ford Mercury Cougar in copertina: il ruggito dell’istinto per chi è stato e continua a sentirsi una tigre, mangia “cuori di squalo” quando ne ha voglia ed è impulsivo come una devastante forza della natura. In questa pirotecnica scatola magica si cela una frenetica dimostrazione di potenza che ha invero una fragilità ed una sensibilità introspettiva profondamente (e meravigliosamente) femminili. Senso di smarrimento (“I’ve lost my taste of home”), dolore dell’abbandono, promesse mancate, pulsioni, palpiti, desiderio di rivalsa: praticamente un manifesto della passione secondo la Case, di cui ‘I’m an Animal’ è una sorta di indispensabile bignami. Su tutto il riconoscimento della propria imperfezione (“I do my best but i’m made of mistakes”) nell’incompiutezza di chi non è amato e, di riflesso, l’invito a godere proprio dell’amore – autentico protagonista dell’album – sempre e comunque.

Stefano Ferreri

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