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Bonnie “Prince” Billy – Beware

Data di Uscita: 20/03/2009

La prolificità nell’arte denota un periodo costruttivo, in cui le emozioni, le sensazioni, le idee sono più soggette a tramutarsi in forma. Un periodo in cui semplicemente il forte bisogno di raccontare, e di raccontarsi, rende il “genio” più incline a dare una regola a tumulti emotivi apparentemente sfuggenti, facendone, in questo caso, musica. E che musica. Gemello diverso di “Lie down in the light” (uscito meno di un anno fa), “Beware” continua il percorso tracciato dal predecessore disegnando anch’esso melodie radiose e avvolgenti, ma nel farlo guarda ancora più lontano: qui il minimale tessuto tipico delle ballate di Will Oldham viene sapientemente ornato dai ricami di una piccola “orchestra” che conferisce un respiro più ampio ad un folk già ammaliante nel suo stare a cavallo fra tradizione e attitudine lo-fi. Ecco allora che, grazie all’apporto di strumentisti totalmente al servizio delle canzoni, la musica di Bonnie “Prince” Billy si fa più completa, stratificata, colorata, senza perdere un briciolo della sua immediata lucentezza. Le tredici composizioni dell’album scorrono delicatissime, a cominciare dall’opener “Beware your only friend”, splendida nell’evocare suggestioni soul incastonate in un’anima country- folk in cui cori, chitarre acustiche, violino e deliziosi arpeggi di chitarra elettrica creano un’armonia clamorosa. E’ comunque tutto l’album a muoversi in scioltezza in un mondo in cui la tradizione americana viene coinvolta in sussulti di modernità, come in “I am goodbye”, in cui una melodia classicissima viene sorpresa da un solo di chitarra effettata, oppure “Death final”, ballata spettrale sorretta dalle percussioni e da una linea vocale particolarissima, che esalta il calore di un interprete in assoluto stato di grazia. Molti sono gli spettri che aleggiano attorno a “Beware”: da Pete Seeger a Willie Nelson, da Johnny Cash al Nick Cave di “Kicking against the pricks”, se non altro per il flirt con un crooning che sa raccontare non solo le giornate di luce dei grandi spazi americani, ma anche atmosfere notturne che inducono a sincere riflessioni, spesso incentrate sull’amore, come nel caso del capolavoro “My life’s work”. Un attacco cupo, in tono minore, una linea vocale che ancora una volta si tinge di soul, fino ad arrivare all’intervento di un saxofono, assolutamente straniante, ma proprio per questo emotivamente intensissimo. Tutte queste particolarità creano un equilibrio sorprendente, dando longevità ad un album che si dimostra comunque agilissimo fin dai primi ascolti, proprio grazie a canzoni meravigliose. Se è vero che, sulla carta, sorprende il fatto che un musicista sia in grado di pubblicare così tanti dischi in così poco tempo, è altrettanto vero che l’ascolto di un album così intenso mette l’ascoltatore in contatto con un grande artista che ha definitivamente trovato il proprio percorso, guardando lontano, ma al tempo stesso rimanendo ancorato al suo linguaggio d’origine, senza il quale i suoi racconti perderebbero quella straordinaria forza comunicativa che fa di “Beware” una delle esperienze musicali più avvincenti di questo 2009.

Andrea D’Addato

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