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Archive for marzo, 2009

Last Days – The Safety Of The North

Data di Uscita: 09-03-2009

Il Futuro della Musica
di Filippo Righetto

Quante sono le persone che riescono a “sopravvivere” nella città? In quanti riescono a sopportare la violenza, i traumi della convivenza, la così detta massificazione dell’individuo? Quando la società fallisce, resta solo un’alternativa: andarsene. Questa è la scelta di Alice, e della sua famiglia.
Traditi dal mondo decidono di partire, la meta? Il Nord. Si aspettano paesaggi incontaminati, neve, l’uomo “naturale”, ma soprattutto, sicurezza.
Banale? Si, può essere. Il cardine sul quale tutto ruota è infatti un altro: il mezzo scelto da Graham Richardson (AKA Last Days) per veicolare il suo messaggio: la musica. Musica, incorrotta, limpida, senza parole, i mozziconi letterali sparsi qua e la di Fabiola Sanchez dei Familiar Trees poco importano.
Mesi or sono mi ritrovavo a parlare con Attilio Bruzzone ed Ettore Di Roberto dei Port Royal in merito, appunto, al futuro della musica. Ipotizzavo l’esistenza di un momento in cui la musica sarebbe riuscita a sopperire ad alcune importanti prerogative dell’essere umano, la sua funzione di “consigliere” tanto per dirne una. Dalle sue colline scozzesi Richardson mi guarda ed afferma: “Con calma, iniziamo con il rimpiazzare le parole”. Davanti all’incarnazione fisica del sempre più abusato termine Post Rock, l’unica cosa da fare è togliersi il cappello ed abbassare lo sguardo. A dire il vero già con Sea, nel 2006, aveva partorito quella che ora è un’idea sostanzialmente matura. Quindici tracce, che ripercorrono i contesti e le emozioni vissute da Alice. Sconfitta (The City Failed), ottimismo (May Your Days Be Gold), lutto (The Fields Remember My Father). I mezzi sono limitati ma non limitanti, come spesso accade nei dischi ambient. Giusto un arpeggio di chitarra appena accennato in Fracture, qualche soffusa nota di pianoforte in Life Support, un “ricordo” di organo ad accompagnare Thoughts Of Alice. Non solo, si fa anche un ampio uso di elementi del quotidiano, lo scroscio di pioggia, il cigolio di una vecchia altalena, interferenze radiofoniche, magistralmente inseriti nel complesso. Ritorna anche il tema del Silenzio (Your Silence Is The Loudest Sound), che farà di certo fischiare le orecchie a Craig Minowa. Per ultima viene Onwards, Progressivamente, canzone alla quale Richardson ha affidato il suo messaggio di speranza, il più importante. E infatti Alice è li, sulla porta di casa, i suoi occhi evidenziano una consapevolezza prematura delle insidie della vita, come Janek, l’eroe bambino in “Educazione Europea” di R. Gary, sua madre l’abbraccia, si scambiano uno sguardo, e osservano il sole che sta scomparendo in lontananza.
O almeno, questo è quello che mi suggerisce la mia centellinata fantasia.

Loney, Dear – Dear John

Data di Uscita(UK): 16-03-2009

Dear John è l’ ultimo disco di Emil Svanängen, il garbato polistrumentista svedese dietro ai “Loney, Dear”. Un progetto orchestrale entusiasmante, che favorisce le attenzioni verso il filone neomelodico scandinavo, inaugurato dai suoi connazionali Frida Hyvönen e Jens Lekman.
L’album fa da seguito a ‘Loney, Noir’, la prima uscita discografica del giovane musicista che firma per l’etichetta Sub Pop, nel 2007, dopo ben quattro dischi autoprodotti con l’ausilio di un laboratorio domestico ricavato nel seminterrato della casa paterna. Il singolo I am John scaturì una certa ammirazione per il debutto della band nel panorama underground statunitense, incuriosito dai toni corali e divertiti della traccia.
Dear John è una polifonia sorprendente di suggestioni, un mostro di impressioni folk incantevoli devote al dramma. È un’opera cortese e viscerale, e suona con un umore intimista oltremodo spiazzante (le sofisticate ballate Everything Turns to You e I Got Lost). L’armonia dell’album è gradevole; le sue musiche richiamano ad una morbidezza poetica accorta e toccante.
Ciononostante, l’esperienza acustica di Svanängen si dispiega in trame elettroniche che giocano con un’attitudine pop subdola e smorfiosa. In numerose occasioni, le pulsioni disco dell’album sbrogliano un complesso di ritornelli parrocchiali struggenti in motivi insieme sognanti e spassosi. A questo proposito, Airport Surroundings apre la parata in grande stile, quando una propensione electro-pop introduce il primo singolo del cd su un ritornello accattivante.
I buoni propositi del disco seguono in Under a Silent Sea, in cui le trame eccentriche di una preghiera robotica trattengono un trionfo di sintetizzatori estasiati. Ti rendono felice, ti corrugano il viso con un’espressione di gioia. È una ballata di ineccepibile bellezza. La sua fruibilità conviene con delle tastierine ammiccanti ed emozionali che esaltano gli entusiasmi. Ti affascinano con la loro veemenza, mentre impazzano come giocattoli elettronici perversi, animati dalla potenza di una centrale elettrica.
Ancora, la grandiosità compositiva della band delizia il prosieguo dell’ascolto con uno stato d’animo esuberante (Harsh Words e la trionfale Summer), mentre in Distant Lights diverse voci femminili intervengono all’unisono insieme al controcanto forsennato di Svanängen: questo accompagna il pezzo al culmine di un effetto mozzafiato.
È la volta di Harm/Slow. Ovvero la canzone come strategia patetica dietro alla vera scena madre dell’album. Questa musica sembra trovare una coincidenza nelle suggestive incisioni dei chanteur francofoni quali Charles Aznavour e Jacques Brel, il cui genere sentimentale fu particolarmente in voga nel panorama pop europeo a partire dagli anni sessanta. È una cantorìa istrionesca, e insegue la trama di un melodramma esasperato. La voce compita di Svanängen è accompagnata da un umore confidenziale e tragico che affetta i toni di un cerimoniale malinconico. Svanängen trattiene la commozione mentre canta i versi ‘I hardly see your face now / I found the way to hide it / Time didn’t pay kindness to me at all / Time didn’t show kindness to me at all/ I fell asleep amidst / And it didn’t do me any harm‘. La traccia Dear John completa il lavoro, confondendo una sinfonia orchestrale con un ritornello dal gusto classico.
Dear John è un album intenso e delicato. Potrebbe contribuire all’affermazione della band come nuovo atto pop dell’anno.

Tonino Cervino

The Antlers – Hospice

Data di Uscita: 03/03/2009

Eclisse
di Lorenzo Righetto

Only through the deepest blackness, there you will find the brighter glow.

Così poco era cambiato, quel piccolo villaggio, da quando suo padre se n’era andato, cacciato a male parole dai vecchi canuti che dettavano legge in quel luogo dimenticato da Dio. Non prima di averlo obbligato, col decreto emesso dall’impercettibile smorfia che solo di rado increspava i loro volti di cera, a compiere un ultimo giro del paese, in mezzo alle fatiscenti stamberghe dai mattoni sbriciolati dal sole e crepati dall’incedere di bizzarre erbacce felciformi. Nella calura e nel silenzio del mezzogiorno, aveva sostenuto, solo, gli sguardi di sdegno che penetravano come liquame gli anfratti di quelle casette di un piano, sghembe sul terriccio informe. Sua madre non seppe mai dirgli il motivo di quell’editto, ma il suo volto assumeva un’espressione sgomenta, ogniqualvolta l’argomento tornava alla luce. Da quando ella aveva perso la parola, il bambino non aveva più modo di scoprire cosa si celasse dietro a quel segreto. Di una sola cosa si sentiva certo: che il segreto di suo padre avesse in qualche modo a che fare con l’Eclissi. I segreti vanno sempre a braccetto. L’Eclissi… Nessuno poteva vedere l’Eclissi. Ogni imposta sbarrata, ogni chiavistello serrato, pregate forte in silenzio.

Il bambino si alzò, mentre un giorno come gli altri spandeva la sua luce giallastra, che appiattiva il villaggio in una ripetizione sempre identica a sé stessa. Un sottile lamento si insinuava gelidamente: l’unico suono emesso da sua madre nel corso di un anno. Ella, al centro del letto matrimoniale, sembrava rimpicciolirsi sempre di più, affondando lentamente, il volto emaciato, gli occhi spalancati fissi sul soffitto. Non di rado lo tormentava nei suoi sogni. Indicò, da sotto le lenzuola, la finestra, che, già socchiusa, lasciava filtrare luce e polvere mischiate in un foglio di carta. Docilmente, il bambino procedette ma, prima di andarsene, si fermò a fissare negli occhi sua madre, nonostante ne fosse terrorizzato. Sempre umidi e lattiginosi come quelli di un anfibio, gli occhi di sua madre restituirono il suo sguardo, sorprendentemente, non con la consueta luce supplichevole, ma con una rigida determinazione proveniente da un’ormai sbiadita versione di sé. In silenzio, il bambino la abbandonò: finì di chiudere tutte le imposte, poi si avvicinò titubante alla porta di casa, dai cui infissi penetravano stilettate abbacinanti del primo sole. Quanto tempo per decidersi ad afferrare la maniglia vacillante … Ma nessuno avrebbe avuto l’ardire di uscire di casa per fermarlo! Camminare, solo, mentre gli sguardi degli spenti compaesani lo maledicevano silenziosamente attraverso le crepe di quelle case incartapecorite…

La collina, l’albero, luoghi di disperata e inebriante solitudine lo attendevano: e finalmente la misteriosa Eclissi! La campagna pareva immersa, sepolta in un’inusuale fissità: solamente un distante, sordo ronzio pareva popolare il desolato paesaggio. Non restava che aspettare, disteso tra le spesse radici di quell’albero che era la sua compagnia per interminabili pomeriggi. Un’insopprimibile sonnolenza si impadroniva lentamente delle sue membra, costringendolo ad afflosciarsi via via, a lasciarsi andare al ruvido abbraccio di lunghe, spesse radici.

Quando riaprì gli occhi, gli parve che interi eoni fossero trascorsi, in quell’ombra fragrante: tanto tempo era passato, che si dimenticò persino che aprire gli occhi per vedere l’Eclissi può costare la vista. E, infatti, un insostenibile bagliore lo accolse, una luce gelida che sembrava ricoprire ogni cosa di una patina baluginante. Si alzò in piedi a fatica, mentre, a poco a poco, le forme riprendevano i loro contorni abituali.

Nuovi, bizzarri astri, disseminati ordinatamente nel cielo, di forma talmente perfetta da confessare apertamente la propria provenienza ultraterrena, diffondevano senza organi visibili, ma per propria vibrazione, un suono argenteo, e in esso il mondo pareva crogiolarsi.

I Cilindri D’Oro nutrivano la Terra. Forse fu… meglio per tutti, se quel bambino perse il senno: vagò per tutta la vita, cercando di rincorrere l’Eclissi, senza trovarla mai più.

Swan Lake – Enemy Mine

Data di Uscita: 24/03/2009

Swan Lake. ‘Il Lago dei Cigni’ per l’appunto. No, non si tratta di Ciajkovskij, quindi state tranquilli, niente tutù, mezze punte o tutine attillate. Niente musica classica, “come dice signora?”, “no, no nessuna intervista a Carla Fracci per la miseria”. Di cosa stiamo parlando quindi, vi chiederete voi? Swan Lake. La traduzione non cambia, ma il progetto sotteso è ciò che di meno classicheggiante si possa minimamente intuire. Si tratta di un’avventura sonora, un viaggio d’insondabile tristezza oltre le barriere dell’atmosfera terrestre in grado di restituirci paesaggi fino ad allora solamente immaginati, galassie sconosciute ed inquietanti e scenari magmatici in cui perdersi risulta sorprendentemente piacevole. Ci sono 3 guide al nostro fianco. I loro nomi sono Spencer Krug (Wolf Parade e Sunset Rubdown), Dan Bejar (Destroyer e New Pornographers) e Carey Mercer (Frog Eyes). Un “supergruppo” insomma, la cui garanzia di qualità, se non bastassero le varie band di provenienza dei singoli a certificarla, è ulteriormente sottolineata dalla bandiera con la foglia d’acero e dal marchio Jagjaguwar a contestualizzare il tutto. Il risultato delle idee e delle trovate di questi tre soggetti è ‘Enemy Mine’, che segue di tre anni il disco d’esordio ‘Beast Moans’. Nove tracce. Nove. Il numero della generazione e della reincarnazione. Anche secondo Pitagora è un numero che si riproduce continuamente, in ogni moltiplicazione, e simboleggia pertanto la materia che si scompone e si ricompone senza sosta. Ed in questo modo procede anche il terzetto, smembrando con colpi ben assestati tutti i canoni della “forma-canzone” tradizionale, trasformando ogni pezzo in un vero e proprio laboratorio sonoro, sfoggiando le proprie eccelse doti tecniche di polistrumentisti per dare origine a cacofonie sonore che aggiungono sfumature progressive alla già solida base indie-rock. Il tocco in più, che aggiunge al tutto qualcosa di particolare e poco consueto, è il cantato, per così dire, “poco ortodosso” dei tre. Voci ubriache e schizofreniche, ma perfettamente compatibili, si intrecciano fra di loro in modo disorganico e vorticoso, perdendosi in cori alieni ed echi turbinosi che ci pervengono all’orecchio con un suono quasi schermato, affaticato dallo sforzo finale necessario per oltrepassare la troposfera e raggiungere finalmente la superficie terrestre. Un po’ di Wolf Parade, un po’ di Destroyer, un pizzico di Animal Collective e di Tv On The Radio, se vogliamo proprio trovare dei riferimenti, ma gli Swan Lake sono in realtà qualcosa di veramente estraneo a qualunque tipo di catalogazione, appartengono ad un universo parallelo, ne sono certo. E pezzi come ‘Spanish Gold, 2044’, ‘Heartswarm’, ‘Ballad Of A Swan Lake, Or, Daniel’s Song’ e ‘Warlock Psychologist’, sono qui per dimostrarlo al mondo.

Marco Masoli

Neko Case – Middle Cyclone

Data di Uscita: 03/03/2009

Ci sono album che si presentano con un tale margine di vantaggio rispetto alla media delle uscite discografiche da legittimare seri controlli antidoping per chi li ha creati. Ci sono album che sembrano arrivare proprio al momento giusto, con canzoni che paiono legate da una forza misteriosa al periodo esatto in cui si affrancano dal loro autore per donarsi a chiunque le voglia far proprie, diventando di fatto una perfetta celebrazione dell’hic et nunc dell’ascoltatore in quella particolare stagione. ‘Middle Cyclone’ di Neko Case rientra miracolosamente in entrambe queste categorie e lo fa con una nonchalance che sarebbe fin fastidiosa, non venisse da una fuoriclasse assoluta come lei. Non è la solita operina barbosissima che ha i suoi primi detrattori negli immancabili ammiratori di facciata, quelli che devono parlar bene quasi per contratto di certe cantanti folk statunitensi e non arrivano a concedere loro nemmeno un paio di corse sul lettore: per la serie “parlerò bene di te ma non pretendere che ti ascolti”.
Neko Case non è mai stata una delle innumerevoli tediose donzelle con la chitarra, destinate in partenza a durare l’espace d’un matin prima di eclissarsi giustamente nella pozza del silenzio. Eliminando quel “tediose” e volendo far di cio che resta un album di vivaci figurine, Neko Case sarebbe il luccicante scudetto della squadra campione. Questo valeva ieri e vale oggi, a maggior ragione. Neko si è stancata dei superbi bozzetti country-folk e di un’idea musicale che ha portato a coincidere con la sua stessa immagine.
Adesso tocca al colore invadere e saturare ogni spazio. Giusto un accenno di incanto fiabesco, come nelle giocolerie circensi che chiudono ‘The Pharaohs’ e suonano come una piccola enclave misophoniana nel disco. Una spruzzata di folk come te l’aspetti da lei, ma per godere della quale devi arrivare a ‘Vengeance is Sleeping’, traccia numero cinque. Per il resto una piena di pop sontuoso, arrangiamenti curati e rutilanti (ma non frastornanti), contrappunti corali, innesti elettrici, carillon, gingilli e sonagli vari, ed un’ultima mezzora affidata all’intenso frinire dei grilli del Vermont. Si saluta così il ritorno della primavera, intossicati da un suono morbido ed arioso. Una festa di piazza in compagnia di sodali pazzeschi (Howe Gelb, M.Ward, The Sadies), con la voce di Neko che è una continua benedizione e rende unico e imprevedibile ogni singolo brano. Tutt’altro scenario è evocato nei testi, dove si incontrano più spigoli che sulla carrozzeria della Ford Mercury Cougar in copertina: il ruggito dell’istinto per chi è stato e continua a sentirsi una tigre, mangia “cuori di squalo” quando ne ha voglia ed è impulsivo come una devastante forza della natura. In questa pirotecnica scatola magica si cela una frenetica dimostrazione di potenza che ha invero una fragilità ed una sensibilità introspettiva profondamente (e meravigliosamente) femminili. Senso di smarrimento (“I’ve lost my taste of home”), dolore dell’abbandono, promesse mancate, pulsioni, palpiti, desiderio di rivalsa: praticamente un manifesto della passione secondo la Case, di cui ‘I’m an Animal’ è una sorta di indispensabile bignami. Su tutto il riconoscimento della propria imperfezione (“I do my best but i’m made of mistakes”) nell’incompiutezza di chi non è amato e, di riflesso, l’invito a godere proprio dell’amore – autentico protagonista dell’album – sempre e comunque.

Stefano Ferreri

Grandmaster Flash – The Bridge

Data di Uscita: 10/03/2009

E’ tornato. Grandmaster Flash è tornato. Sono passati ventidue anni, una vita praticamente. Se poi prendiamo come riferimento temporale The Message, il capolavoro coi Furious Five , le distanze aumentano impietosamente. Ma la nostalgia non basta e coi ricordi non si fanno dischi. I motivi di interesse sono infatti altri e dipendono direttamente dalla statura del personaggio. Stiamo parlando di J. Sadler, il più abile e fantasioso tra i dj della vecchia scena, vero pioniere del turntablism. La sua è stata un’ esperienza determinante a più livelli per l’evoluzione del genere. Sono sue alcune innovazioni fondamentali come l’uso del doppio giradischi e i primi tentativi di campionamento. Tra i primi a fondare una semantica da ghetto, introducendo nuovi termini e canonizzando una grammatica rap facilmente riconoscibile ( ad esempio ‘fly’ per dire ‘figo’ pare sia una sua invenzione). Non solo, ma
all’ epoca di The Message i pezzi con tematiche sociali erano rari e quindi bisogna anche attribuirgli il primato di aver diffuso nelle rime una diversa sensibilità. Le battaglie per i diritti e le spinte tecnologiche sono, a pensarci bene, strettamente legate e interdipendenti: in fondo cos’è il sampling se non un furto o un prestito non autorizzato di note altrui, magari di proprietà di ricche star bianche? Lotta e tecnica insomma.
Ok, fine flashback. Adesso un bel primo piano sul volto invecchiato.
Sembra strano, ma questo è un ritorno che non provoca nessuno shock, lo ritroviamo esattamente dove l’avevamo lasciato. The Bridge è un album cocciutamente old school, un archeo-rap dal sapore reaganiano, che ha la sua forza, ma anche il suo limite, nell’ essere così innocentemente in ritardo.
L’idea, non nuovissima bisogna dirlo, è quella di un concept sul potere universale del linguaggio hip hop (emblematica è ‘We Speak Hip Hop’) e per realizzare il suo progetto Grandmaster Flash raccoglie un’ enorme schiera di MC come nel più classico dei raduni di famiglia. Non rinuncia neanche alle ospitate più mainstream offrendo il microfono ai celebri Busta Rhymes e Snoop Dogg. In ‘Shine All Day’ c’è invece il contributo di Q-Tip, uno che trasforma in oro (nero ovviamente) tutto ciò su cui mette le mani. Si alternano poi con buona vivacità passaggi da dancefloor ad altri più soulful, quasi tutti immersi in una piacevole purezza da gusto classico. Un disco fortemente passatista ma, lo ripeto, a volte può essere un pregio.

Iuri Accogli

Marissa Nadler – Little Hells

Data di Uscita: 03/03/2009

Come ogni anno il cambio di stagione mi mette KO, mi rende emotivamente vulnerabile alla pur minima sollecitazione esterna. In questo periodo sono soggetto a svariati innamoramenti nell’arco della giornata e crisi di pianto per futili motivi si alternano ad un’immotivata ilarità. Credo che se stessi sempre così mi avrebbero già fatto internare da tempo ma, posto che si tratta di pochi giorni, le persone care che mi stanno vicino lo hanno imparato e con pazienza da monaci tibetani, ci passano sopra. In questo delirante contesto, io comprometto ulteriormente il mio già precario equilibrio psichico ascoltando, come direbbero i giovani viggei di MTV, in heavy rotation un disco come questo della divina Marissa. La giovane e bella (ma non abbronzata, come direbbe qualcuno) sirena di Boston con la sua voce dolce e delicata, come una tazza di latte e miele, raggiunge gli angoli più nascosti dell’anima e provoca emozioni difficilmente ritrovabili nella musica di oggi. La vocalità in questo album si riprende il posto che le spetta di diritto, quello di grande protagonista, con una parte strumentale elegante ed elaborata ma comunque al suo servizio. La chitarra acustica è “misurata” ed è sostenuta da una batteria, suonata nell’occasione da Simone Pace dei Blonde Redhead, che scandisce bene il tempo delle ballate senza mai prendere una velocità che risulterebbe fuori luogo. Ciò che rappresenta la grande novità in questo disco, che la maggior parte delle persone per semplificare definirebbe folk, è la presenza di elementi che giustappunto con il folk non hanno nulla a che vedere: synth e organi infatti danno vita a trame labirintiche che s’intrecciano alla perfezione con la voce di Marissa ed il resto della strumentazione, rendendo l’atmosfera fumosa e intimista. E’ arrivata la primavera, emozionatevi, innamoratevi, lasciatevi travolgere dagli eventi, fate ciò che volete ma fatelo ascoltando questa perla.

Andrea D’Avolio

Bonnie “Prince” Billy – Beware

Data di Uscita: 20/03/2009

La prolificità nell’arte denota un periodo costruttivo, in cui le emozioni, le sensazioni, le idee sono più soggette a tramutarsi in forma. Un periodo in cui semplicemente il forte bisogno di raccontare, e di raccontarsi, rende il “genio” più incline a dare una regola a tumulti emotivi apparentemente sfuggenti, facendone, in questo caso, musica. E che musica. Gemello diverso di “Lie down in the light” (uscito meno di un anno fa), “Beware” continua il percorso tracciato dal predecessore disegnando anch’esso melodie radiose e avvolgenti, ma nel farlo guarda ancora più lontano: qui il minimale tessuto tipico delle ballate di Will Oldham viene sapientemente ornato dai ricami di una piccola “orchestra” che conferisce un respiro più ampio ad un folk già ammaliante nel suo stare a cavallo fra tradizione e attitudine lo-fi. Ecco allora che, grazie all’apporto di strumentisti totalmente al servizio delle canzoni, la musica di Bonnie “Prince” Billy si fa più completa, stratificata, colorata, senza perdere un briciolo della sua immediata lucentezza. Le tredici composizioni dell’album scorrono delicatissime, a cominciare dall’opener “Beware your only friend”, splendida nell’evocare suggestioni soul incastonate in un’anima country- folk in cui cori, chitarre acustiche, violino e deliziosi arpeggi di chitarra elettrica creano un’armonia clamorosa. E’ comunque tutto l’album a muoversi in scioltezza in un mondo in cui la tradizione americana viene coinvolta in sussulti di modernità, come in “I am goodbye”, in cui una melodia classicissima viene sorpresa da un solo di chitarra effettata, oppure “Death final”, ballata spettrale sorretta dalle percussioni e da una linea vocale particolarissima, che esalta il calore di un interprete in assoluto stato di grazia. Molti sono gli spettri che aleggiano attorno a “Beware”: da Pete Seeger a Willie Nelson, da Johnny Cash al Nick Cave di “Kicking against the pricks”, se non altro per il flirt con un crooning che sa raccontare non solo le giornate di luce dei grandi spazi americani, ma anche atmosfere notturne che inducono a sincere riflessioni, spesso incentrate sull’amore, come nel caso del capolavoro “My life’s work”. Un attacco cupo, in tono minore, una linea vocale che ancora una volta si tinge di soul, fino ad arrivare all’intervento di un saxofono, assolutamente straniante, ma proprio per questo emotivamente intensissimo. Tutte queste particolarità creano un equilibrio sorprendente, dando longevità ad un album che si dimostra comunque agilissimo fin dai primi ascolti, proprio grazie a canzoni meravigliose. Se è vero che, sulla carta, sorprende il fatto che un musicista sia in grado di pubblicare così tanti dischi in così poco tempo, è altrettanto vero che l’ascolto di un album così intenso mette l’ascoltatore in contatto con un grande artista che ha definitivamente trovato il proprio percorso, guardando lontano, ma al tempo stesso rimanendo ancorato al suo linguaggio d’origine, senza il quale i suoi racconti perderebbero quella straordinaria forza comunicativa che fa di “Beware” una delle esperienze musicali più avvincenti di questo 2009.

Andrea D’Addato